For the Win

Traduzione italiana di For the Win, a cura di Ephel (Elena Itzcovich)

Puoi trovare qui il testo originale di For The Win, di Cory Doctorow.

Indice

Note legali

Introduzione

Audiobook

La questione del Copyright

Donazioni e qualche parola a insegnanti e bibliotecari

Sulle dediche alle librerie e dedica del libro

Parte I: I giocatori e i loro giochi, i lavoratori e il loro lavoro

Scena 1 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 1)

Scena 2 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 2)

Scena 3 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 3)

Scena 4 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 4)

Scena 5 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 5)

Scena 6 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 6)

Scena 7 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 7)

Scena 8 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 8)

Scena 9 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 9)

Scena 10 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 10)

Scena 11 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 11)

Scena 12 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 12)

Parte II: Duro lavoro in gioco

Scena 1 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 1)

Scena 2 (oppure, leggilo e commentalo sul post originale sulla Scena 2)

Scena 3 (parte 1, parte 2, parte 3)

Scena 4 (parte 1, parte 2)

Scena 5 (post originale sulla Scena 5)

Scena 6 (post originale sulla Scena 6)

Scena 7 (post originale sulla Scena 7)

Scena 8 (post originale sulla Scena 8)

Scena 9 (post originale sulla Scena 9)

 

Licenza Creative Commons

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Questo libro è distribuito sotto licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 ciò vuol dire che:

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Questo è un riassunto in linguaggio accessibile a tutti della licenza integrale, che puoi trovare qui (in inglese).

Nota: questa traduzione è condivisa sotto la stessa licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0. Potete quindi utilizzarla attribuendo a me, Ephel (Elena Itzcovich), la traduzione (ovviamente sempre attribendo a Cory Doctorow il testo).


INTRODUZIONE

For the Win è il mio secondo romanzo per giovani adulti [in America si intende con questo termine ragazzi di età compresa fra i 14 e i 21 anni, N.d.T.] e, come il mio libro del 2008 Little Brother (In Italia pubblicato con il titolo “X”, ed. Newton Compton), è stato scritto per fare di più che raccontare semplicemente una storia. For the Win è un libro sull’economia (argomento che è di colpo diventato più rilevante mentre ero a metà della scrittura del libro, quando l’economia mondiale è scivolata poco cerimoniosamente nel cesso e vi è rimasta incastrata), giustizia, politica, giochi e lavoro. For the Win traccia la linea che unisce il modo in cui compriamo, il modo in cui organizziamo, il modo in cui giochiamo e i motivi per cui alcune persone sono ricche, altre sono povere, e come siamo rimasti incastrati in questa situazione.

Spero che i lettori di questo libro ne verranno ispirati a scavare più profondamente nella “Finanza comportamentale” (e materie correlate come la “neuroeconomics“) e iniziare a porre serie domande su come siamo finiti ad avere ciò che abbiamo, e cosa costa ai nostri fratelli e sorelle umani produrre questi beni, e perché pensiamo di averne bisogno.

Ma serve a poco scegliere semplicemente cosa comprare e cosa no. Qualche volta (spesso!), bisogna organizzarsi per fare la differenza.

Questa è l’età dell’oro dell’organizzazione. Se c’è una cosa che Internet ha cambiato per sempre, è la difficoltà e il costo necessari per raccogliere un gruppo di persone nello stesso posto, lavorando tutte per uno stesso scopo. Questo non è sempre un bene (le cose non sono mai state semplici come adesso per vandali, bulli, razzisti e folli), ma ha sicuramente cambiato le regole del gioco.

E’ difficile ricordare quanto organizzare le cose fosse difficile un tempo: quanto era difficile fare qualcosa di triviale come riunire dieci amici per andare a cena insieme e metterli d’accordo per vedere un film, figurarsi trovare milioni di persone che si unissero per raccogliere denaro in supporto di un candidato politico, lamentarsi per la corruzione o salvare amate istituzioni in pericolo.

La rete non risolve il problema dell’ingiustizia, ma risolve il primo problema difficile nel combatterla: riunire la gente e mantenerla unita. Rimane il più duro lavoro di rischiare la propria vita, le proprie membra, i propri soldi e la propria reputazione.

Per ogni cosa meravigliosa che ci sia nel nostro mondo, dure battaglie sono state combattute. I nostri diritti, la nostra ricchezza, la nostra felicità ed ogni cosa piacevole è stata pagata, tempo fa, da persone dai saldi principi che hanno rischiato ogni cosa per cambiare il mondo in meglio. Questi rischi non vengono diminuiti dall’esistenza di Internet. Ma i premi sono piacevoli quanto allora.

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AUDIOBOOK

I ragazzi della Random House Audio hanno prodotto una fantastica edizione audio, in inglese, di questo libro. Puoi comprarla su CD, oppure puoi comprare la versione in mp3 da una grande quantità di librerie on-line. La vendo io stesso sul mio sito.

Sfortunatamente, non puoi comprarla dai due più popolari venditori di audiobook: iTunes della Apple e Audible di Amazon. Questo perché nessuno di loro mi permette di vendere questo audiobook secondo termini che io ritenga giusti e onesti.

Nello specifico, la Apple si rifiuta di vendere il libro senza un sistema di “digital right management”. Questa tecnologia permetterebbe la riproduzione del file solo su dispositivi Apple. E’ illegale spostare file affetti da DRM su supporti che non abbiano ricevuto la benedizione della Apple, il che vuol dire che se io vi incoraggiassi a comprare i miei lavori tramite la Apple, perderei la possibilità di continuare a venderli attraverso competitori della Apple in futuro. Questo mi sembra un pessimo affare sia per me che per voi.

A credito di Audible (che fornisce tutti gli audiobook a iTunes) va il fatto che erano disponibili a vendere il libro senza DRM, ma insistevano nell’includere un “accordo di licenza con l’utente finale” (EULA, End User License Agreement) che proibiva anche di spostare il mio libro su supporti che Audible non avesse approvato. Per cercare di render loro le cose più semplici, mi sono offerto di registrare una piccola introduzione che dicesse “Cory Doctorow e la Random House Audio vi permettono di usare questo libro in qualsiasi maniera che non violi la legge sul copyright”. In questa maniera la Audible non avrebbe dovuto fare alcun cambiamento al proprio sito o agli accordi di licenza che l’utente doveva cliccare per usare il file. Ma Audible rifiutò l’offerta.

Non venderei questo libro tramite Wall-Mart [catena americana di negozi al dettaglio, NdT] se questa insistesse che i libri possono essere tenuti solamente su librerie della Wall-Mart e non lo venderò attraverso venditori online che impongono la stessa cosa con le loro librerie virtuali. Questo è il motivo per cui non troverete i miei libri in vendita nei negozi per il Kindle o l’iPad – entrambi insistono per avere il diritto di ingabbiarti in termini che io reputo ingiusti e pessimi sia per me che per voi.

Sono abbastanza infastidito da tutto ciò. Sappiate che io venderei senza problemi i miei lavori sia tramite Apple che tramite Audible se me li lasciassero vendere senza DRM e con un accordo di licenza con l’utente finale che reciti solo “Non violate le leggi sul copyright”. Nel frattempo, vi ringrazio in anticipo per l’aiuto ai venditori di libri audio online che rispettano i diritti sia degli autori che degli acquirenti. E sono in particolar modo grato alla Random House Audio per avermi aiutato in questa battaglia per ottenere un buon accordo per tutti.


LA QUESTIONE DEL COPYRIGHT

La licenza Creative Commons all’inizio di questo documento probabilmente ti ha fatto intuire che ho una visione poco ortodossa del copyright. Per dirla in poche parole: basta poco per ottenere molto e più di quel poco è troppo.

Mi piace il fatto che il copyright mi lascia vendere i miei diritti alle case editrici e agli studi cinematografici e così via. E’ bello che non possano semplicemente prendere le mie cose senza permesso e diventare ricchi grazie ad esse senza darmi nulla. Sono in una buona situazione quando mi trovo a negoziare con queste compagnie: ho un ottimo agente e un’esperienza decennale con la legge sul copyright e sulle licenze (includendo un periodo come delegato alla WIPO, all’agenzia delle nazioni unite che si occupa degli accordi sul copyright). Inoltre, non ci sono molte di queste negoziazioni da fare — anche se vendessi cinquanta o cento edizioni differenti di For the Win (cosa che lo metterebbe nel più alto milionesimo di un percentile per la fiction), si tratterebbe soltanto di un centinaio di negoziazioni, di cui potrei tranquillamente occuparmi.

Odio il fatto che i fan che vogliono fare ciò che i lettori hanno sempre fatto vengano messi nella stessa situazione di tutti questi agenti e avvocati. E’ semplicemente stupido dire che una classe di una scuola elementare dovrebbe parlare con un avvocato di una gigantesca casa editrice globale prima che possano fare una recita basata su uno dei miei libri. E’ ridicolo che persone che vogliano “prestare” la loro copia elettronica di un mio libro ad un amico abbiano bisogno di una licenza per farlo. Prestare libri è qualcosa di più antico di qualsiasi casa editrice sulla Terra, ed è una buona cosa.

Le leggi sul copyright stanno venendo sempre più approvate senza un dibattito democratico. In Inghilterra, dove vivo, il Parlamento ha appena approvato il Digital Economy Act, una complessa legge per il copyright che permette ai giganti corporativi di disconnettere intere famiglie da Internet se uno qualsiasi dei loro membri è accusato (senza necessità di prove) di avere infranto il copyright; crea inoltre un “Grande Firewall d’Inghilterra”* che viene usato per censurare qualsiasi sito che non piaccia alle compagnie discografiche e cinematografiche. Questa legge è passata senza nessun serio dibattito pubblico nel Parlamento, fatta passare frettolosamente attraverso un processo tramite il quale i nostri rappresentanti eletti hanno tradito il pubblico per dare un grosso regalo ben impacchettato ai loro amici delle corporazioni.

E c’è di peggio: nel mondo, paesi ricchi come gli Stati Uniti, l’Europa e il Canada hanno negoziato un accordo segreto sul copyright chiamato “The Anti-Counterfeiting Trade Agreement” (ACTA), che ha tutti i problemi del Digital Economy Act e ve ne aggiunge alcuni. Il piano è arrivare a questo accordo in segreto, senza dibattito pubblico, per poi forzare i paesi più poveri a firmarlo minacciandoli di rifiutare loro la possibilità di vendere merci nei paesi ricchi a meno che non lo firmino a loro volta. Nell’America il piano è di passare tale trattato senza alcun dibattito nel Congresso, usando il potere esecutivo del Presidente. Nonostante tutto questo sia iniziato quando il presidente era Bush, l’amministrazione Obama ha continuato in questa direzione con grande entusiasmo.

Quindi se non stai violando la legge sul copyright ora, lo starai facendo presto. E le pene stanno per diventare molto peggiori. Essendo io una persona che usa il copyright per guadagnarsi da vivere, questo pensiero mi fa star male.

Quindi, in pratica, fregatevene. O, come l’ha messa il cantante, Wobbly e organizzatore di sindacato Woody Guthrie così eloquentemente:

“This song is Copyrighted in U.S., under Seal of Copyright #154085, for a period of 28 years, and anybody caught singin’ it without our permission, will be mighty good friends of ourn, cause we don’t give a dern. Publish it. Write it. Sing it. Swing to it. Yodel it. We wrote it, that’s all we wanted to do.”

“Il copyright di questa canzone è stata registrato negli Stati Uniti, con numero di Copyright 154085, per un periodo di 28 anni, e ogni persona che venga colta a cantarla senza permesso sarà un nostro ottimo amico, perché non ce ne importa niente. Pubblicatela. Scrivetela. Cantatela. Ballate alla sua musica, Cantatela sotto forma di yodel. Noi l’abbiamo scritta, ed è tutto ciò che volevamo fare.”

*NdT: espressione ripresa dal “Great Firewall of China“, la barriera telematica che blocca l’accesso dalla Cina alla maggior parte del Web. Tale nome deriva, a sua volta dalla Grande Muraglia Cinese.


DONAZIONI E QUALCHE PAROLA A INSEGNANTI E BIBLIOTECARI

Ogni volta che metto un libro online gratuitamente, ricevo e-mail di lettori che vogliono mandarmi delle donazioni per il libro. Apprezzo lo spirito generoso, ma non sono interessato in donazioni monetarie, perché le case editrici che mi pubblicano sono molto importanti per me. Contribuiscono incommensurabilmente al libro, lo migliorano, lo introducono a lettori che non potrei mai raggiungere, aiutandomi ad ottenere di più col mio lavoro. Non ho intenzione di tagliarli fuori dal giro.

Ma ci deve essere qualche buon sistema per rendere utile quella generosità, e credo di averlo trovato.

Questo è l’affare: ci sono un sacco di insegnanti e bibliotecari che desidererebbero dare nelle mani dei loro ragazzi copie cartacee di questo libro, ma non hanno il budget per farlo (gli insegnanti negli Stati Uniti spendono circa $1,200 ciascuno di tasca propria per le cose necessarie alle loro classi e che il loro budget non copre, motivo per il quale sponsorizzo una classe all’Ivanhoe Elementary nel mio vecchio quartiere a Los Angeles: potete voi stessi adottare una classe qui).

Ci sono persone generose che vogliono mandarmi del denaro per ringraziarmi per gli ebooks gratuiti.

Propongo di mettere in contatto questi due gruppi di persone.

Se sei un insegnante o un bibliotecario e vuoi una copia gratuita di For the Win [non è attualmente disponibile una traduzione in italiano, NdT], scrivi un’e-mail a freeftwbook@gmail.com con il tuo nome e il nome e l’indirizzo della tua scuola. Verrà pubblicato su http://craphound.com/ftw/donate/ dalla mia fantastica assistente, Olga Nunes, così che i potenziali donatori possano vederlo.

Se ti è piaciuta l’edizione elettronica di For the Win e vuoi donare qualcosa per ringraziare, vai su http://craphound.com/ftw/donate/ e trova un insegnante o un bibliotecario che vuoi supportare. Poi va su Amazon, BN.com, o il tuo rivenditore preferito di libri e ordina una copia per quella classe, quindi spedisci per e-mail una copia della ricevuta (sentiti libero di cancellare il tuo indirizzo o qualsiasi informazione personale prima di inviarla) a  freeftwbook@gmail.com così che Olga possa segnare quella copia come inviata. Se non vuoi venire ringraziato pubblicamente per la tua generosità, faccelo sapere e ti manterremo anonimo, altrimenti ti ringrazieremo nella pagina delle donazioni.

Ormai ho fatto questo con tre dei miei libri, e fatto arrivare più di mille libri nelle mani di lettori grazie alla vostra generosità. Sono più grato di quanto possa esprimere per questo — uno dei miei lettori l’ha chiamato “ripagare i tuoi debiti con una gratificazione istantanea”. E’ una cosa stupenda, non trovate?


SULLE DEDICHE ALLE LIBRERIE

Molte scene in questo documento sono state dedicate a delle librerie: librerie che amo, librerie che mi hanno aiutato a scoprire libri che mi hanno aperto la mente, librerie che mi hanno aiutato nella mia carriera. Le librerie citate non mi pagano per queste dediche — non ho nemmeno detto loro che le avrei fatte — ma mi sembra la cosa giusta da fare. Dopo tutto, spero che leggerete questo ebook e deciderete di comprarne una copia cartacea, quindi ha senso suggerirvi un po’ di posti in cui potete farlo!


Dedica:

For Poesy: Live as though it were the early days of a better nation.


Parte I: I giocatori e i loro giochi, i lavoratori e il loro lavoro

Scena 1

Questa scena è dedicata al BakkaPhoenix Books a Toronto, Canada. Bakka è la più antica libreria specializzata in fantasceinza del mondo e ha fatto di me il mutante che sono oggi. Sono entrato lì per la prima volta quando avevo 10 anni e ho chiesto qualche consiglio. Tanya Huff (si, la Tanya Huff, ma all’epoca non era una scrittrice famosa!) mi portò sul retro nella sezione dell’usato e mise nelle mie mani una copia di “Little Fuzzy” di H. Beam Piper, cambiando la mia vita per sempre. A 18 lavoravo da Bakka – presi il lavoro di Tanya quando lei si ritirò per scrivere a tempo pieno – e imparai lezioni che mi sono servite tutta la vita riguardo al come e al perché la gente compra libri. Penso che ogni scrittore dovrebbe lavorare in una libreria (e un sacco di scrittori hanno lavorato al Bakka negli anni! Per il trentesimo anniversario della libreria pubblicarono una antologia di storie di scrittori del Bakka che includeva lavori di Michelle Sagara (conosciuta come Michelle West), Tanya Huff, Nalo Hopkinson, Tara Tallan -e me!)

BakkaPhoenix Books: 697 Queen Street West, Toronto ON Canada M6J1E6, +1 416 963 9993

Dentro al gioco, i personaggi di Matthew uccidevano mostri, come facevano ogni notte. Ma stanotte, mentre Matthew, pensoso, afferrava con le bacchette un involtino dal suo guscio di polistirene, lo immergeva nella salsa piccante e se lo cacciava in bocca, la sua piccola squadra stava facendo qualcosa di straordinario: aveva iniziato a vincere.

C’erano otto monitor sulla scrivania, disposti in due file da quattro, quella superiore poggiata su uno scaffale che aveva comprato dal robivecchi di una vecchia signora, di fronte al mercato di Dongmen. Lei gli aveva anche venduto i monitor, scuotendo la testa all’idiozia di lui: in un’epoca in cui tutti volevano schermi a 30 pollici, perché voleva questa collezione di minuscoli display a 9 pollici?

Così che potessero tutti stare sulla sua scrivania.

Non molte persone potevano giocare simultaneamente con otto account diversi di Svartalfaheim Warriors. Per prima cosa la Coca Cola (proprietaria del gioco), aveva impiegato un sacco di programmatori per prevenire che più di un gioco potesse girare su di un singolo PC, così dovevi in qualche modo avere otto PC in una sola scrivania, e sulla stessa avere otto tastiere, otto mouse e abbastanza spazio per gli involtini, un portacenere, una pila di fumetti indiani, quella stupida ascia da guerra che Ping gli aveva dato, i suoi blocnotes e il sui album per gli schizzi, il suo portatile e…

Era una scrivania affollata

Ed era rumorosa. Aveva posizionato otto paia di altoparlanti a poco prezzo, ciascun paio incollato al proprio monitor, aveva abbassato il volume in maniera che ne venisse fuori il normale ronzio di Svartalfaheim — il cozzare delle asce, il ruggito dei giganti del ghiaccio, la musica soprannaturale degli elfi neri (che suonava un sacco come quelle demo di programmi per tastiere elettriche che sua madre aveva fabbricato per tutta la sua vita). Ora stavano tutti emettendo il rumore dei casinò, il rumore della paga, mentre il suo raid[1] iniziava a ripulire il tutto. I gold riempivano i loro account. I suoi personaggi erano dei troll — in Svartalfaheim le fazioni erano elfi contro troll, anche se c’era un’espansione che permetteva di giocare gli elfi chiari e un qualche genere di albero semovente — ed aveva appena concluso un dungeon istanziato che era il covo di un principe minore degli elfi scuri. Il covo era solo di difficoltà media, con un sacco di mostri da poco all’inizio, poi qualche gruppo di carne da cannone degli elfi scuri da buttar giù, qualche trappola, poi il boss di fine livello, un mago che doveva essere buttato giù dagli spell-caster del party di Matthew mentre i guaritori li curavano e i tank[1] uccidevano qualsiasi cosa cercava di attaccarli.

Fin qui tutto bene. Matthew aveva attraversato e mappato il dungeon nella sua seconda nottata in quel mondo, una run veloce che mostrava che poteva aspettarsi di fare 400 gold in circa 20 minuti, che era un pessimo modo di guadagnarsi da vivere. Ma Matthew prendeva degli ottimi appunti, e fra i suoi appunti c’era il fatto che l’ultimo gruppo di guardie aveva droppato un po’ di mareridtbane, che era un reagente necessario per il potente incantesimo Living Nightmare nella nuova espansione. C’erano giocatori in tutta la Germania, la Svizzera e la Danimarca che stavano comprando piante di mareridtbane a 800 gold l’una. La sua run iniziale gli aveva procurato cinque di queste piante. Ciò portava il guadagno totale che ci si poteva aspettare dal dungeon a 4.400 gold in 20 minuti, quindi 13.200 gold all’ora — il che, al valore odierno, voleva dire circa 30$, o 285 Renminbi.

Il che era — ci pensò un secondo — più di 71 ciotole di involtini.

Jackpot.

Le sue mani volarono sui mouse, prendendo il controllo diretto della squadra. Adesso avrebbe lavorato per trovare il percorso ottimale nel dungeon, poi sarebbe andato all’Internet Cafè Houda per vedere chi avrebbe potuto trovare per fare delle run con lui. Con un po’ di fortuna poteva fare — i suoi occhi guardarono verso l’alto  mentre pensava nuovamente — un milione di gold sfruttando il dungeon se fosse riuscito a convincere tutto l’Internet Cafè a lavorarci. Avrebbero venduto i gold man mano che lo producevano, e prima che gli amministratori di sistema della Coca Cola si fossero accorti che c’era qualcosa di sbagliato, avrebbero ricavato quasi 3000$ dal gioco. Questo era l’affitto di un anno, per il lavoro di una notte. Le sue mani tremarono mentre apriva il blocco per appunti su una nuova pagina e iniziava a scrivere con la mano sinistra mentre con la destra si lavorava il gioco.

Stava per chiudere il blocco per appunti e andare all’Internet Cafè– doveva procurarsi degli involtini strada facendo, poteva fermarsi per prenderli? Aveva i soldi per permetterseli? Ma aveva bisogno di mangiare. E di caffè. Litri di caffè — quando la porta si aprì di schianto, sbattendo contro il muro prima di rimbalzare indietro ed essere nuovamente aperta con un calcio, lasciando entrare la fredda luce fluorescente dell’esterno nella piccola caverna che era la sua stanza. Tre uomini entrarono nella sua stanza chiudendo la porta dietro di sé, riportando l’oscurità. Uno di loro trovò l’interruttore della luce e lo premette un paio di volte senza sortire alcun effetto, poi bestemmiò in mandarino e colpì con un pugno Matthew sull’orecchio così forte che gli fece ruotare la testa, facendola sbattere sulla scrivania. Il dolore fu accecante, bruciante, improvviso.

“Luce” comandò uno degli uomini, e la sua voce raggiunse Matthew attraverso il fischio acuto che sentiva nell’orecchio colpito. Impacciatamente, cercò a tentoni la lampada da scrivania dietro i fumetti indiani e la fece cadere. Uno degli uomini la prese e l’accese, puntandola dritta contro la faccia di Matthew, facendogli dolere gli occhi.

“Sei stato avvertito” disse l’uomo che l’aveva colpito. Matthew non poteva vederlo, ma non ne aveva bisogno. Riconosceva la voce, l’inconfondibile accento di Wenjhou, quasi impossibile da comprendere. “Ora, un altro avvertimento”. Ci fu il suono di un manganello telescopico che veniva aperto e Matthew si scostò, cercando di alzare le braccia a fare scudo alla testa prima che l’arma colpisse. Ma gli altri due ormai lo stavano tenendo fermo e il manganello fischiò accanto al suo orecchio.

Ma non gli ruppe la mascella, né l’osso del collo. Fu invece lo schermo dietro di lui che distrusse, mandando ovunque piccoli, taglienti frammenti di vetro in una nuvola che sembrava espandersi al rallentatore, colpendo la sua faccia e le sue mani. Un altro schermo fu colpito. E un altro. E un altro. Uno dopo l’altro l’uomo distrusse spassionatamente tutti gli otto schermi, emettendo piccoli grugniti da fumatore mentre lavorava. Quindi, con un grugnito più forte, afferrò uno degli scaffali e lo inclinò di lato facendo precipitare ciò che rimaneva dei monitor, che nella loro caduta trascinarono i fumetti, il contenitore del cibo, il posacenere, ogni cosa, prima sul tavolo e poi sul pavimento, con un fragore forte come una partita di baseball in una vetreria.

Matthew sentì le mani sulle sue spalle stringere più forte e venne sollevato dalla sua sedia e messo di fronte all’uomo dal forte accento, l’uomo che aveva lavorato come supervisore alla fabbrica di Mr Wing, quasi sempre silenzioso. Ma quando parlava, tutti sobbalzavano, senza mai sapere se la sua rabbia sarebbe esplosa, se qualcuno di loro sarebbe volato a terra per poi tornare al dormitorio, quella sera, pieno di lividi e tagli, a volte piangendo nella notte chiamando i nomi dei genitori lasciati nelle provincie.

La faccia dell’uomo adesso era calma, come se la violenza contro le macchine avesse appagato quell’inappagabile prurito che gli faceva serrare e aprire i pugni tutto il tempo. “Matthew, Mr Wing vuole che tu sappia che pensa a te come a un figlio capriccioso, e non ce l’ha con te. Sei sempre il benvenuto a casa sua. Tutto ciò che devi fare è chiedere il suo perdono, e ti sarà dato.” Era il discorso più lungo che Matthew gli aveva sentito fare, ed era carico di sorprendente tenerezza, così che fu una davvero una sorpresa quando l’uomo spinse il ginocchio contro le palle di Matthew, così forte da fargli vedere le stelle.

Le mani lo rilasciarono e lui cadde a terra, sentendo uno strano suono che realizzò dopo un momento essere la sua voce. Era a malapena cosciente degli uomini che si muovevano nella sua piccola stanza mentre boccheggiava come un pesce, cercando di portare aria ai polmoni, abbastanza aria per urlare all’incredibile dolore che si irraggiava dal suo inguine.

Ma sentì l’orribile rumore elettrico degli uomini che fulminavano con un taser il case che conteneva i suoi computer, otto schede separate, incastrate in un scatola metallica che aveva comprato dalla stessa vecchia signora. L’odore di ozono che seguì lo rispedì con la memoria al piccolo appartamento di suo nonno, l’odore della polvere che si bruciava sulla piccola stufa elettrica che l’uomo accendeva solo quando lui andava a visitarlo. Li sentì raccogliere i suoi appunti e colpire duramente il case del PC e infine tirarsi dietro la porta distrutta mentre uscivano. La luce della lampada da scrivania disegnava un folle ovale sul soffitto che Matthew osservò a lungo prima di alzarsi in piedi, gemendo al dolore nei suoi testicoli.

Mentre zoppicava fuori nella notte, vide la guardia notturna dall’altro lato del corridoio. Era soltanto un ragazzo, persino più giovane di Matthew — sedici anni, in un’uniforme che era di due taglie troppo grande per il suo torso emaciato, e un cappello che gli ricadeva in continuazione sugli occhi, così che doveva guardarti da sotto la visiera come un bambino che stesse indossando il cappello del padre.

“Sei OK?” disse il ragazzo. I suoi occhi erano spalancati, la sua faccia pallida.

Matthew si tastò il corpo, trasalendo al dolore nel suo orecchio e a quello acuto del collo.

“Penso di sì”, disse.

“Dovrai pagare la porta”, disse la guardia

“Grazie”, disse Matthew. “Grazie mille.”

“E’ OK”, disse il ragazzo. “E’ il mio lavoro.”

Matthew stringeva e riapriva i pugni mentre usciva nella notte di Shenzhen, zoppicando sotto le stelle e verso la luce al neon. Era quasi mezzanotte, ma Jiabin Road era ancora invasa da musica, cibo, venditori ambulanti e bagarini, vecchie signore che davano la caccia agli stranieri lungo la strada, tirando le loro vesti e offrendo loro, in inglese, “splendide giovani ragazze”. Non sapeva dove stava andando, quindi si limitò a camminare, veloce quanto poteva, cercando di scrollarsi di dosso con quella camminata l’enormità della sua perdita. Non era costato molto costruire i computer della sua stanza, ma non aveva molto con cui iniziare. Erano stati quasi tutto ciò che possedeva, escludendo i fumetti, pochi vestiti — e l’ascia da guerra. Oh, l’ascia da guerra. Fantasticò di averla presa, facendola roteare come se fosse stato un elfo oscuro, e di sentire il sibilo della lama mentre questa tagliava l’area e il colpo carnoso mentre colpiva gli uomini.

Sapeva che era ridicolo. Non faceva a botte da quando aveva dieci anni. Era stato vegetariano fino all’anno precedente! Non avrebbe mai colpito qualcuno con un’ascia da guerra. Era inutile quanto lo erano i suoi computer distrutti.

Gradualmente, rallentò il passo. Ora era al di fuori dell’area centrale intorno alla stazione dei treni, nell’anello esterno del centro città, in una strada buia e tranquilla. Si appoggiò alle saracinesche di acciaio di una drogheria e mise le mani ai fianchi, lasciando dondolare la testa dolorante.

Il padre di Matthew era stato strano rispetto ai suoi amici: era un Cantonese che aveva avuto successo nella nuova Shenzen. Quando il premier Deng aveva cambiato le leggi così che il Delta del Fiume delle Perle diventasse la fabbrica del mondo, la provincia ancestrale della sua famiglia si era riempita, dal giorno alla notte, di gente delle province. Erano “saltati nel mare” — avevano abbandonato i sicuri lavori governativi nelle fabbriche per cercare la loro fortuna qui nel sud della costa cinese — e tutto era cambiato per la famiglia di Matthew. Suo nonno, un prete cristiano che era stato mandato ai campi di lavoro durante la Rivoluzione Culturale, non si era mai adattato al cambiamento, un problema che colpiva molti dei nativi cantonesi, che sembravano rimanere fermi mentre gli stranieri li superavano in corsa per diventare ricchi e potenti.

Ma non il padre di Matthew. L’uomo aveva iniziato come autista per il boss di una fabbrica di scarpe, imparando a guidare sul lavoro, arrivando vicino a distruggere l’auto più di una volta, anche se al padrone non sembrava interessare. Dopotutto, non era mai stato portato in macchina prima di arrivare nella grande Shenzen. Ma ebbe la sua opportunità quando l’uomo che preparava gli schemi per tagliare le pelli per fare le scarpe si ammalò,  bloccando tutta la produzione mentre le ragazze che lavoravano sulla linea discutevano su quale fosse la migliore maniera di tagliare il cuoio per un ordine appena arrivato.

Il padre di Matthew adorava raccontare questa storia. Aveva sentito discutere l’argomento ampiamente per tutta una giornata, mentre la produzione andava a rilento e si era seduto sulla sua sedia e pensato, pensato, e poi si era alzato ed aveva chiuso i suoi occhi, visualizzando la calma dell’oceano fino a che il tuonare del suo cuore era rallentato per tornare al suo ritmo normale. Poi era entrato nell’ufficio del proprietario e aveva detto “Boss, posso mostrarti come tagliare quelle pelli”.

Non era un compito semplice. Le pelli erano tutte di forme leggermente diverse — le mucche non sono identiche, dopotutto — e alcune parti erano più pregiate di altre. La scarpa, un mocassino italiano, aveva bisogno di sei pezzi diversi per ogni lato, e solo alcuni di essi erano visibili. Le parti che erano all’interno della scarpa non dovevano essere per forza del cuoio migliore, ma quelle all’esterno si. Tutte queste cose il padre di Matthew le aveva assorbite sedendo nella sua sedia e ascoltando le discussioni. Aveva sempre amato disegnare, ed aveva una buona testa per lo spazio e il design.

E prima che il suo capo potesse buttarlo fuori dall’ufficio, prese il coraggio e afferrò una penna dalla scrivania e tirò fuori un pacchetto di sigarette vuoto accartocciato nel cestino — costose sigarette straniere, utilizzate da tutti i proprietari di fabbrica per mostrare la propria ricchezza — lo strappò aprendolo del tutto e disegnò una pelle di mucca, mostrando poi velocemente come le scarpe potevano essere ricavate dalla pelle con uno spreco minimo, un disegno che avrebbe tirato fuori dieci paia di scarpe per singola pelle.

“Dieci?” disse il capo.

“Dieci”, disse orgogliosamente il padre di Matthew. Sapeva che il meglio che Mastro Yu, il tagliatore regolare, aveva mai ottenuto erano nove. “Undici, se si usa una pelle grande, o se si fanno scarpe piccole.”

“Puoi fare questi tagli?”.

Ora, prima di quel giorno, il padre di Matthew non aveva mai tagliato il cuoio in tutta la sua vita e non aveva idea di come tagliare il flessibile cuoio che veniva dal conciatore. Ma quella mattina si era alzato due ore prima del solito, prima che chiunque altro fosse sveglio, e aveva preso la sua giacca di cuoio, un regalo di suo padre per il suo diploma, che lui aveva tenuto con cura per dieci anni, aveva preso il più affilato coltello della cucina e aveva tagliuzzato in striscioline la giacca, facendo pratica finché non era stato in grado di tagliare con il coltello il cuoio negli stessi affidabili, efficienti archi che i suoi occhi e la sua mente potevano tracciare su di esso.

“Posso provare”, disse, con modestia. Era nervoso per questa sua audacia. Il suo capo non era una brava persona, e aveva licenziato molti impiegati per insubordinazione. Se avesse licenziato il padre di Matthew, questi si sarebbe ritrovato senza lavoro e senza giacca. Inoltre presto avrebbe dovuto pagare l’affitto, e la famiglia non aveva risparmi.

Il capo lo guardò, guardò lo schizzo “Ok, prova.”

E quello fu il giorno in cui il padre di Matthew smise di essere l’Autista Fong e divenne Mastro Fong, junior cutter all’Infinite Quality Shoe Factory. Meno di un anno più tardi era a capo dei tagliatori, e la sua famiglia prosperava.

Matthew aveva sentito questa storia così tante volte crescendo che era in grado di recitarla parola per parola con suo padre. Era più che una storia: era la leggenda di famiglia, più importante di ogni lezione di storia imparata a scuola. E per quando riguarda le storie, era una buona storia, ma Matthew era determinato a far sì che nella sua vita vi fosse una storia ancora migliore. Matthew non sarebbe stato il secondo Mastro Fong. Sarebbe stato il Boss Fong, il primo, un uomo con una sua propria fabbrica, una sua propria fortuna.

E come suo padre, Matthew aveva un dono.

Come suo padre, Matthew poteva guardare un certo genere di problema e vedere la soluzione. E i problemi che Matthew poteva risolvere riguardavano uccidere mostri e prenderne il loro gold e i loro oggetti di valore, meglio e più efficientemente di ogni altro che avesse incontrato o di cui avesse sentito parlare.

Matthew era un gold farmer, ma non semplicemente uno di quei tipi che vengono avvicinati dal proprietario di un Internet Cafè che gli offriva sette o otto RMB per continuare a giocare, dando tutti i gold che vincevano al loro capo, che li avrebbe poi venduti con qualche misteriosa procedura. Matthew era Mastro Fong, il gold farmer che poteva fare una singola run di un dungeon e dirti esattamente il modo corretto di farne una seconda per ottenere la massima quantità di gold nel minor tempo possibile. Dove un normale farmer faceva 50 gold in un’ora, Matthew poteva farne 500. E se guardavi Matthew giocare, potevi farlo anche tu.

Mr Wing aveva riconosciuto rapidamente il talento di Matthew. A Mr Wing non piacevano i giochi, non gliene importava niente delle leggende dell’Islanda, Inghilterra, India o Giappone.  Ma Mr Wing sapeva come far lavorare i ragazzi. Mostrava quanto avevano prodotto durante la giornata su grandi cartelloni ad entrambi i capi della fabbrica, curava i migliori con banchetti abbondanti e party baijiu in stanze private del suo karaoke club pieni di belle ragazze. Matthew ricordava quelle sere come attraverso una nebbia: una ragazza alla sua destra e una alla sua sinistra, su un sofà, premute contro di lui, il loro profumo nel suo naso, riempiendoli il bicchiere mentre Mr Wing  brindava a lui come a un eroe, descrivendo i suoi successi. Le ragazze facevano “ooh” e “aah” e si stringevano più forte a lui. Mr Wing rideva sempre di lui il giorno seguente, perché perdeva sempre i sensi prima di potere andare con una delle ragazze in una stanza ancor più privata.

Mr Wing si accertava del fatto che tutti gli altri ragazzi sapessero di questo suo fallimento, si accertava che prendessero in giro “Mastro Fong” per la sua impossibilità di reggere l’alcool, la sua timidezza con le ragazze. E Matthew si rendeva perfettamente conto di cosa stava facendo il Boss Wing: mostrava Matthew come un eroe, al di sopra dei suoi amici, e poi si accertava che quegli stessi amici sapessero che non era così tanto un eroe, che poteva essere superato. E così tutti loro farmavano[1] gold più duramente, per più ore, mangiando involtini ai loro computer e gridando l’un l’altro da sopra gli schemi fino a tarda notte, nella nebbia prodotta dalle sigarette.

Le ore erano diventate giorni, i giorni erano diventati mesi, e un giorno Matthew si era svegliato nel dormitorio pieno di scoregge e gente che russava e l’odore di 20 giovani uomini in una stanza troppo piccola e aveva realizzato che ne aveva avuto abbastanza di lavorare per il Boss Wing. Questo fu quando decise che sarebbe stato il capo di se stesso. Questo fu quando decise di diventare il Boss Fong.

Scena 2

Questa scena è dedicata ad Amazon.com, la più grande libreria on-line del mondo. Amazon è fantastica — un “negozio” dove puoi trovare praticamente ogni libro che sia mai stato pubblicato (insieme a praticamente qualsiasi altra cosa, dai computer alle grattuge per formaggio), dove le raccomandazioni sono state elevate ad un’arte, dove i clienti possono comunicare direttamente gli uni con gli altri, dove vengono inventate costantemente nuovi e migliori metodi per connettere i libri con i lettori. Amazon mi ha sempre trattato come se fossi d’oro — il fondatore, Jeff Bezos, ha persino postato una reader-review per il mio primo libro! — e ci faccio una quantità di acquisti folle (guardando alla mia spreadsheet, sembra che io compri qualcosa da Amazon approssimativamente ogni sei giorni). Amazon sta reinventando il significato di essere una libreria nel ventunesimo secolo e non posso immaginare un miglior gruppo di persone per fare ciò.

Amazon

Wei-Dong Rosenberg si svegliò un minuto prima che la sua sveglia suonasse, con i numeri luminosi che segnavano le 12:59. L’una del mattino a Los Angeles, le sei del pomeriggio in Cina, ed era ora di andare a raidare.

Si sfregò gli occhi per svegliarsi e si arrampicò fuori dal suo stretto letto — sua madre ci continuava a mettere le dannate lenzuola di Spongebob, così ci aveva disegnato sopra barbe, corna e sigarette con un pennarello indelebile — e attraversò silenziosamente la stanza fino al suo zainetto scolastico per recuperare il suo portatile, poi tastò la scrivania per prendere la piccola cuffia Bluetooth, infilandosela nell’orecchio.

Fece una pila di cuscini contro la testiera del letto e si sedette a gambe incrociate contro di essi, aprendo il portatile e accendendo il suo gamespy, cercando i suoi amici a Shenzhen. Mentre lo schermo si riempiva con i nomi e i giochi in cui poteva trovarli sorrise a se stesso. Era il momento di giocare.

In tre click fu in Savage Wonderland, spawnando sul suo cavallo a orologeria con la spada in mano, in mezzo al giardino di fiori parlanti e sussurranti, pronto alla battaglia. Ed ecco i suoi amici, cavalcando al suo fianco, le cavalcature a orologeria che sbuffavano e brucavano, in attesa della battaglia.

“Ni hao!” disse nel microfono, con un sussurro forte quanto poteva permettersi. Suo padre aveva un problema di vescica che lo costringeva ad alzarsi più volte durante la notte e non dormiva mai profondamente. Wei-Dong non poteva permettersi di venire scoperto. Se i suoi genitori lo avessero trovato a giocare un’altra volta, gli avrebbero preso il computer. Lo avrebbero incastrato. Lo avrebbero mandato ad un’accademia militare di quelle in cui ti rasavano e venivi picchiato nelle docce, perché forgiava il carattere. Era stato minacciato di tutte queste cose ed altre, e tutte lo avevano impressionato.

Non abbastanza per fargli smettere di giocare nel bel mezzo della notte, ovviamente.

“Ni hao!” disse nuovamente. Ci fu una risata, lontana e distorta dal rimescolio del network.

“Ciao, Leonard” disse Ping “stai imparando bene il cinese, vedo” Ping continuava a chiamarlo Leonard, ma almeno adesso gli stava parlando in mandarino, che era un grande miglioramento. Ai ragazzi normalmente piaceva esercitare il proprio inglese con lui, il che voleva dire che lui non poteva esercitare il proprio cinese con loro.

“Faccio pratica”, disse.

Risero di nuovo e seppe che aveva sbagliato qualcosa. L’intonazione. La sbagliava sempre. Diceva “Aggrerò questi demoni, tu buffa il chierico”[1] e veniva fuori “Sono una ciotola di noodles, ho delle belle ciglia”. Ma stava migliorando. Quando sarebbe andato in Cina avrebbe già padroneggiato il cinese.

“Raidiamo?” disse.

