Kurashiki – Museo dei giochi e museo di Momotaro

Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Per quanto l’idea di visitare il museo Ohara di Kurashiki per vedere qualche quadro di Modigliani in Giappone non fosse malissimo, abbiamo deciso di lasciare l’arte occidentale all’occidente e ci siamo invece dedicati a due musei di artigianato locale: uno dedicato ad oggetti di uso comune e uno dedicato a giocattoli tradizionali di tutto il Giappone. Nello stesso spirito del secondo, siamo andati a vedere il museo di Momotaro, il leggendario ragazzo pesca.

Mi riservo di scrivere sul museo di artigianato in un altro articolo, concentrandomi sugli altri due (tematicamente più vicini) in questo.

Japanese Rural Toy Museum
Questo museo si trova sul retro di un negozio di giocattoli, quindi può essere difficile trovarlo (o meglio, capita di trovarlo, accorgersi di essere entrati in un negozio, pensare di essersi sbagliati e uscire). Se non c’è nessuno al bancone accanto all’ingresso del museo vero e proprio, chiedete ai negozianti e vi venderanno il biglietto, consegnandovi un minuscolo volantino in inglese che spiega il contenuto delle varie stanze e una carta con le istruzioni per un origami.

La prima sala (di quattro) è l’unica che si può fotografare, ed anche forse la più variegata: contiene giocattoli antichi di tutte le prefetture giapponesi. Su ogni vetrina è incollata una mappa che indica da quale parte del Giappone arrivino i giocattoli, ma a parte questo non ci sono altre scritte… Cosa che, considerato che in quasi tutti i musei le scritte sono al 95% prive di traduzione in Inglese, è quasi un bene: almeno non vi sembra di essere visitatori di seconda classe.

Le altre sale contengono collezioni di bambole e di aquiloni, ma non in tutte le stanze si possono scattare fotografie, anche se non ne ho chiaro il motivo. Forse le altre stanze sono più scure e si teme che i visitatori possano voler usare il flash delle loro macchine fotografiche. I giocattoli vanno da semplici intagli in legno a bambole raffinate e aquiloni, che però si trovavano soprattutto nelle stanze in cui era vietato fare fotografie.

In ogni caso, è stata la prima stanza, con la sua divisione dei giochi per regioni, che mi ha fatto desiderare di conoscere di più il Giappone, per potere riconoscere quelle che erano chiaramente figure di storie e leggende.

Questo genere di divisione regionale sembra qualcosa di davvero interessante per un intenditore, perché basta guardare le vetrine per rendersi conto come questo deve essere dipeso sia da una grande quantità di fattori: la differenza delle tecniche di artigianato note e utilizzate, ma anche probabilmente favole e personaggi che erano tipici di una regione e non di un’altra, come per altro avviene spesso anche in Italia. Per avere un’idea della differenza basta comparare queste figure laccate sulla destra, provenienti da Hiroshima, con il drago di legno (e il gatto) dell’immagine precedente.

E’ impossibile mostrare tutte le foto scattate in quest’unica stanza, strapiena di statuine intagliate, maschere, figure mitologiche e non.

Per quanto questo museo non sia una delle cose “imperdibili” del Giappone, se siete a Kurashiki e avete un po’ di tempo libero può valere la pena di vederlo. Sicuramente l’ho trovato più interessante e ricco di cultura del (ben più costoso) museo dell’artigianato. C’è da dire però che l’edificio in cui si trova il museo dell’artigianato è di per sé molto bello e, dicono, di interesse storico/architettonico, essendo del periodo Edo.

Il museo contiene anche alcune mascere da Hyottoko! Lo stesso Hyottoko del Hyottoko Matsuri di cui ho già parlato, dove sono andata a fare volantinaggio mentre ero al campo di volontariato. La maschera accanto è quella di Otafuku, il suo equivalente femminile (sono nella prima stanza).

Museo di Momotaro
Più che di un museo si tratta di una mostra interattiva pensata per stupire e divertire, basso budget , ma ottimamente gestita dalle due guide che si alternano nell’indicarti i giochi e i trucchi delle varie sale. Entrambe le guide parlano inglese (di certo tutto l’inglese necessario per spiegare dove guardare e cosa fare) e può essere un buon riempitivo se non si sa cosa fare a fine pomeriggio, molto bello per i bambini.

