17 sera: ospiti a cena

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Il direttore dell’ospedale dove alloggiamo come volontari per il campo NICE ci ha invitato a cena nella sua splendida casa. Si tratta di una casa tradizionale, costruita più di un secolo fa da un suo antenato.

La casa è stupenda, su tre piani, circondata da un giardino curato.
Durante il percorso esitavo un po’: fare fotografie di una casa privata? Ma appena siamo arrivati di fronte alla casa sono state estratte almeno 5 macchine fotografiche e le mie compagne di lavoro giapponesi sono state le prime a scattare piogge di fotografie… Così mi sono tranquillizzata e ho tirato fuori la mia macchina fotografica e mi sono goduta il giro turistico per la casa che ha preceduto la cena.

Rispetto per gli antenati
Per prima cosa ci è stato fatto fare un giro della casa, partendo dalla stanza dedicata agli antenati, con un altare estremamente decorato ai lati del quale si trovano le foto della madre e del padre del nostro ospite (quella del nonno e della nonna erano su un’altra parete della stanza). Il rispetto e la venerazione verso gli antenati sono diffusi probabilmente in tutta l’Asia, ed in Giappone questa tradizione è particolarmente rispecchiata soprattutto nelle case antiche, che hanno appunto una stanza apposita. Il Giappone mantiene molte di queste tradizioni anche se in realtà una grossa fetta della popolazione (non so se anche il nostro ospite), si considera atea.

Il giro turistico è continuato al piano di sotto, superando la sala da pranzo dove poi avremmo cenato fino in fondo ad un corridoio verso un’altra tradizione giapponese.

Ofuro
In Giappone la stanza in cui si trova la vasca da bagno, ofuro (parola che indica sia la vasca stessa che la stanza) è separata dal resto del bagno e contiene al massimo la vasca ed una doccia. Perché la doccia? Per lavarsi prima di fare il bagno.
Infatti fare il bagno in Giappone, paese ricco di fonti termali, è qualcosa di legato al relax e non alla pulizia: anzi, prima di immergersi nell’acqua caldissima è importante essere ben puliti, anche perché un tempo tutta la famiglia condivideva la stessa vasca da bagno, facendo a turno (non so ora, immagino dipenda da caso a caso). Era quindi abbastanza essenziale essere puliti, ma in realtà questo è importante anche se a fare il bagno è una sola persona, così che possa trovarsi in acqua limpida e pulita durante tutto il tempo.
Il nostro ospite ha un ofuro tradizionale in legno, cosa molto rara in Giappone. E’ un altro dei segni di quanto la casa sia antica.

Scale e corridoi
Ogni parte della casa è curata fino al minimo dettaglio, e vorrei poterci tornare di giorno per fare foto al magnifico giardino che si può vedere praticamente da ogni stanza, grazie ad ampli pannelli di vetro. Tutto quello che non è vetro o porta scorrevole di carta è di un legno solido e scuro, piacevole al tatto e sotto i piedi scalzi.

Ho voluto fotografare un dettaglio delle vetrate che si trovano sulla scala che collega cucina e sala da pranzo.

La cena
Ed ecco arrivato il momento di cenare! La portata principale era il sushi, di cui ciascuno aveva già “assegnati” dei pezzi, mentre il tavolo era coperto di una gran quantità di piatti deliziosi, in realtà quasi tutti di cucina cinese… E la cucina cinese in Giappone è davvero un’altra cosa rispetto a quella che si trova in Italia! Se in questo mese mi stancherò di cibo giapponese (ma visitando così tante regioni, con cucine regionali diverse, dubito succederà) ripiegare sul cinese sembra un’ottima idea.
La cena è stata piuttosto bilingue, visto che il nostro ospite era molto interessato a sentire racconti e impressioni degli ospiti internazionali, ed è stata molto animata e divertente, soprattutto considerando la formalità dell’ambiente che ci circondava.

Vi invito a trovare l’intruso in questa foto 🙂

Abbiamo fatto dono al nostro ospite di una gigantesca tavoletta di cioccolato proveniente dall’Estonia, portata da uno dei volontari. E il padrone di casa ci ha a sua volta ricoperti di dolciumi una volta finito il pasto principale, dandocene anche molte scatole da portare con noi a casa (oltre a diverse scatole di avanzi della cena).