“Si!” disse Ping, e gli altri concordarono. “Dobbiamo soltanto aspettare il gweilo”. Wei-Dong adorava il fatto di non essere più lui il gweilo. Gweilo voleva dire “demonio straniero” e, tecnicamente, aveva tutte le qualifiche per esserlo. Ma era uno dei membri del raid adesso, e i gweilo erano i clienti paganti che distribuivano dollari, euro, rupie o sterline per giocare con loro.

Ecco il gweilo. Potevi capire che era lui dal fatto che guidava male il suo cavallo, facendolo uscire fuori dal sentiero e finire nella fremente morsa delle piante viventi, dovendosi fermare in continuazione per tagliare i viticci che lo afferravano. Dopo aver guardato questo spettacolo per un minuto o due, Wi-Dong cavalcò versò di lui e lanciò un incantesimo di protezione su entrambi, e i viticci si contorsero al di fuori della sfera rossa che ora circondava entrambi.

“Grazie”, disse il gweilo.

“Nessun problema”, rispose lui.

“Woah, parli inglese?” Il gweilo aveva un forte accento del New Jersey.

“Un poco”, disse Wei-Dong, con un sorriso. Meglio di te, pivellino, pensò.

“Ok, andiamo”, disse il gweilo, e il resto del party li raggiunse.

Il gweilo li aveva pagati per raidare l’istanza The Walru’s Garden (Il giardino del leone marino), un dungeon sottomarino piuttosto difficile in cui si potevano trovare alcuni tesori veramente buoni — ingredienti per le pozioni, alcune ottime armi, e, ovviamente, un sacco di gold. C’erano un paio di oggetti di prestigio che droppavano lì, anche se raramente — potevi ottenere una spada vorpal e un elmo se eri molto fortunato. L’accordo era questo: il gweilo li pagava perché facessero l’istanza con lui e lui poteva starsene semplicemente in disparte lasciando che loro facessero tutto il lavoro pesante, ma si sarebbe fatto avanti per dare il colpo di grazia ad ogni grosso boss, così da poter prendere i punti esperienza. Si sarebbe tenuto il gold, le armi, gli oggetti di prestigio, tutto — e tutto questo per il bassissimo prezzi di 75$. I raider ottenevano i soldi, il gweilo livellava velocemente e raccoglieva tonnellate di tesoro.

Wei-Dong molto spesso si chiedeva che genere di persona potesse pagare degli estranei perché lo aiutassero ad avanzare in un gioco… La ragione tipica che i gweilo fornivano era che volevano giocare con i loro amici, e che i loro amici erano tutti molto più avanti nel gioco di loro. Ma Wei-Dong aveva iniziato a giocare a diversi giochi dopo i suoi amici e, essendo il niubbo nel suo piccolo gruppo, aveva semplicemente chiesto loro di portarlo a raidare con loro, aiutandolo fino a che avesse raggiunto il loro stesso livello. Quindi se questo gweilo aveva tutti questi amici nel gioco e voleva livellare velocemente per raggiungerli, perché non poteva farsi aiutare da loro, con i loro personaggi di alto livello? Perché stava pagando i raider?

Wei-Dong supponeva che fosse perché il ragazzo non aveva amici.

Dio santo, avete visto quello?” Era almeno la decima volta in quei dieci minuti di marcia lungo la costa che il tipo ripeteva questa frase. Questa volta era il té, uno scontro perpetuo di posate che fischiavano volando in aria, sedie selvagge che vagavano in branchi, dando la caccia a giocatori sfortunati che si avvicinavano troppo, e una puzzle mostruosamente difficile in cui tu dovevi raccogliere e disporre le porcellane in un certo modo, stordendo ogni pezzo in maniera tale che non se ne strisciasse via prima che tu avessi finito. Era piuttosto figo, Wei-Dong doveva ammetterlo (aveva risolto il puzzle in due giornate di duro gioco e aveva ottenuto per i suoi sforzi una teiera che poteva utilizzare per evocare dei geni nei momenti di grande bisogno). Ma il gweilo si stava comportando come se non avesse mai visto grafica per computer nella sua vita.

Continuarono a cavalcare, chiacchierando in cinese in un canale privato. Il più delle volte parlavano troppo velocemente perché Wei-Dong potesse capire, ma riusciva a comprendere il nocciolo del discorso. Stavano parlando di lavoro, i raid che avevano programmato per il resto della notte, il boss e le sue stupide regole, il denaro e ciò che ne avrebbero fatto. Ragazze. Parlavano sempre di ragazze.

Alla fine arrivarono sulla spiaggia e Wei-Donf lanciò la Sacca d’Aria della Regina Rossa, usando, nel farlo, i suoi ultimi gusci d’ostrica. Smontarono tutti da cavallo, agitando comicamente le loro branchie mente si immergevano nell’acqua (“Dio santo” disse il gweilo).

The Walrus’s Garden era un raid infido, perché era totalmente diverso ogni volta che lo attraversavi, col terreno che si rigenerava diversamente per ogni party. Come spellcaster, il lavoro di Wei-Dong consisteva nel mantenere illuminata la zona e garantire che ci fosse sempre aria, così che, qualsiasi cosa arrivasse, sarebbero stati in grado di vederla in tempo per prepararsi e sconfiggerla. Prima ci furono i polipi, risalendo del fondale con uno sbuffo di sabbia, nuotando verso di loro. Lu, il tank, si posizionò fra il party e i polipi e, dopo averli colpiti con un paio di missili per aggrarli[1], si immobilizzò completamente lasciando che, uno dopo l’altro, lo intrappolassero completamente nei loro tentacoli, stritolando. Nelle loro facce si vedeva un’espressione di pura malvagità.

Una volta che avvolsero completamente il tank, il resto del party li attaccò, tutti e quattro sguainando le spade con acquoso clang. Wei-Dong teneva sotto controllo i punti ferita del tank e lanciava i suoi sortilegi di cura quando necessario. Quando entrambi i polipi furono vicini alla morte, i raider si allontanarono e Wei-Dong sibilò nel suo microfono, “Finiscili!”. Il gweilo avanzò impacciato verso le due bestie, me alla fine si mosse in maniera efficace per dar loro il colpo di grazia.

“Questo era incredibili” disse il gweilo. “Totalmente ganzo! Come faceva quel tipo ad assorbire tutto quel danno?”

“E’ un tank”, disse Wei-Dong “Classe combattente, armatura pesante. Un sacco di buff[1]. E io lo stavo guarendo durante tutto lo scontro”.

“Io sono di una classe combattente, vero?”

Non lo sai? Questo ragazzo aveva molto più denaro che cervello, questo era certo.

“Ho appena iniziato a giocare. Non sono un granché di giocatore. Ma sai, tutti i miei amici…”

Lo so, pensò Wei-Dong. Tutti i ragazzi fighi che conosci stavano giocando a questo gioco, quindi hai deciso che dovevi fare come loro. Non hai nessun amico… ancora. Ma credi che un giorno ne avrai, se giochi “Certo”, disse “Limitati a starci vicino, stai andando bene. Sarai livellato prima di colazione”. Questo era un altro punto a sfavore del gweilo: aveva i soldi per pagare una sessione di power-levelling con la loro gilda, ma non aveva intenzione di pagare il prezzo maggiorato per farlo in un fuso orario americano. Questa era una buona notizia per il resto della gilda, certo — evitava che dovessero trovare un posto in cui raidare durante il giorno in Cina, quando gli Internet Café erano pieni di gente normale — ma voleva dire che Wei-Dong doveva stare sveglio nel mezzo della notte e poi trascinarsi stancamente a scuola il giorno seguente.

Non che non ne valesse la pena.

Ora erano fra le guglie e le cave del giardino, schivando le anguille e i granchi giganti che si affacciavano dai loro rifugi mentre passavano. Wei-Dong trovò alcuni gusci di ostrica e li prese di nascosto. Tecnicamente, era il gweilo che aveva il diritto di prenderli, ma servivano se doveva continuare a lanciare la Bolla d’Aria, cosa che forse avrebbe dovuto fare se continuavano ad andare a passo così lento. In ogni caso il gweilo non se ne accorse.

“Non sei in Cina, giusto?” chiese il gweilo.

“Non esattamente”, disse lui, guardando attraverso la finestra il cielo sopra la Contea di Orange, il più noioso codice postale della California.

“Dove siete, ragazzi?”

“Loro sono in Cina. Dove vivo io, puoi vedere lo show di fuochi di artificio di Disneyland ogni sera.”

“Dio santo“, disse il gweilo “Non hai niente di meglio da fare che aiutare qualche idiota a livellare nel bel mezzo della notte?”

“Suppongo di no”, disse lui. Dietro di lui si mescolavano le risate e le frasi in cinese del loro canale. Sorrise al sentirle.

“Intendo dire, diavolo, posso capire perché qualcuno in Cina si metta fare un lavoro di merda per 75 bigliettoni, ma se sei in America, amico, dovresti avere un po’ di orgoglio, e trovarti un lavoro vero”

“E perché qualcuno in Cina dovrebbe volere un lavoro di merda?” I ragazzi ora stavano ascoltando. Non parlavano bene inglese, ma lo conoscevano abbastanza da riuscire a capire la conversazione.

“Beh, perchè è la Cina ci sono miliardi di loro. Poveri come la sporcizia e ignoranti. Non li biasimo. Non puoi biasimarli. Non è colpa loro. Ma, diavolo, una volta che ti tiri fuori dalla Cina e arrivi in America dovresti comportarti come un americano. Noi non facciamo quel genere di lavoro.”

“Cosa ti fa pensare che vengo dalla Cina?”

“Non è così?”

“Sono nato qui. I miei genitori sono qui. I loro genitori sono nati qui. E i loro genitori sono venuti dalla Russia”

“Non sapevo che avessero cinesi in Russia”

Wei-Dong rise “Non sono un cinese, amico”

“Non lo sei? Beh, Dio Santo, allora scusa. Ho pensato tu lo fossi. Cosa sei, quindi, il boss o qualcosa del genere?”

Wei-Dong chiuse gli occhi e contò fino a dieci. Quando li riaprì, i carpentieri avevano nuotato fuori dal galeone affondato che stava sotto di loro, con le loro squadre e le loro seghe pronte. Si muovevano costruendo casse di legno e portali intorno a se, i quali agivano come barricate, e lavoravano velocemente. Sulla terraferma avresti potuto bruciare le loro assi, ma questo non funzionava sott’acqua. Una volta che ti rinchiudevano in una cassa, infilavano lunghi chiodi attraverso le assi che ti circondavano. Era una morte lenta e orribile.

Ovviamente, circondarono il gweilo in un attimo, e dovettero unirsi tutti per liberarlo. Xiang summonò il suo famiglio, un cinghiale, e Wei-Dong lanciò un sortilegio di Bolla d’Aria per esso. Il cinghiale si mise al lavoro, strappando le assi con le sue zanne. Quando infine i carpentieri riuscirono ad ucciderlo, si trasformò in un bebè e galleggiò, privo di vita, verso la superficie dell’oceano, accompagnato da un pianto spettrale. Savage Wonderlands poteva sembrare tutto risate, ma in realtà era molto macabro quando si arrivava alla sostanza, e i puzzle erano difficili e i boss più grossi erano molto difficili.

Parlando di boss: uccisero l’ultimo dei carpentieri e in quel momento una corrente disturbò il fondo marino, tirando su la sabbia che si riassestò dolcemente, rivelando la spada vorpal e l’armatura, incrostata di cirripedi. E il gweilo urlo e un gridolino e si tuffò impacciatamente, mentre tutti gli urlavano di fermarsi, di aspettare e poi…

E poi lui fece scattare la trappola che tutti loro sapevano essere lì.

E poi arrivarono i guai.

Il Ciciarampa aveva davvero occhi di fiamma, e faceva un suono gorgogliante, proprio come diceva il poema. Ma il Ciciarampa faceva molto di più che guardarti male ed eruttare. Il Ciciarampa era infame, assorbiva un sacco di danno, e ne faceva tanto quanto era possibile farne. Era veloce anche, più veloce dei carpentieri, così un attimo potevi essere dietro di lui e l’attimo dopo rotolare su se stesso — la sua coda come una frusta, distruggendo e sbalzando indietro qualsiasi cosa colpisse — e sarebbe stato girato verso di te, innalzandosi con i suoi affusolati artigli estratti, tirandosi sullo stretto torso. Le zanne che mordono, gli artigli che catturano — ed una volta che ti avevano catturato, il Ciciarampa ti avrebbe sbattuto contro la più dura superficie nella sua portata, facendoti una quantità incredibile di danni mentre ti dimenavi per cercare di liberarti. E il gorgoglio? Non era un vero gorgoglio, in realtà, quanto piuttosto il suono di carne attraverso un tritacarne, un suono disgustoso. Un suono sanguinoso.

La prima volta in cui Wei-Dong era riuscito ad uccidere un Ciciarampa — dopo un fine settimana filato di gioco — era collassato a letto e aveva fatto incubi su quel suono.

“Bel lavoro, idiota”, disse Wei-Dong mentre martellava sulla sua tastiera, cercando di far partire tutti i suoi incantesimi senza venire squartato dalla bestia da incubo davanti a loro. Aveva afferrato Lu e stava picchiandolo duramente, ma quello andava bene, era Lu, il suo lavoro era farsi picchiare. Wei-Dong lanciò i suoi sortilegi di cura su Lu mentre si allontanava a nuoto il più velocemente possibile.

“Questo non è giusto”, disse il gweilo. “Come diavolo avrei potuto sapere…”

“Non potevi. Non sapevi. Non sai. Questo è il punto. Questo è perché ci hai assunto. Ora dovremmo utilizzare tutti i nostri incantesimi e pozioni per combattere questa cosa — ” si interruppe per un secondo e colpì altri pulsanti ” — e ci vorranno giorni per riavere tutte queste cose, soltanto perché non potevi startene ad aspettare sul retro come avresti dovuto.”

“Non sopporto questo trattamento” disse il gweilo “sono un cliente, dannazione”

“Vuoi essere un cliente morto, amico?” disse Wei-Dong. Aveva a mala pena il tempo di parlare con i suoi compagni di gilda nel raid, ed era rimasto bloccato a parlare con questo stupido americano. Ora quello stava continuando a lamentarsi con lui. Gli fece venire voglia di lanciare il computer contro il muro. Visto cosa succedeva ad essere gentili?

Se il gweilo replicò, Wei-Dong non se ne accorse, perché il Ciciarampa stava veramente devastandoli. Aveva finito le pozioni e i sortilegi di cura e Lu non sarebbe durato ancora a lungo. Oh, merda. Ora aveva preso Ping negli artigli dell’altra zampa e stava distruggendogli l’armatura con una zanna aguzza, cercando di sbucciarlo come un frutto. Cliccò sui controlli della voice-chat e passò a sentire solo in canale Cinese, escludendo il gweilo.

Era un caos di veloci imprecazioni in slang cinese, mischiato con bestemmie prese da fumetti giapponesi e indiani. I ragazzi stavano tutti urlando, troppo veloci perché lui riuscisse a capire qualcosa di più che il senso generico delle cose.

C’era però Ping che lo chiamava “Leonard! Cure!”

“Le ho finite” disse, odiando come si stavano mettendo le cose “Ho usato tutto. Le cure le ho usate su Lu!”

“Quindi è così”, disse Ping “Siamo morti.” Tutti ulularono di frustrazione. Nonostante la situazione, Wei-Dong ghignò. “Pensate che prenoterà per un’altra volta, o dovremmo ridargli i suoi soldi?”

Wei-Dong non lo sapeva, ma aveva la sensazione che questo stronzo non sarebbe stato molto cooperativo se gli avessero detto che si era alzato nel mezzo della notte per niente. Anche se era colpa sua.

Respirò attraverso il naso e cercò di calmarsi. Erano quasi le due di notte adesso. Nella casa, intorno a lui, tutto era silenzioso, una automobile accese i motori da qualche parte nella distanza, ma la notte era così calma che il suono arrivò nella sua camera da letto.

“Ok,” disse “Ok, lasciatemi fare qualcosa”

Ogni gioco aveva una coppia di BFG, Big Friendly Gun (o almeno qualche tipo di Grossa Pistola), quasi impossibili da ottenere e quasi impossibili da resistere. In Savage Wonderland, erano anche quasi impossibili da ricaricare: il rarissimo archibugio mostruoso che avevi ottenuto dopo mesi a raccoglierne i singoli pezzi, sparava solo grossi carichi di posate affilate del Tea Party, e il solo raccoglierne abbastanza per un singolo colpo richiedeva otto o nove ore di gioco. Impossibile da ottenere — impossibile da caricare. Praticamente nessuno ne aveva uno.

Ma Wei-Dong lo aveva. Ignorando le urla nelle cuffie, indietreggiò fino al massimo raggio d’azione dell’archibugio e iniziò ad armarlo, un processo laborioso in cui doveva inserire tutte le posate nell’avancarica. “Portatemelo di fronte”, disse “Portatemelo di fronte, adesso!”

I suoi compagni di gilda potevano vedere cosa stava facendo e ora urlavano trionfanti, mentre i loro personaggi distraevano il Ciciarampa e lo portavano in posizione, per poi liberare la linea di fuoco. Tutto ciò che gli serviva era un… altro… secondo.

Premette il grilletto. Ci fu uno schiocco e un sibilo mentre la polvere iniziava a bruciare. Il suono fece girare la testa del Ciciarampa sul suo lungo collo serpentino. Lo guardò con i suoi occhi brucianti e lasciò cadere Ping e Lu nell’oceano. La polvere brillò… e si spense.

Cilecca!

Ohmerdaohmerdaohmerda, mormorò, picchiando, picchiando sui tasti la sequenza per riarmare l’archibugio, le sue dita velocissime sui pulsanti del mouse “Merdamerdamerdamerda”.

Il Ciciarampa sorrise e fece nuovamente quel suono di carne bagnata. Burble Burble, ragazzino, sto venendo per te. Era il suono dei suoi incubi, il suono dei suoi morenti sogni di eroismo. Il suono di chi ha sprecato una giornata di munizioni e una notte di gioco. Era un uomo morto.

Il Ciciarampa fece una di quelle inversioni su se stesso che gli erano tipiche. Le correnti colpirono Wei-Donf, facendolo dondolare da lato a lato. Corresse la mira, la corresse troppo, la corresse di nuovo, premette il pulsante per riarmare, il pulsante per sparare, il pulsante per riarmare, il pulsante per sparare…

Il Ciciarampa adesso era voltato verso di lui. Si innalzò all’indietro, flettendo gli artigli, chiudendo la mandibola. In un secondo sarebbe stato su di lui, lo avrebbe strappato in due e mangiato le sue interiore, in un secondo lui…

Crash! Il suono dell’archibugio fu come un’esplosione in un armadio pieno di stoviglie, un milione di colpi e di “clang” metallici mentre il mare veniva attraversato da un cono in rapida espansione di letali, urlanti pezzi di servizio da tavola in metallo.

Il Ciciarampa si dissolse, a pezzi in una sorta di fungo di carne, artigli e scaglie che si innalzava lentamente. Il lato sinistro della sua testa era stato strappato ed era finito verso Wei-Dong, rimbalzando sulla sabbia e poi adagiandovisi. L’acqua divenne rosa, poi rossa, e l’urlo di morte del Ciciarampa sembrò rimbalzare sull’acqua e ripetersi e ripetersi ancora. Era un suono fantastico.

I suoi compagni di gilda stavano impazzendo a undicimila chilometri di distanza, urlando il suo nome, e non era Leonard, ma Wei-Dong, inneggiandolo nel loro Internet Café a Jiabin Road in Shenzhen. Wei-Dong stava sorridendo ferocemente nella sua camera da letto, crogiolandosi in quel suono.

E quando l’acqua tornò limpida, ecco di nuovo la spada vorpal e l’elmo incrostati di cirripedi, appoggiati innocentemente sul fondo marino. Il gweilo — il gweilo, si era del tutto dimenticato del gweilo! — si mosse impacciatamente verso di essi.

“Non penso proprio”, disse Ping, in un inglese piuttosto buono. Il suo personaggio si mosse così velocemente che il gweilo probabilmente non lo vide neppure arrivare. La spada di Ping lo colpì e la testa del gweilo cadde sulla sabbia, con un’espressione stupida e tradita in volto.

“Cosa diav…”

Wei-Dong lo escluse dalla chat.

“Questo è il tuo bottino, fratello”, disse Ping. “Te lo sei meritato”

“Ma il denaro…”

“Possiamo fare soldi domani notte. That was a killer, dude“. era una delle frasi inglesi preferite da Ping, ed era il più grande complimento nella loro gilda. E ora aveva una spada vorpal e l’elmo. Era stata un’ottima nottata.

Riemersero sulla spiaggia ed evocarono nuovamente le loro cavalcature, tornando a cavallo nella sala della gilda, inneggiando tutta la strada e uccidendo l’occasionale bestia che si intrometteva senza molti problemi. I ragazzi non erano troppo tristi per il fatto di avere 75 bigliettoni in meno di quello che si aspettavano. Erano per prima cosa giocatori e solo secondariamente uomini d’affari. Ed era stato divertente.

E ora erano 2:30 e si sarebbe dovuto svegliare per andare a scuola nel giro di quattro ore e, vista l’emozione, sarebbe rimasto sveglio a letto per un bel po’. “Ok, devo andare, ragazzi” disse nel suo miglior Cinese. Loro lo salutarono e il canale della chat divenne silenzioso. Nell’improvviso silenzio nella sua stanza poté sentire il suo battito cardiaco risuonargli nelle orecchie. E un altro suono — dei passi sul pavimento davanti alla porta. E una mano sulla maniglia —

Merdamerdamerda

Riuscì a richiudere il portatile e tirarci sopra le lenzuola prima che la porta si aprisse, ma stava ancora tenendo la macchina sotto le lenzuola e lo sguardo di suo padre dalla porta gli disse che non stava fregando nessuno. Senza parole, continuando a fissarlo, suo padre attraversò la stanza e delicatamente rimosse la cuffia bluetooth dall’orecchio di Wei-Dong. Brillava di un blu accusatore, lampeggiando, cercando il portatile che ora stava dormendo sotto le lenzuola di Spongebob artisticamente decorate di Wei-Dong.

“Papà…” Cominciò.

“Leonard, sono le 2:30 del mattino. Non discuterò di questo con te adesso. Ma ne parleremo domani mattina. E poi avrai un lungo, lunghissimo tempo per pensarci in seguito.” Tirò via le lenzuola e prese il portatile dalle mani di Wei-Dong.

“Papà!” Disse, mentre suo padre usciva dalla stanza, ma quello non diede segno di averlo sentito prima di chiudere la porta della stanza in maniera ferma ed autoritaria.

Scena 3

Questa scena è dedicata alla Borderland Books, la magnifica libreria indipendente dedicata alla fantascienza di San Francisco. Borderlands non è solo noto per i suoi splendidi eventi, le sessioni di autografi, i club del libro e così via, ma anche per il suo incredibile gatto egiziano senza pelo, Ripley, a cui piace appollaiarsi come un gargoyle sul computer all’ingresso del negozio. Borderlands è praticamente la più amichevole libreria che potresti desiderare, piena di posti comodi in cui sedersi e leggere, e con uno staff di commessi con una conoscenza incredibilmente vasta, che sanno ogni cosa ci sia da sapere sulla fantascienza. Ancor meglio, sono sempre pronti a prendere ordini per i miei libri (attraverso internet o al telefono) e trattenerli fino a quando non passo nel negozio a firmarlo, e li spediscono gratis all’interno degli Stati Uniti!

Borderlands Books: 866 Valencia Ave, San Francisco CA USA 94110 +1 888 893 4008

A Mala mancavano i canti degli uccelli al mattino. Quando viveva nel villaggio, c’erano cinguettii ogni mattino, spezzando la pace perfetta della notte per far sapere al mondo che il sole stava sorgendo e la giornata iniziando. Questo era quando lei era una bambina. Qui a Mumbai, c’erano solo alcuni galli malaticci a fare i loro richiami all’alba, ma il suono era quasi del tutto sommerso dall’interminabile canzone del traffico: i clacson, i motori rombanti, le chiamate a notte fonda.

Nel villaggio c’erano il canto di uccelli, il silenzio e la pace, momenti in cui nessuno ti stava a guardare. A Mumbai non c’era nient’altro che la gente, la gente ovunque, così che ogni respiro che facevi aveva il sapore della bocca che lo aveva esalato prima che ti raggiungesse.

Lei, sua madre e suo fratello dormivano insieme in una piccola stanza sopra la fabbrica per il riciclaggio della plastica del signor Kunal, a Dharavi, l’enorme baraccopoli nella parte nord della città. Durante il giorno, la stanza era usata per differenziare la plastica in una dozzina di vasche — la plastica arrivava da un’infinita processione di grossi sacchi di iuta che venivano riempiti ai moli. Le navi andavano in America, in Europa e in Asia piene di beni prodotti in India e ritornavano piene di spazzatura, plastica che i raccoglitori di Dharavi separavano, pulivano, fondevano e trasformavano in sfere che venivano spedite alle fabbriche così che potessero venire usate per fare oggetti da rispedire in America, Europa e Asia.

Quando erano arrivati a Dharavi, Mala l’aveva trovata terrificante: le strette baracche che crescevano alte verso il cielo,  le strade sporche che si aprivano fra di esse, con i rigagnoli che scorrevano ai loro lati con il blu e il rosso iridescenti dei negozi di tinture, il soffocante e perenne odore di plastica bruciata, il ruggito delle motociclette che correvano fra gli edifici. E gli occhi, occhi da ogni finestra e tetto, tutti che la guardavano mentre ammaji guidava lei e il suo fratellino alla fabbrica del signor Kunal, dove stavano andando a vivere ora e per sempre.

Ma era a malapena passato un anno e ormai la puzza era scomparsa. Gli occhi erano diventati amichevoli. Poteva saltare da una strada all’altra con perfetta sicurezza, senza mai perdersi mentre andava al mercato o alle lezioni pomeridiane nella piccola stanza che fungeva da scuola sopra il ristorante. Separare i vari tipi di plastica era noioso, ma non era mai duro, c’era sempre cibo, c’erano altre ragazze con cui giocare e ammaji si era fatta degli amici che le aiutavano. Pezzo dopo pezzo, era diventata una ragazza di Dharavi, ed ora guardava i nuovi arrivati con un misto di generosità e pietà.

E il lavoro — beh, il lavoro era diventato molto migliore, di recente.

Era cominciato quando era nell’Internet Café con Yasmin, rubando un ora dopo le lezioni per spendere qualche rupia del denaro che aveva risparmiato dalla busta paga (quasi tutto andava alla famiglia, ovviamente, ma ammaji qualche volta gliene lasciava tenere un po’ e le diceva di spenderlo per qualche dolcetto al negozio d’angolo). Yasmin non aveva mai giocato a Zombie Mecha, ma ovviamente aveva visto entrambi i film nella piccola filmi house sulla strada che separava la zona mussulmana e quella indù di Dharavi. Mala adorava Zombie Mecha, ed era anche brava a giocare. Preferiva i server PvP dove i giocatori potevano dare la caccia agli altri giocatori, cercando di rovesciare i loro giganti mecha così che gli zombie potessero ricoprirli e distruggerle per banchettare con il personaggio al loro interno.

La maggior parte delle ragazze nell’Internet Café giocava a piccoli giochi con animaletti carini e scambi di cuoricini e gioielli. Ma per Mala, l’azione era nella magnifica carneficina dei giochi di guerra in multiplayer. Ci vollero solo pochi minuti per spiegare a Yasmin le basi sul come pilotare il suo piccolo squadrone e poi poté passare alle tattiche.

Questo era il punto che quasi nessuno degli altri giocatori sembrava comprendere: le tattiche erano tutto. Trattavano il gioco come un caos casuale di missili urlanti ed esplosioni, una confusione in cui immergersi e sopravvivere al meglio delle tue possibilità.

Ma per Mala, la confusione era qualcosa che succedeva alle altre persone. Per Mala, le esplosioni, le vibrazioni della visuale e le urla degli zombie erano soltanto dettagli minori, da notare nel mezzo del Grande Schema, mentre le armate si allineavano nel campo di battaglia della sua mente. In quel campo di battaglia, le forze ammassate assumevano una densità e un colore che mostrava dove erano le loro forze e le loro debolezze, come erano collegate fra loro e come spingere su questo, quaggiù, avrebbe fatto cadere quell’altro laggiù. Potevi affrontare nemici a testa bassa, missili contro missili, pistole contro pistole, e poi il vincitore sarebbe stato il più fortunato, o quello con più munizioni, o quello con gli scudi migliori.

Ma se eri furbo, non c’era bisogno che tu fossi fortunato, o più forte. A Mala piaceva lanciare missili oltre le armate nemici, a destra e a sinistra, creando una sorta di scatola formata da canyon e da detriti che bloccava ogni via di fuga. Nel mentre, una piccola parte dei suoi saccheggiatori sarebbe stata nei campi ad aggrare zombie, facendoli davvero impazzire di rabbia, raccogliendoli insieme finché non fossero sembrati locuste, e guidarli sempre più vicini a quel canyon.

Un attimo prima che fossero abbastanza vicini per essere visti, la sua forza frontale si sarebbe dispersa, fuggendo via con apparente codardia. I suoi nemici avrebbero gongolato di falsa confidenza e li avrebbero inseguiti… Finché non avessero visto i saccheggiatori andare dritti verso di loro, con un’inarrestabile, torrenziale pestilenza di zombie alle loro calcagna. La maggior parte delle volte la gente era troppo shockata per fare qualsiasi cosa, anche solo sparare ai saccheggiatori mentre questi correvano dritti verso le loro linee ed attraverso di esse, in un’unica via di fuga lasciata indietro nel canyon-trappola, distruggendola una volta usciti. Poi si trattava solo di aspettare che gli zombie sopraffacessero i tuoi avversari, mentre tu ghignavi e mangiavi un dolcetto, bevendo un po’ di tè preso dal recipiente sul bancone. Il suono degli zombie che laceravano le armate dei suoi nemici e sgranocchiavano le loro ossa era estremamente soddisfacente.

Yasmin era stata distratta dagli zombie, dalle frattaglie disgustose, dai missili splendenti. Ma lei aveva visto, sì, aveva visto come le strategie di Mala erano in grado di demolire armate molto più grandi della sua ed aveva superato il proprio essere schizzinosa.

E così giocavano, attirandosi un pubblico: prima ragazzi che le deridevano rumorosamente (che caddero nel silenzio quando videro le armate nemiche che collassavano davanti a lei e che iniziarono a chiamarla “Generale Robotwalla” senza neanche un briciolo di presa in giro) e poi le ragazze, all’inizio timide, guardando da sopra le spalle dei ragazzi, e poi spingendosi in avanti e applaudendo, colpendo le mura coi pugni e pestando i piedi per ogni colossale vittoria.

Non era però economico. La riserva attentamente conservata di rupie diminuì, pur con l’aiuto di qualche moneta che gli altri giocatori le davano di quando in quando per farsi insegnare come giocare veramente bene. Sapeva che avrebbe potuto farsi prestare il denaro, o lasciare che qualche ragazzo pagasse per lei — c’era una feroce competizione per il diritto di andare dall’altra parte della strada e comprarle della masala Coke, un frizzante esplosione speziata di cola, spezia masala e ghiaccio che diminuiva la secchezza alla gola che era stata una compagnia costante fin dal suo arrivo a Dharavi.

Ma le ragazze carine del villaggio non lasciavano che i ragazzi comprassero loro cose. I ragazzi volevano qualcosa in cambio. Lo sapeva, lo sapeva dai film e dalla vita intorno a lei. Sapeva cosa succedeva alle ragazze che lasciavano che ragazzi si occupassero dei loro bisogni. C’era sempre una resa dei conti.

Quando lo strano uomo si avvicinò a lei per la prima volta, pensò alle ragazze carine e ai ragazzi e cosa questi si aspettassero da loro e evitò di incrociare il suo sguardo. Lei non sapeva cosa lui volesse, ma non l’avrebbe ottenuto da lei. Così quando lui si allontanò dalla sua sedia al bancone mentre lei entrava nell’Internet Café, attraversando la sala per intercettarla, vestito col suo abito di lino, le scarpe buone, i capelli impomatati e i baffi curati, lei si spostò e lo superò, facendo finta di non averlo sentito dire “Scusami, signorina” e “Signorina? Signorina? Per favore, dammi solo un momento del tuo tempo”.

Ma la signora Dibyendu, la proprietaria del café, le urlò: “Mala, tu ora ascolti quest’uomo, ascolti quello che ha da dirti. Non sarai scortese nel mio negozio, no di certo!” E visto che anche la signora Dibyendu veniva da un villaggio, e visto che sua madre aveva detto che Mala poteva giocare ai suoi giochi solo nel café della signora Dibyendu (essendo questa il genere di persona al quale ti potevi affidare perché la gente si comportasse bene, senza droghe, violenze o criminalità), Mala si fermò e si girò verso l’uomo, silenziosa, aspettando.

“Ah”, disse lui “Grazie”. Annuì verso la signora Dibyendu. “Grazie”. Tornò a girarsi verso Mala e l’esercito di ragazzi e ragazze che si era raccolta attorno a lei, il suo esercito, quelli che la chiamavano Generale Robotwalla con rispetto.

“Ho sentito dire che sei un’ottima giocatrice” disse lui. Mala annuì, socchiudendo gli occhi, lasciando che la sua espressione dicesse: Si, sono una brava giocatrice, e sono così brava che non ho bisogno di vantarmene.

“E’ una brava giocatrice?”

Mala si girò verso il suo esercito, che aveva la disciplina necessaria per rimanere in silenzio finché lei non fece un cenno con la testa. Che lei fece: parlate pure.

E a quel punto esplosero in una confusione entusiasta, encomiando le virtù del loro Generale Robotwalla e parlando delle epiche battaglie che avevano combattuto e vinto contro ogni possibile aspettativa.

“Ho un lavoro per dei buoni giocatori”

Mala aveva sentito parlare di qualcosa di simile. “Rappresenti una lega?”

L’uomo fece un piccolo sorriso e scosse la testa. Odorava di profumo agli agrumi e di Betel, una combinazione di odori dolce che lei non aveva mai sentito. “No, non una lega. Sai che nel gioco ci sono dei giocatori che non giocano per divertirsi? Giocatori che giocano per fare del denaro?”

“Il genere di denaro che ci stai offrendo?”

Scosse il capo e ridacchiò. “No, non esattamente. Ci sono dei giocatori che giocano per guadagnare denaro di gioco, che poi vendono ad altri giocatori che sono troppo pigri per ottenerlo tramite il gioco da soli.”

Mala pensò a questa cosa per un momento. I container uscivano dall’India pieni di beni e tornavano pieni di spazzatura per Dharavi. Da qualche parte là fuori, nell’America mostrata nei film, c’era un mondo pieno di gente con una ricchezza inimmaginabile. “Lo faremo”, disse lei. “Ho già più crediti di quanti ne possa spendere. Quanto paghi?”

Nuovamente, l’uomo ridacchiò. “In realtà…” disse, poi si fermò. Il suo esercito adesso era nel più assoluto silenzio, pendendo dalle sue labbra. Dai computer veniva il basso suono di distruzione delle guerre che avevano luogo dentro al network, giorno e notte. “In realtà non è esattamente questo. Vogliamo che tu ed i tuoi amici li distruggiate, uccidiate i loro personaggi, prendiate le loro fortune.”

Mala pensò per un altro istante, confusa. Chi avrebbe potuto voler uccidere questi giocatori? “Sei un loro rivale?”

L’uomo scosse la testa, come a voler dire Forse sì, forse no.

Lei ci pensò un altro attimo. “Lavori per il gioco!” disse lei. “Lavori per il gioco e non vuoi che…”

“Non importa per chi io lavori”, l’uomo alzando le mani per fermarla. Aveva una fede nuziale su una mano, due anelli d’oro sull’altra. Mala vide che a tre dita mancava l’ultima falange. Questa era una cosa comune nel villaggio, dove i contadini rimanevano sempre intrappolati nei macchinari. Ecco davanti a lei un uomo che veniva da un villaggio, un uomo che era venuto a Mumbai ed era divenuto un uomo ben vestito, coi baffi curati e anelli d’oro che brillavano su ciò che rimaneva delle sue dita. Ecco la ragione per cui sua madre li aveva portati a Dharavi, la ragione della gola arsa e degli occhi brucianti e per le infinite ore di lavoro a separare i vari tipi di plastica nelle vasche.

“Ciò che è importante è che pagheremo te ed i tuoi amici…”

“Il mio esercito”, disse lei, interrompendolo senza pensare. Per un momento gli occhi di lui ebbero un brillio pericoloso, e lei percepì che la stava per schiaffeggiare, ma rimase ferma. Era stata schiaffeggiata un sacco di volte prima. Lui sbuffò dal naso, poi continuò.

“Si, Mala, il tuo esercito. Vi pagheremo per distruggere questi giocatori. Vi verrà detto quale genere di Mecha stanno pilotando, quali sono i nomi dei loro personaggi, e voi dovrete bloccarli e distruggerli. Potrete tenere tutte le loro ricchezze di gioco ed inoltre prenderete delle rupie.”

“Quanto?”

Lui fece un’espressione afflitta. “Forse ne dovremmo discutere in privato, più tardi? Davanti a tua madre?”

Mala notò che lui non aveva detto “I tuoi genitori”, ma piuttosto “Tua madre”. La signora Dibyendu e lui dovevano aver parlato. Lui sapeva di Mala, e lei non sapeva nulla di lui. Lei era solo una ragazza del villaggio, dopo tutto, e questo era il mondo, che lei stava ancora cercando di comprendere fino in fondo. Lei era un generale, ma era anche una ragazza del villaggio. Generale Ragazza del Villaggio.

Così quella sera lui venne alla fabbrica del signor Kunal, la madre di Mala gli diede del thali e dei papadam, comprato dalle donne del collettivo del papadam e bollì per lui del chai in un bollitore elettrico. L’uomo fece finta che i suoi bei vestiti e il suo oro non fossero fuori posto qui. Si accoccolò sui talloni come un uomo del villaggio, con le caviglie pelose che spuntavano dalle sue calze. Mala non conosceva nessuno che indossasse calze.

“Signor Banerjee”, disse ammaji, “Non capisco questa cosa, ma conosco la signora Dibyendu. Se lei dice che ci si può fidare di lei…” si interruppe, perché in realtà lei non conosceva bene la signora Dibyendu. A Dharavi c’erano molti pericoli per una giovane ragazza. Ammaji ne parlava in continuazione mentre spazzolava i capelli di Mala la sera, parlava di tutti i modi in cui una ragazza poteva venire rovinata o farsi male, qui. Ma il denaro…

“Un lakh di rupie ogni mese”, disse lui. “Più un bonus. Ovviamente, lei dovrà pagare il suo ‘esercito’…” Fece un piccolo cenno a Mala, vedi, mi ricordo “.. con parte di quel denaro. Ma quanto, sarebbe lei a deciderlo”.

“Quei bambini non avrebbero un soldo se non fosse per la mia Mala!” disse ammaji, oltraggiata dalle mani desiderose di soldi che lei immaginava. “Stanno solo giocando ad un gioco! Dovrebbero essere felici anche solo di giocare con lei!” Ammaji era stata furiosa quando aveva scoperto che Mala era stata a giocare al café durante tutti questi pomeriggi. Aveva pensato che Mala giocasse solo una volta ogni tanto, non con ogni rupia e momento che potesse permettersi. Ma quando l’uomo — il signor Banerjee — aveva menzionato il suo talento e il denaro che avrebbe potuto guadagnare per la famiglia, di colpo ammaji era diventata il manager di sua figlia.

Mala vide che il signor Banerjee sapeva che sua madre avrebbe detto questo e si chiese cosa altro la signora Dibyendu gli avesse detto della loro famiglia.

“Ammaji”, disse lei, quietamente, tenendo basso lo sguardo come facevano nel villaggio. “Sono il mio esercito, e devono essere pagati se giocano bene. Altrimenti non continueranno ad essere il mio esercito a lungo”

Ammaji le lanciò un’occhiataccia. Accanto a loro, Gopal, il fratellino di Mala, sfruttò la situazione per rubare l’ultimo pezzettino di melanzana dal piatto di Mala. Mala se ne accorse, ma fece finta di niente e si concentrò sul mantenere basso lo sguardo.

Ammaji disse “Ora, Mala, so che vuoi essere buona con i tuoi amici, ma devi prima pensare alla tua famiglia. Troveremo un modo per ricompensarli… Magari possiamo preparare un banchetto settimanale per loro qui, usando un po’ del denaro. Sono sicura che a tutti loro farebbe bene un buon pasto”.

A Mala non piaceva discutere con sua madre e non l’aveva mia fatto di fronte a degli estranei, ma…

Ma era il suo esercito, e lei era il loro generale. Lei sapeva come ragionavano e avevano tutti sentito il signor Banerjee annunciare che lei sarebbe stata pagata per i loro servizi. Loro credevano nell’onestà. Non avrebbero lavorato per un po’ di cibo quando lei lavorava per un lakh (un lakh! 100.000 rupie! L’intera famiglia viveva con 200 rupie al giorno!).

