Prigionieri cinesi usati per guadagnare soldi in giochi on-line

Sembra uno scherzo, ma la fonte è nientemeno che il Guardian, importante giornale inglese.

L’articolo pubblicato ieri, “China used prisoners in lucrative gaming work“, sembra prendere For the Win, di Cory Doctorow e superare di gran lunga le brutture descritte…

Viene descritta la storia di un uomo, per il quale viene dato un nome fittizio (Liu Dali), che veniva costretto, dopo le durissime giornate di lavoro passate spaccando rocce e scavando trincee, a fare “gold-farming” (se non sai di cosa si tratta, leggi il glossario con diversi termini in gamespeak che c’è questo sito e, già che ci sei, inizia a leggere la nostra traduzione italiana di For the Win) per ottenere valuta di gioco che poi le guardie della prigione rivendevano per soldi reali.

Queste sono alcune dichiarazioni del prigioniero, prese sempre dallo stesso articolo:

“I capi della prigione facevano più soldi costringendo i prigionieri a giocare ai giochi di quando non guadagnino costringendoli a fare lavori manuali” ha detto Liu al Guardian. “C’erano 300 prigionieri costretti a giocare a questi giochi. Lavoravamo in turni di 12 orea l campo. Ho sentito dire loro che potevano guadagnare 5.000-6.000 rmb [~540-650 euro] al giorno. A noi non arrivava nulla di questo denaro. I computer non venivano mai spenti”

“Liu” dichiara che, fra le cose che era costretto a fare, è stato il lavoro forzato on-line la parte più surreale della sua vita al campo di lavoro. Il lavoro poteva essere virtuale, ma la punizione per un fallimento era reale.

“Se non ero in grado di completare la mia quota di lavoro, mi punivano fisicamente. Mi costringevano a stare in piedi con le mani alzate e, tornato nel dormitorio, mi picchiavano con dei tubi di plastica. Continuavamo a giocare fino a quando non riuscivamo quasi più a vedere cosa ci stava davanti”

L’articolo continua spiegando il fenomeno del gold-farming, che in Cina è divampato arrivando a un mercato stimato intorno ai 13 miliardi di euro nel solo 2008. A questo si aggiunge il fatto che non esistono nel mondo leggi che regolino questo genere di lavoro, cosa che ha portato allo sfruttamento dei prigionieri descritto.

L’articolo riporta inoltre che nel 2009 una direttiva del governo centrale cinese dovrebbe aver reso illegale per aziende prive di licenza fare questi scambi, ma Liu è convinto che nel campo di lavoro (che lui ha frequentato nel 2008, prima di tale direttiva), lo sfruttamento continui.

Come vedete, continuo a citare l’articolo… questo avviene perché non avevo minimamente programmato questo post, ma la gravità della situazione e l’attinenza con i contenuti del sito mi ha spinto a pubblicare subito (fidandomi io abbastanza del Guardian come fonte). Non ho quindi avuto modo di fare una ricerca completa… Nei prossimi giorni me ne occuperò con maggiore accuratezza.

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  • Lorenzo

    Quindi i “giovani ragazzi con carta di credito del papà” non hanno sulla coscienza solo il disequilibrio di economie virtuali, lo sperpero dei soldi paterni, lo sfruttamento indiretto di lavoro sottopagato ma anche i lavori forzati virtuali e le meno virtuali punizioni inflitte a persone decisamente nonvirtuali…

    Poco da dire, dove non esistono diritti (Cina) o dove si cerca di aggirarli (se dico “da noi” son troppo pessimista?) questi fatti sono destinati a diventar cronaca quotidiana.

  • binarie

    Un sacco di tempo che ho trascorso gioco del gioco online. La sua tanto una buona notizia per me che i prigionieri cinesi usati per fare soldi nei giochi online. Voglio guadagnare tanti soldi online. che è molto buono.