Volo verso il Giappone

Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Ti accorgi di essere già su un altro pianeta quando, ancora in Italia, al gate per l’imbarco si formano chiaramente non una, ma due file distinte e ordinate. Una volta saliti a bordo siamo stati informati che le operazioni di imbarco si erano svolte più rapidamente di quanto preventivato sulla tabella di marcia.
Insomma, con Alitalia eravamo addirittura in anticipo.
Valuto che su diverse centinaia di passeggeri gli occidentali (non tutti italiani) fossero meno di 20 (di cui un paio sotto i due anni! C’era una famigliola con due bimbi tenerissimi, di cui uno aveva solo pochi mesi. La madre era fenomenale, riusciendo a cullarne uno giocando con l’altro per non far piangere nessuno dei due, e anche il padre aiutava).
Appena partito il volo iniziano le tipiche istruzioni sulla sicurezza in aereo, trasmesse su tutti gli schermi del veivolo, ovvero uno su ogni schienale e alcuni più grandi sui corridoio. Ed ecco la prima bella sorpresa… il video è in tre lingue: Italiano, Inglese e Lingua dei Segni! Brava Alitalia!

La coppia accanto a me, due signori giapponesi, ha frainteso la mia conoscenza del giapponese e abbiamo parlato un poco… Anche se non credo che qualcuno di noi abbia capito cosa ci stavamo dicendo.
L’unica cosa certa è che ad avere positivamente impressionato la signora era che avevo sceltro come cena la cena giapponese, fatto che ha commentato ampiamente con il marito, credo, prima di parlarmi la prima volta.
Sì, ho preso la cena giapponese di Alitalia.
Sì, sono sopravvissuta.
L’idea era che difficilmente avrei trovato cibo giapponese peggiore in questi mesi, per cui poteva essere una buona idea capire quanto male potesse andarmi… Fortunatamente non era affatto cattiva! Nemmeno buonissima, ma il poco pollo che c’era mi è addirittura piaciuto.

Ho parlato prima degli schermi che si trovano su ogni schienale: beh, mentre il resto del mondo ci guardava film, li usava per giocare a tetris e quant’altro, il mio non solo era rotto, ma era rotto in maniera tale da fare luce mentre cercavo di dormire. Ho provato a fermare qualcuno per spiegare il problema, mi è stato risposto con un criptico “proviamo a resettarlo dalla cabina” e poi più nulla. Alla fine ho risolto coprendolo con la copertina che ci avevano dato (e che avrei preferito usare come coperta, fortuna che almeno avevo il maglione).

E questa è la prima parte del viaggio, che mi ha portato fino a Tokyo. Da lì ho preso un altro aereo per Fukuoka e domani partirò per il campo di volontariato, dove probabilmente non sarò in grado di connettermi. Vi lascio con una foto di Fukuoka scattata appena uscita dalla stazione della metropolitana di Hakata.

Provo a sfruttare un altro po’ di tempo per scrivere qualche post da mettere in pubblicazione automatica per i prossimi giorni, visto che in questo non sono certo riuscita a raccontare tutta questa lunghissima giornata!

Share/Bookmark

Viaggio nel Paese del Sol Levante

Ho sempre cercato di gestire newfractals come un sito e non come un blog, ma sospenderò questa mia politica per tutto il prossimo mese: come avrete notato sono la principale autrice degli articoli che compaiono su questo sito, e martedì prossimo partirò per il Giappone, fermandomi lì per un mese.

Ovviamente non avrò tempo e modo di continuare lì la traduzione di For the Win, di Cory Doctorow, (né di capire perché non riesco ad aggiornare la pagina appena linkata in maniera da poter inserire i collegamenti fino alla ultima scena tradotta, la scena 9 della seconda parte del libro). La traduzione è comunque a buon punto e continuerà al mio ritorno.

Parco a KyotoHo pensato quindi di iniziare a pubblicare, per quanto possibile, una sorta di “diario di viaggio“, che sia utile sia a chi sta progettando un viaggio in Giappone che a quelle persone che mi conoscono e che vogliono tenere traccia dei miei spostamenti.