“Ammaji”, disse lei. “Non sarebbe né giusto, né onesto”. Venne in mente a Mala il modo in cui il signor Banerjee aveva menzionato il denaro di fronte all’esercito. Avrebbe potuto essere più discreto. Forse l’aveva fatto deliberatamente. “E lo sanno. Non posso guadagnare questi soldi per la famiglia da sola, Ammaji”

Sua madre chiuse gli occhi e respirò attraverso il naso, un segno che stava cercando di mantenersi calma. Se il signor Banerjee non fosse stato presente, Mala era certa che sarebbe stata picchiata duramente, nella maniera in cui faceva suo padre prima che le lasciasse, quando era una piccola ragazzina nel villaggio. Ma se il signor Banerjee non fosse stato lì, lei non avrebbe dovuto parlare così a sua madre.

“Mi scusi, signor Banerjee”, disse Ammaji, senza guardare Mala. “Le ragazze a questa età diventano ribelli… impossibili”.

Mala pensò ad un futuro in cui, invece di essere il Generale Robotwalla, avrebbe dovuto dedicare la sua vita a supplicare e minacciare il suo esercito perché giocasse con lei, così che potesse tenere tutti i soldi per la sua famiglia, mentre le loro famiglie soffrivano la fame e le loro madri dicevano loro di tornare a casa subito dopo la scuola. Quando il signor Banerjee aveva menzionato la sua somma gigantesca, aveva evocato una visione di ricchezze indicibili, una casa vera, bei vestiti per tutti loro, Ammaji libera di passare i suoi pomeriggi cucinando per la famiglia e riposandosi dalla calura, una vita lontana da Dharavi e dal fumo, dagli occhi brucianti e dalle gole arse.

“Penso che la tua ragazzina abbia ragione”, disse il signor Banerjee, con quieta autorità, lasciando senza parola l’intera famiglia. Un adulto, che prendeva le parti di Mala contro sua madre? “Lei è un ottimo leader, da quello che vedo. Se dice che la sua gente ha bisogno di essere pagata, credo abbia ragione”. Si pulì la bocca con un fazzoletto. “Con tutto il dovuto rispetto, ovviamente. Non mi sognerei mai di dirti come educare i tuoi figli, ovviamente”.

“Ovviamente…” disse Ammaji, come in un sogno. Il suo sguardo era basso, la schiena non più dritta. Che le venisse parlato in questo modo, nella sua casa, da un estraneo, di fronte ai suoi figli! Mala si sentì malissimo. La sua povera mamma. Ed era tutta colpa del signor Banerjee: lui aveva parlato del denaro di fronte all’esercito e poi aveva portato sua madre a questo…

“Troverò un modo per farli combattere senza pagarli, Ammaji…” Ma venne interrotta dalla mano di sua madre, che le mostrava il palmo.

“Calma, figlia” disse lei. “Se quest’uomo, questo gentiluomo, dice che sai cosa stai facendo, beh, non posso contraddirlo, no? Io sono solo una semplice donna del villaggio. Io non comprendo queste cose. Tu devi fare come questo gentiluomo dice, ovviamente..”

Il signor Banerjee si alzò e si rassettò i vestiti coi palmi delle mani. Mala vide che si era sporcato la camicia con un po’ di chana e di lapel, e questo in qualche modo la fece sentire meglio, come se lui fosse stato un semplice mortale e non qualche terribile forza della natura venuta a distruggere le loro piccole vite.

Fece un piccolo namaste in direzione di Ammaji, con le mani unite insieme all’altezza del torso e un accenno di inchino. “Buona notte, signora Vajpayee. E’ stata una magnifica cena. Grazie.” disse. “Buona notte, Generale Robotwalla. Verrò all’Internet Café domani alle tre per parlare ulteriormente della tua missione. Buona notte Gopal”, disse, e il fratellino di Mala guardò verso di lui, con aria colpevole e un pezzo di melanzana che si poteva ancora scorgere dall’angolo della bocca.

Mala pensò che Ammaji l’avrebbe schiaffeggiata una volta che lui se ne fosse andato, ma invece andarono tutti a dormire senza scambiarsi un’altra parola e Mala si accoccolò accanto a sua madre nella stessa maniera di ogni altra notte, passando la mano fra i capelli di lei. Erano di un nero splendente quando avevano lasciato il villaggio, ma un anno dopo erano già iniziati ad ingrigire, ed erano divenuti ispidi. Ammaji prese la sua mano nella sua ruvida mano callosa, fermandola.

“Dormi, figlia mia”, mormorò “Ora hai un lavoro importante. Devi dormire”

Il mattino dopo, evitarono di incrociare lo sguardo, e le cose furono dure per una settimana, finché lei non portò a casa la sua prima busta paga, riposta accuratamente dentro la sua scarpa. Il suo esercito aveva distrutto le forze nemiche come una mannaia taglia i colli ai polli. C’era stato un grosso bonus nella busta paga e anche dopo aver pagato la signora Dibyendu, aver comprato masala Coke all’Hotel Hajj che stava accanto all’Internet Café e pagato la sua armata, rimanevano quasi 2000 rupie. Gli occhi di Ammaji si illuminarono quando vide il denaro e baciò Mala sulla fronte, prendendola nell’abbraccio più lungo e poderoso di tutta la loro vita.

E ora tutto era meraviglioso fra loro due. Ammaji aveva iniziato a cercare casa verso il centro di Dharavi, la parte vecchia dove gli edifici di lamiera e materiali di scarto erano stati gradualmente rimpiazzati con edifici di mattoni, dove i forni dei vasai producevano un pulito fumo di legna invece che lo sporco fumo di plastica vicino alla fabbrica del signor Kunal. Mala aveva nuovi vestiti per la scuola, nuove scarpe e così anche Gopal e Ammaji aveva nuove spazzole per i suoi capelli ed un nuovo sari che indossava dopo la giornata di lavoro, tornando a sembrare bella e giovane, nella maniera in cui Mala se la ricordava dal villaggio.

E le battaglie erano gloriose

Entrò nell’Internet Café dal bruciante e polveroso sole del pomeriggio e stette in piedi sulla porta. Il suo esercito era già lì, facendo pratica sui loro computer, chiacchierando nell’ombra della scura stanza rumorosa. Ebbe a malapena il tempo di sorridere e nascondere il sorriso prima che si accorgessero di lei e si alzassero in piedi, dritti e orgogliosi, facendole il saluto militare.

Lei non sapeva chi di loro avesse iniziato questa storia del saluto. Era iniziata come uno scherzo, ma ora era seria. Loro vibravano sull’attenti, fissandola tutti. Avevano vestiti migliori e un aspetto ben nutrito. Il Generale Robotwalla stava guidando il suo esercito verso la vittoria e la prosperità.

“Giochiamo”, disse lei. Nella sua tasca, il suo telefono cellulare conteneva l’ultimo messaggio del signor Banerjee con i luoghi in cui trovare gli obbiettivi della giornata. Yasmin era al suo solito posto, alla destra di Mala, e alla sua sinistra sedeva Fulmala, che zoppicava per via di una gamba che si era rotto e che era guarita male. Ma Fulmala era furba e veloce e comprendeva le tattiche meglio di chiunque altro nell’Internet Café, eccetto per Mala stessa. E Yasmin, beh, Yasmin poteva far sì che i ragazzi si comportassero bene, che era un grosso risultato, visto che lasciati a se stessi adoravano battibeccare fra loro, in una spirale sconsiderata che finiva sempre male. Ma Yasmin poteva parlar loro con il tono servero di una sorella maggiore, e tutti tornavano in riga.

Mala aveva il suo esercito, i suoi luogotenenti e la sua missione. Aveva il suo computer, il più veloce dell’Internet Café, con il monitor più grande di tutti gli altri, ed era pronta ad andare in guerra.

Toccò il display, girò la testa da un lato all’altro e guidò nuovamente il suo esercito alla battaglia.

Scena 4

Questa scena è dedicata a Barnes and Noble, una catena nazionale di librerie statunitense. Mentre le piccole librerie su scala familiare in America stavano svanendo, Barnes and Nobles iniziò a costruire in tutto il paese questi giganteschi templi dedicati alla lettura. Tenendo in stock decine di migliaia di titoli (le librerie dei mercati e le rastrelliere delle drogherie avevano solamente una minuscola frazione di queste quantità) e facendo orari convenienti alle famiglie, ai lavoratori e ad altri potenziali lettori, i negozi della B&N permisero la carriera di molti scrittori, tenendo in magazzino titoli che librerie più piccole non avrebbero potuto permettersi di avere sui loro limitati scaffali. B&N ha sempre avuto grossi programmi per raggiungere la comunità e ho partecipato ad alcune delle sessioni di autografi meglio organizzate e con maggior pubblico proprio nelle librerie di B&N, inclusi alcuni fantastici eventi al (purtroppo non più esistente) B&N in Union Square, New York, dove ebbe luogo la mega-sessione di autografi dopo i Nebula Awards e al B&N di Chicago che ospitò l’evento dopo i Nebula di pochi anni dopo. La cosa migliore è che i “geek” responsabili degli acquisti di B&N capiscono veramente la fantascienza, i fumetti, i manga, i videogiochi e simili. Sono appassionati e colti in questo campo e questo si vede dall’eccezionale selezione in mostra nei negozi.

Barnes and Noble, nationwide

Oro. Tutto è legato all’oro.

Ma non l’oro normale, il genere di cosa che tiri fuori dal terreno. Quella roba era per il secolo scorso. Per prima cosa, non ce n’è abbastanza: tutto l’oro mai estratto nella storia del mondo ammonterebbe soltanto ad un cubo con lati lunghi quanto quelli di un campo da tennis. E, cosa curiosa, ce n’è anche troppo: tutti i certificati di proprietà di oro creati al mondo, sommati, darebbero diritto ad un cubo di dimensione doppia. Alcuni di questi certificati, insomma, non dovrebbero darti diritto a niente — e nessuno sa quali. Nessuno ha controllato in maniera indipendente Fort Knox fin dal 1956. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere vuoto, tutto l’oro essere stato rubato e venduto, messo in un’altra cassaforte, venduto come altri certificati, e poi rubato e venduto nuovamente, messo in un’altra cassaforte ancora e usato come base per emettere altri certificati.

No, non oro normale.

Oro virtuale.

Chiamalo come vuoi: in un gioco si chiama “Crediti”, in un altro “Volcano Bucks”. Ci sono i groati, i Dollari Disney, i cowrie, moolah, e l’Oro degli Stolti e un milione di altri generi di oro là fuori. A differenza dell’oro vero, non ci sono riserve in casseforti a sorreggere i certificati. A differenza del denaro vero, non c’è nessun governo che li emetta.

L’oro virtuale è emesso dalle aziende. Aziende di videogiochi. Aziende che dichiarano “Questa certa quantità di gold[2] permette di comprare questa armatura” o “Questa quantità di crediti permette di comprare questa astronave” o “Questa quantità di Jool permette di comprare questo zeppelin”. E dato che loro lo hanno detto, questo è vero. I paesi e le loro banche devono fare varie macchinazioni per sbrigare il fastidioso compito di convincere i cittadini a credere ciò che gli viene detto: dicono: “Questo acconto di sicurezza sociale ti darà tutto ciò di cui necessiti per un mese”, ma questo non vuol dire che i negozianti che vendono il necessario per campare un mese siano d’accordo.

Le aziende non hanno questo problema. Quando la Coca Cola dice che 76 groati ti permettono di comprare una ascia nanica in Svartalfaheim Warriors, ecco: il prezzo di un’ascia nanica è di 76 groati. Non ti sta bene? Vai a giocare da qualche altra parte.

Il denaro virtuale, non è sostenuto dall’oro o dai governi: è sostenuto dal divertimento. Fintanto che un gioco è divertente, da qualche parte ci saranno dei giocatori che vorranno comprare la valuta di quel gioco, perché per quanto il gioco sia divertente, è comunque più divertente essere benestanti, con tutte le meravigliose armature e le armi micidiali, piuttosto che essere un qualche niubbo squattrinato con un pugnale, cercando faticosamente di ottenere la tua prima spada.

Ma dove c’è l’opportunità di spendere del denaro, c’è l’opportunità di fare del denaro. Per alcuni giocatori, il più divertente gioco di tutti è quello di tagliare per se una fetta della torta. Non tutta l’azione appartiene alle grandi aziende nei loro alti uffici e con i loro giochi. Un sacco di noi possono fare qualcosa ai piani bassi, dove stanno le sudicie persone da poco.

Ovviamente, questo manda in bestia le aziende. Loro sono il paternalistico sovrano, loro sanno cos’è meglio per i loro mondi. Loro hanno il controllo. Loro creano i livelli di gioco e la difficoltà in maniera che tutto sia perfettamente bilanciato. Loro creano gli indovinelli. Loro decidono che gli elfi chiari non possono parlare con gli elfi scuri, che i giocatori sui server russi non possono trasferirsi sui server cinesi, che ci devono volere in media 32 ore a un giocatore per ottenere la guida von Klausewitz e 48 ore per entrare nell’Ordine del Pinguino in Armatura. Se non ti piace, si suppone che tu te ne vada: non che tu ti faccia strada pagando. O, se lo fai, dovresti avere la decenza di comprare ciò che devi da loro.

Ed ecco qualcosa che loro non ti diranno, questi Dei del Virtuale: loro non possono mantenere il controllo su tutto questo. Ragazzini, truffatori e tipi strambi in tutto il mondo hanno riempito i loro piccoli e sicuri mondi “in terrario” con tunnel che portano ai grandi spazi esterni. Ci sono molteplici scambi fra mondi concorrenziali: vuoi scambiare le tue ricchezze su Zombie Mecha per una astronave completamente accessoriata e una ciurma di pirati dello spazio? Dieci bande diverse sono pronte a fare affari con te — ti daranno subito l’astronave di qualcun altro e prenderanno il tuo mecha, armi e munizioni, nel loro inventario, pronto per la prossima persona che vorrà immigrare su Zombie Mecha da qualche altro magico mondo.

E gli Dei non sono in grado di impedirlo. Per ogni barriera che costruiscono, ci sono centinaia di giocatori furbi e motivati che troveranno il modo di buttarla giù.

Pensi che dovrebbe essere impossibile, vero? Dopo tutto, questi non sono meri giochi di guardie e ladri, giocati in città reali, piene di gente reale. Loro non hanno bisogno di affiggere identikit per trovare un fuggitivo: ogni persona nel mondo è nel loro database, e loro possiedono il database. Non hanno bisogno di un mandato di perquisizione per trovare le merci di contrabbando nascoste sotto le assi del tuo pavimento: le assi, i beni di contrabbando, la casa e te siete tutti nel database — e loro hanno il database.

Dovrebbe essere impossibile, ma non lo è, ed ecco il perché: i più grossi venditori di gold e tesori, di livelli ed esperienza nei mondi sono le stesse aziende dei videogiochi. Oh, loro non lo chiamano power-levelling o gold-farming — impacchettano il tutto con nomi più carini e appetibili, come “pacco bonus di progresso accelerato” e “All Together Now (TM)” e un sacco di altri nomi ridicoli che ormai non ingannano più nessuno.

Ma gli Dei non si accontentano di limitarsi a guadagnare qualche soldo dai giocatori troppo pigri per ottenere tramite il gioco ciò che vogliono. Sono invece in un gioco molto, molto più ampio. Loro vendono gold anche alla gente che non gioca nemmeno. Esatto: se sei un grosso pezzo della finanza in cerca di un qualche posto in cui investire un milione di bigliettoni per avere un buon profitto, puoi comprare un milione di dollari di oro virtuale, aspettare che il gioco cresca e diventi man mano più divertente, mentre il valore del gold sale e sale ancora, e poi puoi rivendere tutto per denaro vero attraverso le banche in gioco ufficiali, tirando fuori un bel gruzzoletto per il tuo impegno.

Quindi mentre stai pilotando il tuo mecha, menando fendenti con la tua ascia o comandando la tua flotta spaziale, c’è un gruppo di adulti inquietanti con indosso abiti costosi in dei bei uffici che ti guardano giocare, cercando di capire se il valore dell’oro di gioco è destinato a scendere o a salire. Quando un gioco inizia a fare schifo, tutti corrono a vendere le loro azioni, liberandosi del gold il più in fretta possibile prima che il suo valore coli a picco a causa di giocatori annoiati che passano alla concorrenza. E quando il gioco diventa più divertente, beh, c’è una frenesia ancora più grande, mentre i prezzi salgono alle stelle dato che ogni banchiere nel mondo sta cercando di comprare lo stesso gold per lo stesso mondo di gioco.

C’è da meravigliarsi se otto delle venti più grandi economie nel mondo sono in paesi virtuali? E c’è da meravigliarsi se il giocare è diventato un affare così serio?

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Scena 5

Questa scena è dedicata a Secret Headquarters a Los Angeles, il negozio di fumetti che preferisco al mondo, ogni volta sorprendente. E’ piccolo e seleziona attentamente cosa tenere e, ogni volta che entro, esco con sottobraccio tre o quattro collezioni di cui non ho mai sentito parlare. E’ come se i proprietari, Dave e David, avessero la straordinaria abilità di predire esattamente cosa sto cercando e predisporlo davanti a me pochi istanti prima che io entri nel negozio. Ho scoperto tre quarti dei miei fumetti preferiti vagando nell’SHQ, afferrando qualcosa di interessante, sprofondando in una delle loro poltrone e trovandomi trasportato in un altro mondo. Quando è uscita la mia seconda raccolta di racconti, Overclocked, hanno lavorato con l’illustratore locale Martin Cenreda per fare un mini-fumetto gratuito basato su Printcrime, la prima storia nel libro. Ho lasciato Los Angeles circa un anno fa e, di tutte le cose che mi mancano di quella città, Secret Headquarters è in cima alla lista.

Secret Headquarters: 3817 W. Sunset Boulevard, Los Angeles, CA 90026 +1 323 666 2228

Matthew era all’esterno dell’Internet Café, respirando profondamente. Durante il cammino era riuscito a calmarsi un poco, ma mentre si avvicinava, si convinse sempre di più che i ragazzi di Boss Wing lo stessero aspettando là, e che tutti i suoi amici sarebbero stati a terra, rannicchiati, svenuti per le botte ricevute. Aveva portato via quattro dei migliori giocatori con sé quando aveva lasciato la fabbrica di Boss Wing, e sapeva che Boss Wing non ne era per niente felice.

Stava andando in iperventilazione, la testa gli girava. Era ancora dolorante. Sentiva come un sole rosso di dolore, delle dimensioni di un pallone da calcio, bruciare nelle sue mutande ed una delle cose che voleva di più e, allo stesso tempo, di meno, era trovare un posto con un po’ di privacy per dare un’occhiata là sotto. C’era un bagno nel Café, quindi quello era il luogo giusto, ed era tempo di entrare.

Salì per i quattro piani di scale dolorosamente, passando sotto i giganteschi murali del gamespace, evitando le piante di plastica, poste ad ogni ammezzato, che puzzavano del piscio dei giocatori che non avevano voluto aspettare perché il bagno si liberasse. Dal terzo piano in su, fu avvolto dalla nuvola familiare di odore corporeo, fumo di sigaretta e bestemmie che gli dicevano che stava per arrivare alla sua vera casa.

Nell’ingresso si fermò e si guardò in giro, cercando un qualsiasi segno dei sicari di Boss Wing, ma le cose andavano come al solito: file e file di tavoli con sopra dei PC, un paio di coppie che condividevano un solo computer, ma, soprattutto, ragazzi magri che giocavano, con le magliette tirate a scoprire la pancia, cercando di approfittare di ogni minima brezza che potesse spirare nella stanza. Non c’erano brezze, soltanto mulinelli nel fumo di sigaretta causati dal ruggito di tutte le ventole per computer che risucchiavano aria carica di fumo sopra le schede madri surriscaldate e le mostruose schede video.

Sgattaiolò oltre la cassa all’ingresso, in cui stasera lavorava un ragazzo nuovo, qualcun altro appena arrivato dalle provincie per cercare fortuna nella vecchia, cattiva, Shenzen. A Matthew venne voglia di afferrare il ragazzo e portarlo al limitare della città, spiegandogli strada facendo che non c’era più nessuna fortuna che si potesse trovare qui, che tutto apparteneva a uomini come Boss Wing. Vai a casa, pensò diretto al ragazzo, Vai a casa, questo posto è finito.

I suoi ragazzi stavano giocando al solito tavolo. Avevano costruito una piramide di strati alternati di pacchetti di sigarette Double Happiness e tazzine di caffè vuote. Guardarono verso di lui mentre si avvicinava, sorridendo e ridendo per qualche battuta. Poi videro lo sguardo sul suo viso e si zittirono.

Si sedette su una sedia vuota e guardò i loro schermi. Stavano giocando, ovviamente. Stavano sempre giocando. Quando lavoravano da Boss Wing, facevano turni di 18 ore e poi si rilassavano giocando un altro poco, portando i propri personaggi nei dungeon che avevano farmato per tutta la giornata. Questo era il motivo per il quale era tanto facile per il Boss Wing reclutare gente per la sua fabbrica: il motto era seduttivo. “Venire pagati per giocare!”

Ma non era lo stesso quando stavi lavorando per qualcun altro.

Cercò di trovare le parole per cominciare e non ci riuscì.

“Matthew?” Era Yo, il più vecchio di loro. Yo aveva una famiglia, una moglie e una bambina piccola. Aveva lasciato Boss Wing e seguito Matthew.

Matthew si guardò le mani, fece un profondo respiro, e prese una decisione: “Scusate, sono solo stato coinvolto in una rissa mentre venivo qui. Però ho delle buone notizie: ho trovato un modo per rendere tutti noi molto ricchi in un tempo molto breve”. E, a memoria, Mastro Fong descrisse la maniera che aveva trovato per attraversare il ricco dungeon di Svartalfaheim Warriors. Richiese un computer e mostrò loro, mostrò loro come eliminare secondi superflui dalla run, ddove essere certi di fermarsi, cosa prendere e portare con se. E poi ciascuno di loro prese un computer e si mise al lavoro.

Col tempo, il dolore nei suoi pantaloni diminuì. Qualcuno gli diede una sigaretta, poi un’altra. Qualcuno gli portò degli involtini. Mastro Fong li mangiò senza gustarli. Lui e la sua squadra erano al lavoro, stavano facendo soldi e un giorno, presto, avrebbero accumulato una ricchezza tale da fare sembrare Boss Wing un pesce piccolo.

A un certo punto, mentre lavorava, il suo telefono squillò. Era sua madre. Voleva augurargli buon compleanno. Aveva appena compiuto 17 anni.

Scena 6

Questa scena è dedicata alla Powell’s Books, la leggendaria “Città dei Libri” a Portland, Oregon. Powell’s è la più grande libreria al mondo, un infinito, universo a più piani di odori cartacei e scaffali torreggianti. Mettono libri vecchi e nuovi sugli stessi scaffali — qualcosa che ho sempre adorato — e ogni volta che sono entrato, avevano un’autentica montagna di miei libri e sono stati incredibilmente gentili nel chiedermi di autografare quelli che avevano in vendita. Gli impiegati sono amichevoli, la quantità di libri è incredibile, e c’è persino un Powell’s all’aeroporto di Portland, facendone così la miglior libreria da aeroporto nel mondo!

Powell’s Books: 1005 W Burnside, Portland, OR 97209 USA +1 800 878 7323

La sospensione dai giochi di Wei-Dong durò 20 minuti interi. Questo è quanto ci mise per fingere un mal di testa, ottenere uno study-pass, infilarsi nel centro risorse della scuola, superare il filtro del network e loggarsi. Iniziava ad essere davvero tardi in Cina, ma era OK, i ragazzi rimanevano alzati fino a tardi quando stavano lavorando, ed erano felici di averlo con loro.

Il vero nome di Wei-Dong non era Wei-Dong, ovviamente. Il suo vero nome era Leonard Rosenberg. Aveva scelto Wei-Dong dopo aver guardato i significati di molti nomi cinesi ed esserne uscito con “Forza dell’Est”, del quale gli piaceva il suono. Lo scegliere il proprio nome funzionava bene per i ragazzi cinesi che conosceva — quando i loro genitori immigravano negli Stati Uniti, loro semplicemente sceglievano un nome inglese ed erano apposto. Perché no? Per quale motivo doveva essere meglio avere un nome solo in virtù del fatto che era il nome di tuo nonno piuttosto che avere un nome del quale ti piaceva il suono?

Aveva cercato di spiegare questo ai suoi genitori, ma senza grossi risultati. A loro andava bene che gli interessassero altre culture, ma questo non voleva dire che poteva evitare di fare il Bar-Mitzvah o che lo avrebbero chiamato Wei-Dong. E non voleva dire che avrebbero approvato il fatto che stesse sveglio tutta la notte coi suoi amici in Cina, guadagnando soldi.

Wei-Dong sapeva che tutto questo poteva essere visto come qualcosa di molto stupido, un ragazzino solo con un così disperato bisogno di farsi degli amici da abbandonare del tutto il liceo e che ripiegava sul lavorare gratis in un altro emisfero. Ma non era così. Wei-Dong aveva un sacco di amici al Ronald Regan Secondary School. Un sacco di ragazzi pensavano che la Cina fosse il posto più interessante al mondo, ne adoravano i film e il cibo e i fumetti e i giochi. E c’erano un sacco di ragazzi cinesi nella scuola e, mentre un paio pensavano che chiaramente che fosse pazzo,  molti di loro lo capivano. Dopo tutto, la maggior parte di loro si interessava all’India alla stessa maniera in cui lui si interessava alla Cina, così avevano qualcosa in comune.

E cosa cambiava se saltava una lezione? Si trattava di Studi sociali, per dio! In teoria dovevano studiare proprio la Cina, ma Wei-Dong ne sapeva dieci volte di più in merito di quanto non ne sapesse l’insegnante. Mentre sussurrava in mandarino dentro il suo microfono, pensò che quello che stava facendo era simile a un progetto indipendente di studio. I suoi insegnanti avrebbero dovuto aumentargli i voti per quello.

“E ora?” disse. “Qual’è la missione?”

“Pensavamo di andare al Warlu’s Garden un altro paio di volte, ora che lo abbiamo appena ripassato. Forse riusciamo a prendere un’altra spada vorpal.” Questo era ciò che i ragazzi facevano quando non c’era un gweilo pagante — andavano a raidare per ottenere oggetti di lusso. Non era la cosa più eccitante del mondo, ma non sapevi mai cosa poteva succedere.

“Vengo anch’io”, disse. Aveva un’ora buca dopo di questa, poi la pausa per il pranzo, quindi tecnicamente poteva giocare tre ore di fila. Per allora tutti sarebbero stati pronti a sloggare e dormire, in ogni caso.

“Sei un buon gweilo, lo sai?” Wei-Dong sapeva che Ping stava scherzando. Non gli dava fastidio che i ragazzi lo chiamassero gweilo. Non era una parola razzista, non come, per esempio,  “muso giallo”. Verso di lui lo dicevano con simpatia. E, per quanto riguarda i soprannomi, “Fantasma straniero” era in effetti piuttosto figo.

Così andarono nel Garden, e lo fecero piuttosto bene, andarono a depositare il denaro nella banca di gilda e tornarono a rifarlo. E poi di nuovo. In qualche momento, mentre stava facendo questo, una campanella suonò. In un qualche altro momento, arrivarono alcuni suoi amici a parlargli, e lui spense le cuffie e rispose loro, ma non ricordava davvero cosa gli aveva detto. Qualcosa.

Poi, alla terza run, successe il disastro. Erano quasi arrivati alla riva, ed erano scesi dalle loro cavalcature. Wei-Dong si stava preparando a castare Queen’s Air Pocket, usando la riserva di gusci di ostrica che aveva accumulato nei giri precedenti.

Ed eccoli arrivare, una dozzina di cavalieri su enormi, tremendi stalloni neri, emergendo dall’acqua all’unisono, riempiendo l’aria con il nitrire arrabbiato delle loro cavalcature e i loro gridi di battaglia.  L’acqua schizzò verso l’alto intorno a loro e ricadde su Wei-Dong ed i suoi compagni di gilda.

Urlò qualcosa nel microfono, un avvertimento, e, tutto intorno a lui nel centro risorse, ragazzini interruppero le loro conversazioni per fissarlo. Era diventato un derviscio, martellando la sua tastiera e spostando con furia il mouse, gli occhi fissi sullo schermo.

I cavalieri neri si muovevano con misteriosa sincronia. O erano dei mostri — mostri che Wei-Dong non aveva mai incontrato — o erano il party di raid con maggiori capacità di cooperazione e pratica che avesse mai visto. Aveva la sua spada vorpal in mano, adesso, e i suoi compagni di gilda stavano anche loro tutti combattendo. Nelle cuffie poteva sentirli imprecare nei dialetti cinesi di sei diverse provincie. In altre circostanze, Wei-Dong ne avrebbe preso nota, ma in questo momento stava combattendo per la propria vita.

Lu si era posizionato coraggiosamente fra i cavalieri ed il loro gruppo, il grosso tank veloce con la sua mazza e lo spadone, combattendo tutti e dodici i cavalieri senza preoccuparsi della propria salvezza. Wei-Dong lo riempì di sortilegi di cura mentre cercava di lasciare anche lui il segno sui cavalieri con la sua spada vorpal, lunga tre volte di più di Wei-Dong stesso.

La spada vorpal poteva fare una quantità incredibile di danni, ma non era facile da usare. Per due volte, Wei-Dong colpì accidentalmente membri del suo gruppo, anche se non gravemente — grazie a Dio, glielo avrebbero rinfacciato a vita — ma non riusciva a ferire i cavalieri neri, che erano troppo veloci per lui.

Poi Lu cadde,  scendendo in ginocchio, la gola attraversata da una picca impugnata da un cavaliere il cui stallone aveva gli occhi dello stesso blu ghiacciato del fumo del Bruco. Il cavaliere alzò Lu nell’aria, mentre questo continuava a scalciare debolmente, e un altro cavaliere gli mozzò la testa con uno sprezzante fendente della sua spada. Lu cadde tagliato in due sulla arenosa sabbia della spiaggia e, nel microfono, li maledisse, usando espressioni che Wei-Dong tradusse con difficoltà in “Si fottano otto generazioni dei vostri antenati”.

Con Lu a terra, tutti gli altri erano praticamente indifesi. Combatterono valorosamente, coordinando i loro attacchi, riversando suoi nemici il fuoco dei loro oggetti magici e dei loro migliori sortilegi, ma i cavalieri neri erano imbattibili. Prima di morire, Wei-Dong riuscì a colpirne un paio con la spada vorpal ed ebbe la momentanea soddisfazione di vedere il cavaliere barcollare e portare la mano al petto, ma poi il combattente si avvicinò a lui, estraendo un paio di spade corte che mosse come un mago che faccia trucchi con dei coltelli. Non c’era modo di pararle e, pochi secondi dopo, Wei-Dong era sulla sabbia, guardando lo stivale chiodato del cavaliere che scendeva sulla sua faccia, sentendo lo scricchiolio della sua mandibola e del naso che si spezzavano sotto il suo peso. Poi respawnò nel distate Lake of Tear, nudo e disarmato, e doveva fare una corpse-run[1] fino al proprio cadavere prima che i bastardi gli restituissero la sua spada vorpal.

Sentì nel microfono i suoi compagni di gilda morire, uno dopo l’altro, mentre correva, etereo come un fantasma, attraverso le valli di Wonderland. Raggiunse il suo cadavere giusto in tempo per vedere i cavalieri lootare[1] il corpo, e i corpi dei suoi compagni di gruppo. Si rialzò, indifeso e disarmato e fatto carne dal corpo del suo personaggio, vulnerabile.

Uno dei cavalieri gli mandò una richiesta di chat. Lui cliccò, silenziando i rumori di fondo di Shenzen.

“Voi farmer non siete più benvenuti qui, compagno” disse la voce. Aveva un accento che non sapeva riconoscere. Forse russo? E a parlare era un ragazzino! “Ora ci siamo noi di pattuglia. Se ritornate vi daremo la caccia e vi uccideremo di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Mi capisci, cinese?” Non un ragazzino: una ragazza – una bambina, che lo minacciava da qualche parte lontano nel mondo.

“Chi ti ha dato il diritto di dare ordini, signorina?” disse lui. “E cosa ti fa pensare che io sia cinese, in ogni caso?”

Ci fu una brutta risata. “Signorina, eh? Do ordini perché ti ho appena rotto il culo, e perché posso rompertelo di nuovo, tutte le volte di cui ho bisogno. E non me ne importa se sei in Cina, in Vietnam, in Indonesia — non fa nessuna differenza. Uccideremo te e tutti i farmer di Wonderland. Questo gioco non è più farmabile. Questa conversazione è finita”. E il cavaliere nero lo decapitò con sprezzante facilità.

Tornò al canale di gilda, pronto a dire quanto era appena successo, la mente che correva, quando alzò lo sguardo e vide la faccia di suo padre, in piedi accanto a lui, con un’espressione sul volto che avrebbe potuto inacidire il latte.

“Alzati, Leonard”, disse. “E vieni con me”

Non era da solo. C’era il signor Adams, il vice-preside, e il “poliziotto in affitto” della scuola, l’agente Turner, e il consulente agli studi, la signora Ramirez. Avevano facce di pietra quanto quelle del monte Rushmore, facce senza un briciolo di pietà. Suo padre allungò la mano e prese le sue cuffie, togliendogliele dalle orecchie gentilmente, con cura. Poi, esattamente con la stessa cura, fece cadere le cuffie sul pulito pavimento di cemento del centro risorse e le schiacciò con il tacco, con un forte “crunch” nell’aula perfettamente silenziosa.

Leonard si alzò. La stanza era piena di ragazzi che facevano finta di non guardarlo. Tutti lo stavano guardando. Seguì suo padre nel corridoio e la porta si richiuse. Sentì, senza possibilità di errore, il suono di un centinaia di risatine all’unisono.

Lo scortarono dall’ufficio del vice-preside, intrappolandolo su tutti i lati. Non che lui avrebbe provato a fuggire — non aveva nessun posto in cui fuggire, ma lo fecero claustrofobico. Le cose non stavano andando bene. Stavano andando davvero molto, molto, male.

Ecco quanto male: “Mi state per mandare a una scuola militare?”

“Non una scuola militare”, disse la signora Ramirez. Lo disse con quel tono paternalistico da consulente agli studi “L’Accademia Martindale non ha nessuna componente militare o marziale. E’ semplicemente un ambiente molto strutturato e supervisionato. Hanno avuto un’incredibile successo nell’aiutare studenti come te nel concentrarsi sui voti e tirarsi fuori da problemi di studio. Hanno un bellissimo campus in una posizione stupenda, e i ragazzi che vanno a Martindale ottengono posizioni prestigiose…”

E così via. La signora Ramirez si era ingoiata la brochure pubblicitaria come un burrito e ora questa rimbombava nelle sue parole. Smise di ascoltarla e guardò suo padre. Non era mai facile capire cosa stesse pensando Benny Rosenberg. La gente che lavorava per lui alla Rosenberg Shipping and Logistic lo chiamava Il Muro, perché non potevi fargli passare qualcosa né da sopra, né attraverso, né attorno, né oltre. Non che fosse una testa dura, ma non si lasciava distrarre da argomentazioni emotive: se cercavi di convincerlo con qualcosa di meno che una logica da computer, facevi prima a non provare nemmeno.

Ma c’erano dei piccoli segni, piccole cose da cui potevi capire cosa stesse provando il vecchio Benny. Il gesto che stava facendo col cinturino del suo orologio era uno di questi. Come il piccolo schiocco sul fondo della mascella, che faceva sembrare stesse masticando un chewing gum invisibile. Se univi tutte queste cose insieme con il fatto che era lontano dal lavoro a metà giornata, quando doveva assicurarsi che i giganteschi container di acciaio girassero intorno al globo — beh, per Leonard, questo voleva dire che la lava del Vulcano Benny era molto vicina alla superficie.

Si girò verso suo padre. “Non dovremmo parlare di questo in famiglia, papà? Perché lo stiamo facendo qui?”

Benny lo guardò, armeggiò ancora col cinturino dell’orologio, e fece gesto alla consulente di continuare.

“Leonard”, disse lei, “Leonard, tu devi capire quanto questa cosa sia diventata seria. Sei a una tesina di distanza dal venire bocciato in due materie: storia e biologia. Sei passato dal prendere A in matematica, inglese e studi sociali al prendere C-. Di questo passo, ti sarai rovinato il semestre entro il giorno del Ringraziamento. Mettiamola in questo modo: sei passato dall’essere nel novantesimo percentile degli studenti del secondo anno della Ronald Regan Secondary School ad essere nel dodicesimo. E’ un segnale, Leonard, da parte tua verso di noi, e sta dicendo S-O-S, S-O-S.”

“Abbiamo pensato che ti drogassi” disse suo padre, con calma assoluta. “Abbiamo persino sottoposto a dei test un capello preso dal tuo cuscino. Ti ho fatto pedinare. Per quanto ne posso sapere, fumi qualche canna di tanto in tanto con i tuoi amici, ma in realtà non vedi più tanto spesso i tuoi amici, vero?”

“Avete fatto dei test su un mio capello?”

Suo padre fece gesto di andare avanti “E ti abbiamo fatto seguire. Certo. Abbiamo delle responsabilità. Abbiamo delle responsabilità nei tuoi riguardi. Non sei una nostra proprietà, ma se ti incasini così tanto da finire a passare il resto della tua vita come senzatetto, sarà colpa nostra, e dovremmo pagarti le cauzioni. Lo capisci, Leonard? Siamo responsabili di te, e faremmo tutto ciò che è necessario per essere certi che non ti rovini la vita.”

Leonard inghiottì una risposta. La sensazione di sprofondare che era cominciata con la distruzione delle sue cuffie era continuata, trascinandolo sempre più in profondità. Ora aveva i palmi sudati, il cuore che correva e non aveva nessuna idea di cosa sarebbe potuto uscire dalla sua bocca la prossima volta che avesse parlato.

“Quando avevo la tua età chiamavamo questo un intervento”, dice il vice-preside. Sembrava ancora l’agente immobiliare che era stato prima di passare a insegnare, l’ultima volta che il mercato era crollato. Era affabile, inoffensivo, dagli occhi aperti che ispiravano fiducia. Lo chiamavano Babyface Adams nei corridoi. Ma Leonard sapeva come erano i venditori, sapeva che non importava quanto sembravano amichevoli, erano sempre alla ricerca di tue debolezze da sfruttare. “E lo facevamo per chi era dipendente dalla droga. Io penso che tu sia dipendente dai giochi.”

“Oh, insomma“, disse Leonard. “Non esiste una cosa del genere. Posso mostrarvi le ricerche. Dipendenza da Giochi? E’ soltanto qualcosa che si sono inventati per vendere più giornali. Papà, dai, non puoi veramente credere a questa roba, vero?”

Suo padre evitò di incontrare il suo sguardo, indirizzando la propria attenzione al vice-preside.

“Leonard, sappiamo che sei un ragazzo molto intelligente, ma nessuno lo è così tanto da non avere mai bisogno di un aiuto. Non voglio discutere le definizioni di ‘dipendenza’ con te…”

Perché verrebbe fuori che hai torto” Esplose Leonard, sorprendendosi della propria veemenza. Il vecchio Babyface face il suo affabile sorriso da venditore: Oh, certo, signore, ha sicuramente ragione su questo, quanto è intelligente. Ora, potrei mostrarle qualcosa in un finto-Tudor, a tre piani, con un garage per tre auto e piscina?

“Sei un ragazzo molto intelligente, Leonard. Non importa se tu sei dipendente da un punto di vista medico, psicologico o se semplicemente …” mosse le mani, cercando le parole giuste “… o se semplicemente passi troppo tempo a giocare a questi giochi e non abbastanza nel mondo reale. Niente di tutto questo ha importanza. Ciò che importa è che sei nei guai. E ti aiuteremo a superarli. Perché ci preoccupiamo per te e vogliamo vederti avere successo nella vita.”

Di colpo, Leonard realizzò che non poteva fare niente. Sapeva come funzionavano queste cose. Da qualche parte, proprio adesso, l’agente Turner stava svuotando il suo armadietto e mettendo i contenuti in un paio di sacchi di carta del negozio Trader Joe. Da qualche parte, qualche segretaria stava togliendo il suo nome dalle liste degli studenti dei registri di ogni materia. Proprio ora, sua madre stava preparandogli i bagagli, riempiendo la valigia con tre o quattro cambi di vestiti, uno spazzolino pulito… e nient’altro. Quando avrebbe lasciato questa stanza, sarebbe scomparso dall’Orange County esattamente come se fosse stato rapito da un serial killer.

Solo che non sarebbe stato il suo corpo mutilato a ricomparire in un paio di mesi, decomposto e orribile, una lezione pratica per i ragazzi della Ronald Regan High sul restare alla larga dagli sconosciuti. Sarebbe stata la sua personalità mutilata a ricomparire, uno stupido replicante uscito da un baccello, che era stato costretto ad adattarsi allo stampo da cittadino-felice-e-al-proprio-posto che lo avrebbe portato ad essere come adulto un buon lavoratore che non dà problemi, una ape lavoratrice nell’alveare.

“Papà, insomma. Non puoi farmi questo! Sono tuo figlio! Ho diritto ad una possibilità di migliorare i miei voti da solo, no? Prima che tu mi mandi in qualche centro per il lavaggio del cervello?”