Per i bambini è consigliato soprattutto perché estremamente interattivo: le guide vi mostreranno le varie illusioni ottiche che riempiono il museo, arrivando infine (almeno nel nostro caso) ad improvvisare un concerto suonando “strumenti commestibili”, come un flauto ricavato da una radice cava molto usata nella cucina giapponese.

Ma chi è Momotaro?
Momotaro, il ragazzo pesca, è il protagonista di una famosissima fiaba giapponese del periodo Edo (che va dal 1603 al 1869, quindi questa forse è un’indicazione un po’ generica. Il libro fotografato qui affianco è del 1781) . Per dare un’idea, in Giappone è famoso quanto in Italia è famoso Pinocchio, anche se il paragone finisce qui: le loro storie sono del tutto dissimili fra loro. Se vi capiterà mai di andare nella zona di Okayama, che si dice essere luogo di origine della leggenda, vi conviene prima sapere qualcosa su di lui, che è amatissimo al pari di un eroe nazionale.

Vuole la leggenda che un giorno un’anziana donna che non aveva avuto figli e che si era recata al fiume per lavare i panni: vedendo una gigantesca pesca che galleggiava nel fiume la ripescò e insieme al marito cercò di aprirla per mangiarla: ma da questa venne fuori Momotaro, che spiegò loro di essere stato inviato dal cielo per essere loro figlio. Una volta cresciuto, il ragazzo lasciò la famiglia per andare ad affrontare gli oni (creature a metà strada fra i nostri demoni e gli orchi). Lungo la strada incontrò un cane, una scimmia e un fagiano,  che lo seguirono per aiutarlo nella sua missione. Insieme ai suoi amici animali, Momotaro penetrò nel forte di Ura, il capo degli oni, e lo costrinse alla resa e ne prese il tesoro, con cui visse negli agi insieme alla sua famiglia.

Il secondo piano del museo contiene materiale un po’ più “storico”, come questa illustrazione del 1882, raffigurante Momotaro e i suoi fedeli compagni.

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Trascrizione dell’intervista a Marco Paolini a “Che Tempo Che Fa”

In seguito ad alcune richieste che ho letto in rete di sottotitolare l’intervista a Marco Paolini nel programma “Che Tempo Che Fa”, ho deciso (visto che parla di un tema che mi sta a cuore), di fornire io una trascrizione. Vorrei però che fosse chiaro che programmi come questi dovrebbero essere sottotitolati sempre, almeno nella versione on-line, in cui si ha tempo di farlo per bene. Anche la mia trascrizione non è niente rispetto a dei sottotitoli, che avrebbero permesso a tutti di vedere il volto e i movimenti di Paolini, sostituendone così il tono di voce, impossibile da trascrivere.
Anche se i sordi di cui parla Paolini alla fine dell’intervista sono altri (quelli che un tempo si chiamavano sordomuti e ora per la legge sono “sordi prelinguali”), e sono “solo” uno su mille, la gente che invecchiando perde l’udito prima di perdere la vista e l’intelletto è sempre di più. Rendere disponibili i sottotitoli per tutti non è solo una questione di civiltà, ma la risposta ad un problema sempre più sentito in tutti i paesi moderni, dove la gente non muore giovane e al pieno delle forze, ma può sperare in una rispettabile vecchiaia.

In italia ci sono circa 800.000 persone con disabilità uditive (e non vedo perché a trascrivere queste cose ci sia solo di tanto in tanto qualcuno che lo fa volontariamente, e non qualcosa di sistematico). Prima o poi, se viviamo abbastanza, succederà a tutti noi di perdere l’udito o la vista. Iniziare ad abbattere le barriere portate da questi handicap adesso è il modo migliore per proteggere la nostra vecchiaia.

#######################TRASCRIZIONE################################
E dopo il successo dell’omonimo Ausmerzen spettacolo, è appena uscito il libro “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, edito da Einaudi. E’ qui con noi Marco Paolini!