Le sorelle del nostro ospite, che hanno almeno in parte cucinato la cena, non si sono unite a noi. Potrebbe benissimo essere semplicemente perché non conoscono l’inglese o perché non erano interessate (eravamo i suoi ospiti, non i loro), ma temo piuttosto che si tratti del ruolo tradizionale della donna, in cucina e non a tavola. In ogni caso non erano certo timide: si sono intrattenute anche loro con noi, una in particolare ha tempestato di domande una volontaria che viene dalla Corea, perché ama estremamente sia la Corea che i film e i cantanti coreani, arrivando addirittura a trattenerci per diverso tempo dopo cena.

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18: Volantinaggio allo Hyottoko Matsuri

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Altra giornata di volantinaggio, questa volta ad un festival, l’Hyottoko Matsuri (Matsuri vuol dire “Festival”, cosa vuol dire Hyottoko lo vedremo presto), che ci ha gentilmente concesso uno degli spazi che non erano stati assegnati. in realtà lo abbiamo utilizzato solo per appendere qualche poster, piazzare delle bandiere, e lasciare uno scatolone con diversi materiali mentre andavamo in giro a dare volantini.

Questo festival viene organizzato annualmente da tre anni, con lo scopo di rendere più vivace la zona. L’anno scorso era previsto per il 13 marzo, due giorni dopo il terremoto che ha sconvolto il Giappone. E’ stato quindi in quella occasione cancellato e sostituito da un evento, con gli stessi organizzatori, per aiutare le persone delle zone più colpite. In tale occasione sono stati raccolti più di 470.000 yen

In realtà, appena arrivati, ci siamo subito fermati qualche minuto a guardare gli spettacoli dei bambini, gridando all’unisono “kawaiiiii!”. Eccovene uno per intero:

[INSERIRO’ IL VIDEO APPENA AVRO’ UNA MIGLIORE CONNESSIONE AD INTERNET, SCUSATEMI]

Il festival comunque non era dedicato solo ai bambini, ma vi partecipava gente di ambo i sessi e di ogni età, con generi del tutto diversi: signori di età rispettabile che cantavano canti tradizionali, l’orchestra di una scuola, varie danze spagnole, latinoamericane, forse quasi hawaiane, ballate con tutta la compostezza che si conviene a delle giapponesi, e poi nuovamente altre rappresentazioni e musiche tradizionali si sono succedute sul palco.

In effetti l’ingrediente principale dello Hyottoko Matsuri sono appunto gli Hyottoko.

Mentre stavo distribuendo volantini sono incappata in un gruppetto di persone mascherate, che presto si sarebbero unite a molte altre per inscenare una danza tradizionale molto divertente. La maschera principale, è proprio hyottoko. Su internet è difficile trovare informazioni in merito, ed anche i volontari del campo giapponesi in realtà non ne sanno molto, forse perché si tratta di una tradizione molto legata a questa regione: la capo-gruppo viene da Tokyo, che è davvero molto distante. Per questo motivo posso solo farvi qualche descrizione. Le danze sono aperte da una maschera che rappresenta quella che penso debba essere una volpe, seguita da una donna e poi da una serie di uomini dalle espressioni esagerate e gli occhi disuguali, fra cui un ubriaco. Con un sottofondo musicale che in realtà da solo la cadenza alla danza, i gruppo si muove in fila con con movimenti ritmici legati alla loro maschera: la donna (il nome di questa maschera è okame o otafuku) porta la mano alla bocca in maniera civettuola, mentre l’ubriaco mostra la bottiglia e finge problemi a camminare dritto.

Forse è meglio un breve video:

[INSERIRO’ IL VIDEO APPENA AVRO’ UNA MIGLIORE CONNESSIONE AD INTERNET, SCUSATEMI]

 

Ma chi sarei se non scrivessi almeno qualche riga sul cibo? Come ogni festa che si rispetti era circondata di banchetti a cui si potevano comprare grandi varietà di cibi, quasi sempre cotti al momento. Ho cominciato subito ad approfittare di una bancarella di yakitori… si tratta di spiedini che vengono cotti sul posto e riscaldati nel momento in cui ne chiedi uno. Anche se “tori” vuol dire pollo, ce ne erano alcuni che sembravano di altre carni… Qui mi assicurano che gli yakitori sono solo di pollo, ma penso sia possibile che alla bancarella di yakitori vendessero altri tipi di spiedini.