“Hai avuto la tua possibilità di migliorare i tuoi voti, Leonard”, disse la signora Ramirez, e il vice-preside annuì vigorosamente “Hai avuto tutto il semestre. Se pensi di prendere il diploma e poi andare all’università, questo è il momento di fare qualcosa di drastico per far sì che questo accada”

“E’ il momento di andare”, disse suo padre, controllando ostentatamente l’orologio. Onestamente, chi è che portava ancora un orologio? Aveva un telefonino, Leonard lo sapeva, come tutte le persone normali. Un vecchio orologio a molla era utile al giorno d’oggi quanto un cornetto acustico o una cotta di maglia. Ne aveva un cassetto intero pieno. Dozzine di orologi. Suo padre poteva avere tutte le ridicole passioni e hobby che voleva, spenderci sopra una piccola fortuna, e nessuno aveva intenzione di mandare lui al manicomio.

Era così dannatamente ingiusto. Voleva urlarlo mentre lo portavano fino all’impeccabile Huawei Darter di suo padre. Ne comprava una nuova ogni anno, ottenendo un grosso sconto dalla fabbrica, che caricava la sua auto personale nel suo personale container e la caricava in una delle grandi navi di papà nel porto di Guangzhou. L’auto odorava di liquirizia nera che il padre di Leonard succhiava, e del gigante thermos di acciaio che si portava dietro ogni mattino, riempiendolo man mano che finiva, durante il giorno, in diversi bar in cui gli davano del tu.

E fuori dai finestrini, attraverso una tinta leggermente grigia, le strade di Anaheim sfrecciavano veloci, file di case identiche che davano su un’enorme strada ad otto corsie. Aveva conosciuto queste strade per tutta la sua vita, vi aveva camminato, incontrato gli accattoni che lavoravano nel settore turistico, gli impiegati della Disney che avevano perso lo shuttle, coi piedi doloranti per il camminare, percorrendo il chilometro e mezzo che li separava dal parcheggio per dipendenti, gli strambi pensionati che portavano a passeggio i cani, il resto dei replicanti da baccello di Orange County ancora allo stadio larvale, troppo giovani, poveri o sfortunati per avere una macchina.

Il cielo era di quel blu puro che c’era spesso nell’OC, nessuna nuvola, un sole sorridente da cartolina quasi nel suo punto più alto. Leonard vide tutto questo come se fosse la prima volta; lo vide realmente, perché sapeva che sarebbe stata l’ultima volta.

“Non è così male”, disse suo padre “Smettila di comportarti come se stessi per andare in galera. E’ una scuola elegante, per dio. E non una di quelle scuole in cui ti picchiano nei bagni o roba del genere. Sono praticamente degli hippy laggiù. Tua madre ed io non ti stiamo mandando in un gulag, ragazzo”

“Non importa cosa dite, papà. Dimenticatelo. Ecco i fatti: mi avete rapito da scuola e mi manderete lontano in un posto dove dovrebbero ‘ripararmi’. Non mi avete dato alcuna voce in capitolo. Non mi avete consultato. Potete dire quanto mi amate, quanto questo sia per il mio bene, parlare e parlare e parlare, ma non cambierà i fatti. Ho diciassette anni, papà, sono vecchio quanto Zaidy Shmuel quando sposò Bubbie e venne in America, lo sai?”

“Questo era durante la guerra…”

“Che importa? Era tuo nonno, ed era abbastanza vecchio per iniziare una famiglia. Puoi scommettere che non se ne sarebbe stato tranquillo se lo avessero rapito… “, suo padre grugnì, “Rapito perché aveva hobby diversi da quello che i suoi genitori consideravano un buon modo di passare il tempo. Oddio! Quale diavolo è il tuo problema? Ho sempre saputo che eri una sorta di coglione, ma…”

Suo padre sterzò con calma la macchina, frenando, passando dolcemente da una corsia all’altra, controllando dietro di sé ad ogni corsia, attraversando il traffico dei turisti e i pickup dei giardinieri senza far suonare il clacson neanche una volta. Tiro il freno a mano con una mano ed aprì la cintura di sicurezza con l’altra, girandosi per avere la faccia davanti a quella di Leonard.

“Tu stai camminando su del ghiaccio fottutamente sottile, ragazzo. Puoi fare di me il cattivo quanto ti pare, se ne hai bisogno, ma, da qualche parte in quel tuo cervello da adolescente carico di ormoni, sai che sei stato tu a metterti in questa situazione. Quante volte, Leonard? Quante volte abbiamo parlato di equilibrio, di mantenere alti i tuoi voti, rinunciando ad un po’ di tempo nel tuo gioco? Quante possibilità hai avuto prima di questo?”

Leonard rise caldamente. C’erano lacrime di rabbia nei suoi occhi, che cercavano di uscire. Deglutì. “Rapito”, disse. “Rapito e spedito via perché pensi che io non abbia voti abbastanza buoni in matematica e inglese. Come se volessero dire qualcosa… Quand’è stata l’ultima volta che hai risolto un’equazione quadratica, papà? Chi se ne frega se non vado all’università? In cosa dovrei prendere una laurea, perché mi aiuti a sopravvivere nei prossimi vent’anni? In cosa ti sei laureato tu, papà? Oh, giusto, Lingue antiche. Beh quello è utilissimo mentre stai spedendo giganteschi container pieni di spazzatura in plastica dalla Cina, giusto?”

Suo padre scosse la testa. Dietro di loro, le macchine frenavano e suonavano il clacson l’un con l’altra mentre manovravano per girare attorno alla Huawei ferma. “Non si tratta di me, figliolo. Si tratta di te. Stai buttando via la tua vita in uno stupido gioco. Almeno parlare latino mi aiuta a capire lo spagnolo. Che stai guadagnando dalle tue ore e anni passati ad uccidere draghi?”

Leonard era fumante di rabbia. Sapeva la risposta a questo, da qualche parte nel suo cervello. I giochi stavano prendendo il possesso del mondo reale. C’erano dei soldi che si potevano fare lì. Stava imparando a lavorare in squadra. Queste cose ed altre, erano le sue ragioni per giocare, e nessuna di queste era importante quanto la più importante: semplicemente lo sentiva come una cosa giusta, avventurarsi in mondi…

Crash

L’auto sembrò saltare in alto, alzandosi prima sulle ruote davanti in un’impennata al contrario e poi le ruote davanti avanzarono e la macchina venne sparata in avanti di dieci yarde in un secondo. Ci fu un suono di metallo che si accartocciava, l’imprecazione di suo padre e poi un suono come quello delle campane in una chiesa mentre la sua testa colpiva qualcosa. Il mondo si oscurò.

Scena 7

Questa scena è dedicata a Books of Wonder, di New York, la più antica ed ampia libreria per ragazzi a Manhattan. Si trova a soli pochi isolati di distanza dagli uffici della Tor Books nel Flatiron Building, e ogni volta che vado lì per incontrarmi con la gente della Tor, vado a fare un salto alla Books of Wonder per esaminare la loro offerta di libri per ragazzi nuovi, usati e rari. Sono un grande collezionista di edizioni rare di Alice nel Paese delle Meraviglie, e Book of Wonders non manca mai di entusiasmarmi con qualche splendida edizione limitata di Alice. Alla Books of Wonder organizzano un sacco di eventi per ragazzi e c’è una delle atmosfere più invitanti che abbia mai sperimentato in una libreria.

Books of Wonder: 18 West 18th St, New York, NY 10011 USA +1 212 989 3270

Mala era nel mondo di gioco con un piccolo raid party, solo pochi della sua armata. Era tardi — era passata la mezzanotte — e la signora Dibyendu aveva lasciato la gestione dell’Internet Café al suo nipote idiota. In questi giorni, l’Internet Café rimaneva aperto ogni volta che Mala e la sua armata volevano usarlo, fosse giorno oppure notte, e c’erano sempre dei soldati che gareggiavano per l’onore di scortare Generale Robotwallah a casa una volta finito. Ammaji… Ammaji aveva un nuovo bel appartamento, con due intere stanze, e una di queste era solo per Ammaji, sua per dormirci senza i rumori e il rigirarsi dei due figli. C’erano posti a Dharavi dove dieci o quindici persone avrebbero volentieri condiviso una stanza di quelle dimensioni, dormendo sui propri cappotti… o l’uno sull’altro. Ammaji aveva un materasso, portato da lei da un forte giovane dal bazar di Chor, trasportandolo con sé sul tetto del treno della linea marittima nel caldo dell’ora di punta.

Ammaji non si lamentava quando Mala giocava fin dopo mezzanotte.

“Ce ne sono altri, laggiù”, disse Sushant. Aveva due anni più di lei, era il più alto di tutti loro, con i capelli corti e un sorriso folle che le faceva venire in mente la faccia di un cane a cui si sia accarezzata la pancia fino a portarlo all’estasi.

Ed eccoli qui, tre mecha a formare un triangolo, colpendo metodicamente gli zombie sulla testa, spappolando i loro cervelli marci e lasciandoli cadere in pile sempre più grandi. Alla fine, in gioco avrebbe mandato dei ghoul per trascinare via i corpi, ma per ora, erano impilati fino ad arrivare al torso dei mecha.

“Li ho sotto tiro”, disse Yasmin, coi mirini fissati sul bersaglio. Questo era un nuovo genere di missione per loro: spazzare via questi piccoli trii di mecha che grindavano[1] zombie. Il signor Banerjee aveva dato loro questo compito una volta che i combattenti più aggressivi erano stati praticamente sterminati dalla sua armata. Secondo il signor Banerjee, questi gruppi di tre mecha erano sotto il controllo di un solo giocatore, qualcuno che veniva pagato per livellare[1] il mecha di base fino al livello 4 o 5, per poi venderli all’asta a giocatori ricchi. Sempre in gruppi di tre, sempre grindando zombie, sempre in questa parte del mondo, una vera piaga.

“Fuoco”, disse lei, e l’arma a impulsi sparò cerchi di forza concentrici nell’aria. I nemici si paralizzarono, i loro sistemi centrali distrutti e, mentre Mala guardava, gli zombie iniziarono a sciamare sopra i loro mecha, ricoprendoli, lavorandoseli senza tregua, finché non riuscirono a trovare il modo di entrare. Una nebbia rossa si sparse nell’aria mentre smembravano i piloti.

“Ben fatto”, disse lei, stiracchiandosi la schiena, leccando le ultime gocce di una tazza di chai che si era ormai raffreddato. Il nipote idiota della signora Dibyendu era all’ingesso dell’Internet Café, a piedi nudi, sputando betel sulla strada il cui odore dolciastro arrivava fino a lei. Stava per essere assalita dal sonno, quindi era il momento di andare. Si girò per dirlo al suo esercito, quando le sue cuffie si riempirono del tuonare di mecha in arrivo, di un sacco di mecha in arrivo.

Rimise il didietro sulla sedia e si girò, le dita che volavano sulla tastiera, gli occhi fissi sullo schermo. I mecha nemici stavano arrivando in una configurazione megamecha, quindici — no, venti — di loro uniti insieme a formare un robot così grande che lei sembrava un moscerino al confronto.

“A me!”, gridò, “In formazione!”. I suoi soldati tornarono alle loro tastiere, il suo esercitò iniziò la propria sequenza megamecha, ma ci voleva troppo e non erano abbastanza e, nonostante combatterono coraggiosamente, il gigantesco nemico li fece a pezzi, sollevando ogni robot da guerra, guardando al suo interno mentre strappava l’armatura e lasciava cadere il pilota che si contorceva in mezzo alla marea di zombie che si stava innalzando ai suoi piedi. Troppo tardi, Mala ricordò la sua strategia, ricordò come era stato quando lei aveva sempre comandato la forza più debole, la posizione difensiva che avrebbe dovuto far assumere al suo esercito nel momento stesso in cui aveva visto quanto era in inferiorità numerica.

Troppo tardi. Un istante dopo, il suo mecha era stato afferrato dal nemico, sollevato fino alla sua faccia. Mentre veniva avvicinato la sua console cambiò e sentì un leggero rumore clacson : il robot stava cercando di infiltrare il suo sistema di comando, di interfacciarsi con esso, di pwnarlo[1]. Questo era un altro gioco all’interno del gioco, il gioco hacka-e-sii-hackato, e lei era molto brava in questo gioco. Si trattava di risolvere una serie di enigmi logici, risolverli più velocemente del nemico, e lei cliccò e digitò mentre cercava il modo di costruire un ponte con dei blocchi di dimensione irregolare, mentre cercava il modo di aprire una serratura i cui perni dovevano venire cliccati in una certa maniera per far sì che il meccanismo funzionasse, mentre cercava…

Non era stata abbastanza veloce. Il suo esercito si raccolse intorno alla sua console ormai bloccata, il nemico ormai all’interno del suo mecha, controllandolo dal sistema di avviamento al lanciafiamme.

“Ciao”, disse una voce nelle sue cuffie. Questo era qualcosa che potevi fare quando controllavi l’armatura di un altro giocatore: potevi prendere il controllo delle sue comunicazioni. Lei pensò di togliersi le cuffie e passare agli altoparlanti così che il suo esercito potesse sentire a sua volta, ma una qualche premonizione la fermò. Questo nemico si era dato da fare per parlare a lei, in persona, così avrebbe ascoltato che cosa aveva da dire.

“Il mio nome è Sorellona Nor”, disse lei, ed era una lei, una voce di donna, no, una voce di ragazza… forse qualcosa a metà strada fra le due. Il suo hindi aveva uno strano accento, come gli attori cinesi che aveva visto al cinema. “E’ stato un piacere combattere contro di te. La tua gilda è stata molto brava. Ovviamente, noi siamo stati migliori.” Mala udì delle voci, dal suono stridulo, esultare e realizzò che c’erano dozzine di nemici sul canale di chat, tutti quanti in ascolto. Ciò che aveva scambiato per rumore statico nel canale era, in effetti, dozzine di nemici, da qualche parte nel mondo, che respiravano nei loro microfoni mentre la donna parlava.

“Siete davvero dei buoni giocatori”, disse Mala, sussurrando perché solo il microfono potesse sentire.

“Non sono solo una giocatrice, né lo sei tu, mia cara”. C’era qualcosa da sorella in quella voce, neanche un briciolo di quella gongolante competitività che Mala aveva provato nei confronti dei giocatori che aveva battuto in passato. Nonostante tutto, Mala si ritrovò a sorridere un poco. Mosse il mento da lato a lato — Oh, sei una intelligente, continua — e i suoi soldati, intorno a lei, fecero lo stesso gesto.

“So perché combatti. Pensi che sia un lavoro onesto, ma ti sei mai fermata a considerare il perché qualcuno ti dovrebbe pagare per attaccare altri lavoratori nel gioco?”

Mala fece andare via il proprio esercito, indicando la porta. Quando fu sola, disse “Perché rovinano il gioco per gli altri giocatori. Interferiscono”.

Il gigantesco mecha scosse la testa lentamente. “Sei davvero così cieca? Pensi che il gruppo che ti paga lo faccia perché si preoccupano del fatto che il gioco sia divertente? Oh, cara mia…”

La mente di Mala corse all’impazzata. Era come risolvere uno di quegli enigmi. Ovviamente al signor Banerjee non importava niente degli altri giocatori. Ovviamente non lavorava per il gioco. Se avesse lavorato per il gioco, avrebbe potuto semplicemente sospendere gli account dei giocatori che Mala combatteva. La soluzione si affacciò nella sua mente “Sono rivali d’affari, quindi?”.

“Oh, si, sei intelligente come ho pensato dovessi essere. Si, esatto. Sono rivali d’affari. Da qualche parte, c’è un gruppo di giocatori identico a loro, pagati per livellare mecha, o farmare gold[1], o ottenere terre, o qualsiasi altra cosa che possa trasformare il loro lavoro in denaro. E a chi credi vada questo denaro?”

“Al mio capo”, disse lei. “E ai suoi capi. E’ così che funziona”. Tutti lavoravano per qualcuno.

“E ti sembra giusto?”

“Perché no?”, disse Mala. “Lavori, crei qualcosa o fai qualcosa, e la persona per cui lo fai ti paga per il tuo lavoro. Questo è il mondo, è come funziona”

“Cosa fa la persona che ti paga per guadagnarsi qualcosa dal tuo lavoro?”

Mala ci pensò. “Trova il modo per trasformare quel lavoro in denaro. Mi paga per quello che faccio. Queste sono domande stupide, sai?”.

“Lo so”, disse Sorellona Nor. “Sono le domande stupide che hanno alcune delle risposte più sorprendenti ed interessanti. La maggior parte della gente non pensa mai a farsi le domande stupide. Sai che cosa è un sindacato?”

Mala ci pensò. C’erano sindacati in tutta Mumbai, ma nessuno a Dharavi. Aveva sentito molta gente parlarne. “Un gruppo di lavoratori”, disse lei. “Che fanno sì che i loro capi li paghino di più”. Pensò a tutto quello che aveva sentito. “Impediscono agli altri lavoratori di prendere il loro lavoro. Vanno in sciopero”.

“Questo è quello che i sindacati fanno. Ma non è ciò che sono. Dimmi questo: se tu andassi dal tuo capo e chiedessi più soldi, meno ore di lavoro e migliori condizioni lavorative, cosa pensi direbbe?”

“Riderebbe e mi manderebbe via”, disse Mala. Questa era una domanda incredibilmente stupida.

“Hai quasi certamente ragione. Ma se tutti i lavoratori andassero da lui e chiedessero la stesa cosa? Cosa succederebbe se, ovunque andasse, i lavoratori gli dicesse ‘Questo è quanto valiamo’ e ‘Non verremo trattati in questo modo’ e ‘Non puoi toglierci i nostri lavori a meno che non ci sia una valida ragione per farlo’? Cosa succederebbe se tutti i lavoratori, ovunque, pretendessero questo trattamento?”.

Mala scosse la testa. “E’ un’idea ridicola. C’è sempre qualcuno più povero che accetterà il lavoro. Non importa quello che facciamo. Non può funzionare”. Si rese conto di essere furiosa. “E’ stupido!”.

“Ammetto che sia abbastanza improbabile”, disse la donna, e c’era un inconfondibile tono divertito nella sua voce. “Ma pensa per un momento al tuo datore di lavoro. Sai dove sono i suoi datori di lavoro? Sai dove sono i giocatori che stai combattendo? Dove sono i loro clienti? Sai dove sono io?”

“Non vedo come questo possa avere importanza…”

“Oh, importa. Importa perché nonostante tutte queste persone siano sparse in giro per il mondo, non c’è una vera distanza fra di esse. Chiacchieriamo come se fossimo vicine, ma io sono a Singapore, tu sei in India. Dove? Delhi? Kolkata? Mumbai?”.

“Mumbai”, ammise lei.

“Non parli come se fossi di Mumbai”, disse lei, “Hai un meraviglioso accento. Uttar Pradesh?”.

Mala fu sorpresa di sentire lo stato in cui era nata e in cui si trovava il suo villaggio indovinato così facilmente. “Si”, disse. Era una ragazza del villaggio, era il Generale Robotwallah e questa donna l’aveva inquadrata molto velocemente.

“Questo gioco ha il suo quartier generale in America, in una città chiamata Atlanta. La corporazione è registrata a Cipro, in Europa. I giocatori sono di ogni parte del mondo. Quelli che stavi combattendo sono in Vietnam. Stavamo facendo un’adorabile conversazione prima che tu arrivassi e li facessi a pezzi. Siamo ovunque, ma siamo tutti qui. Chiunque il tuo capo potesse mai pagare per fare il tuo lavoro finirebbe qui, e noi potremmo trovare quei lavoratori e parlargli. Ovunque il tuo capo vada, i suoi lavoratori verranno tutti a lavorare qui. E qui potremmo chiacchierare come stiamo facendo adesso, e spiegare loro che mondo potremmo avere, se tutti i lavoratori cooperassero per proteggere gli interessi gli uni degli altri.”

Mala continuava a scuotere la testa. “Ti distruggerebbero e basta. Assolderebbero un esercito come il mio. E’ un’idea stupida”.

Il gigantesco megamecha la sollevò fino alla propria faccia, dove i suoi denti masticavano e sferragliavano. “Pensi che ci sia un esercito che ci possa battere?”.

Mala pensò che forse il suo esercito poteva farcela, se ci fossero stati tutti, se fossero stati preparati. Poi pensò a quanto dura era una battaglia contro queste bestie giganti. “Forse no. Forse potete fare quello che dite di poter fare”. Ci pensò un altro po’. “Ma nel frattempo, non avremmo un lavoro.”

La gigantesca faccia metallica annuì. “Si, questo è vero. All’inizio potresti trovarti a non avere la tua paga. E magari i tuoi compagni lavoratori potranno contribuire per aiutarti un poco. Questa è un’altra cosa che fanno i sindacati. E’ chiamato sussidio. Ma alla fine, tu, io tutti noi, ci godremmo un mondo dove veniamo pagati quanto ci serve per vivere, dove lavoriamo con condizioni accettabili e dove i posti in cui lavoriamo sono decenti. Tutto questo non merita un piccolo sacrificio?”

Eccoci al punto, “Tu mi chiedi di fare dei sacrifici. Perché dovrei fare dei sacrifici? Siamo poveri. Combattiamo per poco, perché abbiamo ancora di meno. Perché pensi che dovremmo fare dei sacrifici? Perché tu non ti sacrifichi?”

“Oh, sorella, tutti noi abbiamo fatto dei sacrifici. Capisco che tutto questo per te è molto nuovo, e che ci vorrà un po’ di tempo per abituartici. Sono certa che ci rivedremo di nuovo, un giorno. Dopo tutto, giochiamo tutti nello stesso mondo qui, non è vero?”

Mala realizzò che il respirare che aveva sentito, le altre voci sul canale di chat, era cessato. Per un breve periodo di tempo, c’erano state solo Mala e la donna che la chiamava ‘sorella'”.

“Qual’è il tuo nome?”

“Mi chiamo Nor-Ayu”, disse lei. “Ma mi chiamano ‘Sorellona Nor’. In tutto il mondo mi chiamano così. Come ti devo chiamare?”

Mala stava quasi per dire il proprio nome, ma si fermò. Al suo posto, disse “Generale Robotwallah”.

“Un ottimo nome”, disse Sorellona Nor. “E’ stato un piacere conoscerti”. E con queste parole, il mecha gigante la lasciò a terra e se ne andò, schiacciando gli zombie sotto ai suoi piedi.

Mala si alzò e sentì diversi scricchiolii provenire dalle sue ossa e dalla sua schiena. Era rimasta seduta per, uhm, ore.

Girò la testa da un lato e dall’altro per sgranchirsi il collo e vide il nipote idiota della signora Dibyendu che la guardava. Il suo labbro inferiore era intriso di puzzolente saliva mischiata al betel, e la guardava con una chiarezza di intenzioni che le fece contorcere le interiora.

“Sei rimasta qui da sola per me”, disse lui, con un grosso ghigno sulla faccia. I suoi denti erano marroni. Non era realmente un idiota: non aveva un vero ritardo mentale, in ogni caso. Ma era davvero duro di comprendonio e lento, con una forza brutale che la signora Dibyendu descriveva sempre come la sua “speciale fermezza”. Mala pensava che si trattasse solo di un teppista. Lo aveva visto camminare nelle strette strade di Dharavi. Non cedeva mai il passo alle donne o agli anziani, costringendoli a girargli attorno anche quando questo significava passare sul fango o peggio. E masticava betel tutto il tempo. Un sacco di gente masticava betel, era come fumare, ma sua madre detestava questa abitudine e le aveva detto così tante volte che era un’abitudine infima e sporca che Mala non poteva fare a meno di pensar male dei masticatori di betel.

Lui la guardava con gli occhi iniettati di sangue. Di colpo lei si sentì molto vulnerabile, nella maniera in cui si sentiva sempre nei primi tempi a Dharavi. Lei fece un passo a destra, e lui fece un passo nella stessa direzione. Quello era un punto di non ritorno: ora che le aveva bloccato la via d’uscita, aveva annunciato la sua intenzione di farle del male. Questa era strategia militare di base. Lui aveva fatto la prima mossa, quindi aveva l’iniziativa, ma aveva anche mostrato le sue intenzioni velocemente, quindi…

Lei fintò a sinistra e lui ci cascò. Mala abbassò la testa come un toro e lo colpì nel mezzo del torso. Essendo lui già sbilanciato, cadde di schiena. Lei non smise di muoversi, non guardò dietro di se, continuò semplicemente a correre, immaginandosi un toro in carica, passandogli sopra mentre raggiungeva la porta senza fermarsi. Un tallone lo colpì alla cassa toracica, un altro si appoggiò sulla sua faccia, andando sulle labbra e il naso. Mala avrebbe desiderato di sentire il crunch di qualcosa che si rompeva, ma ciò non successe.

Fu fuori dalla porta in un istante, nell’aria fredda della buia, buia notte di Dharavi. Intorno a lei, il suono dei ratti che correvano sui tetti e il distante rumore delle strade. E molti altri suoni, meno identificabili, suoni che avrebbero potuto essere prodotti da gente nascosta nell’ombra intorno a loro. Discorsi soffocati. Un treno distante.

Di colpo, mandare via il suo esercito non le sembrò più essere stata una buona idea.

Dietro di lei, sentì un suono di minaccia molto più chiaro. Il nipote idiota che attraversava la porta fracassandola, le sue scarpe che colpivano la strada di terra battuta. Lei scivolò in un vicolo fra due edifici, poco più largo di lei, e i suoi piedi finirono in un qualche genere di liquido tiepido che mandò un odore orribile alle sue narici. Il nipote idiota le passò oltre nella notte. Lei rimase ferma. Lui tornò indietro, cercandola in ogni direzione.

Ed eccola lì ferma, ad aspettare che lui si arrendesse, cosa che lui non avrebbe fatto. Correva avanti e indietro. Era diventato lui il toro, arrabbiato, instancabile, stupido. Sentì la voce di lui raschiare dal suo petto. Lei aveva il telefono cellulare in mano, mentre con l’altra schermava la luce traditrice che questo emetteva dal piccolo display. Erano le 12:47 adesso, e non era mai stata da sola a quest’ora in tutti i suoi 14 anni di vita.

Avrebbe potuto mandare un sms a qualcuno nel suo esercito… Sarebbero venuti a prenderla, giusto? Se erano svegli, o se i loro cellulari li avessero svegliati. Nessuno però era sveglio a quest’ora. E come spiegare il tutto? Cosa dire?

Si sentì un’idiota. Si sentì piena di vergogna. Avrebbe dovuto prevedere questo, avrebbe dovuto essere il generale, avrebbe dovuto usare una strategia. Invece, era rimasta in trappola.

Poteva aspettare. Tutta la notte, se necessario. Non c’era bisogno di lasciare che il suo esercito conoscesse la sua debolezza. Il nipote idiota si sarebbe stancato o il sole sarebbe sorto, era lo stesso per lei.

Attraverso le sottili mura delle case ai suoi due lati, si sentiva russare. L’odore orribile risaliva dal liquido sotto di lei nel rigagnolo e qualcosa di viscido si stava muovendo fra i suoi piedi. Le bruciava la pelle. I ratti scorrazzavano sopra la sua testa, facendo lo stesso suono che fa la pioggia sui tetti di latta. Stupida, stupida, stupida, era il suo mantra, che si ripeteva in continuazione nella mente.

Il toro si stava stancando. Al passaggio successivo ansimava profondamente, e ad ogni respiro mandava l’orribile puzza del betel davanti a sé, come l’odore dolciastro della putrefazione. Poteva aspettare che passasse un’altra volta, poi correre via.

Era un buon piano. Un piano che odiava. Lui l’aveva… lui l’aveva minacciata. Lui l’aveva spaventata. Lui doveva pagare. Lei era il Generale Robotwallah, non semplicemente una qualche ragazza dal villaggio. Lei era di Dharavi, dura. Furba.

Lui ansimò superandola e lei scivolò fuori dal vicolo, i piedi che uscivano dal fango con un plop ben udibile. Lui stava ancora guardando nell’altra direzione, non la aveva ancora sentita, le dava le spalle. Gli stupidi ragazzi del suo esercito si picchiavano solo faccia a faccia, parlavano della mancanza di “onore” nel colpire qualcuno alle spalle. L’onore era solo una stupida cosa dei maschi. La vittoria è meglio dell’onore.

Strinse le braccia attorno a se e corse verso di lui, i muscoli delle braccia tesi, le mani all’altezza delle spalle. Lo colpì in alto e continuò a correre, nella stessa maniera in cui aveva fatto prima e lui cadde di nuovo, del tutto impreparato all’assalto alle spalle. Il suono che fece sullo sporco terreno fu simile al suono di una capra caduta morta al macello. Stava cercando di rigirarsi, quando lei tornò indietro e gli corse sopra, saltando e atterrando con entrambi i piedi fangosi sulla sua testa, spingendo la sua faccia nel fango. Lui urlò di dolore, il suono attutito dal terriccio, e poi rimase a terra, stordito.

A questo punto lei tornò nuovamente indietro, si inginocchiò vicino alla sua testa, con la bocca a pochi centimetri da uno degli orecchi pelosi di lui.

“Non sono rimasta indietro per te al Caffè. Stavo facendomi i fatti miei”, disse lei. “Non mi piaci. Non dovresti dare la caccia alle ragazze, altrimenti le ragazze potrebbero girarsi e dare la caccia a te. Hai capito? Dimmi che hai capito, prima che ti strappi la lingua e la usi per pulirtici il culo”. Parlavano così nei canali di gioco tutto il tempo, almeno, i ragazzi lo facevano, lei aveva sempre disapprovato questa cosa. Ma le parole avevano potere, poteva sentirlo nella propria bocca, caldo come il sangue quando ti mordi la lingua.

“Dimmi che hai capito, idiota!”, sibilò.

“Ho capito”, disse lui, e le parole vennero fuori spezzate, da labbra spezzate e da un naso spezzato.

Lei si girò ed iniziò ad andarsene. Lui grugnì dietro di lei, poi urlò “Puttana! Stupida puttana!”.

Lei non pensò nemmeno un istante, si limitò ad agire. Si voltò, corse verso il corpo ancora prono di lui, indistinto nell’oscurità, un passo, due passi, come un campione di calcio che stia per calciare un fallo e gli tirò un calcio, l’acqua fetida che sprizzò dalla scarpa zuppa quando il suo piede colpì l’enorme, stupida cassa toracica di lui. Qualcosa fece “snap” lì dentro… forse molte cose e, oh, non era magnifico?

Lui era ogni uomo che l’aveva spaventata, che le aveva urlato dietro schifezze, che aveva terrorizzato sua madre. Era l’autista di corriera che aveva minacciato di abbandonarle al margine della strada se non gli avessero dato altri soldi. Ogni cosa ed ogni persona che l’avesse mai fatta sentire piccola e spaventata, una ragazza del villaggio. Ognuna di queste cose.

Si girò di nuovo. Lui adesso si stava afferrando il fianco, piagnucolando, piangendo stupide lacrime sulle sue stupide guance, lacrime luminose nella untuosa luce lunare che filtrava attraverso nebbia dei fumi della plastica, sempre sospesa su Dharavi. Si allontanò per prendere la rincorsa e tornò verso di lui, un passo, due passi, calcio e “crunch“, ecco di nuovo quel soddisfacente suono che veniva dalle sue costole. I singhiozzi gli si raccoglievano in gola e poi prese un grosso, tremante respiro e ululò nella notte come un gatto ferito, urlò così forte che persino qui a Dharavi si accesero delle luci e delle voci si avvicinarono alle finestre.

Fu come se un incantesimo si fosse spezzato. Eccola lì, tremante e zuppa di sudore, ed ecco della gente che cercava di vederla nell’oscurità. Di colpo tutto quello che volle fu essere a casa il più presto possibile, se non ancora più veloce. Era il momento di andarsene.

Corse. Mala adorava correre fra i campi quando era una bambina, coi capelli che volavano dietro di lei, le ginocchia e le braccia che si muovevano freneticamente lungo le strade si terra. Ora correva nella notte, la puzza dell’acqua di scolo che la colpiva al naso ad ogni passo. Delle voci la rincorrevano nella notte, anche se venivano filtrate dal martellare del battito cardiaco nelle sue orecchie e più tardi non avrebbe più saputo dire se queste voci fossero vere o immaginarie.

Ma alla fine fu a casa e stava salendo le scale fino all’appartamento al terzo piano che aveva affittato per la sua famiglia. I forti colpi dei suoi passi sulle scale fecero urlare i vicini del piano di sotto, ma lei li ignorò, tirò fuori, impacciata, la chiave, ed entrò.

Suo fratello Gopal guardò verso di lei dal suo materasso, sbattendo le palpebre nell’oscurità, il torso magro nudo. “Mala?”

“E’ tutto OK”, disse lei. “Non è nulla. Dormi, Gopal”.

Lui tornò ad accasciarsi sul letto. Le scarpe di Mala puzzavano. Se le tolse, usando solo la punta delle dita, e le lasciò fuori dalla porta. Forse sarebbero state rubate — anche se dovevi essere davvero disperato per rubare quelle scarpe. Ora i suoi piedi puzzavano. C’era un grosso secchio d’acqua in un angolo e un mestolo. Con cautela, portò il mestolo pieno fino alla finestra, aprì le imposte scricchiolanti e versò lentamente l’acqua sui suoi piedi, tirandone fuori dalla finestra prima uno e poi l’altro. Gopal si mosse di nuovo “Fai silenzio”, le disse, “è ora di dormire”.

Lei lo ignorò. Le mancava ancora il fiato, e la realtà di ciò che aveva fatto stava iniziando a fare breccia dentro di lei. Aveva tirato dei calci al nipote idiota… quanti? due? tre? e qualcosa nel suo corpo aveva fatto “crack” ogni volta. Perché l’aveva bloccata? Perché l’aveva inseguita nella notte? Cosa era che faceva sì che chi era grosso e forte decidesse di fare uno sport del terrorizzare i deboli? Interi gruppi di ragazzi facevano questo alle ragazze e a volte persino a donne adulte… le seguivano, le chiamavano, le toccavano, qualche volta si arrivava persino allo stupro. Lo chiamavano “Eve-teasing” e lo trattavano come un gioco. Non era un gioco, non se eri la vittima.

Perché le avevano fatto fare questo? Perché tutti loro le avevano fatto fare questo? Il suono, “crack”, le aveva dato così tanta soddisfazione in quel momento, e la faceva stare così male adesso. Stava tremando, nonostante la notte fosse calda, una di quelle notti bollenti in cui tutto era viscido per l’afa.

E stava piangendo, anche, il pianto arrivava senza che lei riuscisse a controllarlo, e si vergognava anche di questo, perché era ciò che succedeva ad una ragazza del villaggio, non al Generale Robotwallah.

Mani callose le toccarono le spalle, stringendole. L’odore di sua madre arrivò al suo naso: sudore pulito, spezie, sapone. Forti, secche braccia la circondarono.

“Figlia, oh, figlia, cosa ti è successo?”

E lei voleva dire ad Ammaji tutto, ma tutto ciò che veniva fuori era un pianto. Si girò verso la madre e le premette la testa al seno, con i singhiozzi che arrivavano e arrivavano, ad ondate, sentendosi rivoltare da dentro. Gopal si alzò e si spostò nell’altra camera, silenzioso e spaventato. Lei lo vide, vide tutto da una grande distanza, il suo corpo che sussultava per i singhiozzi, la mente da qualche altra parte, fredda e remota.

“Ammaji”, disse alla fine. “C’era un ragazzo.”

La madre la strinse più forte. “Oh, Mala, dolce bambina…”

“No, Ammaji, non mi ha toccato. Ha provato. L’ho fatto cadere a terra. Due volte. E gli l’ho preso a calci e l’ho preso a calci, finché non ho sentito cose che si spezzavano e poi sono corsa a casa.”

“Mala!” sua madre la tenne ad un braccio di distanza. “Chi era lui?” Intendendo dire: Era qualcuno che può venirci a cercare, che può crearci problemi, che può rovinarci qui a Dharavi?

“Era il nipote della signora Dibyendu, quello grosso, quello che crea guai tutto il tempo.”

Le dita di sua madre la strinsero più forte sulle braccia e gli occhi di lei si spalancarono.

“Oh, mala, Mala — oh, no”.

E Mala seppe esattamente cosa sua madre voleva dire con questo, perché era consumata dall’orrore. La loro relazione con il signor Banerjee veniva dalla signora Dibyendu. E l’appartamento, le loro vite, il telefono, i vestiti che indossavano… Tutto veniva dal signor Banerjee. Erano in equilibrio su una pila di relazioni e la signora Dibyendu ne era alla base, tutto era sulle sue spalle. E il nipote idiota poteva convincerla a scuotere le spalle e tutto sarebbe crollato giù: il denaro, la sicurezza, tutto.

Questa era la più grande ingiustizia di tutte, l’ingiustizia che l’aveva spinta a calciare e calciare e calciare: questo stupido ragazzo sapeva che poteva cavarsela con le sue minacce e le sue azioni perché lei non poteva permettersi di fermarlo. Ma lo aveva fermato e non poteva, non voleva, essere dispiaciuta.

“Parlerò col signor Banerjee”, disse. “Ho il suo numero di telefono. Sa che sono una buona lavoratrice… sistemerà le cose. Vedrai, Ammaji, non preoccuparti.”

“Perché, Mala, perché? Non potevi solo correre via? Perché hai dovuto fare male a questo ragazzo?”

Mala sentì la rabbia tornarle dentro. Sua madre, persino sua madre…

Ma capiva. Sua madre voleva proteggerla, ma sua madre non era un generale. Era solo una ragazza del villaggio, ormai cresciuta. Era stata picchiata da troppi ragazzi e da troppi uomini, troppo dolore, povertà e paura. Questo era ciò che Mala era destinata a diventare, qualcuno che fuggiva da chi la attaccava perché non si poteva permettere di farli arrabbiare.

Non lo avrebbe fatto.

Non importava cosa sarebbe successo col signor Banerjee, la signora Dibyendu e il suo nipote idiota, non sarebbe diventata quella persona.

Scena 8

Questa scena è dedicata a Borders, il gigante della vendita di libri in tutto il globo che puoi trovare in città in tutto il mondo — non dimenticherò mai quando sono entrato in un gigantesco Borders in Orchard Road a Singapore e ho trovato uno scaffale pieno dei miei libri! Per molti anni, il Borders di Oxford Street a Londra ha ospitato le serate dedicate alla fantascienza di Pat Cadigan, dove autori locali ed in visita leggevano i loro lavori, parlavano di fantascienza e incontravano i loro fan. Quando sono in una qualche strana città (cosa che capita spesso) e ho bisogno di un buon libro per il mio successivo viaggio in aereo, sembra sempre esserci un Borders, pieno di ottime scelte — sono di parte quando si parla del Borders a Union Square a San Francisco.

Borders worldwide

Se vuoi diventare ricco senza costruire niente o fare niente che serva o sia desiderato da qualcuno, devi essere veloce.

Il termine tecnico per questo è arbitraggio (arbitrage). Immagina di vivere in un appartamento e stia nevicando così forte che nessuno vuole uscire per andare al minimarket. La vicina che vive nell’appartamento alla tua sinistra, la signora Hungry, vuole una banana e sarebbe pronta a pagare 0.50$ per averla. Il tuo vicino sulla destra, il signor Full, ha una dispensa piena di banane, ma sta facendo fatica a pagare la bolletta del telefono questo mese, così venderà tutte le banane che ti vuoi comprare a 0.30$ l’una.

Potresti pensare che ciò che un buon vicino farebbe sarebbe chiamare la signora Hungry e dirle del signor Full, lasciando che loro si accordino sull’affare. Se hai pensato questo, dimenticati di poter diventare ricco senza fare qualcosa di utile.

Se sei un arbitraggista (arbitrageur), allora pensi alla deplorevole ignoranza dei tuoi vicini come ad una opportunità. Compri tutte le banane del signor Full, poi ti affretti verso la casa della signora Hungry con le tue mani tese. Per ogni banana che compra, tu guadagni 0.20$. Questo è chiamato arbitraggio.

L’arbitraggio è un modo di guadagnarsi da vivere ad alto rischio. Cosa succederebbe se la signora Hungry cambia idea? Rimarresto con le banane, ecco cosa.

O cosa succederebbe se un altro arbitraggista arrivasse prima di te alla casa della signora Hungry, riempisse il suo appartamento di più banane di quante ne possa mai desiderare? Un’altra volta, sei rimasto bloccato con un sacco di banane e nessun posto in cui metterle (anche se una piccola quantità di orifizi vengono in mente da soli).

Nel mondo reale, gli arbitraggisti non vanno in giro trasportando banane. Comprano e vendono usando computer collegati fra loro, guardando tutti gli ordini insoluti (“offerte”) e le domande e, quando trovano qualcuno disposto a pagare di più per qualcosa di quanto qualcun altro sta chiedendo per quella stessa cosa, arraffano ciò che viene offerto sottoprezzo, rincarano il prezzo e infine lo vendono.

E tutto questo accade molto, molto velocemente. Se devi battere gli altri arbitraggisti con le tue merci, essere in grado di arrivare al compratore prima che questo cambi idea, devi andare più veloce del pensiero. Letteralmente. Nell’arbitraggio non si tratta di un essere umano che sorveglia degli schermi per cercare differenze di prezzo.