Il viaggio si articolerà in due fasi: parteciperò per circa due settimane ad un progetto di volontariato ad Haki, nella prefettura di Fukuoka (per chi, come me prima di organizzare questo viaggio, non conoscesse abbastanza la geografia giapponese: tranquilli, sono molto lontana dalle zone radioattive. A Fukushima hanno bisogno di un genere di aiuto che certo non può essere dato da volontari senza alcuna specializzazione come me), per poi venire raggiunta da Lorenzo e iniziare lentamente a risalire fino a Tokyo, passando da Hiroshima, Osaka e Kyoto. Al campo di volontariato le mie possibilità di accesso ad internet saranno limitate e dovrò lavorare molto, quindi non prometto aggiornamenti, ma proverò comunque a scrivere qualche articolo da pubblicare quando finalmente mi potrò collegare alla rete.

Il campo di volontariato è gestito da una organizzazione locale chiamata NICE e la lingua usata sarà l’inglese. Circa metà dei volontari è giapponese, quindi sarà un’occasione unica per entrare in contatto con la gente del posto, considerando che i giapponesi che conoscono l’inglese (abbastanza da azzardarsi a provare a parlarlo) sembra siano relativamente pochi. Sarà interessante come riuscirò ad interfacciarmi con chi l’inglese non lo conosce, ma ultimamente sono molto fiduciosa sulla possibilità di abbattere le barriere comunicative con un po’ di buona volontà… Vedremo quanto giapponese riesco ad imparare prima del mio ritorno.

Post pubblicati, in ordine cronologico di viaggio:

Volo verso il Giappone

Dove mangiare all’aeroporto di Narita, Tokyo

NICE Workcamp – Asakura/Haki – primo giorno

16 Mattina: tempio e visita ad una collezione di bambole giapponesi

16 Pomeriggio: pranzo, lavoro e cena

17 Sera: ospiti a cena

18: Volantinaggio allo Hyottoko Matsuri

Onsen

19 Marzo: Giardinaggio

21 Marzo: Kizuna (NUOVO)

2 ore a Fukuoka dopo la chiusura di templi e musei

Kurashiki: Japanese Rural Toy Museum e Museo di Momotaro

Il segno dell’integrazione – Trascrizione da Radio 3 Scienza

E’ andata oggi in onda su Radio 3 una intervista ad Olga Capirci (qui la sua pagina all’ISCT) riguardo al riconoscimento della LIS, Lingua dei Segni Italiana. Trascrivo tutto per permettere di leggere nel dettaglio la trasmissione, ma vi segnalo anche l’articolo “Lo strano no della Camera alla Lingua dei Segni“.

Per chi può sentire, qui c’è la registrazione della trasmissione radio “Il segno dell’integrazione“.
L’intervista ad Olga Capirci è a partire dal minuto 12.

Per chi può fare tutto tranne sentire, qui c’è la trascrizione (segnalazioni di refusi sono ben accette):

Radio 3 Scienza

Buongiorno, buongiorno da Pietro Greco e benvenuti a Radio 3 Scienza.

[… passiamo al minuto 12:00]

P.G. “Nei giorni scorsi la commissione cultura della camera, la settima commissione, ha detto no, sostanzialmente, al riconoscimento della Lingua dei Segni, la lingua che, tra virgolette, “parlano” le persone sorde e, ovviamente, mute. Perché era in discussione questa legge, e soprattutto perché la commissione cultura ha detto no e quali conseguenze ci saranno? Di tutto questo ne parliamo con Olga Capirci, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma ed esperta, appunto, di Lingua dei Segni Italiana
Buongiorno…”

O.G: “Buongiorno”

P.G.: “… buongiorno Olga Capirci, ci dice, ci racconta un po’ cosa è successo alla commissione cultura della camera e che cos’è la lingua dei segni?”Foto di Olga Capirci