Appena mi è stato detto che “tori” significa pollo/uccelli mi sono subito ricordata come il cognome Toriyama (quello del mangaka che ha creato Dragonball) fosse formato dai kanji “uccello” e “montagna”. In effetti, Akira Toriyama ha fondato i “Bird Studios” chiamandoli così proprio per assonanza con quel “tori” con cui comincia il suo cognome. Andando a controllare la scrittura in kanji del cognome Toriyama (鳥山) si vede che fra i molti possibili kanji pronunciati “tori” e con il significato di “uccello”,  鳥 è proprio quello che significa anche pollo. Quindi d’ora in poi potete tradurre mentalmente questo cognome in “montagna di pollo”, magari pensando proprio a del buon pollo fritto da magiare.

Il giapponese ha un numero estremamente elevato di parole dalla pronuncia del tutto identica (complice di questo è la piccolissima quantità di suoni che questa lingua prevede) e questo è uno dei principali motivi per cui i Kanji sono così importanti: mentre parlando è difficile confondersi, una scrittura fonetica probabilmente non sarebbe sufficiente per garantire la facilità di lettura.

Un nostro amico, Koki, che quando può viene ad aiutarci nel nostro lavoro, ha partecipato ad uno degli spettacoli di questa giornata. Ha appena finito il liceo e inizierà l’università ad Aprile, visto che, ovviamente, in Giappone anche l’anno scolastico funziona in maniera diversa che nel resto del mondo.

Fra gli spettacoli che erano comprensibili anche ai miei occhi e alle mie orecchie occidentali, questo sembrava veramente quello eseguito con maggiore arte e precisione. I suonatori di tamburi erano perfettamente sincronizzati, pur facendo passi di danza e lanciando le bacchette, scambiandosi anche i tamburi (girandoci intorno) senza smettere di suonare.

Il tamburo centrale che suonava Koki richiede così tanta forza che a metà del primo pezzo è previsto e necessario che i due suonatori si diano il cambio, ma sembra che si tratti di un’esibizione che richiede grande preparazione fisica per quasi tutti i ruoli, oltre che un grande allenamento per raggiungere una perfetta sincronia.

Nel primo pomeriggio è arrivata la notizia che gli organizzatori dello Hyottoko Matsuri ci avrebbero concesso qualche minuto per parlare del Kodomo Geijitsu Festibaru a cui stavamo facendo pubblicità, così siamo saliti sul palco e, dopo una introduzione generale di Saori, la capo-gruppo, ciascuno di noi si è fatto avanti ed ha detto il proprio nome e paese di provenienza prima nella propria lingua, poi in giapponese (“Buongiorno! Mi chiamo Elena e vengo dall’italia! Konnichiwa! Watashi wa Erena desu, Itaria-jin desu“). Poco dopo, finiti gli ultimi volantini, siamo andati a finire di smontare.

Rimasta separata dagli altri mentre aspettavamo la macchina che sarebbe venuta a prendere i materiali, mi sono trovata circondata dagli Hyottoko, che hanno iniziato la loro danza questa volta non sul palco, ma intorno al tendone principale. Due mi hanno addirittura trascinato nelle danze, ma confesso la mia viltà: dopo pochissimo ne sono uscita, anche perché non volevo rischiare di lasciare che gli altri facessero da soli qualche lavoro per cui servivo anche io (cosa che non è successa, ma vallo a sapere). Ovviamente mancano le prove fotografiche perché ero sola, ma qui accanto potete vedere una foto di questa fase finale del festival.

16 Pomeriggio: Pranzo, lavoro e cena

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Se siete interessati soprattutto ai dettagli turistici potreste voler leggere il resoconto della mia mattinata, con la visita ad un tempio e ad una ricchissima collezione privata di bambole antiche.