No, l’arbitraggio è tutto fatto da sistemi automatici. Questi piccoli automi del commercio vagano per i mercati uniti dai vari network, cercando opportunità per l’arbitrage, comprando qualcosa e vendendolo in meno di un microsecondo. Un buon sito di arbitraggio realizza un miliardo di transizioni al giorno, o più, spremendo qualche centesimo da ciascuna di esse. Un miliardo di volte pochi centesimi è un sacco di soldi. Se hai un veloce cluster di computer, un buon ingegnere del software, e una brillante connessione alla rete, puoi tirare fuori dieci o dodici milioni di dollari al giorno.

Non male, considerando che tutto quello che hai fatto è stato sfruttare il fatto che c’era una persona in un posto che voleva comprare qualcosa e una persona in un altro che voleva venderla. Non male, considerando che se te e gli altri arbitraggisti come te scompariste domani, l’economia e il mondo non se ne accorgerebbero neanche. Nessuno vuole o desidera il vostro “servizio”, ma è comunque un bel modo per diventare ricchi.

La cosa migliore dell’arbitraggio è che non hai bisogno di sapere niente di ciò che stai comprando o vendendo per diventare ricco. Che si tratti di banane o di una spada vorpal, tutto ciò che ti serve sapere di ciò che stai comprando è che qualcuno qui vuole comprarle per più di quanto sia il prezzo a cui qualcuno le vende . Buona cosa, davvero — se devi chiudere l’accordo in meno di un microsecondo, non c’è tempo per sedersi e cercare su google qualche informazione di dubbia provenienza sulla merce.

E la merce è piuttosto stramba. Parti dal fatto che un sacco di cose non esistono nemmeno — spade vorpal, martelli di grabthar, il gold di un migliaio di mondi immaginari.

Ora considera il fatto che la gente commercia ben più che il gold: gli Dei del gioco vendono ogni genere di buffa valuta. Che ne pensi di questo:

Offerti: obbligazioni di Svartalfaheim Warriors, del valore di 100.000 gold, che ti potranno essere pagati a partire da sei mesi da oggi. Questo non è neanche vero denaro finto — è la promessa di vero denaro finto in qualche momento del futuro. Tienilo nel mercato per un paio di mesi, ragazzo, e guarda come va. Ci sarà un acquirente che ti pagherà il 5% in più di quanto valeva ieri — sta scommettendo che il gioco diventerà più popolare in qualche momento fra oggi e sei mesi da oggi, così il valore dei beni in gioco salirà a sua volta.

O forse sta scommettendo sul fatto che gli Dei del gioco si limiteranno ad alzare il prezzo di ogni cosa e renderanno più difficile abbattere mostri per prenderne l’oro, facendo fuggire tutti tranne i giocatori hard-core, che pagherebbero qualsiasi cosa per mettere le proprie mani su quei beni.

Oppure è un’idiota.

O forse pensa che tu sei l’idiota e che gli ricomprerai tutto per il 10% in più domani, supponendo che lui sappia qualcosa che tu non sai.

E se pensi che questo sia strano, eccone qui una ancora migliore:

La Coca-Cola ti vende un’obbligazione a sei mesi di 100.000 gold di Svartalfaheim Warriors, ma sei preoccupato della possibilità che diminuisca di valore fra oggi e il D-Day, il giorno in cui l’obbligazione maturerà. Così cerchi un altro operatore e gli chiedi un qualche tipo di assicurazione: gli offri 1,50$ per assicurare la tua obbligazione. Se il valore dell’obbligazione sale, lui si tiene il dollaro e mezzo, e tu ti tieni i profitti dell’obbligazione. Se il valore dell’obbligazione scende, lui ti paga la differenza. Se questa è più di un dollaro e mezzo, lui ci perde.

Questa in pratica è una polizza di assicurazione. Se vai da una compagnia di assicurazione e chiedi una assicurazione sulla vita, loro faranno una scommessa su quanto è probabile che tu stia per schiattare, e ti faranno pagare abbastanza perché, in media, ne facciano un profitto (a patto che abbiano calcolato in maniera accurata la tua probabilità di morte). Per cui se l’operatore a cui stai chiedendo un’assicurazione sul gold di Svartalfaheim Warriors pensa che questo gioco stia per crollare, potrebbe farti pagare 10$, o 100$.

Fin qui tutto bene, giusto?

Ora è qui dove le cose diventano ancora più assurde. Segui il discorso.

Immagina che ci sia una terza parte in questa transazione, qualcuno non direttamente coinvolto, con una pentola piena d’oro, che stia cercando di capire cosa farsene. Ti vede comprare un’assicurazione per 1,50$ — se Svartalfaheim Warriors ha successo, perdi i tuoi 1,50$, se va peggio, ti verrà pagata la differenza.

Dopo che hai concluso l’accordo, questa terza parte, essendo una qualche sorta di ghoul, va da chi ti ha assicurato e gli dice: “Ehi, che ne pensi di questo: voglio fare la stessa scommessa che hai appena accettato da quel tipo. Ti darò 1,50$ e se l’obbligazione sale tu te li tieni, se perde valore me li restituisci e mi paghi la differenza. In sostanza, questa persona scommette che la tua obbligazione è spazzatura e che forse lui può trovare un compratore.

Ora ha piazzato questa scommessa, che non vale niente se la tua obbligazione sale, e che ha un qualche valore sconosciuto se invece l’obbligazione scende. E sai cosa fa di questa scommessa?

La vende.

La impacchetta e trova qualche babbeo che vuole comprare questa scommessa da 1,50$ per più degli 1,50$ che perderebbe se l’obbligazione salisse. E il babbeo la compra e poi lui la rivende, sempre ad un prezzo maggiore. E prima che tu lo sappia, l’obbligazione per 100.000 gold di Svartalfaheim Warriors che tu hai comprato per 15$ ha accumulato scommesse per 1.000$.

E questo è il genere di cosa che un arbitraggista compra e vende. Non porta banane dal signor Full alla signora Hungry — compra e vende scommesse su polizze assicurative su promesse di oro immaginario.

E questa è ciò che lui considera essere un onesta giornata di lavoro.

Bel lavoro se riesci a trovarlo.

Scena 9

Questa scena è dedicata alla Compass Books/Books Inc, la più antica libreria indipendente negli Stati Uniti occidentali, hanno negozi in tutta la California, a San Francisco, Burlingame, Mountain View e Palo Alto. ma la cosa più figa è che hanno una libreria fantastica nel bel mezzo della Downtown Disney della Disneyland di Anaheim. Vado veramente pazzo per i parchi Disney (leggi il mio primo romanzo, Down and Out of the Magic Kingdom se non ci credi [non ancora tradotto in Italiano, NdT]) e ogni periodo in cui io ho vissuto in California, mi sono comprato un pass annuale per Disneyland e, praticamente ad ogni visita, passo dal Compass Books in Downtown Disney. Hanno una splendida selezione di libri non autorizzati (e a volte anche critici) sulla Disney, come anche una grande varietà di libri per bambini e di fantascienza. Inoltre il caffè a fianco fa un discreto cappuccino.

Compass Books/Books Inc

Matthew Fong ed i suoi impiegati raidarono tutta la notte e il giorno seguente, farmando[1] tutti i gold che potevano tirare fuori dal loro livello fin tanto che la rendita era buona. Dormivano a turno e cooptavano chiunque commettesse l’errore di chiedergli cosa stessero facendo, costringendoli ad andare nel dungeon con loro.

Nel frattempo, Mastro Fong stava tirando i gold fuori dai loro account, veloce quanto loro erano a guadagnarli. Sapeva che una volta che gli Dei del gioco si fossero accorti di questa operazione, sarebbero scesi in picchiata su di loro, sospeso gli account di tutti e preso tutti i gold che avevano nell’inventario. Il trucco era fare in modo che non ne fossero rimasti molti.

Così andò online e si collegò alle grosse message-boards degli agenti di cambio. Questo non era semplicemente un “mercato grigio”, questo era mercato nero, nerissimo, e dovevi avere dei buoni agganci per poterci entrare. L’aggancio di Matthew era un ragazzo del Sichuan, magro e malfermo, con diversi denti mancanti. Si faceva chiamare “Cobra” ed era quello che aveva presentato Matthew al Boss Wing mesi addietro. Cobra lavorava per qualcuno che lavorava per qualcuno che lavorava per uno dei grossi cartelli, dure organizzazioni criminali che controllavano tutti i mercati per trasformare denaro di gioco in denaro vero e proprio.

Cobra gli aveva dato un login e gli aveva spiegato come fare affari sulla brokernet. Ora mentre la notte stava trascinandosi avanti, si fece strada attraverso l’interfaccia, mettendo a vendere i suoi gold a metà del prezzo degli altri venditori.

Aspettò, aspettò e aspettò, ma nessuno comprava i suoi gold. Ogni mondo di gioco era diviso in server locali e shard[1] e, quando ti iscrivevi, dovevi scegliere in quale server giocare. Una volta che avevi scelto un server, eri incastrato lì — il tuo personaggio non poteva semplicemente vagare fra questi universi paralleli. Questo rendeva l’acquisto e la vendita di gold più difficile: se un gweilo voleva comprare gold per un suo personaggio sul server A, aveva bisogno di trovare un farmer che a sua volta avesse minato[1] i suoi gold sul server A. Se avevi minato tutti i tuoi gold sul server B, peggio per te.

Questo è dove entravano in scena i brokers. Compravano gold da tutti e li trattenevano in una rete sempre cangiante di account, milioni di personaggi che vagavano sparsi in tutti i mondi e che si scambiavano piccole quantità di gold ad intervalli irregolari, per fregare i programmi spia contro il riciclaggio di gold, che davano la caccia senza tregua sia ai farmer che ai broker.

Evitare quei filtri era un scienza, una che si era creata per decadi nel mondo reale prima di migrare ai giochi. Se un grosso fondo pensionistico nel mondo reale voleva comprare mezzo miliardo di dollari di azioni della Google, l’ultima cosa che volevano era far sapere a tutti quanti che stavano per investire così tanto in Google. Se si fosse saputo, tutti avrebbero cercato di comprare azioni della Google prima di loro, alzandone il prezzo.

Quindi chiunque voglia comprare una grossa quantità di qualsiasi cosa — che voglia insomma muovere una grande quantità di denaro — deve sapere come farlo in una maniera che sia invisibile agli altri. Devono fare transazioni che siano statisticamente insignificanti, il che vuol dire che un’unica grossa transazione deve venire divisa in milioni di piccole transazioni che sembrino quelle degli ordinari babbei che comprano e vendono poche azioni per il gusto di farlo.

Non importa quali segreti stai cercando di mantenere, non importa da chi stai cercando di mantenerli, le tecniche sono le stesse. In ogni mondo di gioco ci sono migliaia di personaggi dall’aspetto del tutto normale, che sembrano fare cose normali, scambiandosi l’un con l’altro somme di denaro apparentemente normali, ma, alla fine della giornata, tutto si somma in milioni di gold che vengono scambiati, dritto sotto il naso degli Dei del gioco.

Metthew abbasso ancora il prezzo dei suoi gold, cercando il prezzo a cui un broker lo avrebbe degnato di attenzione e se lo sarebbe preso. Tutti gli scambi avevano luogo in uno slang cinese, rapido — questa era una delle maniere in cui i broker mantenevano il controllo del mercato, dato che non c’erano molti Russi, Indonesiani e Indiani che potessero seguire gli scambi abbastanza velocemente da difendere i propri interessi — pieno di insulti e lusinghe. Alla fine, Matthew trovò il prezzo magico. Era più basso di quanto avesse sperato, ma non di troppo, e ora che lo aveva trovato era in grado di muovere i gold del suo team alla stessa velocità con cui li accumulavano, trasportandoli avanti e indietro dal dungeon con dei personaggi provvisori mentre loro stavano lavorando per portarli ai bots gestiti dai brokers.

Infine, i profitti si assottigliarono e scomparvero. All’inizio la quantità di gold che si trovava nel dungeon diminuì drasticamente, passando da 12.000 gold l’ora a 8.000, poi 2.000, infine a un irrisorio 100 gold all’ora. Poi scomparve la mareridtbane, il che fu un peccato perché era in grado di venderla direttamente, vendendola nelle grandi città, copia-incollando e incollando e incollando la sua offerta nella chat dove i veri giocatori potevano vederla. E poi arrivarono gli sbirri, moderatori con delle auree speciali che circondavano i loro personaggi e che li riempirono di rimproveri prefabbricati sul canale di chat, e duri avvertimenti riguardo alla loro violazione dei termini di servizio.

Poi vennero sospesi gli account, i giochi scomparvero da uno schermo dopo l’altro, come bolle di sapone. Erano tutti stati ricacciati indietro alle loro pagine di login e si accasciarono, ghignando in maniera folle, esausti, sulle loro sedie, guardandosi l’un l’altro con sollievo. Era finita.

“Quanto” chiese Lu, accasciato all’indietro sulla sua sedia, senza aprire gli occhi o alzare la testa. “Quanto, Mastro Fong?”

Matthew non aveva più con se i suoi quaderni, così aveva dovuto prendere nota di tutto all’interno di diversi pacchetti di sigarette Double Happiness, lunghe file ordinate di numeri. La sua penna passò da un “foglio” all’altro, controllando i conti un’ultima volta, poi, con calma, rispose: “3.400 dollari”.

Ci fu un silenzio sbalordito. “Quanto?” Lu ora aveva gli occhi aperti.

Matthew ricontrollò ostentatamente i calcoli, ma era solo per fare spettacolo. Sapeva che i numeri erano giusti. ” Tremila, quattrocento, due dollari e quattordici centesimi”. Era il doppio del guadagno più alto che avessero mai ottenuto per Boss Wing. Era la quantità di denaro più alta che avessero mai fatto. La sua parte sarebbe stata più di quanto guadagnava in un mese. E l’avevano fatta in una sola notte.

“Scusa, quanto?”

“8.080 ciotole di involtini, Lu. Tanto così.”

Il silenzio fu ancora più profondo. Quella era una quantità incredibile di involtini. Era abbastanza per affittare un posto tutto per loro per farne una loro fabbrica di gold-farming, un posto con dei computer e una connessione ad internet veloce e stanze per dormire, un posto dove potessero guadagnare e guadagnare, dove avrebbero potuto diventare ricchi quanto qualsiasi Boss.

Lu saltò fuori dalla sua sedia e urlò, un suono così forte che l’intero Internet Café si girò a guardarli, ma a loro non importavano, si erano alzati tutti adesso, e urlavano, ballavano e si abbracciavano.

E ora era giorno, un nuovo giorno, il sole era sorto, calato e sorto di nuovo durante la loro lunga fatica al caffè, ed avevano vinto. Era una nuova giornata per loro, e per tutti intorno a loro.

Uscirono al sole e c’era gente per strada, masse che compravano e vendevano piazzisti che si davano da fare, belle ragazze nei vestiti buoni che camminavano a braccetto proteggendosi con un singolo parasole. Il calore del giorno era come quello di una fornace dopo la fredda aria condizionata del caffè, ma anche questo andava bene — portava via dalla bocca il puzzo di sigaretta, di caffè, di mancanza di cibo. Di colpo, nessuno di loro aveva più sonno. Tutti volevano mangiare.

Così Matthew li portò fuori a colazione. Erano il suo team, dopotutto. Presero il tavolo sul retro di un ristorante indiano vicino alla stazione, un posto di cui aveva sentito suo zio Yiu-Yu parlare ai suoi genitori, vantandosi di qualche socio di affari che lo aveva portato lì. Molto sofisticato. E Matthew aveva letto così tanto sul cibo indiano sui suoi fumetti che non vedeva l’ora di provarlo.

Tutti gli altri clienti erano stranieri o di Hong Kong, ma non se ne preoccuparono. I ragazzi si sedettero sul loro tavolo sul retro e lavorarono di forchetta mangiando piatto dopo piatto di curry, e di un pane piatto chiamato naan appena uscito dal forno, delizioso e strano, il finale perfetto di quella che si era rivelata la notte perfetta.

A metà del dessert — un delizioso gelato di mango — la sonnolenza finalmente li raggiunse tutti. Stavano seduti sulle loro sedie intorpiditi, mani sulla pancia, occhi mezzi aperti. Matthew chiese il conto.

Uscirono di nuovo alla luce del solo. Matthew aveva deciso di andare dai suoi genitori, di dormire sul sofà per un poco, prima di decidere cosa fare della sua stanza distrutta e della sua porta distrutta.

Mentre sbattevano le palpebre per la luce, una voce familiare, dall’accento di Wenjhou , disse “Non sei un ragazzo molto furbo, vero?”

Matthew si girò. Il tirapiedi di Boss Wing era lì, con tre dei suoi amici. Questi si affrettarono ad avanzare e bloccarono i ragazzi prima che potessero reagire; uno di loro era così grosso che prese un ragazzo in ciascuna mano e li alzò quasi da terra.

I suoi amici si dibatterono nel tentativo di liberarsi, ma gli uomini di Boss Wing li schiaffeggiarono finché non smisero.

Matthew non poteva credere che questo stesse accadendo sul serio — in piena luce del giorno, così vicino alla stazione! La gente attraversava la strada per evitarli. Matthew suppose che avrebbe fatto lo stesso.

L’uomo di Boss Wing si abbassò così tanto su di lui che Matthew poté sentire nel suo alito l’odore del pesce che doveva aver mangiato a pranzo. “Perché sei un ragazzo stupido, Matthew? Non sembravi stupido quando lavoravi per Boss Wing. Sembravi sempre più furbo di questi bambini.” Agitò la mano in modo dispregiativo verso i ragazzi. “Ma Boss Wing, lui ti ha addestrato, ti ha dato un tetto sulla testa, ti ha nutrito, ti ha pagato — pensi che sia onorevole o giusto prendere tutto quell’investimento che ha fatto su di te e fuggire?”

“Non dobbiamo nulla a Boss Wing”, urlò Lu. “Pensate di poterci fare lavorare per lui?”

L’uomo di Boss Wing scosse la testa. “Che piccola testa calda. Nessuno vuole costringervi a fare nulla, bambino. Pensiamo solo che non sia giusto che voi prendiate tutte le cose che vi sono state insegnate e tutto l’investimento che è stato fatto in voi e fuggiate a farci concorrenza dall’altra parte della strada. Non è giusto, e a Boss Wing non andrebbe bene.”

Il curry si agitava nello stomaco di Matthew. “Abbiamo il diritto di aprire la nostra impresa”. Le parole erano più coraggiose di quanto si sentisse, ma questi erano i suoi ragazzi, e gli davano coraggio. “Se a Boss Wing non piace la concorrenza, che si trovi un altro lavoro”.

Il tirapiedi di Boss Wing non gli diede nessun preavviso prima di schiaffeggiarlo sulla testa così forte da fargli risuonare il cranio come fosse un gong. Barcollò indietro di due passi, poi inciampò e cadde di culo, atterrando sulla sporca strada laterale. Il tirapiedi di Boss Wing posò un piede sul suo petto e lo guardò dall’alto.

“Piccolo ragazzino, non funziona così. Ecco l’accordo — Boss Wing ti capisce se non vuoi lavorare alla sua fabbrica, questo va bene. E’ disposto a venderti la licenza per mettere su una tua filiale. Tutto ciò che dovrai fare è pagargli questa licenza con il 60% dei guadagni lordi. Abbiamo visto le tue vendite di gold su Svartalfaheim. Potete fare quel genere di lavoro quanto vi pare, e Boss Wing si prenderà persino cura della parte commerciale della faccenda per conto tuo, così potrete concentrarvi sul lavoro vero e proprio. E visto che è la tua filiale, decidi come dividere il denaro — scegli tu quale è la tua parte”.

Matthew bruciava di vergogna. I suoi amici lo stavano tutti guardando, a occhi spalancati, spaventati. Il peso del piede sul suo petto aumentò fino a che non fu più in grado di respirare.

Alla fine ansimò “D’accordo” e la pressione se ne andò. Il tirapiedi di Boss Wing gli tese la mano e lo aiutò ad alzarsi in piedi.

“Bravo,”, disse, “sapevo che eri un ragazzo Intelligente”. Si voltò verso gli amici di Matthew. “Il vostro piccolo capo è un uomo intelligente. Vi porterà in alto, fate come vi dice.”

Poi, senza un altra parola, si voltò e se ne andò via, seguito dai suoi uomini.

Scena 10

Questa scena è dedicata all’Anderson’s Bookshops, la leggendaria libreria per bambini di Chicago. Anderson’s è una vecchia, vecchia, impresa a direzione familiare, che è iniziata come una antica drogheria che teneva qualche libro su uno scaffale. Oggi è un fiorente impero dei libri per ragazzi, con diverse filiali e alcune pratiche di vendita incredibilmente innovative che fanno incontrare bambini e libri in maniere veramente emozionanti. La migliore fra queste sono le fiere del libro mobili, in cui spediscono enormi librerie già riempite di meravigliosi libri per bambini, dritte alle scuole su dei camion — voilà, fiera del libro istantanea!

Anderson’s Bookshops: 123 West Jefferson, Naperville, IL 60540 USA +1 630 355 2665

 

L’automobile che si era schiantata contro la macchina del padre di Wei-Dong era guidata da un inglese estremamente esasperato, grasso e calvo, con due bambini arrabbiati nei sedili posteriori e una moglie arrabbiata nel sedile davanti.

Stava fermamente, quietamente, lanciando improperi in inglese, cosa molto simile al farlo in americano, ma dicendo molto più frequentemente “bloody”. Andava avanti e indietro sul viottolo laterale accanto alla Huawei distrutta, con la moglie che lo chiamava da dentro l’auto dicendogli di rientrare “in the bloody car, Ronald”, ma Ronald non la stava minimamente ascoltando.

Wei-Dong si sedette sulla striscia d’erba fra la strada per le macchine e il viottolo laterale, stordito nel sole di mezzogiorno, aspettando che la vista smettesse di ondeggiare. Benny era seduto accanto a lui, tenendo un kleenex appallottolato per tamponare il sangue che usciva dal naso, che si era rotto sbattendo contro il cruscotto. Wei-Dong portò di nuovo le mani alla fronte per tastare il bernoccolo. Le sue mani puzzavano di plastica nuova, l’odore dell’airbag dal quale aveva dovuto liberarsi per uscire.

L’uomo grasso gli si accucciò accanto. “Cristo, figliolo, sembra che tu sia stato in guerra. Ma non è niente di grave, vero? Avrebbe potuto andare peggio.”

“Signore”, disse Benny Rosenberg con una voce tranquilla smorzata dal fazzoletto. “La prego di lasciarci da soli. Quando arriverà la polizia, potremmo tutti parlare, d’accordo?”

“Certo, certo” I suoi figli stavano urlando ora, gridando dai sedili posteriori qualcosa sull’andare a Disneyland, quando sarebbero andati a Disneyland? “Tacete, mostri” ruggì lui. Il suono fece indietreggiare Wei-Dong. Barcollò.

“Siediti Leonard”, disse suo padre, “Non saresti dovuto uscire dalla macchina e sicuramente non dovresti star camminando adesso. Potresti avere una commozione cerebrale o un danno alla spina dorsale. Siediti”, ripeté, ma Wei-Dong aveva bisogno di allontanarsi dal prato, aveva bisogno di scacciare via la nausea camminando.

Uh-oh. Riuscì a stento ad arrivare fino alla fine dell’aiuola, aggrappandosi con le mani al retro accartocciato e sfaldato della macchina, prima di iniziare a vomitare, un geyser di cibo mezzo digerito che volò dritto fuori dal suo intestino e volò sopra tutto il relitto della macchina. Un momento dopo le mani di suo padre erano sulle sue spalle, aiutandolo a sorreggersi. Rabbiosamente se le scrollò di dosso.

Adesso si sentiva il suono di alcune sirene avvicinarsi, e l’uomo grasso stava parlando fitto fitto al vecchio Benny, ma a voce abbastanza bassa che Wei-Dong riuscì a sentire solo alcune parole — assicurazione, colpa, vacanza — tutte in un tono carezzevole. Suo padre continuava a cercare di dire qualcosa, ma l’uomo non gliene dava tempo. Wei-Dong avrebbe potuto dirgli che non era una buona strategia. Niente poteva fare esplodere il Vulcano Benny con più certezza che quel comportamento. Ed infatti successe.

Chiudi la tua bocca per un secondo, capito? CHIUDILA

L’urlo fu così forte che persino i ragazzini sul sedile posteriore si zittirono.

“TU CI HAI COLPITO, dannato idiota! Non faremmo a metà sui danni. Non ci accorderemo per del denaro. Non me ne importa niente del jetlag, non me ne importa niente, se non hai comprato l’assicurazione aggiuntiva per la tua auto in affitto, non me ne importa niente se questo rovinerà la tua vacanza. Avresti potuto ucciderci, lo capisci, imbecille?”

L’uomo alzò le mani e si rattrappì dietro di esse “Eri parcheggiato in mezzo alla strada” disse, con una nota di supplica nella sua voce.

Tutti li stavano guardando, i bambini e la moglie del tipo, i curiosi che rallentavano per vedere l’incidente. I due uomini erano completamente focalizzati l’uno sull’altro.

In altre parole, nessuno stava guardando Wei-Dong.

Pensò al rumore che aveva fatto la sua cuffia, schiacciata sotto il tacco rinforzato del padre, sentì le sirene avvicinarsi e…

Lui…

Se ne andò.

Si incamminò furtivamente verso gli arbusti che circondavano un mini-mall e una pompa di benzina, con noncuranza, afferrando il suo zainetto scolastico, come se volesse solo recuperare le sue cose, ma era in realtà diretto verso un’apertura nella siepe, attraverso la quale passava a mala pena. Attraversò il parcheggio del mini-mall, pieno di negozi che vendevano magliette da tre dollari, palle di neve (quelle di vetro o plastica da cui scende la neve finta quando le agiti) e grosse bottiglie di acqua filtrata. Da questo lato della siepe il mondo era normale e occupato, pieno di turisti diretti verso, o provenienti da, Disneyland.

Mantenne il passo, evitando di guardare verso i negozi e le telecamere a circuito chiuso al loro esterno. Frugò nelle tasche, sentendo al tatto i pochi dollari che aveva lì. Doveva andarsene lontano, molto lontano, velocemente, o non sarebbe riuscito a farcela.

Ed ecco arrivare la sua salvezza, l’autobus turistico che girava per le strette del Anaheim Resort District, portando la gente dagli alberghi e dai ristoranti ai parchi, affollato di bambini strafatti di zuccheri e congressisti con tessere di riconoscimento appese al collo, e stava spingendosi verso la fermata a poche decine di metri di distanza. Iniziò a correre, barcollò per il dolore che si diffuse attraverso la sua testa come un fulmine, decise infine di camminare il più in fretta possibile. Le sirene della polizia erano molto, molto forti adesso, proprio al di là della siepe e quando fu quasi all’autobus sentì la voce di suo padre, che lo chiamava. Ora era all’autobus e…

… il suo piede poggiò sul primo scalino, l’altro piede lo seguì e l’autista impaziente chiuse le porte dietro di lui e mollò il freno, che fece un grosso singhiozzo mentre l’autobus barcollava in avanti.

“Wei-Dong Rosenberg”, sussurrò a se stesso “sei appena sfuggito al rapimento da parte dei tuoi genitori per mandarti ad una scuola militare, cosa farai adesso?”, ghignò: “andrò a Disneyland!”

L’autobus andò giù per Katella, diretto verso l’entrata degli autobus, e lì scaricò il suo carico di turisti frenetici. Wei-Dong si mischiò ad essi, invisibile nella massa di umanità che superava gli enormi portali tinti nei colori primari. Stava andando col pilota automatico, e rimase col pilota automatico mentre si toglieva lo zainetto scolastico per lasciare che l’uomo della sicurezza lo controllasse.

Aveva avuto un pass annuale per Disneyland fin da quando era stato abbastanza grande per prendere un autobus. Tutti i ragazzi che conosceva ne avevano uno a loro volta — era meglio che andare per negozi dopo scuola e, anche se dopo un po’ diventava noioso, non riusciva a pensare ad un posto migliore in cui scomparire mentre pensava alla prossima mossa.

Camminò lungo la Main Street, andando verso il piccolo castello rosa in fondo alla strada. Sapeva che c’erano delle panchine piuttosto appartate nelle stradine intorno al castello, posti dove avrebbe potuto sedersi e mettersi a pensare. Si sentiva come se la sua testa fosse stata piena di ovatta.

La prima cosa che fece dopo essersi seduto fu controllare il suo telefono. La suoneria era spenta — regolamento scolastico — ma lo aveva sentito vibrare in continuazione nella sua tasca. Quindici chiamate perse da parte di suo padre. Chiamò la segreteria telefonica e sentì suo padre sbraitare di tornare indietro in questo istante e le cose terribili che gli sarebbero successe se non lo avesse fatto.

“Ragazzo, qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, ti sbagli. Prima o poi tornerai a casa. Prima succede, meno problemi avremo tutti. E più aspetti — ascoltami, Leonard — più aspetti, peggio andranno le cose. Ci sono cose peggiori della scuola in cui ti stiamo mandando, ragazzo. Molto, molto peggiori.”

Ascoltando questo, Wei-Dong fissava il cielo. Di colpo, lasciò cadere il telefono come se stesse bruciando.

C’era un modulo GPS nel telefono. Usavano sempre i telefoni per trovare i fuggitivi, i criminali e gli autostoppisti scomparsi. Prese il telefono da terra e ne aprì il retro per estrarre la batteria, che mise nella tasca della giacca. Poi mise il telefono nella tasca dei pantaloni. Non era un granché, come fuggitivo.

La polizia era diretta verso il punto dove c’era stato l’incidente quando lui se ne era andato. Erano arrivati solo pochi minuti più tardi. Il suo vecchio aveva deciso che era fuggito, quindi doveva averlo detto alla polizia. Era un minorenne, stava saltando la scuola, aveva appena avuto un incidente in macchina e, diavolo, ammettiamolo, la sua famiglia era ricca. Questo voleva dire che la polizia avrebbe prestato attenzione a suo padre, il che voleva dire che avrebbero fatto tutto il possibile per trovarlo. Se non avevano ancora scoperto dove era il suo cellulare, lo avrebbero saputo abbastanza presto — avrebbero guardato i tabulati e scoperto che aveva chiamato la sua segreteria telefonica da Disneyland.

Iniziò a muoversi, facendosi strada in mezzo alla folla, diretto di nuovo alla Main Street. Schivò un Barbershop Quartet[3] e si accorse di essere davanti ad un Bancomat. Avrebbero bloccato la sua carta da un momento all’altro — o, se erano furbi, l’avrebbero lasciata funzionante e avrebbero controllato da dove effettuava i prelievi. Aveva bisogno di denaro contante. Aspettò mentre un paio di turisti tedeschi usavano impacciatamene la macchina, poi ci inserì la sua carta e ritirò 500$, il prelievo massimo concesso dalla macchina. Prese altri 500$, sempre più conscio della mazzetta di banconote da venti ormai spessa qualche centimetro che aveva in mano. Provò a fare un terzo prelievo, ma il bancomat gli disse che aveva raggiunto il suo limite giornaliero. Non pensava di avere in banca molto più di 1.000$, in ogni caso — si trattava di diversi anni di regali di compleanno, più qualcosina guadagnata durante l’estate in un negozio cinese di assistenza tecnica per computer in un mini-mall di Irvine.

Infilò il fascio di banconote in tasca e uscì dal parco, senza perdere tempo a farsi mettere il timbrino alla mano. Iniziò ad andare verso la strada, ma poi si girò e andò in direzione opposta, verso il complesso commerciale di Downtown Disney e gli hotel che erano lì. C’erano degli autobus economici che andavano da lì a Los Angeles, giù a San Diego e a tutti gli aeroporti. Era il modo più facile ed economico per andarsene.

L’ingresso del Grand Californian Hotel si elevava fino ad altezze inimmaginabili, con giganteschi raggi che si incrociavano attraverso lo spazio cavernoso. A Wei-Dong quel posto era sempre piaciuto. Sembrava così artefatto, come un luogo immaginario, con gli intricati intarsi in marmo del pavimento, le vetrate colorate alte tre metri che formavano le porte scorrevoli, la tappezzeria ricamata dei sofà. Ora, però, voleva soltanto attraversarlo e salire su un autobus diretto a…

Dove?

A qualsiasi posto.

Non sapeva cosa avrebbe fatto adesso, ma sapeva una cosa: non sarebbe finito in una scuola per gente rovinata, cacciato fuori da Internet, cacciato fuori dai giochi. Suo padre non avrebbe permesso a nessuno di fare a lui qualcosa del genere, qualsiasi fosse il suo problema. Il suo vecchio non avrebbe permesso a nessuno di fargli una cosa simile.

Sua madre si sarebbe preoccupata — ma si preoccupava sempre, giusto? Le avrebbe mandato un’e-mail una volta che avesse raggiunto un qualche posto, un e-mail ogni giorno, per farle sapere che stava bene. Lei era brava con lui. Diavolo, anche il suo vecchio era bravo con lui, se si arrivava a questo. Il più delle volte. Ma ora aveva diciassette anni, non era più un ragazzino, non era un giocattolo rotto che si potesse mandare a riparare.

L’autobus successivo andava al LAX, l’aeroporto internazionale di Los Angeles, e quello successivo all’aeroporto di Santa Monica. Wei-Dong decise che andare al LAX era la cosa giusta da fare. Non per salire su un aereo — se suo padre aveva chiamato la polizia, era certo che avrebbero controllato in qualche modo la vendita dei biglietti. Non sapeva esattamente come funzionava, ma sapeva bene, grazie ai giochi, come funzionavano i colli di bottiglia. In questo momento poteva essere in qualsiasi punto di Los Angeles, il che voleva dire che avrebbero dovuto fare uno sforzo gigantesco per trovarlo. Ma se cercava di andarsene con l’aereo, ci sarebbero stati molti meno posti in cui dovevano controllare per catturarlo — gli sportelli delle compagnie aeree in quattro o cinque aeroporti in città — e quello era molto più semplice.

Ma dal LAX partivano anche autobus economici che andavano in tutta Los Angeles, autobus che andavano ad ogni hotel e quartiere. Ci sarebbe voluto molto, certo — un’ora e mezza da Disneyland al LAX, un’altra ora o due per tornare a Los Angeles, ma andava bene. Aveva bisogno di tempo — tempo per capire cosa fare.

Perché, per essere completamente onesto con se stesso, doveva ammettere che non ne aveva la minima idea.

Scena 11

Questa scena è dedicata alla University Bookstore dell’università di Washington, la cui sezione di fantascienza rivaleggia con molte librerie specializzate, grazie all’occhio acuto di Duane Wilkins, che si dedica agli acquisti di libri di fantascienza. Duane è un vero fan della fantascienza — l’ho incontrato per la prima volta alla World Science Fiction Convention a Toronto nel 2003 — e questo si vede dalla scelta eclettica e informata dei libri in mostra nella libreria. Una delle cose che mostra quanto è ottima questa libreria è la qualità delle “shelf review” — i piccoli biglietti inseriti negli scaffali con le recensioni dello staff (tipicamente scritte a mano), che decantano le virtù di libri che potresti non vedere. Lo staff della University Bookstore ha chiaramente tratto benefici dagli insegnamenti di Duane, in quanto le shelf reviews della University Bookstore non sono seconde a nessuno.

The University Bookstore 4326 University Way NE, Seattle, WA 98105 USA +1 800 335 READ

Mala si svegliò presto, dopo un sonno agitato. Nel villaggio si alzava spesso presto, ed ascoltava i richiami degli uccelli. Ma qui non c’erano cinguettii quando i suoi occhi si aprirono, solo la sussurrante Dharavi — automobili, ratti, gente, lontani rumori di fabbrica, capre. Un gallo. Beh, quello era un tipo di uccello. Un piccolo sorriso toccò le sue labbra, e si sentì un po’ meglio.

Non molto, però. Si sedette e si sfregò gli occhi, poi si stiracchiò. Gopal dormiva ancora, russando dolcemente, steso sulla pancia come faceva da bebè. Aveva bisogno di andare in bagno e, visto che c’era già la luce del giorno, decise che sarebbe andata ai bagni comunali invece di usare il secchio coperto che tenevano nella camera. Nel villaggio, avevano una vera latrina, scavata in profondità, con un vaso di acqua pulita all’esterno che le donne tenevano sempre pieno. Qui a Dharavi, i bagni pubblici erano più che altro uno spazio chiuso, puzzolente, mai molto pulito. Le famiglie che si erano sistemate da un po’ a Dharavi avevano i propri bagni privati, così quelli pubblici erano usati solo dai nuovi arrivati.

Non era così male questa mattina. C’erano delle donne che si erano alzate persino prima di lei per sciacquarli con l’acqua presa da un vicino pozzo pubblico. Entro il tramonto, il tanfo sarebbe stato tale da fare lacrimare gli occhi.

Si attardò nella strada di fronte alla casa. Non era ancora troppo caldo, né troppo affollato, né troppo rumoroso. Avrebbe desiderato lo fosse. Forse il rumore e la folla avrebbero annegato le preoccupazioni che gareggiavano nella sua mente. Forse il caldo le avrebbe bruciate.

Aveva portato con se il suo telefono cellulare. Era pieno di notifiche di nuove cose che avrebbe potuto vedere pagando — show, cartoni animati e messaggi politici, mandati durante la notte. Li cancellò impaziente e scese fino alla sua rubrica, fermandosi al nome del signor Banerjee e fissandolo. Il suo dito si posò sul pulsante di chiamata.

Era troppo presto, pensò. Stava di certo dormendo. Ma non dormiva mai, no? Il signor Banerjee sembrava essere sveglio ad ogni ora, mandandole messaggi con i nuovi bersagli che il suo esercito doveva abbattere. Sarebbe stato sveglio. Probabilmente era stato sveglio tutta la notte, parlando con la signora Dibyendu.

Il dito tornò sul pulsante per la chiamata.

Il telefono squillò.

Lei lo fece quasi cadere per la sorpresa, ma riuscì a tenerlo in mano e fermare la suoneria, guardando lo schermo. Il signor Banerjee, ovviamente, come se lo avesse evocato nel suo telefono coi suoi pensieri e il suo sguardo ansioso.

“Pronto?”, disse lei.

“Mala”, rispose lui. La voce era seria.

“Signor Banerjee”. Le parole vennero fuori in uno squittio.

Lui non disse nient’altro. Mala conosceva questo trucco. Lo usava con il suo esercito, soprattutto con i ragazzi. Non dire niente creava una bolla di silenzio nella mente del tuo avversario, una che questo faticava a riempire, finché non iniziava a riecheggiare delle sue ansie e dubbi. Funzionava molto bene. Funzionava molto bene, anche se sapevi come funzionava. Stava funzionando bene su di lei.

Lei si morse il labbro. Se non lo avesse fatto si sarebbe lasciata sfuggire qualcosa, forse Stava per farmi del male, o Se l’è cercata, o Non ho fatto niente di male.

Oppure, Sono una combattente e non ho niente di cui vergognarmi.

Perfetto. Ecco quale era il pensiero, il pensiero che voleva scivolare via e nascondersi dietro Stava per farmi del male, questo era il pensiero di cui aveva bisogno, il plotone che doveva mandare nell’avanguardia. Ordinò il pensiero, lo richiamò al suo dovere, lo trasformò in un’ordinata formazione di schermaglia e lo fece marciare in avanti.

“Il nipote idiota della signora Dibyendu ha cercato di assalirmi la notte scorsa, nel caso non lo sapesse”. Aspettò un istante “Non gliel’ho lasciato fare. Non penso che riproverà.”

Ci fu un grugnito, molto debole, dall’altra parte del telefono. Una risata trattenuta? Rabbia contenuta a stento? “Ne ho sentito parlare, Mala. Il ragazzo è all’ospedale”.

“Bene”, disse lei, prima di potersi fermare.

“Una delle sue costole si è rotta ed ha perforato un polmone. Ma dicono che sopravviverà. In ogni caso, è andato vicino a non farcela”.

Si sentì male. Perché? Perché doveva andare in questo modo? Perché non poteva lasciarla in pace? “Sono felice che vivrà”.

“La signora Dibyendu mi ha chiamato la notte scorsa per dirmi che l’unico figlio di sua sorella era stato aggredito. Che era stato aggredito da una crudele banda di tuoi amici. Il tuo ‘esercito'”.

Ora fu lei ha grugnire. “Lo dice perché lo mette in imbarazzo il fatto di essere stato pestato così duramente da me, solo da me, solo da una ragazza”

Nuovamente, il silenzio si dilatò nella conversazione. Sta aspettando che io dica che sono triste, che rimedierò in qualche modo, che può trattenerlo dalla mia paga. Deglutì. Non lo farò. L’idiota mi ha costretto ad attaccarlo, e si meritava quello che ne ha ottenuto.

“La signora Dibyendu”, iniziò lui, poi si fermò. “Ci sono delle spese che derivano da una cosa del genere, Mala. Tutto ha un prezzo. Lo sai. Devi pagare per giocare al Café della signora Dibyendu. Costa a me fare in modo che tu lo faccia. Beh, anche questo ha un prezzo.”

Ora era il turno di lei di stare in silenzio, e di pensare rivolta verso di lui, il più forte possibile. Oh si, beh, penso che ho già ottenuto il mio pagamento dal nipote idiota. Penso che abbia pagato il prezzo delle sue azioni.