O.G. “Sì, dunque, la storia parte un po’ più lontana nel tempo, con… Prima c’è stata la risoluzione del parlamento europeo, nel 1988, addirittura, che ha richiesto, diciamo, agli stati membri di riconoscere le lingue dei segni delle proprie nazioni, parliamo già al plurale perché la lingua dei segni non è un’unica lingua dei segni, ma sono tante lingue dei segni diverse, parlate dalle comunità dei sordi, italiane, francesi e spagnole proprio come lo sono le nostre lingue normali, proprio perché stiamo parlando di lingue storico-naturali che hanno le stesse funzioni delle lingue vocali, che possiedono delle strutture complesse, che non dipendono dalle lingue vocali parlate nell’ambiente che condividono. Quindi, per esempio, l’italiano e la lingua dei segni italiana hanno delle strutture diverse che sono, nel caso della lingua dei segni, particolarmente adatte proprio alla modalità in cui queste lingue si esplicano, cioè alla modalità visivo-gestuale. Quindi sono lingue che hanno una loro grammatica che si attua e si manifesta nello spazio, con dei movimenti che riguardano non solo le mani, ma un po’ tutto il corpo. Però sono allo stesso tempo analizzabili e sono state ampiamente analizzate e studiate secondo gli stessi principi linguistici delle lingue parlate.
Ritornando alla storia e al nostro iter, c’è stata, ancora più importante, la convenzione ONU che riguarda proprio i diritti delle persone disabili, che è stata appunto poi ratificata in Italia nel marzo 2009 e che espressamente, in più punti e in più articoli richiama la necessità di tutelare e promuovere le lingue dei segni sulla base del proprio del riconoscimento della specifica identità culturale e linguistica delle persone sorde.
Tutti gli stati parte, o parti, come viene detto in termini legislativi, sono richiamati ad applicare, secondo principi contenuti nella costituzione, noi sappiamo che dobbiamo applicare queste leggi. E’ successo in Italia, purtroppo… Diciamo, per dare un po’ l’idea, che il riconoscimento delle lingue dei segni è già presente in cinquanta paesi nel mondo e in quasi tutti i paesi dell’unione europea. E’ l’italia che è rimasta, diciamo, un po’ indietro in questo iter. Il senato aveva comunque approvato una legge per il riconoscimento della lingua dei segni già nel 16 marzo 2011, con un titolo anche più pieno “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”. Dopodiché, come sappiamo, dal senato passa alla camera. E’ passato parecchio tempo perché da marzo 2011 siamo arrivati ad oggi, al 15 febbraio 2012, in cui, dopo che la commissione affari sociali ha riconosciuto, ha promulgato, un testo che, lo voglio dire, già snaturava un po’ il testo del senato. Perché in realtà dal titolo era già stato tolto il riconoscimento della lingua italiana dei segni, e veniva un po’ appaiata ad altre tecniche: cioè c’era la lingua dei segni e tecniche informatiche, tecniche di altro genere.

P.G. “Non veniva riconosciuta come lingua, ma solo come tecnica espressiva”

O.C. “Eh, sì, sì, appunto. Questo già ha sollevato un grande dibattito nelle comunità dei sordi, ma anche di noi ricercatori, che abbiamo grandemente appoggiato, parliamo anche di Tullio de Mauro, parliamo anche di grandi nomi dell’Università italiana che hanno dato appoggio a questa giusta causa portata avanti dall’associazione dei sordi perché si parla di Lingua, si parla di Identità, si parla di Cultura e non di una tecnica. Una lingua non può mai essere una tecnica.
Nonostante ciò, la commissione della camera, giustamente diceva il conduttore, la commissione Cultura, Scienza ed Istruzione, ha dato questo parere contrario. Ma quello che più offende, sinceramente, proprio il mio essere studiosa, al di là di tutte le conoscenze, è la motivazione. La motivazione dice: ‘più che includere i non udenti nella società, questo utilizzo della lingua dei segni, piuttosto porterebbe ad escluderli, precludendo loro di esprimersi attraverso la stessa lingua circolante’. Io credo che questo sia uno schiaffo a chiunque abbia del buon senso. Cioè è come dire, mi veniva in mente proprio stamattina, mentre pensavo a questa trasmissione, è come dire che se noi riconosciamo che il cinese è una lingua. precludiamo ai bambini cinesi che vivono a Roma di essere inclusi nella nostra società. Come se loro parlassero il cinese non potrebbero parlare anche l’italiano. Cioè noi viviamo in una società che è multietnica e multiculturale, lo vediamo tutti.”

P.G.: “sì, sì”

O.C. “E’ la nostra ricchezza, io credo. Il riconoscimento della lingua, ma dell’identità, della cultura di tutti questi popoli che non devono essere omologati nella maggioranza, cioè non torniamo veramente troppo troppo indietro nel tempo. Non siamo dei colonizzatori: c’è il rispetto e c’è la vicinanza. Oltre tutto, poi, per parlare in termini più tecnici e scientifici sappiamo poi che il bilinguismo è una ricchezza. Ogni bambino che viene esposto…”

P.G. “Sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista cognitivo?”