D’ora in poi a pranzo mangeremo dei bento, ovvero delle “lunch box” che un tempo venivano preparati in casa ma che ormai si possono trovare in vendita un po’ dappertutto verso l’ora di pranzo… Originariamente avremmo dovuto cucinare noi, ma i gruppi lavoreranno spesso separatamente e sarebbe difficile organizzare il tutto, con conseguenti perdite di tempo. Visto che comunque i bento rimangono pasti buoni e molto a buon mercato, bento sia! Io non posso che esserne felice, è un’esperienza che di sicuro mi aiuterà ad orientarmi fra i vari tipi di cibo giapponese una volta finito il campo.

Dopo il lavoro di montaggio di ieri sera, oggi ci aspettavano incarichi fisicamente più leggeri. Prima un lavoro di “PR”, andare a fare pubblicità al festival in una scuola. Abbiamo dovuto inventarci in 30 minuti qualcosa da fare con dei bambini delle elementari per circa 5 minuti.

Una nota sulle scuole giapponesi. Chi legge abbastanza manga lo sa, ma vederlo nella pratica è un’altra cosa: fin dalle elementari i bambini si occupano della pulizia dell’edificio scolastico. Abbiamo proprio visto un bambino, con secchio e straccio, che lavava una parte del corridoio (va ricordato che i pavimenti sono già di per sé molto puliti, visto che ci si leva le scarpe all’ingresso della scuola). Fa uno strano effetto.
A parte l’effetto estraniante, però, mi è venuto da pensare che non sia una cattiva usanza: da un lato si impara fin da piccoli qualcosa di utile, partendo da lavori umili, ma non faticosi; dall’altro, penso sia qualcosa che insegna ad avere un certo rispetto per il posto in cui si vive, non dandone per garantita la pulizia, ma avendo fin da subito chiaro che se qualcuno sporca, qualcun altro deve poi pulire.

Alla fine gli abbiamo fatto cantare la versione giapponese di “Twinkle twinkle, little star” (Kira kira, ikure) per poi insegnare loro la prima strofa in inglese. Ma la cosa che gli è veramente piaciuta sono state le presentazioni: tutti noi stranieri ci siamo presentati nella nostra lingua madre (italiano, coreano, tedesco e estone), mentre la capo gruppo, giapponese, ci “traduceva” (sapendo già che stavamo dicendo solo nome e paese di provenienza e conoscendoli): questo trucco ha entusiasmato i bambini, soprattutto perché non sapevano che ci sarebbe stata una traduzione. Sono stata la prima straniera a parlare e quando hanno sentito l’italiano hanno spalancato gli occhi stupiti e un po’ preoccupati, per ridere felici quando hanno sentito la traduzione. Da quel momento in poi è partito il gioco di indovinare da dove venissero gli altri stranieri prima che venisse fatta la traduzione.

Tornati al campo base ci siamo messe a disegnare cartelloni con varie informazioni su spettacoli e orari del festival (ovviamente in giapponese, quindi non ho chiare idee sul contenuto) fino a sera.

Ci vorrà un po’ per finirli, anche perché lo faremo in mezzo a molte altre attività di preparazione per il festival. Dalla riunione di stamani con il responsabile dell’organizzazione del festival, un uomo che lavora per molte NGO, con particolare riguardo agli eventi per bambini, si sono capite le reali dimensioni del festival, che richiamerà gente da buona parte del Giappone ed in cui si esibiranno persone provenienti da tutto il mondo (emblematico il caso di un uomo di colore originario del Sudafrica, che ha dovuto continuare il suo lavoro in Canada per colpa dell’apartheid).

Per concludere la giornata la maggior parte dei volontari sono andati a rilassarsi in un onsen (questa zona è famosa per gli onsen, le terme giapponesi), mentre io ed altri due restavamo per preparare la cena. Oggi cena italiana: spaghetti al sugo di pomodori con melanzane e pomodorini freschi… Considerando le premesse, non mi è venuto affatto male! (Eh, sì, quando torno in Italia ritaglio la foto per togliere il dito…). Domani cena coreana… Dopotutto in campo è internazionale!