“Mi stai ascoltando?”

Lei fece un grugnito di assenso, non fidandosi della propria voce.

“Bene, ascolta attentamente. Il prossimo mese, lavori per me. Ogni rupia sarà mia, e farò sì che questa cosa cattiva che hai attirato su te stessa se ne vada via.”

Lei allontanò il telefono dalla faccia come se fosse arrivato al calor rosso e l’avesse bruciata. Guardò lo schermo. Da molto lontano, il signor Banerjee disse, “Mala? Mala?” Riavvicinò il telefono all’orecchio.

Ora stava respirando pesantemente. “E’ impossibile”, disse, cercando di restare calma. “L’esercito non combatterà senza una paga. Mia madre non può vivere senza il mio stipendio. Perderemo la nostra casa. No, ripeté, “non è possibile”.

“Non è possibile?” Mala, sarà meglio che invece lo sia. Che tu lavori o no per me, dovrò comunque sistemare le cose con la signora Dibyendu. E’ il mio dovere, come tuo datore di lavoro, farlo. E costerà dei soldi. Hai un debito e dovrò ripagarlo per te, e questo vuol dire che tu devi essere pronta a ripagarlo a me“.

“E allora non pagarlo”, disse lei. “Non darle nemmeno una rupia. Ci sono altri posti in cui possiamo giocare. Il suo nipote se l’è cercata. Possiamo giocare da un’altra parte”.

“Mala, c’è qualcuno che abbia visto questo ragazzo metterti le mani addosso?”

“No”, disse lei. “Ha aspettato finché non siamo stati da soli”.

“E perché eri da sola con lui? Dove era il tuo esercito?”

“Erano già tornati a casa. Sono rimasta fino a tardi”. Pensò a Sorellona Nor e al suo metamecha, al sindacato. Il signor Banerjee si sarebbe arrabbiato ancora di più se lei gli avesse detto di Sorellona Nor. “Stavo studiando delle tattiche”, disse lei. “Facendo pratica da sola”.

“Sei rimasta da sola con questo ragazzo, nel pieno della notte. Cosa è successo sul serio, Mala? Volevi vedere come era baciarlo come la star di un film, e poi è andato tutto fuori controllo? E’ così che è successo?”

No!“. Urlò così forte che sentì la gente lamentarsi nei propri letti, gridandole contro, sonnolenti, da dietro le finestre aperte. “Sono rimasta fino a tardi per fare pratica, lui ha cercato di impedirmi di uscire. L’ho buttato a terra e lui mi ha inseguita. L’ho buttato a terra di nuovo e gli ho insegnato perché non avrebbe dovuto inseguirmi”.

“Mala”, disse lui, e lei pensò che adesso stava cercando di suonare paterno, saldo e maschile. “Avresti dovuto saper fare di meglio che metterti in una situazione simile. Un generale sa che ci sono delle battaglie che si vincono evitando di combatterle. Ora, sono un uomo ragionevole. Ovviamente, tu e tua madre e il tuo esercito avete bisogno del mio denaro per continuare a combattere. Puoi prendere in prestito da me la tua paga per questo mese, qualcosa per pagare tutti, e poi puoi ripagarmi, poco a poco, nel prossimo anno. Prenderò 5 rupie ogni 20 per i prossimi 12 mesi, e ci considereremo pari.”

Era una speranza, terribile, orribile speranza. Una possibilità di mantenere il suo esercito, il suo appartamento, la sua rispettabilità. E sarebbe costato solo un quarto dei suoi guadagni. Gliene sarebbero rimasti tre quarti. Tre quarti era meglio di niente. Era meglio che dire ad Ammaji che era tutto finito.

“Sì,” disse lei. “Ok, va bene. Ma non giochiamo più al Café della signora Dibyendu”

“Oh, no” disse lui. “Non starò a sentire queste cose. La signora Dibyendu sarà felice di riavervi nel suo locale. Dovrai scusarti con lei, ovviamente. Le puoi portare il denaro per suo nipote. Questo la farà sentire meglio, ne sono certo, e guarirà ogni ferita nella vostra amicizia”.

“Perché?” C’erano delle lacrime sulle sue guance, ora. “Perché non ci lasci andare altrove? Che differenza fa?”

“Perché, Mala, sono il capo e tu sei la lavoratrice e questa è la fabbrica in cui lavori. Questo è il perché.” La sua voce era dura adesso, tutta la cadenza di falsa preoccupazione se n’era andata via, lasciando dietro di sé un macinio come di pietra contro pietra.

Mala voleva riattaccargli il telefono in faccia, alla maniera di come si fa nei film quando scoppiano quei giganteschi litigi urlati, e tiravano i telefoni in una fontana o li spaccavano contro i muri. Ma non poteva permettersi di distruggere il proprio telefono e non poteva permettersi di fare arrabbiare il signor Banerjee.

Così disse, “Va bene”, con la voce piccola, come un topolino che cerchi di non farsi notare.

“Brava ragazza, Mala. Ragazza intelligente. Ora, ho la tua prossima missione. Sei pronta?”

Intontita, memorizzò i dettagli della missione, chi doveva uccidere e dove. Pensò che se riusciva a fare questo lavoro velocemente, poteva chiedergliene un altro e poi un altro ancora — lavorare più a lungo, ripagare il debito più velocemente.

“Ragazza intelligente, brava ragazza”, disse lui di nuovo, una volta che lei gli ripeté i dettagli. Quindi mise giù il telefono.

Lei rimise il telefono in tasca. Intorno a lei, Dharavi si era svegliata, passandole accanto come se lei fosse un sasso in un fiume, pressandosi su di lei da entrambi i lati. Uomini con pale e carretti, ragazzi con enormi sacchi di iuta su ciascuna spalla, pieni di lerce bottiglie di plastica dirette verso qualche casa di smistamento, un uomo con una lunga barba e una papalina kufi e una camicia kurta che gli pendeva fino alle ginocchia che guidava una capra con un pezzo di corda. Un trio di donne nei loro sari, che portavano i sul corpo i segni delle molte gravidanze, trasportando pesanti secchi d’acqua dal pozzo comunale. C’erano odori di cucina nell’aria, lo sfrigolio del dhal su una griglia e l’odore fragrante del chai. Un ragazzo le passò accanto, più giovane di Gopal, in sandali e calzoni corti e sputò del dolce e appiccicoso betel ai suoi piedi.

L’odore le fece ricordare dove era, che cosa era successo e che ora doveva andare.

Passò oltre la famiglia Dal al pian terreno e arrancò lungo le scale fino al loro appartamento. Ammaji e Gopal erano svegli e in attività. Ammaji era andata a prendere l’acqua e stava facendo colazione sul fornelletto a gas, e Gopal aveva la camicia della sua uniforme scolastica e i pantaloncini. La scuola di Dharavi a cui lui andava durava mezza giornata, il che gli dava un po’ di tempo per giocare e fare i compiti e poi qualche ora per lavorare accanto ad Ammaji nella fabbrica.

“Dove sei stata”, chiese Ammaji.

“Al telefono”, disse lei, dando una pacca alla piccola tasca cucita nella sua tunica. “Col signor Banerjee.” Mosse il mento da lato a lato, come per dire Dovevamo parlare di lavoro.

“Cosa ha detto?” la voce di Ammaji era calma e piena di finta noncuranza.

Ammaji non aveva bisogno di sapere cosa era successo fra il signor Banerjee e lei. Mala era il generale e poteva occuparsi delle proprie questioni da sola.

“Ha detto che tutto è stato perdonato. Il ragazzo se lo meritava. Farà sì che le cose vadano bene alla signora Dibyendu e tutto si aggiusterà” mosse di nuovo il mento, come a dire — E’ tutto a posto. Me ne sono occupata io.

Scena 12

Questa scena è dedicata a Forbidden Planet, la catena inglese di negozi di libri, fumetti, giocattoli e video fantascientifici e fantasy. Forbidden Planet ha dei negozi in tutta la Gran Bretagna, e ha anche degli avamposti a Manhattan e Dublino, Irlanda. E’ pericoloso entrare in un Forbidden Planet — raramente riesco a fuggire con il portafoglio intatto. Forbidden Planet è veramente avanti, rispetto agli altri, per quanto riguarda il mettere la gigantesca audience televisiva e dei film fantascientifici in contatto con libri di fantascienza — qualcosa che è assolutamente di importanza critica per il futuro del settore.

Forbidden Planet, UK, Dublin and New York City

Wei-Dong era stato nel centro di Los Angeles una volta, in una gita scolastica alla Disney Concert Hall, ma tutto ciò che avevano fatto era stato arrivarci in pulmino, parcheggiare, e marciare come anatroccoli nell’edificio e nuovamente fuori, senza spendere tempo a vagare in giro. Si ricordava di aver guardato le strade passare dal finestrino, vetrine sbiadite di negozi e gente che si muoveva lentamente, posti per incassare assegni e negozi di alcolici. E Internet Café. Una quantità immensa di Internet Café, specialmente a Koreatown, dove ogni mini-mall aveva una vistosa insegna “PC Baang” — il termine Coreano per net-café.

Ma non sapeva con esattezza dove fosse Koreatown, e aveva bisogno di un Internet Café per cercarlo su google, e così prese l’autobus da LAX per la Disney Concert Hall, pensando di poter ripercorrere la strada del pulmino e ritrovare questi negozi, connettersi, parlare coi suoi amici a Guangzhou, decidere cosa fare.

Ma Koreatown si dimostrò più difficile da ritrovare e più lontana di quanto avesse pensato. Chiese all’autista indicazioni su come arrivarci, e quello lo guardò come se fosse pazzo e gli indicò una discesa. E così lui iniziò a camminare, camminare, camminare, quartiere dopo polveroso quartiere. Dalle finestre dello scuolabus, il centro di Los Angeles sembrava muoversi lento e sbiadito, come una foto lasciata troppo a lungo su una finestra.

A piedi, era frenetico, il movimento degli autobus, i senzatetto che camminavano, giravano o zoppicavano superandolo, chiedendogli del denaro. Aveva 1000$ nella tasca davanti dei jeans, e gli sembrava che il rigonfiamento dovesse essere evidente quanto quella di qualcuno che, essendo davanti alla lavagna davanti a tutta la classe, abbia un’erezione. Stava sudando, e non solo per il caldo, che sembrava superare di dieci gradi Fahrenheit la temperatura che c’era a Disneyland.

E ora non era per niente vicino a Koreatown, ma si era invece trovato a Santee Alley, l’enorme mercato pirata all’aria aperta che si trovava nel bel mezzo di Los Angeles. Aveva sentito parlare di questo posto, lo vedevi in continuazione negli speciali del telegiornale sui sequestri di beni contraffatti, immagini di messicani che venivano portati via mentre dei poliziotti arcigni e soddisfatti nelle loro uniformi imballavano montagne di magliette taroccate, DVD taroccati, pantaloni taroccati, giochi taroccati.

Santee Alley era un sollievo gradito dalle strade che la circondavano. Vagò nel mercato, i negozi che diffondevano a tutto volume la loro musica technobrega e reggaton contro di lui, i venditori che decantavano le loro merci. Era come se si trattasse del mercato reale da cui i centinaia di mercati di gioco che aveva visitato si erano ispirati, e si trovò a rallentare e guardare i vestiti da gangster, i brutti souvenir-spazzatura e le cose elettroniche taroccate. Comprò un bicchierone di succo di melone e un paio di empanadas da una bancarella, estraendo con attenzione una singola banconota da venti dalla tasca senza tirar fuori tutto il mazzo di banconote.

Trovò un Internet Café, pieno di guatemaltechi che chiacchieravano con le famiglie rimaste al loro paese indossando delle piccole cuffie lisce. La ragazza dietro il bancone – a malapena più grande di lui – gliene vendette una che diceva di essere della Samsung a 18$, e poi gli affittò un computer con cui usarla. La cuffia taroccata gli entrava bene nell’orecchio come quella vera che aveva un tempo, anche se la plastica era ruvida, mentre in quella vera era liscia come i pezzi di vetro che si trovano sulla spiaggia.

Ma non importava. Aveva la sua connessione ad internet, la sua cuffia e il suo gioco. Di cosa altro poteva avere bisogno?

Beh, la sua squadra, per cominciare. Non li si riusciva a trovare da nessuna parte. Controllò sul suo nuovo orologio e premette il pulsante che faceva passare l’orario a quello cinese. Cinque del mattino. Beh, questo spiegava tutto.

Controllò il suo inventario, controllò la banca di gilda. Non aveva potuto fare la corpse run[1] dopo che era stato trascinato fuori dal gioco da suo padre e dalla Ronald Regan High, così non si aspettava di avere più la sua spada vorpal, ma invece l’aveva, il che voleva dire che uno del suo gruppo l’aveva recuperata per lui, una cosa che era incredibilmente gentile nei suoi confronti. Ma questo era quello che i compagni di gilda facevano l’uno per l’altro, dopo tutto.

Era quasi ora di pranzo sulla east coast, il che voleva dire che Savage Wonderland aveva iniziato a riempirsi di gente che tornava a casa dal lavoro. Pensò ai cavalieri neri che li avevano massacrati quella mattina e si chiese chi fossero. C’era un sacco di gente che dava la caccia ai gold-farmer, sia perché lavoravano per il gioco o per un gruppo di gold-farmer avversario, o perché erano ricchi giocatori annoiati che odiavano l’idea che i poveri invadessero il “loro” spazio e lavorassero dove loro giocavano.

Sapeva che avrebbe dovuto aprire l’e-mail e controllare se c’erano messaggi dei suoi genitori. Non gli piaceva usare l’e-mail, ma i suoi genitori sembravano non poterne fare a meno. Senza dubbio adesso stavano impazzendo, chiamando l’esercito, la marina e la guardia nazionale per ritrovare il loro figlio ribelle. Beh, potevano agitarsi quanto volevano. Non sarebbe tornato e non aveva bisogno di tornare.

Aveva 1000$ in tasca, aveva quasi 18 anni, e c’erano un sacco di cose per tirare avanti nella grande città che non prevedessero il vendere della droga o il tuo corpo. I suoi compagni di gilda glielo avevano mostrato. Tutto ciò che ti serviva per guadagnarti da vivere era una connessione alla rete e un cervello in testa. Si guardò attorno nel caffè verso la dozzina di guatemaltechi che parlavano con le loro cuffie ai parenti rimasti a casa, molti non molto più anziani di lui. Se loro potevano guadagnarsi da vivere — senza conoscere l’inglese, senza potere lavorare legalmente, senza un’educazione formale, senza avere quasi idea di come utilizzare la tecnologia oltre al poco necessario per chiamare casa senza spendere troppo — allora sicuramente anche lui poteva. Suo nonno era venuto in America e aveva trovato un lavoro quando aveva l’età di Wei-Dong. Era una tradizione di famiglia, in pratica.

Non era che non amasse i suoi genitori. Li amava. Erano brava gente. A loro volta lo amavano, nella loro maniera. Ma vivevano in una bolla separata dalla realtà, una bolla chiamata Orange County, dove avevano ancora file di ordinate case identiche e ordinate vite identiche, mentre intorno a loro tutto stava collassando. Suo padre non poteva vederlo, nemmeno quando era difficile che passasse un giorno senza che tornasse a casa lamentandosi amaramente dei container che erano caduti de una delle sue navi in un’altra mostruosa tempesta, del prezzo del diesel che saliva verso la stratosfera, di come il dollaro si stava affossando mentre i Renminbi salivano e degli americani che continuavano a stringere la cintura, i cui ordini per merci dal sud della Cina stavano distruggendo i suoi affari.

Wei-Dong aveva capito tutto questo perché prestava attenzione e vedeva le cose per quel che erano. Perché parlava alla Cina, e la Cina gli rispondeva. Il mondo grasso e confortevole in cui era cresciuto non era eterno; era tracciato nella sabbia, non inciso nella pietra. I suoi amici in Cina potevano vederlo meglio di chiunque altro. Lu aveva lavorato come guardia di sicurezza in una fabbrica a Shilong New Town, una città che produceva elettrodomestici da vendere in Inghilterra. C’era voluto un po’ di tempo perché Wei-Dong riuscisse a capirlo: un intera città, quattro milioni di persone, non facevano altro se non fabbricare elettrodomestici da vendere in Inghilterra, un paese che contava ottanta milioni di persone.

Poi, un giorno, la fabbrica di fronte a quella di Lu chiuse. Avevano tutti costruito merci per un po’ di diverse compagnie, impiegando armate di giovani donne per far funzionare le macchine ed assemblare i pezzi che ne venivano fuori. Le giovani donne ottenevano sempre i lavori migliori. Ai capi piacevano perché lavoravano duramente e non si lamentavano molto — almeno, questo era quello che tutti dicevano. Quando Lu aveva lasciato il suo villaggio nella provincia di Sichuan per venire nel sud della Cina, aveva parlato con una delle ragazze che erano tornate a casa dalle fabbriche per la festa di metà autunno, una ragazza che se ne era andata qualche anno prima ed aveva trovato l’abbondanza nel Dongguan, che aveva comprato ai suoi genitori una bella casa nuova a due piani con i suoi soldi, che tornava ogni anno per il festival con dei bei vestiti e un nuovo telefono cellulare in una borsa di design, sembrando una creatura aliena o una modella tirata fuori di fresco dalla pubblicità su una rivista.

“Se vai in una fabbrica e vedi che non è piena di giovani ragazze, non accettare un lavoro lì”, fu il suo consiglio “Ogni posto che non attragga un gran numero di giovani ragazze ha qualcosa di sbagliato”. Ma la fabbrica in cui Lu lavorava era piena di giovani ragazze, come tutte le fabbriche di Shilong New Town. Gli unici lavori per uomini erano per guidatori, guardie di sicurezze, addetti alle pulizie e cuochi. Le fabbriche fervevano di attività, ciascuna era come una piccola città in miniatura, con le proprie cucine, i propri dormitori, la propria infermeria e i propri posti di controllo dove ogni veicolo e visitatore che entrasse od uscisse dalle mura veniva controllato e ispezionato.

E tutte queste indomabili città erano crollate. La fabbrica Highest Quality Dishwasher Company chiuse il lunedì, l’impianto di produzione di caldaie Boundless Energy Enterprise il mercoledì. Ogni giorno, Lu vedeva i capi entrare ed uscire con le loro auto, salutandoli e lasciandoli passare dopo che avevano fatto schioccare le loro carte identificative nella sua direzione. Un giorno, si fece forza e si chinò verso il finestrino, la faccia a soli pochi centimetri da quella dell’uomo che lo pagava ogni mese.

“Ce la caviamo meglio dei nostri vicini, eh, capo?” Provò a fare un sorriso gioviale, il migliore che riuscì, ma sapeva che non gli era venuto molto bene.

“Ce la caviamo bene”, abbaiò il capo. Aveva la pelle estremamente liscia e indossava una giacca sportiva, ma le sue spalle erano sporche di forfora. “E nessuno dice il contrario!”

“Proprio come dice lei, capo”, disse Lu, e si allontanò dalla finestra, cercando di continuare a sorridere. Ma aveva visto la faccia del suo capo — la fabbrica avrebbe presto chiuso.

Il giorno seguente, nessun autobus arrivò alla sua fermata. Normalmente ci sarebbero state cinquanta o sessanta persone ad aspettarlo, soprattutto giovani uomini, visto che la maggior parte delle donne viveva nei dormitori. Le guardie di sicurezza e gli addetti alle pulizie non avevano diritto ai dormitori. Quella mattina, c’erano solo otto persone ad aspettare l’autobus quando Lu arrivò alla fermata. Dieci minuti passarono ed arrivò un po’ di altra gente, ma ancora non si vedeva nessun autobus. Trenta minuti passarono — Lu era ormai ufficialmente in ritardo — e ancora non arrivava nessun autobus. Chiese agli altri che erano in attesa come lui per vedere se c’era qualcuno che stesse andando vicino alla sua fabbrica e che volesse dividere un taxi — un lusso altrimenti impensabile, ma perdere il suo lavoro era ancor più impensabile.

Un altro ragazzo, con un accento di Shaanxi, era disposto a farlo, e fu così che si resero conto che non sembrava che ci fossero neanche i taxi a percorrere le strade. Così Lu, essendo Lu, camminò fino al suo posto di lavoro, quindici chilometri sotto il sole bruciante, con la sua camicia e la giacca della divisa da guardia della sicurezza piegate sul braccio, la canottiera arrotolata per scoprire la pancia, la polvere che si accumulava sulle scarpe. E quando arrivò alla fabbrica di asciugatori automatici Miracle Spirit si ritrovò in una folla di migliaia di giovani donne urlanti in grembiuli da lavoro che si affollavano intorno ai cancelli chiusi da due giri di catena e lucchetti, urlando verso le porte oscurate della fabbrica. Molte delle ragazze avevano piccoli zainetti o borse così piene che non erano riuscite a chiuderle, e ora parte della biancheria intima e dei trucchi che contenevano si riversava sulla strada.

“Che sta succedendo?” gridò ad una di queste, trascinandola fuori dalla folla.

“I bastardi hanno chiuso la fattoria e ci hanno lasciato fuori. Lo hanno fatto durante il cambio-turno. Hanno fatto partire l’allarme antincendio e hanno urlato ‘Al fuoco!’ e quando siamo uscite tutte sono corsi a chiudere i cancelli!”

“Chi?” Aveva sempre pensato che, se la fabbrica fosse stata chiusa, avrebbero usato le guardie di sicurezza per farlo. Aveva sempre pensato che lui, almeno, avrebbe ottenuto quell’ultima busta paga dalla compagnia.

“I capi, sei di loro. Il signor Dai e cinque dei suoi supervisori. Hanno chiuso il cancello frontale e poi sono fuggiti da quello sul retro, chiudendo anche quello. Siamo tutte chiuse fuori. Tutte le mie cose sono là dentro! Il mio telefono, i miei soldi, i miei vestiti…”

La sua ultima busta paga. Mancavano solo tre giorni al giorno in cui dovevano riceverla e, ovviamente, l’azienda aveva trattenuto il pagamento delle prime otto settimane di paga a ciascuno di loro quando avevano iniziato a lavorare. Dovevi chiedere il permesso al tuo capo se volevi cambiare lavoro e tenere quei soldi… altrimenti abbandonavi la paga di due mesi.

Intorno a Lu, si innalzavano urla acute e piccoli pugni femminili colpivano l’aria. Contro chi stavano urlando? La fabbrica era vuota. La fabbrica era vuota. Se avessero scavalcato le mura, tagliando il filo spinato in cima, e poi rotto i lucchetti dall’altro lato dell’inferriata dei cancelli, avrebbero avuto il controllo del posto. Non potevano portare via un asciugatore automatico — non facilmente, in ogni caso — ma c’erano un sacco di piccole cose: attrezzi, sedie, le cose nelle cucine, i beni personali delle ragazze che non avevano pensato a portarli con se quando era scattato l’allarme anti-incendio. Lu conosceva tutte le cose che si potevano portare via di nascosto dalla fabbrica. Era una guardia di sicurezza. O lo era stato. Parte del suo lavoro era stato perquisire gli altri impiegati quando se ne andavano per essere certo che non stessero portandosi via niente. Il suo supervisore, il signor Chu, perquisiva lui alla fine di ogni turno, a sua volta. Non era certo se qualcuno, e chi, perquisisse il signor Chu.

Aveva un piccolo attrezzo multiuso che attaccava alla cintura ogni mattina. Avere un set di tenaglie, un coltello e un cacciavite sempre con te cambiava il modo in cui vedevi il mondo — diventava un posto da tagliare, affettare, rovistare e svitare.

“Quella è la tua unica giacca?” gridò nell’orecchio della ragazza con cui aveva parlato. Lei era un po’ più bassa di lui, con una grossa fossetta sulla guancia che a lui piaceva abbastanza.

“Ovviamente no!”, disse lei. “Ne ho altre tre dentro.”

“Se riesco a farti avere quelle tre, posso usare questa?” Tirò fuori le tenaglie del suo attrezzo multiuso. Erano unite da una serie di ingranaggi che aumentavano la forza che veniva applicata stringendole nel palmo della mano, e i denti della tenaglia avevano un paio di aguzzi taglia-filo. La ragazza del suo villaggio aveva lavorato per un po’ nella fabbrica della SOG a Dongguan e gliene aveva dati un paio prima di augurargli buona fortuna nel sud della Cina.

La ragazza che aveva altre tre giacche guardò il filo spinato. “Ti taglierà a striscioline”, disse.

Lui ghignò. “Forse”, disse. “Però penso di potercela fare”.

“Ragazzi”, gli urlò nell’orecchio. Lu poteva sentire nel respiro di lei l’odore della sua colazione, misto a quello di dentifricio. Gli fece venire nostalgia di casa. “Va bene. Ma stai attento!”. Scivolò fuori dalla sua giacca, mostrando un paio di braccia muscolose, modellate dal duro lavoro nella linea di produzione. Lu si avvolse la giacca intorno alla mano sinistra, poi vi avvolse intorno la sua giacca di guardia di sicurezza, facendo sembrare la sua mano come un guantone da boxe dei cartoni animati, trascinandosi dietro lembi di stoffa penzolanti.

Non era facile arrampicarsi sulla recinzione con una mano avvolta nello spessore di una dozzina di strati di stoffa, ma era sempre stato un buon scalatore, anche nel villaggio, un ragazzo intraprendente che si era fatto la reputazione di uno che si arrampicava su qualsiasi cosa stesse ferma: alberi, case, persino fabbriche. Aveva una mano buona, due piedi, ed una mano bendata e questo era abbastanza per portarlo fino in cima. Una volta arrivato, afferrò cautamente con la mano il nastro spinato [4], facendo attenzione a tirarlo verso il basso in un movimento dritto e senza segare via la sua protezione facendolo scorrere di lato. Si immaginò scivolare e cadere, con il nastro spinato che gli tranciava le dita dalla mano, facendole cadere dall’altro lato della recinzione, guizzando come vermi nella sabbia mentre lui si afferrava la mano mutilata urlando, spruzzando sangue sulle ragazze attorno a lui.

Beh, allora sarà meglio che non scivoli, pensò cupamente, aprendo cautamente l’attrezzo multiuso con una sola mano, facendolo roteare come un coltello a farfalla (una mossa in cui si era esercitato parecchio, facendo finta di essere un pistolero nella sua stanza, o quando nessun altro era vicino al cancello). Con cautela portò la morsa delle tenaglie attorno alla prima spira del nastro spinato, guardando i denti degli ingranaggi che stridevano l’uno contro l’altro, trasformando la stretta della sua mano destra in centinaia di libbre di pressione nella morsa. La tenaglia incise il filo, lo prese, e lo tagliò di netto.

La spira si liberò emettendo un twoingggg e Lu tirò indietro la testa appena in tempo per evitare che il suo naso — e forse il suo orecchio e il suo occhio — venissero tagliati via dal filo.

Ma ora poteva poggiare la sua mano sinistra sulla cima del muro, scaricandoci una maggior parte del suo peso, raggiungendo così la seconda spira di nastro spinato con la tenaglia, tenendosi a maggiore distanza dal filo stesso, pendendo al di fuori della recinzione il più possibile, per evitare di venire colpito quando avesse tagliato il secondo nastro spianto. Cosa che fece, separandolo di netto con la stessa facilità della spira precedente. Il filo volò dritto nella sua direzione e fu solo lasciando andare i piedi e penzolando reggendosi con una sola mano dalla recinzione, colpendola duramente col corpo, che riuscì a non farsi tagliare la gola. Vista la sua posizione, il nastro lo colpì alla base dello scalpo, che iniziò a sanguinare pesantemente lungo la sua schiena. Ignorò il taglio. Poteva essere solo di striscio, nel qual caso avrebbe smesso di sanguinare da solo, oppure era profondo e aveva bisogno di un medico. In ogni caso avrebbe superato il muro.

Tutto ciò che rimaneva adesso erano tre file di filo spinato. Erano più dure da tagliare del filo a rasoio, ma le “spine” erano ben distanziate e il filo stesso era meno prono a contorcersi in folli colpi di frusta del filo a rasoio. Ogni volta che un pezzo di filo spinato veniva tagliato s’innalzava un ruggito di approvazione dalle ragazze sotto di lui, ed anche se la ferita bruciava ferocemente, pensò che questa poteva essere la sua ora migliore, la prima volta nella sua vita in cui era qualcosa di più di una guardia di sicurezza che aveva lasciato il suo paesino arretrato per trovare il modo di essere insignificante nelle provincia di Guandong.

E ora era in grado di srotolare le giacche dalla sua mano e semplicemente saltare dall’altra parte del muro e arrampicarsi in discesa dall’altra parte come una scimmia, sorridendo per tutto il tempo all’orda di ragazze che stavano superando la recinzione a ondate. Non ci volle molto prima che la ragazza che aveva altre tre giacche lo raggiungesse. Lui scosse la giacchetta di lei — tagliata in quattro o cinque punti — come un cameriere che offra a una signora elegante la sua giacca. Lei infilò con grazia quelle sue braccia muscolose nelle maniche e andò dietro di lui ad esaminare la sua ferita allo scalpo.

“Non è profonda”, disse. “Sanguinerà un sacco, ma starai bene”. Gli diede un bacio sulla guancia, come una sorella a un fratello. “Sei un bravo ragazzo”, disse, poi corse per unirsi al fiume di ragazze che stavano entrando nella fabbrica da una porta sfondata.

In breve tempo, si trovò da solo nel cortile della fabbrica, in mezzo ai bei sentieri di ghiaia e ai prati curati. Era riuscito ad entrare nella fabbrica, ma non riusciva a decidersi a prendere qualcosa, nonostante i suoi superiori gli dovessero praticamente tre mesi di stipendio. In qualche modo, gli sembrava giusto che fossero le ragazze che avevano utilizzato gli attrezzi a prenderli, che fossero gli uomini che avevano cucinato i pasti a prendere ciò che era nelle cucine.

Alla fine, decise di prendere una delle biciclette comuni che erano state parcheggiate con cura vicino ai cancelli della fabbrica. Queste venivano utilizzate da tutti allo stesso modo e, in ogni caso, doveva tornare a casa e farsi la strada a piedi con una ferita alla testa sotto il sole di mezzogiorno non sembrava un gran bel piano.

Sulla strada verso casa, il mondo sembrava molto cambiato. Per prima cosa, era diventato un criminale, cosa che gli sembrava piuttosto diversa dall’essere una guardia. Ma c’era più di questo: l’aria sembrava più pulita (in seguito avrebbe letto che l’aria era più pulita, grazie al fatto che tutte le fabbriche avevano chiuso e che gli autobus erano rimasti nei loro parcheggi). La maggior parte dei negozi sembrava chiusa, e il resto era gestito da negozianti apatici che si sedevano nei portici o giocavano a mahjong, nonostante fosse pieno giorno. Tutti i ristoranti e i bar erano chiusi. Alla stazione, vide un treno che passava senza fermarsi, ogni vagone pieno all’eccesso di giovani donne e delle loro valigie, lasciando Shilong New Town per cercare la loro strada da qualche altra parte, dove ci fosse ancora lavoro.

Così, nello spazio di una settimana o due, questa città gigantesca era morta. Tutto gli era sembrato così incredibilmente possente quando era arrivato, con strade pavimentate di fresco e negozi nuovi e nuovi edifici, e le fabbriche che si stagliavano contro il cielo ovunque si guardasse.

Quando arrivò a casa — stordito dalla dolorosa ferita allo scalpo, sudato, affamato — sapeva già che quella città magica era solo un cumulo di cemento e una montagna di sudore dei lavoratori, e che aveva la stessa stabilità di un sogno. Da qualche parte, in una terra distante di cui conosceva a malapena il nome, la gente aveva smesso di comprare lavatrici e così questa città era morta.

Decise di stendersi per un brevissimo sonnellino, ma nel tempo che ci mise ad alzarsi e a raccogliere un po’ delle sue cose in una borsa da viaggio e tornare sulla sua bici, senza preoccuparsi di chiudere la porta dell’appartamento dietro di se, la stazione era barricata e c’era una lunga fila di profughi che arrancavano sulla strada verso Shenzhen, a due giorni di cammino di distanza come minimo. Fu felice di aver preso la bici. Più tardi, trovò un bancomat funzionante e ritirò un po’ di denaro, cosa che trovò più rassicurante di quanto avesse sperato. Per un po’ di tempo, era sembrato come se tutto il mondo fosse arrivato alla sua fine. Era un sollievo scoprire che si trattava solo di questo piccolo angolo di mondo.

A Shenzhen, iniziò a trascorrere sempre più tempo negli Internet Café, perché erano il modo più economico di stare seduti in un edificio, lontani dal caldo e perché erano pieni di giovani uomini come lui. E anche perché poteva parlare con i suoi genitori da lì, raccontando loro storie inventate riguardo la sua inesistente ricerca di un lavoro, promettendo che avrebbe presto iniziato a mandare denaro a casa.

E lì è dove la gilda lo trovò. La gilda di Ping e dei suoi amici, che conoscevano questo ragazzo dall’altra parte del pianeta, questo Wei-Dong che pendeva dalle sue labbra ad ogni frase del suo racconto, che gli disse di averlo utilizzato in un compito di studi sociali per la scuola, cosa che fece ridere tutti. Inoltre lì aveva trovato felicità e lavoro, ed aveva trovato anche una verità: il mondo non era costruito su solida roccia, ma piuttosto sulla sabbia, e sarebbe sempre cambiato.

Wei-Dong non sapeva quando ancora sarebbe durato il lavoro di suo padre. Forse trent’anni — ma pensava che sarebbe successo in molto meno tempo. Ogni giorno, si svegliava nella sua stanza sotto le sue lenzuola di Spongebob e si chiedeva a quali cose della sua vita avrebbe potuto rinunciare, a quanto la sua vita potesse ridursi alle cose essenziali.

Ed ecco arrivata la possibilità di scoprirlo. Quando i suoi bisnonni avevano la sua età erano stati profughi di guerra, attraversando l’oceano su una nave affollata, con documenti rubati, un infante nelle braccia della sua bisnonna e un altro in arrivo nella sua pancia. Se loro potevano farcela, anche Wei-Dong poteva.

Aveva bisogno di un posto in cui stare, il che voleva dire denaro, il che voleva dire un lavoro. La gilda gli avrebbe dato la sua parte del denaro guadagnato coi raid, ma non era abbastanza per sopravvivere in America. O lo era? Si chiese quanto guadagnassero i guatemaltechi attorno a lui con i loro lavori in nero come lavapiatti, uomini delle pulizie e giardinieri.

In ogni caso, non aveva bisogno di scoprirlo, perché lui aveva qualcosa che a loro mancava: un numero di sicurezza sociale. E sì, quello voleva dire che alla fine i suoi genitori sarebbero stati in grado di trovarlo, ma fra un mese sarebbe stato maggiorenne e per loro sarebbe stato troppo tardi per fargli fare qualsiasi cosa senza la sua cooperazione.

In quelle ore in cui aveva fatto progetti e si era interrogato sul suo destino nel caso la sua famiglia perdesse tutto, aveva velocemente deciso a favore del più semplice lavoro che poteva fare: il Turco Meccanico.

I Turchi erano un’armata di lavoratori nello spazio di gioco. Tutto ciò che dovevi fare era provare che eri un giocatore decente — il gioco aveva le statistiche per saperlo — registrarti, e poi loggare ogni volta che volevi lavorare. Il gioco gli avrebbe mandato delle richieste ogni volta che un giocatore si trovava a fare qualcosa che il gioco non sapeva come interpretare — parlato troppo a lungo con un personaggio non giocante, infilzato una spada dove non avrebbe dovuto, arrampicarsi su un albero a cui nessuno si era preoccupato di aggiungere alcun dettaglio — e tu dovevi andare ad arbitrare sul posto. Interpretavi il personaggio non giocante, decidevi un comportamento per l’oggetto infilzato, o prendevi decisioni da una lista di cose che si potevano trovare su un albero.

Non venivi pagato molto, ma non ci mettevi neanche molto tempo. Wei-Dong aveva calcolato che se avesse giocato su due computer contemporaneamente — una cosa che era certo di poter fare — e fosse riuscito a gestire un nuovo incarico ogni venti secondi su ciascuno dei due, poteva fare tanti soldi quanto i senior manager della compagnia di suo padre. Per arrivare a ciò avrebbe dovuto lavorare dieci ore al giorno, ma aveva passato un sacco di fine settimana a giocare per dodici o anche quattordici ore al giorno, per cui, diavolo, era praticamente come avere già i soldi in tasca.

Così utilizzò il computer affittato per registrare il suo account ed iniziò a riempire gli incartamenti necessari a richiedere il lavoro. Nel frattempo, era cosciente del suo account e-mail raramente usato e dei messaggi dei suoi genitori che sicuramente lo aspettavano. I moduli da riempire erano lunghi e noiosi, ma abbastanza facili, anche le piccole domande a risposta libera in cui dovevi rispondere ad una serie di domande ipotetiche su cosa avresti fatto se un giocatore faceva o diceva una data cosa. E l’e-mail dei suoi genitori era lì ad aspettare, chiedendo di essere scaricata e letta…

Passo ad un altro browser ed aprì la posta. Erano settimane dall’ultima volta che l’aveva controllata, così era inondata da centinaia di messaggi di spam, ma ecco lì, in cima:

RACHEL ROSENBAUM –DOVE SEI???

Ovviamente era stata sua madre ad inviare l’e-mail. Era sempre lei a scrivergli, inviandogli piccole note di incoraggiamento durante la giornata scolastica, ricordandogli dei compleanni dei suoi nonni, dei suoi cugini e di suo padre. Suo padre usava l’e-mail quando ne aveva la necessità, di solito alle due di notte quando non riusciva a prendere sonno per le preoccupazioni che gli dava il lavoro e aveva bisogno di sgridare i suoi manager senza svegliarli con una telefonata. Ma quando era possibile telefonare, suo padre faceva quello.

DOVE SEI???

La linea dell’oggetto diceva già tutto, no?

Leonard, questa è una follia. Se vuoi essere trattato da adulto, inizia a comportarti come tale. Non andartene via di nascosto alle nostre spalle, giocando nel messo della notte. non fuggire Diosadove a fare il broncio.

 

Possiamo discuterne come una famiglia, come persone adulte, ma prima devi TORNARE A CASA e smetterla di comportarti come un MARMOCCHIO VIZIATO. Ti amiamo, Leonard, e ci preoccupiamo per te, vogliamo aiutarti. Lo so che quando si ha 17 anni è facile pensare di avere tutte le risposte…

Smise di leggere e sbuffò. Odiava quando gli adulti gli dicevano che si sentiva nella maniera in cui si sentiva solamente perché era giovane. Come se essere giovane fosse come essere pazzo o ubriaco, come se le sue convinzioni fossero solo delle allucinazioni causate da una qualche malattia mentale che poteva essere curata aspettando cinque anni. Perché non chiuderlo semplicemente in una scatola e aspettare che arrivasse ad avere ventidue anni?

Fece per rispondere, poi si accorse di essersi loggato senza utilizzare nessun servizio per rendersi anonimo. I suoi compagni di gilda erano bravissimi con queste cose — si trattava di server che reindirizzavano il tuo traffico, oscurando la tua identità e gli indirizzi che che cercavi di evitare. I migliori erano del Falun Gong, lo strano culto religioso che il governo cinese stava cercando di spazzare via. Il Falun Gong metteva su nuovi relè online circa ogni ora, mantenendosi un passo avanti al Grande Firewall Cinese, l’onnivedente, onnisciente server farm che controllava ogni cosa e che in teoria doveva impedire a 1,6 miliardi di cinesi di accadere al genere sbagliato di informazioni.

Nessuno nella gilda aveva molto tempo per il Falun Gong o le sue strambe credenze, ma tutti concordavano sul fatto che erano i migliori quando si trattava di fare buchi attraverso il Grande Firewall. Un veloce giro attraverso le pagine in continuo cambiamento dei relè di Falun Gong permisero a Wei-Dong di trovare un computer che potesse reindirizzare il suo traffico. Solo allora, rispose a sua madre. Che cercasse pure di seguire a ritroso le sue tracce — l’avrebbero portata ad un vicolo cieco: un noto culto religioso cinese. Questo sì che le avrebbe dato qualcosa di cui preoccuparsi!

Mamma, sto bene. Mi sto comportando come un adulto (badando a me stesso, facendo le mie decisioni). Può essere stato sbagliato mentirvi su cosa facevo del mio tempo, ma rapire tuo figlio per mandarlo ad una scuola militare è quanto di meno adulto ci possa essere. Mi terrò in contatto quando ne avrò la possibilità. Vi voglio bene. Non ti preoccupare, sono al sicuro.

Lo era davvero? Al sicuro quanto erano stati i suoi bisnonni, scendendo dalla nave a New York. Al sicuro quanto lo era stato Lu, percorrendo in bici la strada verso Shenzhen.

Avrebbe trovato un posto in cui stare — poteva cercare su google “hotel economico centro los angeles” bene quanto chiunque altro. Aveva il denaro. Aveva un numero di sicurezza sociale. Aveva un lavoro — due lavori, contando quello fatto con la gilda — e aveva un sacco di missioni di esercitazione da fare prima di potere iniziare a guadagnare qualcosa. Ed era il momento di occuparsene.