O.C. “Certo, è una ricchezza sociale, come stiamo dicendo, ma anche cognitiva. Anche nel linguaggio. I bambini che crescono bilingui, secondo studi condotti e pubblicati su riviste prestigiose come Nature, non stiamo parlando insomma di piccole riviste, quindi un vaglio importante, ci dicono che anche il bilinguismo fra lingua dei segni e lingua parlata piuttosto che ostacolare… cioè, l’acquisizione di una lingua dei segni da parte di un bambino sordo non ostacola il processo di acquisizione della lingua vocale. Ma non solo non lo ostacola: lo favorisce! Perché, così come per altri bilinguismi fra lingue vocali, potenzia le abilità cognitive del bambino, potenzia anche la sua predisposizione ad acquisire altre lingue. Questo lo abbiamo fatto anche noi qui in Italia, no?”

P.G. “Certo”

O.C. “Una sperimentazione anche dell’insegnamento della lingua dei segni a bambini udenti delle scuole elementari e si è visto che anche lì come dare un po’ di lingua dei segni ai bambini udenti potesse potenziare le loro abilità. Quindi mi sembra veramente brutta questa contrapposizione. Quello che volevo dire è che anche nella realtà dei fatti non esistono sordi solo segnanti e sordi solo parlanti. Noi vediamo davanti agli occhi quotidianamente sordi che utilizzano la lingua dei segni e che parlano in diversi contesti, con diversi interlocutori. Così come le altre comunità che convivono qui con la nostra. Quindi contrapporre queste due lingue è non solo falso, ma anche ideologicamente falso. Perché è sotto gli occhi di tutti, e non solo di noi studiosi, che è diversa la realtà dei fatti, soprattutto in Italia.

P.G. “Quindi, se ho ben capito, la commissione cultura della camera è entrata nel merito scientifico e dice che la lingua dei segni non è un fattore di inclusione, ma addirittura un fattore di esclusione. E dice il contrario di quanto dice la comunità scientifica, e dei risultati a cui è giunta la comunità scientifica. E’ così?”

O.G. “Certo, è proprio questo il punto. Non si può prescindere dai risultati pubblicati su riviste prestigiose, da una comunità scientifica che su questo è unanime, ma a livello internazionale, usciamo fuori anche dalla sola Italia. Quindi, si può dire tutto, ma non si può negare la scienza, o contrapporre un sapere ad un parere.”

P.G. “Ecco, lei diceva che la lingua dei segni è importante per i sordi perché aumentano le loro capacità cognitive, le loro capacità di espressione, le loro capacità di integrazione. Ma sarebbe anche importante per le persone che parlano normalmente perché… abitua al gesto? Cioè, qualifica anche l’espressione gestuale?”

O.C. “Sì, guardi, io mi occupo poi in realtà anche di studi sulla gestualità coverbale e ci sono anche in questo campo tantissime ricerche, ne è proprio stata pubblicata una recentemente su Science, che dicono come una gestualità potenziata, anche nei bambini udenti, che non hanno altri disturbi, può favorire i processi di apprendimento. Sono state fatte ricerche di come se da parte degli insegnanti e da parte del bambino stesso, viene favorita una comunicazione gestuale, favorisce, ad esempio, l’apprendimento della matematica o di concetti complessi. C’è, addirittura, un progetto portato avanti da tanti anni in America che si chiama Baby Signs: viene data l’opportunità alle mamme di bambini udenti, anche qui senza altri disturbi, di insegnare ai loro bambini alcuni segni base, da qui il ‘Baby Signs’, i primi segni che i bambini sordi utilizzano. Perché si è visto che questo, cioè il dare anche questo segno, che è una gestualità anche più codificata, favorisce nel bambino poi l’acquisizione del lessico: cioè questi bambini poi parlano più precocemente ed hanno più parole nel loro vocabolario. Cioè tutto il linguaggio, dico io, dobbiamo un po’ uscire fuori, le nuove ricerche lo dimostrano, è multimodale. Anche noi parlanti utilizziamo le mani, il corpo, per comunicare”

P.G. “Giusto”