16 Mattina: tempio e visita ad una collezione di bambole giapponesi

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Seconda giornata di volontariato al campo di Asakura/Haki, dove abbiamo iniziato anche a fare un po’ di vero lavoro… Ma prima, due cose importanti: la suddivisione in tre gruppi di lavoro di tre persone, ciascun gruppo con almeno un giapponese così siamo in grado di comunicare con il resto degli abitanti del posto se necessario, considerato soprattutto che avremo molto a che fare con dei bambini.

I gruppi, con un po’ di flessibilità in più, sono gli stessi che verranno usati per suddividere le incombenze “domestiche”: cucinare, pulire le camere, lavare i piatti (la giacca gialla nella foto è quella “in dotazione” dei volontari).

Dopo una riunione bilingue per fare il punto della situazione e chiarirci il perché siamo lì e il cosa ciascuno di noi può fare, abbiamo avuto un po’ di tempo per una rapida visita a ad uno splendido tempio situato su una delle colline che circondano la città e ad una collezione privata nella città di Ukiha, che si estende dall’altra parte del fiume Chikugogawa (o Chikugo se si vuole evitare di essere ridondanti ripetendo due volte in concetto di “fiume”) rispetto a noi.

Entrare per la prima volta in un santuario giapponese è una strana esperienza… Si tratta di una religiosità estremamente diversa da quella occidentale, ma allo stesso tempo estremamente comprensibile.
Prima di entrare c’è una polla di acqua limpida. Si prende un po’ di acqua e ce la si versa sulle mani per lavarle prima di entrare, in una sorta di simbolica purificazione. Superata la soglia, dopo la purificazione, era allestito un piccolo negozietto di simboli e portafortuna, dal quale si potevano anche ottenere una candela ed un bastoncino d’incenso (credo facendo un’offerta simbolica, ma eravamo in gruppo ed ha provveduto qualcun altro).

Acceso il bastoncino di incenso con la candela lo si infila in una sabbia soffice e si prosegue verso il gong, l’altissima strada centrale (di cui metterò una foto al mio ritorno in Italia, devo ripulire una di quelle che ho scattato), ed il camminamento che la circonda. Al lato del camminamento sono esposte, protette da delle strutture di legno, statue di spiriti o divinità legati allo zodiaco cinese (o meglio, giapponese, che mi pare dovrebbe essere essenzialmente uguale a quello cinese). Le statue non sono sempre le stesse, ma vengono periodicamente esposte diverse statue. Il tutto è nella forma di un giardino, di cui solo poche parti sono coperte.

Mentre eravamo lì sono arrivate alcune signore anziane a porgere i loro omaggi agli dei, facendo risuonare con forza la cassetta metallica in cui vengono posti gli oboli per ciascun dio e fermandosi ogni volta un istante con le mani giunte. Mi è stato detto che non dovrebbe essere un problema fotografarle, ma mi sarebbe sembrato poco rispettoso farlo: anche se loro non la avessero percepita come una mancanza di rispetto, basta che la percepisca io come tale perché lo sia. Visitare luoghi sacri, per qualsiasi religione lo siano, presenta facilmente questi problemi. Forse, almeno questa prima volta, sarei dovuta andare del tutto senza macchina fotografica, concentrandomi solo sul momento presente.

Ma la macchina fotografica l’avevo e le foto le ho fatte, non avrebbe senso ora non condividerle con voi. Finito il percorso intorno alla statua centrale, si arriva da una grossa campana (diversa dal gong che si suona prima di iniziare il percorso), e si suona anche quella. Questa è una di noi volontari che lo suona:

Ci sono alcuni altri dettagli del posto che meritavano foto, ma che posso commentare poco o nulla:

Dopo una rapida visita alla terrazza panoramica accanto al tempio, che deve essere una splendida vista quando non piove, siamo ripartiti. Una piccola nota: nella terrazza panoramica vi era uno degli intramontabili distributori di bevande che si trovano letteralmente ad ogni angolo in Giappone e, cosa decisamente più strana per noi occidentali, ben due macchinette per il gioco d’azzardo.

Collezione privata di bambole antiche ad Ukiha

La collezione si trova al secondo piano di un negozio di… non sono certa esattamente di cosa. C’erano ceramiche, perline, piatti di vetro, ma anche una altra grande quantità di cose. Per salire alla collezione bisogna, ovviamente, togliersi le scarpe, come anche per visitare buona parte del primo piano: comprare qualcosa senza togliersi le scarpe è possibile, ma si perderebbero le cose più importanti del posto.