Parte II:Duro lavoro in gioco

Scena 1

Questa scena è dedicata all’incomparabile Mysterious Galaxy di San Diego, California. La gente della Mysterious Galaxy mi ha fatto firmare libri ogni volta che mi sono trovato a San Diego per una conferenza o per insegnare (il Clarion Writers’ Workshop si trova in UC San Diego vicino a La Jolla, CA), e ogni volta che arrivo riempiono il posto. Questo è un negozio con un leale seguito di fan che sanno che saranno sempre in grado di ottenere ottimi consigli e ottime idee nella libreria. Nell’estate del 2007 ho portato chi frequentava il mio corso di scrittura dal Clarion giù a questa libreria per assistere al lancio dell’ultimo libro di Harry Potter e non ho mai visto una festa così divertente e allegra in nessun negozio.

Mysterious Galaxy: 7051 Clairemont Mesa Blvd., Suite #302 San Diego, CA USA 92111 +1 858 268 4747

Vennero per i giocatori nel gioco e nel mondo reale: un assalto coordinato che lasciò l’organizzazione di Sorellona Nor a pezzi.

In quella notte fatidica, lei aveva preso una stanza sul retro dell’Headshot, un PC Baang nel distretto di Geylang, a Singapore, un quartiere che pulsava tutta la notte per il ruggente mercato del sesso dei bordelli legali e delle adescatrici illegali in strada. In qualsiasi momento della notte, le strade di Geylang erano piene di gente, dagli avventurosi commensali che mangiavano negli eccellenti ristoranti aperti tutta la notte (quasi tutti halal, cosa che la faceva sorridere) a lavoratori in trasferta, dalla gente di Singapore che si aggirava furtivamente cercando emozioni proibite alle ragazze che nelle pause facevano una corsa fino ai centri commerciali aperti tutta la notte per fare shopping.

Il distretto di Geylang era informale quanto poteva esserlo Singapore, uno dei pochi posti in cui potevi andare “oltre i limiti” — fare qualcosa di illegale, immorale, indicibile, o cattivo per l’armonia sociale — senza attrarre troppa attenzione. L’Headshot era illuminato tutta la notte dalle luci stroboscopiche degli schermi, i giochi di poker online, i tornei di shoot-em-up, i lavoratori non residenti che telefonavano da lì per spendere meno, urlando sopra l’insalata di rumori di tutti quei giochi, e, quella notte, anche Sorellona Nor ed il suo clan.

Chiamavano se stessi gli Webblies, un piccolo gioco di parole piuttosto oscuro che divertiva tantissimo Sorellona Nor. Circa un secolo fa, un gruppo di lavoratori aveva formato un sindacato chiamato Industrial Workers of the World, Lavoratori Industriali del Mondo, il primo sindacato che dicesse che tutti i lavoratori dovevano unirsi insieme, che ogni lavoratore era il benvenuto senza che avesse importanza il colore della sua pelle, senza che avesse importanza se il lavoratore era una donna, senza che avesse importanza se il lavoratore faceva lavoro qualificato o non qualificato. Si facevano chiamare Wobblies.

Le informazioni sugli Wobblies erano solo una delle tante cose “oltre i limiti” che erano bloccate nell’Internet di Singapore, e così ovviamente Sorellona Nor si era dedicata a scoprire di più su di loro. Più leggeva, più questo gruppo che veniva fuori dai libri di storia sembrava sensato per il mondo di adesso — tutto ciò che i IWW avevano fatto serviva farlo oggi e, per di più, era più facile farlo adesso di quanto non fosse stato un tempo.

Prendi per esempio l’organizzare i lavoratori. All’epoca dovevi andare dentro la fabbrica, o quanto meno ai suoi cancelli, per spiegare ai lavoratori l’importanza di unirsi ad un sindacato e richiedere condizioni migliori, paghe più alte e meno ore di lavoro. Ora potevi raggiungere queste stesse persone online, da qualsiasi parte nel mondo. Una volta che fossero diventati membri del sindacato, avrebbero potuto parlare con tutti gli altri membri, utilizzando gli stessi mezzi.

Aveva deciso di chiamare la sua piccola organizzazione Industrial Workers of the World Wide Web, la IWWWW, e questa era un’altra di quelle cose che la divertivano un sacco. E la IWWWW era cresciuta e cresciuta e cresciuta. I farmer di gold erano facili da convincere: lavoravano in condizioni terribili in tutto il mondo, per paghe terribili, odiati allo stesso modo dai gestori del gioco e dai giocatori più ricchi. Sapevano già cosa voleva dire fare lavoro di gruppo, avevano già formato le loro piccole gilde — ed erano più bravi ad utilizzare internet di quanto i loro capi sarebbero mai stati.

Ora, un anno più tardi, la IWWWW aveva più di 20.000 membri divisi tra diversi paesi, che pagavano la loro quota e riempivano un abbondante fondo per gli scioperi il cui uso era stato finalmente richiesto a Shenzen, l’ultimo posto in cui Sorellona Nor si aspettava di vedere uno sciopero.

Ma lo avevano fatto, lo avevano fatto! Il capo, un qualche personaggio chiamato Wing, aveva rinchiuso i suoi lavoratori in tre delle sue “fabbriche” — Internet Café di cui aveva preso il controllo per supportare la sua armata di lavoratori in continua crescita — per sfruttare un exploit su Mushroom Kingdom, un MMO basato su Mario che aveva un grosso seguito in Brasile. Uno dei suoi lavoratori aveva trovato il modo per triplicare i gold che si potevano tirare fuori da uno dei dungeon, e Wing voleva estrarre ogni penny possibile prima che la Nintendo-Sun li scoprisse.

Fu così che il suo telefono iniziò a riempirsi di messaggi urgenti che le venivano ritrasmessi dalle sue varie identità in gioco per dirle che i lavoratori avevano sbattuto fuori i capi delle fabbriche e le guardie ed erano usciti, arrampicandosi sui lati dell’edificio, o i tralicci del telefono, tagliando i cavi che connettevano l’Internet Café alla rete. Si erano raccolti e avevano iniziato a inneggiare slogan improvvisati — per lo più riadattati dai loro gridi di battaglia in gioco. E ora volevano sapere cosa fare.

“E’ uno sciopero a gatto selvaggio”, aveva detto Sorellona Nor ai suoi luogotenenti, Il Possente Krang e Justbob, il primo un piccolo tipo cinese con le punte dei capelli tinte di viola, la seconda una ragazza Tamil con un meraviglioso sari immacolato e pantofole di seta – una ragazza che un tempo faceva parte di una delle più note girl-gang in Asia ed aveva passato tre anni in galera per questo motivo. “Stanno scioperando a Shenzhen”. Inoltrò i tweet, i blip e i messaggi di allerta del suo telefono, poi mostrò loro lo schermo del proprio cellulare mentre aspettavano che i messaggi inoltrati raggiungessero i loro.

“E’ folle”, disse Il Possente Krang, passando il peso da un piede all’altro, eccitato, “è folle, è folle, è…”

“Meraviglioso”, disse Justbob, piantando i palmi delle sue mani sulle spalle di lui e riportandolo sulla Terra. “Ed era molto che doveva succedere. L’ho predetto. L’ho predetto dall’inizio. Appena inizi a raccogliere soldi per uno ‘fondo per gli scioperi’, qualcuno andrà in sciopero. E la-la, eccoci qui, a passare la notte a fare i gatti selvaggi.”

Il passo successivo fu di andare nel loro quartiere generale, la stanza sul retro dell’Headshot, per sbattersi sulle loro sedie e scendere nei mondi, diffondendo la notizia del loro primo sciopero a tutti i 20.000 membri. Sorellona Nor si mise a lavorare a un piano d’azione:

1. Diffondere la notizia e serrare i ranghi.

2. Reclutare dei picchetti nei mondi per bloccare il posto di lavoro in maniera che quel Boss Wing non potesse usare dei crumiri — lavoratori di rimpiazzo — per completare il lavoro.

3. Chiamare i capi del gruppo di scioperanti al telefono e parlare di avvocati dei diritti umani, salario degli scioperanti, posti per dormire per tutti quei lavoratori che si usavano i dormitori della fabbrica.

4. Fare arrivare i filmati e i resoconti in tempo reale dagli scioperanti fino agli attivisti per i diritti umani, organizzare interviste e incontri con la stampa per i capi del gruppo di scioperanti.

Aveva già vissuto questa situazione, nella vita reale, dall’altro lato, come il capo di uno sciopero spontaneo che era iniziato quando i capi della sua tessitoria a Taman Makmur annunciarono tagli agli stipendi perché il loro grosso distributore europeo aveva diminuito gli ordini. Succedeva ogni anno, ma la faceva arrabbiare così tanto — i lavoratori non guadagnavano di più quando gli affari andavano meglio, dividendo la buona fortuna quando i distributori aumentavano gli ordini, ma erano costretti a condividere il fardello dell’azienda quando gli ordini calavano. Beh, che se lo scordassero, troppo era troppo. Si alzò nel bel mezzo della fabbrica e denunciò dei capi per quegli avidi bastardi immorali che erano e quando la sicurezza si mosse per prenderla, rimase dritta, orgogliosa e forte, pronta ad essere picchiata per la sua insolenza.

Invece i suoi compagni lavoratori si levarono in sua difesa, le giovani donne intorno a lei alzandosi in piedi e circondandola, festeggiandola, mentre le grida ululate a squarciagola rimbalzavano sul soffitto e riempivano la stanza e il suo cuore, rendendo tutti loro coraggiosi, al punto che gli uomini della sicurezza indietreggiarono e loro presero il controllo della fabbrica, bloccando i cancelli, fermando i macchinari. Poi qualcuno del sindacato malese degli impiegati tessili (MUTE – Malaysian Union of Textile Employees) era arrivato da loro per convincerli a tesserarsi, entrando nel sindacato, e qualcuno la nominò capo picchetto e poi…

E poi tutto intorno a loro iniziò a collassare, arrivarono i camion della polizia, la polizia formò una linea e ordinò loro di disperdersi, tornare al lavoro, interrompere questa follia prima che qualcuno si facesse male, abbaiando ordini attraverso un megafono, fissandoli da sotto i loro elmetti anti sommossa, colpendo i propri scudi con i manganelli, lanciando contro di loro lacrimogeni.

La loro linea si disperse, si disintegrò, arretrò. Ma si riunirono in una via vicino alla fabbrica, in mezzo a un gruppetto di bambini che li fissavano, e le donne del MUTE acciuffarono i bambini e li mandarono a prendere di corsa del latte… latte di mucca, di capra, qualsiasi cosa riuscissero a trovare, poi lavarono alle altre scioperanti gli occhi col latte, trattenendo le loro facce mentre questi tossivano e soffocavano. Il gas CS, solubile nei grassi, venne sciacquato via, lasciandoli lacrimanti ma in grado di vedere, i colpi di tosse diminuirono e qualcuno tirò fuori una borsa di mascherine filtranti a base di carbone attivo, qualcun altro una borsa di occhialini per nuotare e le donne tirarono su gli hijab a coprire gli occhi, le maschere, fino a far sembrare il loro viso il grugno di un qualche animale. Riformarono la linea e tornarono marciando, cantando i loro slogan.

La polizia lanciò nuovamente i lacrimogeni, ma, questa volta, i capi picchetto furono in grado di far mantenere la formazione, di mandare donne coraggiose in avanti ad afferrare i contenitori fumanti dei lacrimogeni e rilanciarli indietro contro la polizia. Per un momento sembrò che la polizia stesse per caricare, ma le scioperanti e le organizzatrici stavano riempiendo internet di fotografie dello sciopero con i loro telefonini, in grado di superare il firewall nazionale, facendole arrivare ai gruppi per la protezione dei diritti umani. Così il Ministero del Lavoro, che stava venendo investito da telefonate da parte della stampa straniera, finì per chiamare il Ministero della Giustizia e la polizia si ritirò.

La prima schermaglia era finita, ma le scioperanti si erano preparati ad un lungo assedio. Nessuno entrava o usciva dalla fabbrica senza venire arringato da centinaia di giovani donne, che infilavano a forza attraverso i finestrini delle automobili e degli autobus testi sulle condizioni di lavoro, lamentele e richieste. Qualche lavoratrice di rimpiazzo riuscì ad entrare, qualcuno provò a resistere, qualcuno si girò e se ne andò. Un camionista, che apparteneva a sua volta ad un sindacato, si rifiutò di superare la loro linea e raccogliere il carico che era stato mandato a prendere, così questo rimase semplicemente lì, nella zona di carico.

I giorni si trasformarono in settimane, nutrirono le loro famiglie come potevano utilizzando il salario degli scioperanti, che era un terzo di quanto guadagnassero nell’impianto, ma anche i proprietari della fabbrica — una sussidiaria di una compagnia Olandese — stavano soffrendo. Le organizzatrici del MUTE spiegarono che l’azienda madre doveva rilasciare il resoconto quadrimestrale ai suoi azionisti, che avrebbero chiesto di sapere perché questa importante fabbrica stava rimanendo chiusa invece di produrre denaro. Le organizzatrici offrirono rassicurazioni fiduciose sul fatto che, quando questo fosse successo, le richieste dei lavoratori sarebbero state ascoltate, lo sciopero sarebbe finito e tutti sarebbero potuti tornare a lavoro.

Così tutti rimasero lì, tenendo su il morale e stabile la linea e poi…

La fabbrica chiuse.

Sorellona Nor lo scoprì una sera mentre stava giocando a Theater of War VII, un gioco a cui giocava fin da quando era una ragazzina. Una delle sue compagne di gilda era una ragazza il cui fratello passava davanti alla fabbrica ogni giorno, tornando a casa da scuola, e aveva visto che stavano togliendo le macchine dalla fabbrica, portandole via con grossi carri.

Sorellona Nor inviò sms a tutte le persone che conosceva, Andate subito alla fabbrica, ma per quando arrivarono lì, la fabbrica era morta, vuota, i cancelli chiusi da catene. Non arrivò nessuno del sindacato. Nessuno di loro rispose alle loro telefonate.

E le donne che lei chiamava sorelle, le donne che l’avevano salvata quando lei aveva detto basta, la guardarono tutte e le chiesero, Cosa facciamo ora?

E lei non lo sapeva. Riuscì a trattenere le lacrime fino a quando non fu arrivata a casa, ma poi iniziarono a scorrere copiose e i suoi genitori — che avevano dubitato di lei e le avevano consigliato di fermarsi ogni giorno — le rimproverarono la sua pazzia, le dissero che era colpa sua se adesso tutti i suoi amici avevano perso il lavoro.

Si era stesa sul letto quella notte, miserabile, per svegliarsi al debole squillo del suo telefono.

Sono fuori. Era Affendi, l’organizzatrice del MUTE a cui era più legata. Vieni alla porta.

Scivolò fuori silenziosa come un gatto ed ebbe a malapena il tempo di riconoscere la silhouette di Affendi prima che questa collassasse fra le braccia di Nor. Era stata pestata a sangue, aveva gli occhi neri, due dita rotte, le labbra distrutte e le mancava un dente. Riuscì a fare un sorriso straziato e disse “Fa tutto parte del mio lavoro”

Poco dopo cena, c’era stata una retata nell’hotel economico dove le quattro organizzatrici avevano condiviso una stanza, la polizia le aveva portate via. Erano preparate a questo, avevano degli avvocati pronti ad aiutarle quando fosse successo, ma non ebbero modo di chiamarli. Non furono messe in galera. Invece vennero portate in una baraccopoli dietro la principale stazione ferroviaria e tre poliziotti erano rimasti di guardia mentre un gruppo di guardie di sicurezza private della fabbrica avevano fatto a turno a picchiarle con manganelli, pugni e calci, urlando insulti, chiamandole puttane, strappando loro i vestiti di dosso, colpendole al seno e alle cosce.

Si fermarono solo quando una delle donne perse i sensi, sanguinando da una ferita alla testa e con le palpebre che tremavano. A quel punto gli uomini erano fuggiti, prendendo prima il loro denaro e i loro documenti, lasciandole lì piangenti e ferite. Affendi era riuscita a nascondere un secondo telefono cellulare — una cosina grande quanto una scatola di fiammiferi — nelle sue mutande, e quello le aveva permesso di chiamare il quartier generale del MUTE chiedendo aiuto. Una volta che l’ambulanza fu stata chiamata, era venuta a prendere Nor.

“Probabilmente verranno a prendere anche te”, disse. “Di solito cercano di usare i lavoratori che hanno fatto cominciare i loro problemi come esempio per gli altri”.

“Ma mi avevi detto che dovevano accordarsi con noi perché i loro azionisti…”

Affendi alzò una mano distrutta. “Ho pensato che lo avrebbero fatto. Ma invece hanno deciso di andarsene. Pensiamo che probabilmente sono andati in Indonesia. Le nuove leggi che sono state approvate lì rendono molto più difficile organizzare i lavoratori. E’ così che vanno le cose, a volte.” Scrollò le spalle, poi trasalì e respirò fra i denti. “Abbiamo pensato che volessero starsene tranquilli qui. Il governo provinciale ha dato loro fin troppo per convincerli a venire qui — sconti sulle tasse, nuove strade, servizi gratuiti per cinque anni. Ma ci sono delle nuove Zone Economiche Speciali in Indonesia che offrono condizioni ancora migliori”. Scrollò nuovamente le spalle, nuovamente trasalì. “Potrebbe anche non succederti nulla di male qui. Forse se ne andranno e basta. Ma ho pensato che tu dovessi avere la possibilità di andare in qualche posto sicuro con noi, se lo volevi”.

Nor scosse la testa. “Non capisco. Un posto sicuro?”

“Il sindacato ha un rifugio subito oltre il confine della provincia. Possiamo portarti lì stanotte. Possiamo aiutarti a trovare un lavoro, rimetterti a posto. Puoi aiutarci a sindacalizzare un’altra fabbrica”

Una pioggerellina leggerà cominciò a cadere, colpendo le palme che erano allineate lungo la strada di casa sua e cadendo in grossi goccioloni bagnati, portando dal suolo l’odore del terriccio. Una grassa goccia cadde da una foglia sopra di loro e colpì il collo di Nor, ricordandole che era uscita di casa senza il suo hijab, cosa che non faceva quasi mai. Le sembrò un segno, come se la sua vita stesse cambiando sotto ogni possibile aspetto.

“Dove andiamo?”

“Lo scoprirai una volta che ci arriviamo. Non lo so neanche io. E’ il motivo per cui è una casa sicura — nessuno sa dove sia a meno che non debba saperlo. E’ già successo che degli organizzatori del MUTE siano stati assassinati, capisci.”

Perché non me lo hai detto quando tutto questo è cominciato? Avrebbe voluto dire. Ma i suoi genitori glielo avevano detto. I capi li avevano avvisati, dai megafoni, del fatto che stavano rischiando tutto. Lei aveva riso di loro, piena della sensazione di sorellanza e di sicurezza, di potere. Quella sensazione ora se ne era andata.

Era andata via con Affendi, aveva trovato lavoro in una fabbrica che era molto simile a quella che aveva lasciato e c’era stata una lotta sindacale molto simile a quella che aveva combattuto, ma, questa volta, loro erano più preparati. I lavoratori l’avevano chiamata “Sorellona Nor” un termine che mostrava affetto e che la spaventava un poco, venendo fuori dalle bocche di donne molto più anziane di lei, venendo fuori da giovani ragazze che non potevano rendersi conto del pericolo.

Questa volta i proprietari non fuggirono, i lavoratori ottennero migliori condizioni contrattuali e Sorellona Nor si accorse che non voleva più lavorare nel settore tessile. Scoprì che le piaceva la lotta.

Ora c’era un giovane uomo, qualcuno chiamato Matthew Fong, a Shenzhen, che si stava affidando a lei per aiutarlo ad ottenere una propria dignità, una paga onesta e un posto di lavoro sicuro. E lo stava facendo in Cina, dove i sindacati non ufficiali erano illegali e chi organizzava i lavoratori a volte scompariva in prigione per anni.

Il Possente Krang parlava un meraviglioso mandarino, come anche il suo nativo cantonese, così aveva l’incarico di fare registrazioni per la stampa cinese straniera, quel network di risorse di notizie il cui pubblico erano le centinaia di milioni di persone di origini cinesi che vivevano all’estero. Loro erano la chiave, perché erano intimamente connessi all’intera impresa di importazioni ed esportazioni, in fervente crescita. Per questo, quando parlavano, i burocrati a Beijing ascoltavano. E Il Possente Krang poteva metter su una voce così convincente che a sentirlo parlare avresti giurato che si trattasse di un giornalista televisivo.

Justbob aveva l’incarico di supportare moralmente gli scioperanti, parlando loro in un cantonese spezzato, in singlish e in gamer-speak tramite internet, tenendo alto il loro morale. Poteva lavorare contemporaneamente a tre telefoni e due computer come fosse un polipo umano, l’attenzione divisa fra una dozzina di conversazioni senza perdere il filo di nessuna di esse.

E Sorellona Nor? Lei era nei mondi di gioco, disponendo i ranghi dei Webbly nel sito di lavoro di Mushroom Kingdom, cercando giocatori, che convergevano da tutta l’Asia — dove era notte –, dall’Europa — dove era giorno — e dall’America — dove era mattina. Era meglio che l’amministrazione non sprecasse tempo per portare lavoratori di rimpiazzo. C’erano sempre dei disperati subappaltatori fuori nelle provincie della Cina, dieci ragazzi in una qualche città industriale fantasma a Dongbei che erano stati attratti ai computer con dei bei discorsi sull’essere pagati per giocare. Arrivarono attraverso una dozzina di shard differenti dello stesso mondo di Mushroom Kingdom, una dozzina di realtà alternative, e Sorellona Nor giocò la parte del generale in una prima schermaglia contro di loro, mentre gli scioperanti bloccavano l’entrata del dungeon e mandavano un fiume di messaggi e URL a favore del sindacato verso gli attaccanti, persino mentre stavano combattendo per tenerli fuori dal dungeon.

La battaglia non era dura, non all’inizio. I lavoratori di rimpiazzo erano lì per uccidere stupidi NPC in una maniera noiosa e prevedibile che non avrebbe attirato i Turchi Meccanici, portando la Nintendo-Sun ad interessarsi della loro operazione. Erano tutti giocatori stagionati, abituati al gioco di squadra e molti degli Webbly non avevano mai combattuto fianco a fianco prima. Ma gli Webbly stavano combattendo per il movimento, mentre i lavoratori di rimpiazzo — li chiamavano “crumiri”, un altro termine che veniva dai libri di storia — stavano combattendo perché non sapevano che altro fare.

Fu una disfatta. I crumiri vennero rimandati ai loro punti di respawn a migliaia, senza essere in grado di tornare a lavorare finché non avessero fatto le loro corpse run, e gli Webbly alzarono le loro spade e spararono palle di fuoco nel cielo, festeggiando in dozzine di lingue.

Anche le notizie da Shenzhen erano buone, giudicando da ciò che Justbob stava dicendo nel suo microfono e digitando sui suoi schermi. Le fila degli scioperanti stavano reggendo e, anche se la polizia era lì, non si stava muovendo. A dire il vero, sembrava che fossero arrivati per bloccare gli agenti privati di sicurezza della fabbrica!

Silenziosamente, Sorellona Nor ringraziò Matthew Fong per aver scelto una battaglia che — all’apparenza — potevano vincere. Chiamò con un grido Ezhil, dell’Headshot, chiedendole un bubble-tea al ginseng per tutti, la radice di ginseng avrebbe dato loro energia. Non si può vivere di sola caffeina e taurina!

“Ezhil!” urlò di nuovo un minuto più tardi, alzando lo sguardo dal mouse. “Bubble-tea!”. Se avesse prestato attenzione, avrebbe potuto notare la nota stridente nella voce di Ezhil mentre questo prometteva che sarebbe arrivato subito, subito.

Ma la sua attenzione era fissa sugli schermi, perché era lì che tutto era di colpo iniziato ad andare decisamente male. Ciò che aveva preso per palle di fuoco lanciate in cielo dagli scioperanti per festeggiare, stavano ora atterrando in mezzo ai giocatori, infliggendo gravi danni. Proprio mentre stava notando questo una raffica di gusci di tartaruga chiodati arrivò slittando da una zona al di fuori della sua visuale, in dodici mondi contemporaneamente.

Imboscata!

Abbaiò la parola nel suo microfono in mandarino, poi in cantonese, poi in hindi, poi in inglese. L’urlo venne ripetuto dai giocatori che si riallinearono, formando squadroni di battaglia, i guaritori al centro, i tank sui lati esterni, agili ladri e scout che si spargevano nella foresta di funghi, cercando chi li aveva attaccati.

Tutto ciò avrebbe funzionato molto meglio se fossero stati una gilda regolare, tutti quanti giocatori dalla parte del malvagio Bowser o della valente Principessa Peach, perché se si era tutti dalla stessa parte, il gioco coordinava parte dei tuoi movimenti per te, ti forniva la posizione degli altri giocatori alleati. Ma gli scioperanti venivano da entrambe le facce della medaglia morale di Mushroom Kingdom e, per quanto ne poteva sapere il gioco, erano nemici giurati. I loro messaggi istantanei erano inintelligibili per i giocatori della fazione opposta e la opzione di dafault per quando cliccavi un personaggio “nemico” era ATTACCO, cosa che portava ad un sacco di schermaglie accidentali.

Ma i gold-farmer sapevano ogni cosa sul come si giocava il loro gioco, un gioco che viveva al di fuori di quello che le compagnie volevano far loro giocare. Gli strumenti di comunicazione in gioco erano potenti e semplici da usare, ma nulla (eccezion fatta per il ridicolo “agreement” che dovevi cliccare ogni volta che accendevi il gioco) ti impediva di usare un qualsiasi altro programma. Il loro programma gratuito preferito per chattare era stato sviluppato per aiutare gruppi di lavoro aziendali a collaborare; questi servizi avevano sempre una versione demo gratuita, con lo scopo di convincere qualcuno a comprare 30.000 licenze per la propria azienda multinazionale. Questi programmi permettevano addirittura di condividere screenshot del proprio computer, così Sorellona Nor fece in modo di disporre questi in sequenza, formando una grossa visione panoramica dell’intero campo di battaglia.

Passò in rassegna le varie scene di battaglia e le comunicazioni, le dita che volavano sulla tastiera. Avevano una Koopa Turbo Hammer in sette dei mondi, un enorme, vorticante, martello dorato che poteva colpire una dozzina di attaccanti in un singolo colpo. Lei le aveva portate in avanti, usando gli screenshot degli scout per identificare le posizioni dei nemici, trasmetterle ai suoi lancia-martelli, un gran numero di corpulenti Kong con grosse zanne ed enormi toraci pelosi.

Quelle erano sette battaglie risolte; nelle restanti cinque ordinò alle Pesche di mettersi in formazione con gli ombrelli pronti, poi mandò due Bowser a “rimbalzare” su di essi, rimanendoci attaccati e facendo solo dei danni minimi alle Pesche. Le Pesche aprirono i loro ombrelli e iniziarono a volare, portando i Bowser con se, per farli cadere dietro le linee nemiche, pronti a sputare fuoco e schiacciare le forze nemiche. Questo era un attacco devastante, possibile solo se giocavi al gioco dei farmer, cooperando tramite un canale collaterale. Normalmente, i Bowser e le Principesse Peach erano sui lati opposti della Grande Guerra che era al centro della storia di Mushroom Kingdom.

Avrebbe dovuto funzionare — i martelli, i Bowser, i validi giocatori di una dozzina di gilde, irti di armi e armature, lanciando incantesimi, sparando e facendo schermaglia.

Avrebbe dovuto funzionare — ma non era successo.

Gli attaccanti misteriosi — li chiamava, nella sua mente, “Pinkertons”, prendendo spunto dai provocatori della Pinkerton Detective Agency, che erano stati i peggiori nemici degli Wobbly — sembravano essere infiniti, ed ogni attacco che lanciavano sembrava fare il massimo danno possibile. Nel frattempo erano in grado di fare incredibili schivate e difendersi dagli attacchi degli scioperanti. E la loro mira! Ogni palla di fuoco, ogni tartaruga, ogni bomba sonora, ogni ascia lanciata colpiva il bersaglio con perfetta accuratezza.

Era quasi come se stessero…

… Barando!

Doveva essere così. Stavano usando delle cheat. Erano degli aimhacks, dei dodgehacks, tutti gli add-on proibiti che il gioco doveva in teoria essere in grado di identificare e disabilitare. In qualche modo erano riusciti ad aggirare le difese del gioco. Non importava. Il gioco era sempre pensato per andare contro ai gold-farmer.

“Indietro”, urlò, “ritirata!”. Questa doveva diventare una battaglia di guerriglia, nella giungla, nascondendosi nei cespugli e bersagliarli di nascosto mentre loro facevano lo stesso. Li avrebbe attirati nella radura che segnava l’entrata del dungeon e poi li avrebbero circondati aggirandoli nella foresta di funghi, usando la loro superiore coordinazione per battere gli hack e la superiorità numerica che i Pinkerton avevano dalla loro parte. Nelle sue cuffie sentiva i respiri tormentati, le maledizioni in sei lingue diverse, le risate e le urla di giocatori di tutto il mondo, che la ascoltavano mentre trasmetteva i suoi comandi a tutte le diverse versioni di Mushroom Kingdom in cui stavano combattendo.

Si rese conto di stare sorridendo. Questo sì che era divertente. Molto più divertente che beccarsi i lacrimogeni della polizia.

Quella di utilizzare i giochi per organizzarsi era stata un’idea di Sorellona Nor. Perché rischiare il collo in una fabbrica o ai suoi cancelli quando potevi ritrovarti in mezzo ai lavoratori, in qualsiasi posto del mondo si trovassero, e parlare loro di cosa voleva dire unirsi al sindacato? Un sacco della vecchia guardia del MUTE aveva pensato che fosse pazza, ma aveva anche avuto un sacco di supporto — soprattutto quando Nor aveva mostrato loro che poteva raggiungere i lavoratori tessili dell’Indonesia che avevano ereditato il suo lavoro quando la sua fabbrica era stata chiusa per spostarsi in quel paese, semplicemente loggando in Spirals of the Golden Snail, un gioco che impazzava in tutta la penisola malese.

Non importava dove combattevi, importava se vincevi. E più pensava a questo, più realizzava che poteva vincere in gioco. I capi erano migliori a lanciare contro di loro i lacrimogeni, ma loro erano migliori a lanciare palle di fuoco, utilizzare armi ad energia, siluri fotonici e pesci volanti selvaggi — e lo sarebbero sempre stati. Fatto ancor più importante, uno scioperante che perdesse una schermaglia in gioco doveva semplicemente respawnare e fare una corpse run, forse perdendo un po’ dei suoi oggetti nel farlo. Uno scioperante che perdesse uno scontro AFK — Away From Keaboard — poteva finire ammazzato.

Sorellona Nor viveva nella continua paura che qualcuno morisse per colpa sua.

Le sorti della battaglia stavano nuovamente cambiando. I Pinkerton erano caduti nella sua trappola, permettendo loro di correre avanti e indietro nella foresta di funghi, a tutti gli effetti scambiando le postazioni. Ora loro stavano nascondendosi nei boschi, facendo piccole imboscate, fortificando posizioni e facendo fuoco da ogni direzione. Il respiro, l’ansimare, le voci trionfanti nella sua testa e le frasi scritte in fretta e furia nella chat di gioco le davano la sensazione che le sorti della battaglia fossero appoggiate sulle punte delle sue dita, con ogni cambiamento e variazione percepibile come un tremito sulla sensibile pelle della mano.

Sorellona Nor chiamò di nuovo per avere il suo Bubble-tea, rendendosi conto che era in effetti passato molto tempo da quando lo aveva ordinato per la prima volta. Questa volta, nessuno rispose. Sentì la pelle del collo accapponarsi, mentre si sfilava le cuffie. Justbob e Il Possente Krang, vedendola, fecero lo stesso un secondo più tardi. Non veniva nessun rumore dal davanti dell’Headshot, nessuno dei richiami dei giocatori iperattivi, o le urla dei lavoratori che chiamavano casa con cuffie e microfoni economici.

Sorellona Nor si alzò quietamente e velocemente e si mise spalle al muro, facendo cenno agli altri di fare lo stesso. Sul suo schermo vide un altro attacco dei Pinkerton, che stavano sfruttando l’improvvisa mancanza di una guida strategica dei loro nemici per catturare diverse delle piccole basi degli scioperanti. Lei si mosse verso la porta molto, molto, molto lentamente e sporse la testa per vedere oltre l’apertura, poi si ritrasse indietro il più velocemente possibile.

CORRETE, formò l’ordine con le labbra, diretto ai suoi luogotenenti, ed iniziarono a correre verso la porta sul retro, la via di fuga che Sorellona Nor faceva sempre in modo di avere quando si stabiliva in un posto per lavorare per il sindacato.

E alle loro calcagna li inseguivano i Pinkerton, i Pinkerton del mondo reale, uomini malesi con vestiti da lavoro, uomini poveri armati di bastoni e qualche catena, uomini che stavano avvicinandosi alla porta quando Sorellona Nor si era sporta a guardare.

Adesso gridavano contro di loro, eccitati e con voci acute, come i fischi dei ragazzi ubriachi, agli angoli delle strade, quando sono presi dal coraggio dei numeri, degli ormoni e dell’alcool. Quello era un suono pericoloso. Era il suono di idioti che si aizzano l’un l’altro.

Sorellona Nor colpì il maniglione antipanico della porta sul retro con entrambe le mani, aprendolo con tutto il peso del suo corpo. La porta era rotta, e si richiuse subito come una trappola per topi. Fu un ottima cosa, perché si mosse così velocemente che due dei Pinkerton che stavano aspettando lì per sbarrare loro la strada non ebbero tempo di togliersi di mezzo. Uno cadde a terra, l’altro fu sbattuto contro un muro di calcestruzzo con un “thud” vibrante che Sorellona Nor sentì nei palmi delle mani.

La porta rimbalzò contro di lei, facendola sbattere contro Il Possente Krang, che la prese, la spinse in avanti, mani sulle sue spalle, respiro affannato nelle sue orecchie.

Erano in uno scuro, stretto, puzzolente vicolo che connetteva due delle lorang, le piccole strade che si dipartivano da Geylang Roas, ed era il tempo di R e G — “Run and Gun”, quello che facevi quando tutti gli altri tuoi piani collassavano. Sorellona Nor aveva pensato a tutto abbastanza da essere certa di avere una uscita sul retro, ma non da prepararsi qualcosa per dopo.

I Pinkerton erano vicini, ma erano trattenuti dal vicolo incredibilmente stretto e nessuno poteva realmente correre o muoversi più velocemente che un piccolo gruppo disperato.

Ma poi si liberarono nella successiva lorang, e Sorellona Nor corse verso destra, sperando di arrivare abbastanza in là nella strada da giungere in vista dei ristoranti aperti tutta la notte.

Non ce la fece.

Uno degli uomini tirò il suo bastone contro di lei e la colpì in mezzo alle spalle, lasciandola senza fiato e facendola cadere su un ginocchio. Justbob afferrò con una mano la sua blusa e la tirò in piedi con un suono di stoffa strappata, trascinandola in avanti, ma con la sua caduta avevano perso il poco vantaggio che avevano e ora gli uomini li avevano raggiunti.

Justbob si girò verso di loro, ringhiante, lanciando un grido senza parole, usando la forza d’inerzia del movimento per un incredibile calcio a girare che colpì uno dei Pinkerton, un uomo con gli occhi assonnati e folti baffi. Il piede di Justbob lo colpì al fianco e tutti sentirono il suono delle sue costole che si rompevano sotto il piede calzato dai modesti sandali con i loro falsi gioielli. Il sandalo volò via e cadde sulla strada con il suono di gemme finte.

Gli uomini non si erano aspettati una cosa del genere, e ci fu un momento in cui tutti si fermarono, guardando il loro compagno caduto e in quell’istante Sorellona Nor pensò che — forse — potevano tutti fuggire. Ma il torso di Justbob si raddrizzò, la sua faccia contorta dalla rabbia, e poi lei saltò sull’uomo successivo, un uomo grasso con una tuta coperta di sudore, mirando agli occhi di lui coi suoi pollici. Quando lo raggiunse, l’uomo accanto a lui alzò il bastone e lo abbassò con violenza contro di lei, colpendola di striscio sullo zigomo e rompendole la clavicola.

Justbob ululò come un cane ferito e cadde indietro, riuscendo a tirare un pugno all’inguine del suo avversario mentre cadeva.

Ma ora i Pinkerton erano su di loro, le mani alzate, i bastoni in alto, e mentre il primo colpiva il seno sinistro di Sorellona Nor, lei urlò, la mente piena dell’immagine delle dita rotte di Affendi, della sua faccia irriconoscibile e gonfia. Da qualche parte a pochi seducenti metri di distanza lungo il lorang, la gente stava banchettando con pesce e capra al curry, gli odori arrivavano fino a loro. Ma lei era qui. Qui, Sorellona Nor era ad una distanza infinita da loro, e i bastoni si alzarono e ricaddero mentre lei si raggomitolava per proteggere la testa, il seno, lo stomaco e facendo così esponeva i teneri reni, le delicate costole. Giacque così, sopportando una stagione all’inferno che si protrasse per un’eternità e mezzo.

Scena 2

Questa scena è dedicata alla Chapters/Indigo, l’enorme catena canadese. Lavoravo alla Bakka, la libreria fantascientifica indipendente, quando Chapters aprì il suo primo negozio a Toronto e seppi subito che stava succedendo qualcosa di grosso, perché due dei nostri clienti più intelligenti e meglio informati passarono per dirmi che erano stati assunti per curare la sezione di fantascienza. Fin dall’inizio, Chapters ha alzato gli standard di cosa una grossa libreria poteva essere, facendo orari più lunghi, ospitando un caffè gradevole ed un sacco di posti in cui sedere, installando terminali self-service nella libreria ed offrendo un’incredibile varietà di titoli.

Chapters/Indigo

Connor Prikkel qualche volta pensava alla matematica come ad una bella ragazza, il genere di ragazza che sognava di corteggiare, portare a cena, persino sposare. Il tutto mentre sedeva nei posti lontani dalla cattedra in qualsiasi corso che non fosse legato alla matematica, sognando ad occhi aperti. Una bella ragazza come Jenny Rosen, che aveva seguito i suoi stessi corsi durante tutto il liceo, che sembrava sempre conoscere la risposta, di qualsiasi materia si parlasse, che aveva una leggera spolverata di lentiggini attorno al naso ed uno strano mezzo sorriso. Che indossava jeans che si era cucita da sola, t-shirt che aveva modificato, cucendo diverse magliette insieme per fare delle piccole e aderenti mezze camicie, scialli elaborati, finti colli alti

Jenny Rosen sembrava avere tutto: bellezza, cervello e, soprattutto, razionalità: non le piaceva il modo in cui le stavano i pantaloni comprati nei negozi, così modificava i propri. Non le piacevano le t-shirt che tutti gli altri indossavano, così le cambiava perché si adattassero al suo gusto. Era divertente, era intelligente e lui era stato completamente, perdutamente, innamorato di lei dal corso di Inglese dell’anno da sophomore a quello di Storia Americana di quello da senior.

La loro relazione era stata amichevole in quegli anni, nonostante non fossero davvero amici. Gli amici di Connor si interessavano di videogiochi e di computer, gli amici di Jenny erano ragazzi atletici e studenti modello.

E poi, nell’ultimo anno del liceo, le aveva chiesto di uscire per andare al cinema.  Poi lei gli propose di andare a vedere un rally. Poi lui le chiese di lavorare con lui ad un progetto per Storia Americana sui cinesi che avevano lavorato alla costruzione della ferrovia per il quale dovevano andare a Chinatown dopo scuola, e lì si fecero un gigantesco Dim Sum e si sedettero in un parco a parlare per ore, poi smisero di parlare ed iniziarono a baciarsi.

E una cosa portò all’altra, i baci portarono ad altri baci, tutti i loro amici iniziarono a sussurrare: “Hai sentito di Connor e Jenny?” e lei aveva conosciuto i suoi genitori e lui quelli di lei. Tutto sembrava perfetto.

Ma non era perfetto. Tutt’altro.

Nei quattro mesi, due settimane e tre giorni in cui loro furono ufficialmente una coppia, litigarono approssimatamente 2.453.212 volte, ogni volta più duramente. Teoricamente, lui capiva tutto ciò che doveva capire di lei. Le piaceva lo sport. Le piaceva usare il cervello. Le piaceva lo humor. Le piacevano sciocche commedie e musica lenta non cantata.

E così lui pianificava nel dettaglio come darle tutte queste cose, inserendo ciò che a lei piaceva come una variabile in un’equazione, elaborando piani complessi per farglielo avere.

Ma non funzionava mai. Progettava tutto perché potessero andare a vedere una partita di calcio al parco AT&T e lei voleva andare ad un concerto al Cow Palace. La portava a vedere una qualche stramba nuova commedia e lei voleva tornare presto a casa a lavorare ad un compito per cui era in ritardo. Non importava con quanta forza lui cercasse di fare coincidere la realtà con la teoria,  falliva sempre.