FF: “Che saluto molto e a cui faccio anche molti complimenti per la tua ultima performance televisiva di cui tutti i giornali raccontano, Galileo, Itis Galileo, che è andato in onda il 25 aprile perlappunto. Ma questa sera siamo qui per parlare di questo libro che mostro al pubblico, è edito einaudi e anche questo si rifà all’omonimo spettacolo del 2011, trasmesso anche quello in televisione da la7 da un ex-ospedale psichiatrico. ‘Ausmerzen, vite indegne di essere vissute’ è un libro di cui non è facile parlare perché mano a mano che ci si addentra, insomma, si ha a che fare, come ci è capitato altre volte in questa trasmissione, di rasentare la ‘zona dell’indicibile’, cioè quella… di quel male, assoluto, organizzato e così difficile da… addirittura concepire, pensare, che quando lo si trova compiuto e poi raccontato, nel senso che abbiamo con le orecchie la tua voce, diventa veramente una lettura impegnativa, ardua e per questo necessaria. E allora io vorrei però , azzerando però tutto quello che ho detto e lo spettacolo che qualcuno certamente ha già visto, ricominciare da capo. Vogliamo intanto vedere cosa vuol dire ‘Ausmerzen’ intanto.”
MP: ” Intanto è il bel titolo per una tragedia brutta. E’ una parola dolcissima, è una parola di pastori. Significa “a marzo”, “da marzo” è lingua tedesca. In quel caso è una parola che ha un… indica una azione che va fatta a marzo, cioè prima della transumanza. Ovviamente a nord le pecore si spostano un po’ dopo. Prima della transumanza, gli agnelli e le pecore che non ce la fanno a fare il trasferimento vanno macellati”
FF: “Quindi una selezione che deve essere fatta del bestiame, prima della transumanza”
MP (parlando contemporaneamente a FF): “Nel mondo contadino si uccidono gli animali”
FF: “Che cosa è aktion T4?
MP:Aktion T4 è un progetto realizzato dal governo nazista e subito progettato dopo l’andata al potere di Hitler, ma concretizzato prima della guerra di eliminare, così come nel gregge, tutte le persone più deboli fisicamente, toglierli dalle spese, tutti quelli che sono considerati mangiatori inutili”
FF: “‘Vite indegne di essere vissute’ significa proprio questo, cioè in un momento di crisi economica come quello in cui le finanze devono essere concentrate negli sforzi bellici, c’è la guerra, non c’è da mangiare per tutti, coloro che erano ritenuti indegni di vivere venivano eliminati”
MP: “Sai, quando noi parliamo di nazisti e di secona guerra mondiale, pensiamo che visti i campi di concentramento abbiamo già visto tutto e non abbiamo più voglia, io stesso, voglia di parlare di questo. In qualche modo, questo potrebbe essere un prologo a quello che di orrendo è poi stato fatto durante il conflitto con gli ebrei e con gli oppositori. Però, appunto, come hai detto tu, evocando la parola ‘crisi economica’ o ‘soluzione di problemi interni’, questo in realtà non è il danno collaterale di qualcosa, perché questo è un progettino che nasce nel momento in cui si stabilisce chi ha dignità di vita e chi non ce l’ha. E… e quando questa cosa poi si somma alla difficoltà di far fronte al bilancio e che si considera la nazione come una specie di grande famiglia, ecco che la decisione di chi può stare nelle spese e chi non può stare nelle spese tocca al capofamiglia. Qualcuno decide per gli altri.”
FF: “Vennero sterminate, in questo posto 300.000 persone, attraverso questo progetto. Chi veniva sacrificato? Chi erano le persone da scarificare? Per lo più.”
MP: “Tutti quelli che erano fuori dai parametri.”
FF: “Quindi, disabili…”
MP: “Se io vengo considerato fuori dai parametri sono dentro questa lista. Sì, i disabili.”
FF: “Ma anche, anche bambini irrequiti, per esempio”
MP: “Quello, in qualche modo, dipende dal fatto che all’inizio questa cosa… Un conto è parlarne, come ne parliamo io e te. Un conto è cominciare a farlo. Anche loro non osavano farlo, all’inizio. C’era un pensiero, che conteneva tutto questo, un pensiero che veniva fortemente spinto dalla scienza, che aveva individuato l’ereditarietà, che sembrava la spiegazione di tutto il bene e tutto il male del mondo. E quando gli scienziati diventano sacerdoti di un loro culto, cioè quando loro si mettono due scalini sopra tutti gli altri, per dire ‘tu sì, tu no, perché io ho i numeri’ e questo è quello che ha fatto la scienza, all’inizio del secolo, è con questo che fornivano delle, appunto classifiche. All’inizio… dico, un conto è parlarne in astratto. Un conto è cominciare a farlo. Quando decisero di cominciare a farlo, prima, ma non solo in germania, sterilizzavano. Tutti quelli che non dovevano riprodursi. E questa cosa l’hanno fatta nazioni civili, democrazie, non solo le dittature. E la hanno fatta fino agli anni ’60 in tutte le civili nazioni del nord Europa. L’hanno fatta… I tedeschi fecero questo salto in più, cioè Ausmerzen, e cominciarono con i bambini.”
FF: “Ora, data l’ora in televisione eccetra, useremo alcune cautele. Diciamo che quello che come sempre colpisce è la spietatezza dei sistemi adoperati, perché sono sistemi freddi, tecnici, per l’appunto, talmente tecnici che in realtà erano volti a non colpevolizzare chi li metteva in atto, perché non c’era una determinazione di causa-effetto immediata, perché non è che venissero immediatamente uccisi, ma venivano somministrati farmaci che portavano, per esempio a blocchi respiratori, polmonari, per cui si poteva scrivere che la causa del decesso era un blocco respiratorio. Che ovviamente era stato indotto da quei farmaci. O addirittura diete che… che, insomma… non nutrienti che inducevano alla morte.”
MP: “Fabio, stai dicendo… Io metterei il soggetto, chi deve fare queste cose…”
FF: “Personale medico, infermieri”
MP: “Appunto. Quando parliamo di campi di sterminio…”
FF: “Sono soldati, militari, certo”
MP: “Certo e di una guerra e di un esercito che si comporta così contro dei nemici. Ma in questo caso sono i medici, le infermiere. L’apparato della sanità a cui viene chiesto non più di curare, ma di uccidere”
FF: “Senti, c’è una pagina, pagina 103, che è una lista della spesa. Lista della spesa che viene trovata evidentemente quando il T4 cessa, negli anni successivi viene recuperata questa lista della spesa che spiega esattamente quello che stavamo dicendo, cioè quanto questa cosa fosse tecnica fredda e questa pratica legata al risparmio, al risparmio pratico. Io ti pregherei di leggerla, se vuoi”
MP: “Se ci vedo…
Allora, questa l’hanno trovata in un armadio ad Hatheim, in uno di questi posti dove facevano queste cose.