Le bambole sono splendide e ricche di dettagli. Ho scattato molte foto, ma non posso caricarle tutte da qui. Un’altra cosa da fare quando torno in Italia: creare una galleria di immagini apposta per loro. Ve ne lascio comunque qualcuna:

Se siete incuriositi da cosa è successo nel pomeriggio, anche se ho dovuto dividere i post l’ho già scritto:

16 Pomeriggio: pranzo, lavoro e cena

Dove mangiare all’areoporto Narita (Tokyo)

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Quando si vuole conoscere la cucina di un paese l’aeroporto non è il posto migliore, ma questo non è una scusa per accontentarsi di un panino di McDonalds o un anonimo tramezzino. Il fatto però che tutti i ristoranti giapponesi nell’aeroporto hanno cartelloni scritti solo in giapponese non aiuta a farsi coraggio e ordinare (ad un personale che, almeno nel posto dove ho mangiato io, non parla l’inglese). Sapendo che comunque prima o poi avrei dovuto ordinare in un posto del genere, mi sono lanciata. Nonostante la grande quantità di manga e anime che ho letto o visto io so poco e niente di cultura giapponese, soprattutto di cucina. Quindi non sapevo cosa fossero i takoyaki, che all’esterno possono sembrare banali polpette. Fortuna che non ho nessun problema con il polpo che, con mia sorpresa, contenevano. Il fatto che la prima riga di wikipedia dica che il nome, takoyaki, letteralmente, significhi polpo fritto è piuttosto indicativo, ma non siamo ancora tutti connessi 24h su 24 alla wiki.

Il bar (pub? ristorante?) specializzato in takoyaki di cui vi parlo si trova al quarto piano del terminal 2 dell’aeroporto internazionale di Narita e ve lo consiglio vivamente. L’acqua non si paga, vi metteranno un bicchiere davanti, con molti cubetti di ghiaccio, appena ordinerete. Man mano che bevete una ragazza provvederà a riempirlo. Ci sono comunque anche diverse birre fra cui scegliere, sake, the, coca-cola e delle bevande che non sono riuscita a riconoscere.

Per gli standard di qui ho chiaramente le maniere a tavola di un maiale, ma tutti sono stati molto gentili e mi hanno corretto e spiegato come si mangia questo piatto: quella che ti portano non è una zuppa da bere, serve per immergerci le Takoyaki prima di mangiarle… Nonostante le mie insistenze sul fatto che era abbastanza buona da meritarsi certamente di essere bevuta da sola, almeno quando le Takoyaki sono finite, ho dovuto desistere! Poco male, tanto di brodi e zuppe ben più gustose sembra che sia pieno il Giappone.

NICE Workcamp – Asakura/Haki – primo giorno

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Dopo una notte tormentata all’ottimo ostello kahosan di Fukuoka (i giapponesi amano riscaldare le stanze a temperature uterine, e non lo avevo capito… ero felice sotto le mie coperte quando qualcuno ha acceso il condizionatore d’aria, impostato sui 26 gradi, che sembra lo standard del riscaldamento del paese), vicino alla centralissima Hakata station, mi sono messa in viaggio per arrivare ad Haki.

Viaggiare in Highway Bus non è difficile, soprattutto se non si ha paura né vergogna a chiedere aiuto in inglese a persone che non parlano inglese. Un po’ a gesti, un po’ indicando la scritta Haki, sono riuscita a farmi spiegare da una delle signore della biglietteria come usare una macchinetta automatica per prendere il biglietto (che mi è stato consegnato cerimoniosamente dalla bigliettaia stessa, tenendolo a due mani) e a farmi dire da quale terminal sarebbe partito il bus.

Arrivata ad Haki individuare le uniche due volontarie ad essere arrivate prima di me è stato facile: una, bionda e occhi azzurri, viene dall’Estonia, e l’altra capelli rossi, viene dall’Italia.

Dopo un’altro po’ di attesa, durante la quale ho comprato una lattina di cioccolata calda da un distributore automatico (ce n’è uno praticamente ogni 10 metri nelle città più popolose, ma anche ad Haki non si scherza) siamo stati raggiunti dal nostro capo gruppo e dagli altri volontari.