Nella profondità del proprio cuore, sapeva che non era colpa di Jenny. Sapeva di avere un qualche difetto che lo spingeva a vivere in un mondo immaginario, al quale pensava qualche volta come alla “terra della teoria”, il paese in cui tutto si comportava come avrebbe dovuto.

Dopo il diploma, durante gli anni passati all’università di Berkeley per laurearsi in matematica pura, il suo master in Signal Processing al Caltech, e il primo anno di un PhD in economia a Standford, ebbe l’occasione di uscire con un sacco di bellissime donne e, ogni volta, si era ritrovato stritolato tra gli ingranaggi del mondo reale e quelli della terra della teoria. Rinunciò alle donne e al suo PhD un bel giorno di ottobre, dicendo al prof. che avrebbe dovuto essere il suo advisor che poteva trovare qualcun altro per insegnare ai suoi corsi di matematica per il primo anno, correggere i loro esami e rispondere alla posta per lui.

Se ne andò dal campus di Stanford verso le ricche strade di Palo Alto, dove salì sulla sua macchina e guidò verso il suo nuovo lavoro, come chief economist per la divisione videogiochi della Coca Cola e, finalmente, trovò un mondo reale che coincideva con la meravigliosa eleganza della terra della teoria.

La Coca Cola gestiva o dava in concessione qualcosa fra la dozzina e i trenta mondi di gioco contemporaneamente. Il numero dei giochi saliva o scendeva secondo la brutale, elegante logica delle economie del divertimento.

Un certo ammontare di difficoltà

più

un certo numero dei tuoi amici

più

un certo numero di sconosciuti interessanti

più

un certa quantità di ricompense

più

una certa quantità di opportunità

uguale

divertimento

.

Questa era l’equazione che gli era venuta in mente un giorno all’inizio del secondo semestre del dottorato, un lampo di ispirazione come se Dio gli avesse toccato la mente con un dito. La magia stava nel segno di uguaglianza, subito prima di divertimento, perché una volta che potevi esprimere il divertimento in funzione di altre variabili, potevi stabilire le relazioni fra queste variabili — se riduciamo la difficoltà e il numero di tuoi amici che giocano, possiamo aumentare le ricompense e ottenere lo stesso divertimento?

Questa linea di pensiero lo portò a chiamare il suo advisor per darsi malato e andare dritto a casa, dove digitò, disegnò, scrisse e pensò, pensò, pensò. Chiamò per darsi malato il giorno dopo, il giorno seguente — e poi arrivò il fine settimana, lasciò perdere il telefono, chiuse l’e-mail e i servizi di messaggistica istantanea e lavorò, mangiando quando doveva.

Quando si fu ridotto a cacciarsi ditate di burro in bocca, avendo svuotato il frigo di qualsiasi altra cosa, sapeva ormai di aver trovato qualcosa.

Le chiamò le equazioni di Prikkel e descrivevano in matematica elegante, pura, astratta, la relazione fra tutte le variabili che componevano il divertimento e come il divertimento diventasse denaro, in quanto la gente avrebbe pagato per giocare a giochi divertenti e avrebbe pagato di più per le cose che avevano un valore in quei giochi.

Tecnicamente, avrebbe dovuto mandare la sua ricerca al suo advisor. Aveva firmato un contratto, quando era stato accettato all’università, che dava la proprietà intellettuale di tutte le sue idee all’università, per sempre, in cambio della promessa di poter un giorno aggiungere la sigla “PhD” al suo nome. Non gli era sembrata una buona idea già all’epoca, ma l’alternativa era la solenne porcheria che era il mercato del lavoro, così aveva firmato.

Ma non avrebbe dato questo lavoro a Stanford. Non lo avrebbe dato a nessuno. Lo avrebbe venduto.

Non tornò più al campus, ma piuttosto si connetté ad una pletora di mondi virtuali, graficando il numero di ore che gli servivano per raggiungere certi risultati e comparando i prezzi dei gold in denaro reale nei mercati neri, grigi e bianchi.

Ogni numero si adattava alla perfezione, esattamente dove lui si sarebbe aspettato. Le sue equazioni concordavano con il mondo, e il mondo concordava con le sue equazioni. Aveva finalmente trovato un posto dove l’irrazionale veniva reso comprensibile. E, cosa ancora più importante, poteva manipolare il mondo usando le sue equazioni.

Decise di fare un po’ di acquisti “di fantasia”: dalle sue equazioni, predisse che i gold di MAD Magazine’s Shlabotnik’s Curse erano incredibilmente al di sotto del prezzo che avrebbero dovuto avere. Era un gioco incredibilmente divertente — o, almeno, soddisfaceva l’equazione del divertimento — ma per qualche ragione, il denaro di gioco e gli oggetti venivano venduti per noccioline. Ed ecco che, in 36 ore, il suo denaro immaginario di MAD valeva 130$ di valuta reale immaginaria.

Quindi prese i suoi 130$ e li piazzò in quattro altre valute di gioco, dividendo le sue scommesse. Tre delle quattro fecero jackpot, facendolo arrivare a 200$ immaginari. A questo punto, decise di spendere del denaro vero — sapeva già che non sarebbe tornato al campus, questo voleva dire che presto i soldi della borsa di studio sarebbero scomparsi. Doveva pagare l’affitto mentre cercava un acquirente per le sue equazioni.

Era già soddisfatto della dimostrazione che aveva dato di come poteva predire le variazioni di valore delle valute di gioco, ma ora voleva allargarsi in una delle più folli aree dell’economia di gioco: gli oggetti d’élite, rari oggetti prestigiosi che erano incredibilmente difficili da ottenere in gioco. Alcuni di essi avevano un qualche valore innato — armi e armature potenti, ingredienti per utili sortilegi — ma altri sembravano avere un valore dato puramente dalla rarità o dalla loro novità. Perché un’armatura viola costava dieci volte di più di quella rossa, dato che entrambe avevano esattamente le stesse caratteristiche in gioco?

Ovviamente quella viola era molto più difficile da ottenere. Dovevi comprarla con incredibili quantità di gold — così che i giocatori che avessero visto il tuo personaggio pensassero che avevi giocato tantissimo per poterla ottenere — oppure fare qualcosa di incredibile per ottenerla, come ad esempio partecipare ad un raid da 60 giocatori per uccidere un boss quasi invincibile. Come una griffe di design in un vestito altrimenti poco vistoso, questi oggetti erano di valore perché la gente che li vedeva pensava che fossero costati un sacco, o che fossero difficili da ottenere, e di conseguenza ammiravano di più il loro proprietario. In altre parole, costavano un sacco perché… costavano un sacco!

Fin qui tutto bene — ma potevi usare le Equazioni di Prikkel per prevedere quanto sarebbero costate? Connor pensava di sì. Pensò che potevi usare una formula che combinasse il quoziente di divertimento e il numero di ore necessarie per ottenere l’oggetto, per derivare poi il “valore” di ogni oggetto d’élite, dall’armatura viola alle strisce dorate sulla tua astronave, fino alla torta di crema e banana grande quanto un edificio.

Si, avrebbe funzionato. Connor ne era certo. Iniziò a calcolare il vero valore di molti oggetti d’élite, cercando quali fossero al momento in vendita al di sotto di esso. Ciò che scoprì lo sorprese: mentre la valuta virtuale tendeva a rimanere piuttosto vicina al suo valore reale, con una variabilità del 5%, la distanza fra il valore effettivo e quello calcolato degli oggetti d’élite era gigantesca. Alcuni oggetti venivano comunemente venduti per il 200% o 300% del loro valore reale — quello predetto dalle Equazioni, si intende — e altre venivano vendute per un’inezia.

Neanche per un momento dubitò delle sue equazioni, nonostante una persona più umile o più cauta potrebbe averlo fatto. No, Connor guardò a questa situazione paradossale e la prima cosa che gli venne in mente non fu “Oops”. Fu COMPRA!

E comprò. Comprò qualsiasi cosa che fosse sotto prezzo, in enormi quantità, al punto che dovette creare dei nuovi personaggi secondari in molti mondi, perché i suoi personaggi principali non potevano trasportare tutta la spazzatura sotto costo che stava comprando. Spese un centinaio di dollari — due centinaia — tre centinaia, arraffando beni di gioco, facendo grafici del loro valore nominale. Sulla carta era incredibilmente, indicibilmente, ricco. Sulla carta, poteva permettersi di andarsene dal suo monolocale che era un po’ troppo vicino alla povera e spaventosa East Palo Alto per i suoi gusti suburbani, comprarsi una McMansion da qualche parte nella penisola e darsi agli affari a tempo pieno, passando le sue giornate a comprare armature magiche, zeppeling, hamburger infuocati e le sue serate a ritirare assegni.

Nella realtà, era quasi sul lastrico. La teoria diceva aveva comprato questi beni ad un prezzo follemente inferiore a quello vero. Il mercato diceva altrimenti. Era arrivato a controllare il mercato per diverse generi di meravigliosi gingilli, ma nessuno sembrava interessato a comprarli da lui. Si ricordò di Jenny Rosen e di tutte le maniere che aveva la realtà di scontrarsi con la teoria, e di come queste due a volte smettessero di comunicare l’una con l’altra.

Quando le prime bollette non pagate arrivarono, le infilò sotto la tastiera e continuò a comprare. Non aveva bisogno di pagare la bolletta del suo cellulare. Non aveva bisogno del cellulare per comprare lucertole magiche. Le tasse universitarie? Non era più uno studente, quindi non vedeva perché preoccuparsene — non potevano cacciarlo dall’università. Le rate della macchina? Che gliela requisissero (e lo fecero, una notte, alle 2 del mattino. Lui salutò il vecchio pezzo di ferraglia mentre questo veniva portato via, poi tornò alla sua tastiera). Le bollette delle carte di credito? Finché rimaneva una carta di credito buona, con la quale pagare l’iscrizione ai giochi, le altre non importavano.

Vivere vicino a East Palo Alto aveva i suoi vantaggi: per prima cosa, c’erano dei volontari che distribuivano pacchi di cibo lì, posti in cui poteva mettersi in coda con gli altri poveri e ottenere giganteschi mattoni di formaggio governativo, sacchi di pane del giorno prima, scatole di vegetali irregolari e poco invitanti. Frisse questi ultimi in una giornata e li mise in freezer, poi andò avanti a sandwich di patate e formaggio. Una mattina, realizzò che tutto il suo corpo e qualsiasi cosa ne venisse fuori — l’alito, i rutti, le scoregge, persino l’urina — puzzavano di sandwich al formaggio. Non gli importava. C’erano delle piume di struzzo che doveva comprare.

Arrivò il disastro: perse traccia di quali carte di credito stava ignorando e metà dei suoi account vennero sospesi quando l’iscrizione mensile non venne pagata in automatico. Metà della sua ricchezza, scomparsa. E l’altra carta stava per fare la stessa fine.

Pensò che probabilmente poteva chiamare i suoi genitori, supplicare un po’, comprare un biglietto fino a Petaluma e andare a imbucarsi nella cantina dei suoi a leccarsi le ferite. Diventare un altro fallimento di un paesino, tornato a casa con la coda fra le gambe. Avrebbe avuto bisogno di qualche moneta per chiamare da un telefono pubblico, ovviamente, perché il suo cellulare era ormai un mattoncino inerte, non pagato, infestato da debiti. Fortunatamente per lui, East Palo Alto era il genere di posto dove c’era un sacco di gente così povera da non avere un cellulare, per cui c’erano ancora dei telefoni pubblici.

Si infilò nel letto la mattina di un mercoledì e pensò, Domani, domani li chiamerò.

Ma il giorno dopo non lo fece. E non lo fece venerdì, nonostante ormai non avesse più il formaggio fornito dal governo e non potesse richiederne altro fino a lunedì. Poteva mangiare sandwich di patate, senza formaggio. Non poteva più comprare niente, ma stava ancora tenendo traccia dei vari beni virtuali, guardando cosa veniva venduto e pensando a cosa avrebbe comprato, se solo avesse avuto un po’ più liquidità, un po’ più denaro contante.

Sabato si lavò i denti, perché di tanto in tanto si ricordava di farlo, e le sue gengive sanguinarono, c’erano delle piaghe all’interno della sua bocca e ora era pronto a chiamare i suoi genitori, ma in qualche modo erano le 11 di sera, come era passata velocemente la giornata, ed i suoi genitori andavano a dormire alle 9, ogni sera. Li avrebbe chiamati domenica.

E di domenica — di domenica — in quella magica, meravigliosa domenica, di domenica…

IL MERCATO INIZIO’ A MUOVERSI!

Lui era lì, guardando i prezzi dei beni virtuali, registrandoli sul suo foglio di calcolo, quando realizzò che l’oggetto che stava per registrare — una maschera antigas steampunk con un grappolo di grossi cornetti acustici di cuoio e ingranaggi e rivetti di ottone (buona quanto una qualsiasi altra maschera antigas nel mondo appassito ed ecocatastrofico che era Rising Seas, ma infinitamente più figa) — era già stato inserito, settimane prima. In effetti, aveva negoziato la maschera quando il suo valore di mercato era di 0,18$, contro i 4,54$ predetti dalle Equazioni. E ora stava per registrarne il valore di mercato come 1,24$, il che voleva dire che le 750 maschere antigas che aveva in inventario erano passate dal valere 135$ a 930$, con un profitto di 795$.

Ci fu uno strano rumore. Dopo un momento realizzò che si trattava del suo stomaco, che brontolava. Poteva vendere le sue maschere antigas adesso, caricare i 795$ su una delle sue carte di PayPal e mangiare come un re. Forse poteva persino riuscire a ricomprare qualcuno dei suoi account perduti e recuperare i suoi beni di gioco.

Ma Connor non prese in considerazione questa possibilità, neanche per un secondo. Andò al lavandino e riempì tre pentole di acqua e le portò alla sua scrivania, insieme ad una tazza. Riempì la tazza e bevve, la riempì e bevve, riempiendo il suo stomaco di acqua finché questo non smise di lamentarsi. Questa era la California, dopotutto, dove la gente pagava un sacco di soldi per andare ai “ritiri” per fare “banchetti liquidi” e “disintossicarsi”. Così poteva aspettare il cibo per un altro giorno o due… Dopo tutto, le sue Equazioni avevano predetto che queste cose sarebbero arrivate a valere 3.405$. Era solo l’inizio.

E ora le maschere antigas stavano salendo. Si alzò, andò in bagno — i suoi reni stavano davvero facendo una bella palestra — e tornò a controllare i listini sui siti ufficiali e sul mercato nero dove andavano i gold-farmers. Aveva una piccola formula per calcolare il valore di mercato usando i diversi prezzi di questi siti come guida. Qualunque calcolo facesse, il valore di mercato delle maschere antigas stava salendo.

E, sì, il prezzo di alcuni altri suoi beni stava salendo a sua volta. Un cane robotico, da 1,02$ a 1,54$… Ancora piuttosto distante dai 8,17$ che aveva previsto, ma ne aveva circa un migliaio, il che voleva dire che aveva appena guadagnato 1.318,46$, ed era solo l’inizio.

I prezzi salirono e salirono, mentre un bene dopo l’altro prendeva il decollo e Connor iniziò a pensare che i suoi acquisti avessero coinciso con una qualche crisi economica di tutte le economie virtuali, il che spiegava la grande quantità di oggetti deprezzati che aveva trovato in giro. C’era probabilmente una causa interessante per il crollo contemporaneo di tutte quelle economie di gioco, ma era qualcosa che avrebbe dovuto studiare un altro giorno. In questo momento, era più interessato al fatto che tutte queste economie si stavano riprendendo mentre lui se ne stava seduto su montagne di gingilli, Tchotchke ed elefanti bianchi comprati per un nonnulla, e il loro valore stava salendo all’impazzata.

E fu finalmente il momento di convertire un po’ di quei beni in denaro, e un po’ di quel denaro in cibo, affitto e bollette pagate. La sua collezione di tentacoli articolati di Nemo’s Adventure su Ocean Floor stava maturando bene — li aveva comprati a 0,22$, valutava il loro prezzo come 3,21$ e ora si vendevano a 3,27$ — così li vendette tutti, rimpiangendo di averne comprati solo 400. In ogni caso riuscì a tirarne fuori un profitto di 1150$ (dopo averne vendute circa 300 il prezzo era diminuito un po’, mentre l’offerta di tentacoli aumentava e la domanda diminuiva).

Il denaro andò a finire nel suo account di PayPal, che usò per ordinare tre pizze, un gallone di succo d’arancia e dieci scatole di insalata, pagare gli account sospesi e mandare 400$ al proprietario del suo appartamento, a cui doveva 3500$ di affitto per i due mesi passati, insieme ad una lettera supplicante in cui prometteva di pagare il resto in uno o due giorni.

Mentre aspettava le pizze, decise che era meglio che si facesse una doccia, si rasasse e cercasse di fare qualcosa per i suoi capelli, che avevano iniziato a raccogliersi in dreadlock dopo un mese passato senza vedere un pettine neanche da lontano. Alla fine, si limitò a tagliare via i nodi e si vestì con qualcosa di diverso dei suoi sporchi abiti da casa per la prima volta in una settimana — guardando incredulo il modo in cui i suoi pantaloni pendevano sulle sue cosce, come la sua t-shirt cadeva sul suo petto devastato, le costole che sembravano uno xilofono attraverso la sua pelle pallida. Aprì tutte le finestre, conscio del puzzo di corpo non lavato e di aria stagnante filtrata dal computer che c’era nel suo appartamento. Realizzò così che era mattina e ringraziò di essere così fortunato da vivere in una città studentesca, dove potevi ordinare una pizza alle 8.30 AM.

Vomitò dopo aver mangiato la prima pizza, riuscendo a far finire la maggior parte del vomito nella grossa pentola in cui aveva tenuto l’acqua da bere… Grossi pezzettoni di crosta e di peperoni, che puzzavano dell’amaro acido dello stomaco. Non lasciò che questo lo infastidisse. Il suo account di PayPal si stava riempiendo, conteneva adesso 50.000$, e questo era solo l’inizio. Passò alle insalate e al succo di arancia, immaginando che ci sarebbe voluto un po’ prima di riabituarsi al cibo e non aveva il tempo per andare a lungo in bagno. Il suo corpo avrebbe dovuto aspettare. Ordinò una caraffa di caffè da un posto che faceva catering per meeting aziendali, il genere di cosa da cui potevi tirare fuori 80 tazze. Già che c’era ordinò anche un vassoio di verdure tagliate e delle paste.

Vendere stava diventando più semplice. Le economie si stavano riprendendo e, dal tono dei messaggi di ringraziamento che riceveva dai suoi compratori, comprese che c’era una sorta di effetto panico al contrario nell’aria, una sensazione che i giocatori di tutto il mondo stavano iniziando a preoccuparsi che, se non avessero comprato questa spazzatura oggi, non sarebbero mai stati in grado di comprarla perché i prezzi sarebbero saliti e saliti e saliti per sempre.

E fu lì che ebbe il suo secondo grande flash, la seconda volta che Dio sfiorò la sua mente con un dito, con una forza che lo scosse fuori dalla sua sedia e che lo mandò a misurare a grandi passi il suo soggiorno come una tigre, mormorando fra sé e sé.

Una volta, quando stava lavorando al suo Master, aveva partecipato ad uno studio per un amico del dipartimento di economia. Avevano chiuso venticinque studenti laureati in una stanza e avevano dato a ciascuno una fiche da poker. “Potete fare qualsiasi cosa vogliate con queste fiches”, aveva detto il ricercatore che conduceva l’esperimento. “Ma potreste volerle tenere con cura. Ogni ora, puntualmente, aprirò questa porta e darò a ciascuno di voi 20 dollari per ogni fiche di poker che possiede. Lo farò otto volte, nelle prossime otto ore. Poi aprirò la porta un’ultima volta e potrete tornare a casa. A quel punto le vostre fiches saranno prive di valore — anche se potrete tenere tutto il denaro che avrete ottenuto durante l’esperimento”.

Detto questo, sbuffò e roteò gli occhi, rivolto agli studenti, la maggior parte dei quali stava facendo lo stesso. Sarebbero state otto ore davvero lunghe. Dopo tutto, tutti sapevano che il valore di una fiche del poker sarebbe stato di 160$ nella prima ora, 140$ la seconda, 120$ la successiva e così via. A cosa sarebbe servito scambiare una fiche con chiunque altro per meno di quanto valeva?

Per la prima ora, tutti rimasero seduti, parlando di quanto tutto questo fosse noioso. Poi, arrivò lo sperimentatore con un carrello di sandwich e venticinque banconote da 20$. “Fiches da poker, prego”, disse, tutti mostrarono la propria fiche e, uno alla volta, ottennero la loro banconota da 20$ nuova di zecca.

“Passata una, ne mancano altre sette”, disse qualcuno, una volta che lo sperimentatore se ne fu andato. Poca gente prese un sandwich. Aspettarono. Qualcuno flirtava annoiato, o faceva chiacchiere di circostanza. L’ora passava scandita dalle lancette del grosso orologio a muro.

Poi, cinquantacinque minuti dopo l’uscita dell’uomo, un ragazzo, un vero burlone, coi capelli rossi e lentiggini sbarazzine si alzò dal vecchio sofà arancione e andò dalla ragazza più carina del gruppo, una adorabile ragazza cinese coi capelli corti e dei vestiti fatti in casa che a Connor ricordavano Jenny, dicendo, “Mi affitteresti la tua fiche per cinque minuti? Ti pago venti dollari”.

Questo fece scoppiare a ridere l’intera stanza. Era la perfetta dimostrazione dell’assurdità di stare lì seduti, aspettando i venti dollari all’ora. Anche la ragazza cinese rise, e fecero solennemente lo scambio. Ed ecco che cinque minuti entrò lo studente, cinque minuti dopo, con un’altra mazzetta di ventoni e unfrigo portatile pieno di frullati in dei tetrapack. “Fiches da poker, prego”, disse, e il burlone gli mostro le sue due fiches. Tutti sogghignarono rivolti l’uno verso l’altro, come se avessero fregato lo studente. Anche lui sorrise un po’ e diete le due banconote da venti al pel di carota. La ragazza cinese teneva alto il suo biglietto da venti, per far vedere che aveva avuto quanto tutti gli altri. Una volta che il tipo se ne fu andato, il Rosso le ridiede la sua fiche. Lei la mise in tasca e tornò a sedersi in una delle vecchie poltrone polverose.

Bevvero i frullati. Ci furono delle conversazioni sussurrate e sembrò che ci fosse un sacco di gente che stava scambiando le fiches avanti e indietro. Connor rise a vedere questo e non fu l’unico, ma era tutto fatto per divertirsi. Venti dollari era l’affitto per un’ora di una fiche, dopotutto — la somma precisamente e perfettamente razionale.

“Mi daresti la tua fiche da poker per venti minuti per 5$?” A chiederlo era una ragazza fra i più giovani della stanza, forse aveva ventidue anni, con un leggero, acculturato, accento del sud. Era anche molto carina. Guardò l’orologio “Siamo solo alla mezza”, disse Connor. “Che ci guadagni?”.

Lei sorrise “Vedrai”.

Lei tirò fuori una banconota da cinque dollari e la fiche da poker passò di mano. La ragazza carina del sud parlò con un’altra ragazza e, dopo un momento, 10$ passarono di mano, in maniera davvero evidente. “Hey,” iniziò lui, ma la ragazza del sud gli fece l’occhiolino e lui si zittì.

Ansiosamente, guardò l’orologio, aspettando che passassero i venti minuti. “Mi serve la mia fiche”, disse, alla ragazza del sud.

Lei scrollò le spalle “Devi parlarne con lei”, disse, indicando col pollice dietro la schiena, tirando poi fuori dalla borsa, con ostentazione, un romanzo — The Fountainhead — e iniziando a leggerlo. Connor sentì un’emozione complicata: da una parte voleva ridere, dall’altra voleva urlare contro la ragazza. Decise di ridere, conscio dello sguardo della gente su di lui, si avvicinò all’altra ragazza, che era alta e di struttura solida, con uno sguardo da ‘niente assurdità’ che si sposava perfettamente con i suoi vestiti e la sua pettinatura da ‘niente assurdità’.

“Sì?”, disse lei, quando lui le si avvicinò.

“Hai la mia fiche”, disse lui.

“No”, disse lei. “Non è vero”.

“Ma la fiche che lei ti ha venduto, non era sua: gliela avevo solo prestata”.

“Devi parlarne a lei, allora”, disse la ragazza che aveva la fiche.

“Ma è la mia fiche”, disse lui. “Non poteva vendertela”. Avrebbe anche voluto aggiungere, Sono anche piuttosto intimidito da chiunque abbia faccia tosta da giocare uno scherzo simile. Era la sua immaginazione, o la ragazza del sud stava sorridendo fra se, un piccolo sorriso compiaciuto?

“Non è un mio problema, temo”, disse lei. “Peccato.”

Ora tutti stavano guardandolo con grande attenzione e si sentì arrossire, perdere la calma. Deglutì e cercò di metter su un sorriso convincente. “Già, suppongo che dovrei davvero prestare più attenzione ad a chi mi fido. Mi rivenderesti la mia fiche?”.

“La mia fiche”, disse lei, facendola roteare in aria. Lui fu tentato di provare a prenderla, ma avrebbe potuto portare a un match di wrestling qui, davanti a tutti. Che imbarazzo!

“Sì”, disse. “La tua fiche”.

“Ok”, disse lei. “16$”.

“Affare fatto”, disse, pensando. Ho già guadagnato 45$ qui, posso permettermi di perdere 15$

“Fra sette minuti”, disse lei. Lui guardò l’orologio: erano le 11:54. Fra sette minuti, lei avrebbe preso i 20$ che spettavano a lui. Correzione: che spettavano a lei.

“Non è giusto”, disse lui.

Lei alzò un sopracciglio, così in alto che sembrò stesse per raggiungere i capelli. “Davvero? Io penso che questa fiche valga 120$. 15$ sembra un buon affare per te”.

“Te ne darò venti!”, disse il pel di carota.

“venticinque dollari!” disse qualcun altro, ridendo.

“D’accordo, d’accordo” disse Connor, affrettatamente, arrossendo così violentemente che si sentiva la testa leggera. “15$”.

“Troppo tardi”, disse lei. “Il prezzo ormai è di 25$”

Sentì la stanza ridere, preparandosi a sputar fuori un nuovo prezzo –40$? 60$? — così disse, velocemente “25$” e tirò fuori i soldi dal portafoglio.

La ragazza prese i suoi soldi — come faceva a sapere che gli avrebbe ridato la fiche? Se sentì un’idiota appena i soldi lasciarono la sua mano — e poi arrivò lo sperimentatore. “Ora di pranzo”, chiamò, portando un carrello pieno di insalata in delle scatole, sushi vegetariano e un paio di cestini di pollo fritto. “Fiches da poker, prego”. I biglietti da venti vennero distribuiti.

La ragazza che aveva preso i suoi soldi passò una smodata quantità di tempo a mangiucchiare, poi, finalmente, si girò verso di lui con uno sguardo di finta sorpresa e disse, “Oh, certo, ecco”, dandogli la fiche. Il ragazzo dai capelli rossi ridacchiò.

Beh, quello fu l’inizio del gioco, la cosa che trasformò le successive cinque ore in una delle esperienze più intense ed emotive a cui avesse mai preso parte. I giocatori formarono delle fazioni, compravano dagli altri giocatori, mettevano insieme le proprie risorse. Qualcuno cambiò l’ora sull’orologio a muro, di nascosto, e passarono trenta minuti a discutere su chi avesse l’orologio — da polso o sul cellulare — più accurato, finché il ricercatore entrò con un’altra manciata di biglietti da venti.

Alla sesta ora dell’esperimento, Connor si accorse di colpo che era parte di una minoranza, un solitario in mezzo a due grandi fazioni: una che controllava praticamente tutte le fiches da poker, l’altra che controllava praticamente tutto il denaro. E rimanevano solo due ore, il che voleva dire che una singola fiche valeva 40$.

Poi qualcosa iniziò a colpirlo nelle viscere. Paura. Invidia. Panico. La certezza che, quando l’esperimento fosse finito, sarebbe stato l’unico ad essere povero, l’unico senza una grossa mazzetta di denaro. I più avveduti negli scambi intorno a lui avevano in qualche modo ottenuto posizioni di potere e ricchezza, mentre lui era stato reso esitante dalla sua brutta prima esperienza ed era rimasto fermo mentre tutti gli altri creavano il mercato.

Così decise di iniziare a comprare altre fiches. O vendere la sua fiche. Non gli importava quale delle due cose — voleva solo essere ricco.

Non era l’unico: dopo la settima ora, l’intero mercato era esploso in una furia di vendere e comprare, il che non aveva nessun fottutissimo senso perché ora, ora, tutte le fiches valevano esattamente 20$ l’una, e in pochi minuti sarebbero state del tutto prive di valore. Continuava a ripeterselo, ma si trovò lo stesso a offrire sempre di più per le fiches. Fortunatamente, non era la persona più spaventata della stanza. Quello risultò essere il pel di carota, che inseguiva le fiches come un cocainomane a caccia di una dose, perdendo tutta la calma che aveva all’inizio, dando la caccia alle fiches con denaro e pagherò.

Ma il fatto era questo: il denaro sarebbe stato il re. Il denaro sarebbe ancora stato qui fra un’ora. Le fiches di poker erano come bolle di sapone, pronte ad esplodere. Ma quelli che avevano le fiches erano i re e le regine del gioco, del mercato. In sette brevi ore, erano stati condizionati a pensare alle fiches come a dei bancomat che sputavano fuori banconote da venti e, anche se le loro menti razionali sapevano che non era così, i loro cuori dicevano a tutti di inseguire le fiches.

Alle 4:53, sette minuti prima che la sua fiche sarebbe stata pagata per l’ultima volta, la vendette alla lettrice di The Fountainhead per 35$, sorridendo compiaciuto finché lei non si girò e la vendette al pel di carota per 50$. Il ricercatore entrò nella stanza, diede le sue banconote da venti, li ringraziò e indicò loro l’uscita.

Nessuno guardò gli altri in faccia mentre si separavano. Nessuno offrì a nessuno un numero di telefono, o un indirizzo e-mail o di messaggistica istantanea. Era come se avessero tutti fatto qualcosa di cui si vergognassero, come se avessero preso parte ad un pestaggio o al rogo di una strega e ora volessero solamente andarsene. Lontano.

Per anni, Connor si era interrogato su quella mania che aveva preso le persone in quella stanza, persone normalmente sane di mente. Quella mania che aveva trovato posto nei loro cuori, che li aveva guidati come una droga. Cosa lo aveva spinto a qualcosa di così vergognoso?

Ora, mentre guardava il valore dei suoi beni virtuali salire, salire, salire e salire, più in alto di quanto le sue Equazioni avessero predetto, più in alto di quanto qualsiasi persona sana di mente avrebbe desiderato spendere per essi, comprese.

L’emozione che li aveva guidati in quel laboratorio, che guidava gli invisibili acquirenti in giro per il mondo non era avidità.

Era invidia.

L’avidità era prevedibile: se una fetta di pizza è buona, ha senso che il tuo intuito ti dica che cinque o dieci fette sarebbero ancora meglio.

Ma l’invidia non teneva conto di cosa fosse buono per te: riguardava invece cosa qualcun altro pensava fosse buono. Era il diavolo che ti sussurrava nell’orecchio parlando dell’auto del tuo vicino, del suo salario, dei suoi vestiti, della sua ragazza — migliori dei tuoi, più cari dei tuoi, più belli dei tuoi. Era il pugnale che attraversava il tuo cuore e che poteva portarti dalla felicità alla miseria in un secondo, senza cambiare una singola cosa della tua vita. Poteva trasformare la tua vita perfetta in un perfetto disastro, semplicemente comparandola a qualcuno che aveva più cose/cose migliori/cose più belle.

L’invidia era ciò che guidava quella raffica di compra-vendita nel laboratorio. Il pel di carota, che scriveva dei pagherò svuotandosi il portafoglio: lui era stato guidato dalla paura che stava perdendosi qualcosa che tutti gli altri riuscivano ad ottenere. Connor aveva venduto la sua fiche nell’ultima ora perché tutti gli altri sembravano essere diventati ricchi vendendo le loro. Avrebbe potuto tenersi la fiche per otto ore ed uscire da lì con 160$, usare il tempo per studiare, dormicchiare, fare yoga. Ma aveva sentito quella sirena chiamare: Qualcun altro sta diventando ricco, perché tu no?

E ora i mercati stavano correndo e tutto stava aumentando di prezzo. La sua collezione di code di bue rosse (utili alla preparazione dell’incantesimo Rivelazione, in Endtimes), avrebbero dovuto vendere per 4,21$ l’una. Le aveva comprate per 2,21$ l’una. Al momento, il prezzo di mercato era di 14,51$ l’una.

Era folle.

Era meraviglioso.

Connor sapeva che non poteva funzionare. Alla fine, tutto il mercato avrebbe realizzato che questi oggetti si stavano vendendo molto al di sopra del loro valore — esattamente come recentemente si era reso conto che erano sotto prezzo. Le offerte di acquisto sarebbero cessate. L’ultima, più spaventata, persona che aveva comprato qualcosa al di sopra del suo valore reale, non sarebbe stata in grado di rivenderla, rimettendoci.

Razionalmente, suppose di dover vendere per il prezzo predetto dalle sue Equazioni. Qualsiasi cosa più alta era solamente una scommessa sull’irrazionalità degli altri. Ma nonostante ciò… avrebbe davvero fatto meglio a rivendere le sue cinquanta code di bue per 200$, che ad aspettare pochi minuti e venderle per 700$? Non doveva essere tutto o nulla. Divise i suoi beni in due gruppi; mise da parte quelli che gli era costato meno comprare, lasciando che salissero di prezzo quanto potessero. Rappresentavano una scorta a basso rischio, le perdite più economiche da assorbire. Quello che rimaneva, lo vendette nell’istante in cui raggiungeva il valore predetto dalle sue Equazioni.

Vendette molto velocemente i beni del secondo gruppo, rimanendo così a guardare i beni speculativi salire sempre più in alto. Aveva una dozzina di giochi aperti sul suo computer e passava dall’uno all’altro, monitorando le chat, i website correlati, i mercati online, cercando di capire in che direzione si stava andando. Filtrando i tweet e gli status message nei vari social network, sentì una sorta di curiosa familiarità: stavano impazzendo, là fuori, in una maniera quasi identica a come la follia aveva preso il gruppo nell’esperimento con le fiches da poker. Dentro di sé sapevano che le piume di pavone e le armature viola avevano prezzi decisamente troppo alti, ma sapevano anche che qualcuno stava diventando ricco grazie ad esse e che se i prezzi continuavano a salire non sarebbero mai stati in grado di averne una per sé.

Non importava che non ne avessero mai voluta una prima, ovviamente! L’importante non era che ne avevano bisogno o l’adoravano, era l’idea che qualcun altro avrebbe avuto qualcosa che loro non avevano.

Connor aveva fatto la sua seconda scoperta: l’invidia, non l’avidità, era la più grande forza in ogni economia.

(Più tardi, quando Connor stava scrivendo articoli su questo per riviste patinate e viaggiando in tutto il mondo per parlarne, un sacco di gente degli uffici addetti al marketing fece notare che loro lo avevano saputo per generazioni, avevano speso secoli producendo pubblicità che miravano in pieno al plesso solare dell’invidia. Era vero, doveva ammettere — ma era anche vero che praticamente ogni economista che avesse mai conosciuto considerava la gente del marketing un branco di frivoli, stupidi, giullari di corte, con poche conoscenze matematiche e li aveva di conseguenza bellamente ignorati)

Guardò l’invidia montare e cercò di imparare a percepirla, di tracciare i sentimenti mentre questi ribollivano. Era difficile — praticamente impossibile, onestamente — perché tutto veniva scritto in luoghi diversi e nessuno aveva scritto i programmi di chat, i giochi, i social network e i siti di tweet per tenere traccia di questo genere di cose. Finì con l’avere una dozzina di finestre del browser aperte, ciascuna con una dozzina di tab, passando dall’una all’altra in una nebbia ad alta velocità, senza esattamente leggere, ma piuttosto scremando, assorbendo il senso di come le cose stavano andando. Poteva percepire il denaro e i pensieri e i beni bilanciati sulle punte delle sue dita, sentire il loro peso che si spostava avanti e indietro.

E così percepì quando le cose iniziarono ad andare male. Fu una serie di indicazioni sottili, un calo nei prezzi del mercato, un tweet di gioia di un giocatore che aveva appena scoperto un mini-boss facile da uccidere con un grosso magazzino pieno di piume di pavone. La bolla d’invidia stava collassando. Qualcuno l’aveva fatta esplodere e l’aria stava uscendo con un sibilo.

VENDERE!

In quel momento, i suoi beni speculativi valevano teoricamente più di quattrocento migliaia di dollari, ma dieci minuti dopo si trattava di soli 250.000$ e in caduta libera. Conosceva anche questa cosa — la paura — la paura che tutti gli altri riuscissero a tirarsene fuori quando i guadagni erano ancora buoni, che la musica si fermasse e fossi tu a rimanere in piedi, che tu fossi la persona più spaventata in una catena di persone terrorizzate che avevano comprato spazzatura ad un prezzo troppo alto perché qualcuno di ancor più spaventato l’avrebbe comprata da te.

Ma Connor poteva innalzarsi sopra la paura, volarci sopra, rivendere metodicamente i suoi beni, a raffica. Ne uscì con 120.000$ contanti, più di 80.000$ che aveva ottenuto con i suoi beni “venduti a prezzo ragionevole”. Ora i suoi account di PayPal si stavano riempiendo di profitti e tutto era finito.

A parte il fatto che non era finita.

Uno dopo l’altro, i suoi account in gioco iniziarono a spegnersi, i suoi personaggi kickati dal gioco, le sue password cambiate. Arrancava per lo sfinimento, le sue mani tremavano mentre digitava e ri-digitava le sue password. E poi si rese conto di una nuova e-mail, dalle quattro compagnie che controllavano i dodici giochi a cui aveva giocato: lo avevano cacciato per violazione dei Termini di Servizio. Nello specifico, aveva “interferito con l’economia di gioco portando avanti uno schema atto a causare panico finanziario”.

“Cosa diavolo significa?”, urlò al suo computer, resistendo l’impulso di lanciare il mouse contro il muro. Era ormai sveglio da quarantotto ore, aveva fatto centinaia di migliaia di dollari in un fine settimana, era stato graziato da una fulminante realizzazione di come funzionava l’economia mondiale. Oh, e aveva provato le sue Equazioni.

Poteva risolvere questo problema più tardi.

Non ce la fece neanche ad arrivare fino al letto. Si accovacciò sul pavimento, in un nido di scatole di pizza e lenzuola e dormì per diciotto ore, finché non venne svegliato dall’ufficiale giudiziario che era venuto a sfrattarlo perché in ritardo di tre mesi sull’affitto.

ATTENZIONE! La traduzione prosegue su singoli post. Tornando all’indice puoi trovare i link per continuare la lettura!


[1] “Termine di gioco” vedi il glossario

[2] Traduco la parola “gold” alternativamente “oro” e “gold” con il seguente criterio: Quando ci si riferisce all’oro reale (esempio: “tutto l’oro mai tirato fuori dal terreno”), o si specifica che si tratta di “oro virtuale”, scrivo “oro”, quando ci si riferisce ad una generica valuta di gioco scrivo “gold” secondo l’uso comune.

Barbershop Quartet

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[3] Espressione musicale nata negli anni ’40 negli Stati Uniti. Il nome deriva dai negozi di barbiere, in cui spesso si assisteva a questo tipo di musica popolare, composta canzoni con testi semplici e spesso divertenti cantate da quattro voci maschili.

[4] Il nastro spinato, disposto in questo caso a concertina è qualcosa di molto simile al filo spinato, ma fatto in modo da infliggere tagli anche gravi a chi cerca di oltrepassarlo. Il modo in cui frusta l’aria quando viene tagliato è dovuto alla sua disposizione a “concertina”, ovvero con la forma di grandi bobine, che generano un effetto simile a quello di una molla che venga tesa: se una concertina viene tagliata, le due estremità tornano alla posizione di riposo con un movimento veloce, pericolosissimo per chi ha eseguito il taglio.

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  • http://yanfry.wordpress.com/ YANFRY

    Lavoro stupendo e davvero ben fatto, i miei complimenti, vedrò di "spammarlo" per il web il più possibile :)))

    • http://www.newfractals.net/ Elena

      Grazie! :)

      Sto cercando di tradurre almeno una "scena" a settimana, la prossima dovrebbe arrivare fra pochi giorni… E il tuo commento mi dà sicuramente ancora più voglia di continuare!

  • Pingback: File Sharing, Net neutrality, Copyright e Censura, News della prima metà di Maggio « YBlog()

  • chewZ

    Grazie.

  • giusalex1

    grazie.

  • http://www.asbucccccbali1234567.it annamnaria12

    Ciao, bellissimo questo blog. Complimenti.

  • http://www.asbucccccbali1234567.it laura34

    Bel blog, mi piace!

  • http://www.asbucccccbali1234567.it lausa23

    Tornerl a leggerti, complimeti!

  • Jacopo

    Stai facendo una cosa splendida e pazzesca. Grazie.