O.C. “E quindi dare vigore a questa cosa, che è naturale per tutti gli uomini, favorisce lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio e anche, siccome il gesto è proprio legato anche alla costruzione dei significati, dei concetti e del pensiero, favorisce proprio una maggiore chiarezza nella…”

P.G. “Ecco, Federico da Parma un nostro ascoltatore ci dice ‘la gestualità è stata la nostra prima lingua, poi si aggiunse il suono, parola di Barts, più canali si attivano e meglio è'”

O.C. “Ah…”

P.G. “Eheh”

O.C. “E’ bellissimo, sì. Perché infatti ci sono state e sono state riprese anche recentemente, ma diciamo che già nel 1700-1800 le maggiori teorie, diciamo così, sull’evoluzione del linguaggio proprio del genere umano vedevano il gesto all’inizio del linguaggio. Era un po’ il contrario della gestualità coverbale di oggi: cioè inizialmente si pensa che i primi primati utilizzassero come forma di linguaggio vero e proprio, con già una propria sintassi e grammatica, le mani, il corpo, la comunicazione gestuale. E il linguaggio parlato erano voci, diciamo le componenti vocali, soltanto che servivano per attrarre l’attenzione, per accompagnare il gesto. Poi dopo c’è stato questo passaggio nella fase evolutiva che noi diciamo un po’ questa origine filogenetica poi viene quasi ripercorsa in maniera ontogenetica nella crescita del bambino. Il bambino, tutti i bambini, inizialmente comunicano attraverso le mani, attraverso i gesti, il vocale sono solamente vocalizzi, suoni, che accompagnano i gesti e man mano il bambino poi passa invece a produrre le prime parole, ma il gesto non scompare, continua ad accompagnarle.

P.G. “Quindi è come se il bambino ripercorresse la storia dell’uomo”

O.C. “Eh, sì, noi sappiamo che l’ontogenesi non può ricapitolare la filogenesi, è un po’ una forzatura, ma in un certo senso possiamo trovare però delle corrispondenze e delle affinità, capire la storia dell’umanità attraverso il percorso del bambino che sta acquisendo.

P.G. “E quando acquisice il linguaggio parlato poi dimentica la gestualità o no?”

O.C. “Ecco, no, assolutamente. Lo vediamo: noi adulti gesticoliamo, io in particolare gesticolo molto, a il gesto…”

P.G. “Anche noi napoletani”

O.C. “Ecco, sì, i napoletani, c’è un bellissimo libro di De Iorio del 1800 ‘L’arte del gesticolare dei napoletani’, ma Munari anche fece un libretto molto carino che era un dizionario dei gesti italiani ad uso degli stranieri, perché riteneva che per uno straniero che viene in Italia se vuole imparare l’italiano deve capire anche i gesti. Quindi è sotto gli occhi di tutti. Ma nel bambino, in tutte le fasi dello sviluppo, il gesto non solo accompagna il vocale, ma aiuta a superare degli stati particolari e quindi assume dei ruoli diversi a seconda delle fasi, ma sempre dei ruoli molto di supporto anche nello sviluppo della comunicazione e in quello che il bambino può esprimere.”

P.G. “Bene, per concludere, Olga Capirci, possiamo fare un invito alla… non tutto è già stato scritto… alla Camera dei Deputati?

O.C. “Assolutamente, perché si può anche non tener conto di questo parere negativo della commissione cultura, in teoria. La commissione Affari Sociali potrebbe comunque andare avanti, o comunque speriamo che invece si ridiscuta con un testo anche migliorato forse, che ci piacerebbe anche di più.”

P.G. “Quindi con molto rispetto per il Parlamento noi facciamo questo invito.”

O.C. “Certo”

P.G. “Grazie allora ad Olga Capirci, ricordo ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma.”

Corso LIS base a Genova

Sta finalmente per partire il corso LIS di primo livello della cooperativa Alba, presso il circolo Zenzero di Genova.

Si tratta dello stesso corso che ho seguito io negli ultimi mesi, e ho fortemente voluto che arrivasse anche a Genova, dove ormai da diverso tempo non si organizzavano corsi di Lingua dei Segni Italiana. L’insegnante (sordo), Claudio Baj, è di una bravura che è difficile descrivere a parole (o a segni) e riesce con naturalezza non solo ad insegnare la LIS, ma, cosa forse più difficile, a fare entrare gli allievi  nel giusto ordine di idee per avere una vera comunicazione… Non solo con i sordi, penso, ma con chiunque.

