Sanitarium

Sanitarium

Sul desertico e freddo piano che s’affaccia sul lago oscuro ho portato il mio passo. Finchè l’eterno inverno è durato sono rimasta lì ad osservare la luna e le stelle riflettersi sul manto madreperlaceo della neve. Sulla sponda opposta del lago sorgono, solo la notte, imponenti statue argelefantine, di dimensioni tali da essere visibili da ogni punto dell’immensa valle, sullo sfondo di magnifici palazzi argentei dalle molte cupole cristalline.
Questa è la città perduta, Edimith dei ghiacci, e questo è il freddo.
Nell’altopiano di Amos, situato così in alto che coloro che vi abitano sono i primi a veder sorgere il sole e gli ultimi a vederlo scomparire, ed al contempo è così vicino al centro della terra che il suolo è scaldato da strane correnti segrete di magma, stava un bosco di querce, le radici delle quali non cercavano l’acqua, bensì la lava. E chi avesse mangiate le loro ghiande avrebbe goduto della maledizione dell’immortalità.
Ho toccato con mia mano la pietra, sentito l’acciaio sulla mia pelle, visto i colori dell’eterna estate di Amos tramutarsi in quelli autunnali, mentre il mio sangue scorreva e la terra si tingeva di Cremisi, quasi il fuoco un tempo celato ne fosse fuoriuscito. Ho osservato con rimpianto la foresta splendere per molte notti consecutive.
Questo era il bosco immortale di Amos, e questo è il caldo.

 

Mi trovo ora in una stanza, credo. Sferica, lattea, illuminata da una luce soffusa e morbida, morbida come le pareti della stanza, ma non vedo fuochi o candele. Non so da quanto non dormo, da quanto non  dormo, non so se il tempo esiste.
Lo fate perché credete che sia la cosa migliore per me, ma, vi prego, non continuate. Vi prego, fatemi uscire.

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