La brutta notizia è che, anche se la lingua ufficiale del campo è l’inglese, in realtà la maggior parte delle cose vengono dette in giapponese, anche perché la gente del posto evita di parlarlo (anche se almeno in un’occasione è sembrato che una persona lo capisse). La buona notizia è che siamo stati subito accolti con una di quelle che sembra una tipica creazione del kodomo art festival, che dimostra secondo me parte del Giappone che ci piace di più! Anche i compagni del campo di lavoro sembrano persone simpatiche e gentili… Sforzandosi si riesce addirittura a farli parlare inglese, se ce ne è tempo.

Mentre gli altri andavano a rilassarsi in un onsen (bagno termale per cui i giapponesi vanno pazzi a tutte le età), io ed altri due volontari abbiamo svolto il nostro turno in cucina, riuscendo in qualche modo a preparare un maiale al curry niente male (da accompagnare a riso bianco), nonostante la cucina fosse essenzialmente composta da un fornelletto e qualche attrezzatura disposta su dei banchi di scuola (o tavoli simili), senza un lavandino al piano (bisogna scendere a prendere l’acqua di sotto). Con un po’ di fortuna nei prossimi giorni riesco anche ad imparare un po’ di cucina locale!  Stasera si è parlato di fare nei prossimi giorni degli onigiri.

Mentre cucinavamo sono entrate tre persone, una delle quali è uno degli artisti che parteciperanno al festival. Come unica straniera nella stanza mi sono sentita solo leggermente a disagio, visto che ormai ho capito che devo farci l’abitudine… e che alla peggio inchinandosi profondamente si dimostra quantomeno buona volontà. Sono riuscita a presentarmi decentemente in giapponese (credo) e ho anche fatto uso di una conoscenza acquisita circa mezz’ora prima: ovvero a riconoscere la frase giapponese che sta per “in Italia, dove abiti?” (con sorpresa del principale cuoco della serata, che stava già per tradurmela una seconda volta).

L’artista era incredibile! Con il suo kimono colorato, ma soprattutto con i suoi modi estroversi e i gesti allo stesso tempo ampli e aggraziati, sembrava davvero uscito da un manga. Ma allora tipi così esistono! Non saprei descriverlo, ma forse chi legge i manga giusto, vede gli anime giusti, ha già capito. Nei prossimi giorni cercherò di farmi venire in mente un paragone, ma è difficile!

Ci è stato fatto gentile dono di “ciabatte” personali per quando siamo a dormire nell’ospedale (nel posto in cui lavoriamo ne usiamo invece di generiche).

Mi piacerebbe a questo punto raccontare un po’ più in dettaglio le usanze in fatto di calzature: le regole sono piuttosto semplici:

  • ti togli le scarpe sull’ingresso e se non sei uno degli abitanti/abitudinari del potso metti le ciabatte generice riservate agli ospiti.
  • sul tatami si va solo scalzi.
  • il bagno ha le sue ciabatte speciali, che devono sempre essere usate in bagno e che devono essere usate solo lì.

Dato che noi alloggiamo in una camera molto grande che non è completamente coperta dal tatami (lungo il muro c’è una sorta di “corridoio” non coperto da tatami”, quando ci spostiamo velocemente chi ha scelto di stare sul tatami deve correre, a volte dall’altra parte della stanza, a recuperare le proprie ciabatte.

In terrazzo, molto grande, possono uscire solo due persone alla volta: le ciabatte servono solo per gli interni, non certo per un terrazzaccio da ultimo piano, e abbiamo a disposizione solo due paia di sandali: di conseguenza, solo due persone alla volta possono uscire.

Questo mi fa riflettere… Noi occidentali sicuramente ci facciamo problemi per altre cose che magari ad un occhio alieno sembrano poco sensate, ma quali?

Di sicuro i giapponesi riescono facilmente ad affrontare questo problema e riuscire allo stesso tempo ad essere efficientissimi in cose che noi italiani neanche ci sogniamo. Forse passare la vita a seguire con estrema attenzione regole così arbitrarie rende più facile mettersi in moto quando si deve fare qualcosa di davvero importante?