E’ difficile da spiegare, ma credo che il problema sia che diamo troppo per scontata la nostra lingua madre: la comunicazione nella vita di tutti i giorni è così facile che non dobbiamo neanche prestarci veramente attenzione. Il Corso di LIS della cooperativa Alba, fin dalle prime lezioni (e forse soprattutto in quelle), oltre ad insegnare la LIS restituisce alla comunicazione l’attenzione che questa merita.

Le informazioni sul corso sono tutte qui: http://www.babacova.com/wp/blog/2012/02/23/corso-lis-base-a-genova/

LIS: Come ottenere più visibilità?

Questi sono solo alcuni miei pensieri personali, ma l’argomento è così importante che mi sento in dovere di pubblicarli per fare qualche proposta. Per favore, scrivete nei commenti tutto quello che pensate (anche e soprattutto se non siete d’accordo), che sicuro discutere seriamente della questione aiuta.

E’ da qualche giorno che su facebook rimbalza l’idea dello “sciopero dei sordi”: per una giornata, andiamo in giro e parliamo in LIS, o in italiano, rifiutandoci però di leggere le labbra, lamentandoci che chi ci è di fronte “parla male”. Divertente, ma non mi sembra possa aiutare molto la causa della LIS: cosa penserà la gente che vi vede? Che siete sordi segnanti e non sapete leggere le labbra. Un po’ come dare ragione a chi, alla Camera, non vuole riconoscere la LIS.

Se però l’idea di questo “sciopero della labiolettura” vi piace, c’è una soluzione semplice. Prima voglio farvi un esempio.
Immaginiamo che un piccolo gruppo di persone, senza dire nulla, vada in stazione e si metta sui binari dei treni. Cosa pensereste? Che sono stupidi o ubriachi. Se però queste persone hanno degli striscioni, distribuiscono volantini e cantano cori, lamentandosi di qualcosa, capite che è una protesta. Potete non essere d’accordo, ma capite perché lo fanno.

La soluzione, se proprio si vuole fare uno sciopero della labiolettura può essere questa: non lamentatevi che la persona davanti a voi parla male (magari è un poverino che sarebbe anche dalla vostra parte se sapesse cosa sta succedendo, non c’è bisogno di insultare). Preparate invece un volantino o un biglietto, stampatelo. Un esempio potrebbe essere questo volantino per spiegare lo “sciopero”.

Stampatene tante copie, e lasciatene sempre una a chi sembra stupito dal vostro comportamento.
Se non fate lo “sciopero della labiolettura”, cancellate semplicemente la seconda riga del titolo (“Sono in sciopero, oggi non leggo le labbra. Per favore, scrivi!”) e avete comunque già un volantino da distribuire per qualsiasi occasione… Potete direttamente scaricare e usare questo altro volantino, o crearne uno voi.

Detto questo, volevo fare io qualche proposta per aumentare la visibilità della LIS:

Vediamoci in piazza
Questa è facile da organizzare in quasi qualunque città. Basta scegliere un giorno, meglio se tutte le settimane, in cui si va a chiacchierare in 5-10 persone nella piazza principale della vostra città (o un parco molto frequentato)… Potete scegliere di farlo solo se c’è bel tempo, tanto se c’è brutto tempo la gente in giro è poca e serve meno.
Se vi trovate particolarmente bene e avete un pomeriggio della settimana in cui molti possono, può diventare un evento fisso, ad esempio potrebbe diventare una abitudine farlo tutti i mercoledì in cui c’è bel tempo.
State lì con i vostri amici chiacchierando in LIS. Potete stampare un po’ di volantini e darli a chi vi fissa incuriosito.

Lezione in piazza
Qui ci vuole un po’ più di preparazione: un corso di LIS può tenere una o più lezioni (se il tempo è bello) in un luogo molto frequentato della vostra città (una piazza o un parco). Per “lezioni” si possono intendere due cose:

  1. Organizzare una lezione di LIS, per gente che studia già la LIS. Vanno bene normali lezioni del corso, pensate per gli allievi dello stesso. Non preoccupatevi se chi passa non capisce (ma fate in modo che ci sia almeno una persona a distribuire volantini che spieghino cosa state facendo) e fate una lezione per i veri allievi di un vero corso di LIS.
  2. Organizzare una lezione aperta al pubblico sulle basi della LIS. Potrebbe essere una lezione breve, che insegni le basi della grammatica (per fare vedere che la LIS ha una grammatica diversa dall’italiano), un paio di formule di cortesia (“Grazie”, “Scusa”) e una o due frasi che rendano molto chiara la differenza con l’italiano (“Io abito a “, se ci sono dei bambini: “Quanti anni hai?” e così via). Se è abbastanza breve può essere ripetuta un paio di volte in un pomeriggio.
  3. Organizzare una lezione “con argomento diverso dalla LIS”, con un interprete che la traduca in LIS o in italiano. Lo scopo è mostrare a tutti gli udenti di passaggio che si può parlare di argomenti astratti e complicati in LIS. Può essere sulla storia della città, sulla storia dei sordi, sulle innovazioni della scienza… Fate voi, decidete a seconda di chi potete trovare per tenere la lezione.

 

C’è un’altra cosa che penso andrebbe fatta, in tutte queste occasioni, ma che mi vergogno un po’ a proporre.

Bisognerebbe avere alcune persone, sorde, disposte a parlare italiano se serve. Immagino che alla maggior parte di queste cose prenderanno parte anche degli udenti segnanti, ma se uno dei problemi è chiarire che “il gesto non uccide la parola”, mi spiace, ma va dimostrato. Non parlo di lunghi discorsi. Basta una frase o due, anche solo dire “Certo che so parlare”, per poi passare nuovamente a segnare (facendosi tradurre da un’interprete, se c’è, spiegando perché si vuole comunque poter usare la LIS).

Ricordo una intervista a Marlee Matlin, la famosa attrice sorda che ha vinto l’Oscar per la sua parte in “Figli di un Dio Minore”. Ovviamente c’era un interprete e l’intervistatrice le chiede: “Spiegami una cosa, se io e te volessimo uscire una sera a cena…” e Marlee Matlin, l’ha interrotta, parlando inglese, dicendo chiaramente “Non abbiamo bisogno di lui”, indicando l’interprete. E poi ha continuato, in lingua dei segni: “Posso leggere le tue labbra, anche con quel tuo accento del…” e dice di dove ha l’accento la presentatrice, ora non me lo ricordo. Con sole quattro parole (“We don’t need him”) ha chiarito che l’interprete è un sostegno prezioso, ma che lei è una persona indipendente, che non ha bisogno di qualcuno che la segua quando va a fare la spesa per tradurla quando vuole dire “voglio un chilo di arance”.

In maniera simile, bisogna fare in modo che gli udenti abbiano chiaro il seguente concetto: “La LIS permette ai sordi di esprimersi facilmente e pienamente, ma non li ghettizza, non impedisce la loro integrazione: perché i sordi possono essere bilingui. Essere costretti ad usare solo la lingua parlata rende più difficile l’integrazione, perché rende difficile la trasmissione della cultura e apre la strada a tantissimi malintesi, ma nella vita di tutti i giorni i sordi bilingui possono cavarsela perfettamente usando la lingua più adatta ad ogni situazione”

Questo è qualcosa che aiuta moltissimo la nostra causa. E posso capire che non tutti abbiano voglia di mettersi in mostra per dimostrare a qualche curioso di poter parlare (segnanti o oralisti, c’è qualcuno che non sia mai stato preso in giro, magari da bambino, per come parlava? E’ normale essere stufi di dover sempre dimostrare qualcosa)… Per questo basta che ci siano alcune persone che lo facciano, persone che si sentano a loro agio a scambiare qualche frase con uno sconosciuto, giusto per chiarire che i sordi segnanti sono sordi, non sordomuti.

Completata la traduzione della seconda parte di For the Win!

Ecco qui la brevissima nona scena, che vi avevo promesso ieri:

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 9

E’ già iniziata la traduzione della Parte 3, “Ponzi”, di cui presto vedrete i frutti.
Approfitto per darvi una triste/felice notizia: ci sarà un’altra interruzione nella traduzione, causa viaggio in Giappone!

Vado a fare circa due settimane di volontariato seguire da un po’ di sana vacanza… All’inizio non avrò accesso ad internet, ma cercherò di preparare qualcosa di scritto e di mandarlo appena troverò un internet café (ovvero finito il volontariato, probabilmente).