E’ stato calcolato che fino al 1° settembre 1941 sono stati disinfettati 70275 pazienti.
Calcolando come costo giornaliero 3 marchi e 50, abbiamo fatto risparmiare:
4 milioni 781 mila 339 chili di pane
19 milioni 754 mila 325 chili di patate
Marmellata, margarina, caffè, orzo, zucchero, farina, carne, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 55 milioni 735 mila 055 chilogrammi.
E inoltre 2 milioni 124 mila uova.
L’allontanamento, l’eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per… e poi c’è la cifra.
Condinuando così in dieci anni l’1 percento della popolazione non graverebbe più sulle spese sanitaria.

FF: “Senti, hai detto prima che gli assassini sono medici, infermieri, persino suore ma come era possibile che non si accorgessero… come è possibile, te lo sei chiesto, che non si accorgessero del significato delle loro azioni, di quello che stavano facendo? Cioè, cosa era successo perché si arrivasse ad accettare quelle disposizioni lì? Anche perché poi le cose sono continuate persino dopo la guerra. Anche quando Berlino è stata liberata è continuata ancora questa pratica, per un anno circa…”
MP: “Sì. Le idee, all’inizio, sono piccole. Io e te ne parliamo con un certo senso di orrore. Ma dipende: nei manicomi finivano… non abbiamo usato la parola manicomi, quindi…. All’inizio, ho detto: ‘hanno iniziato uccidendo i bambini’. Perché erano nati da poco e pensavano che la gente non aveva ancora fatto a tempo ad affezionarvisi. Hanno ucciso circa 5 mila bambini con il consenso dei genitori, che venivano ingannati. A loro si diceva che ‘il bambino ha una malattia incurabile, ma lo stato, la medicina nuova, ha trovato una soluzione. E’ un po’ rischiosa. Volete che ci proviamo?’ Se tu hai un figlio per il quale ti è stato detto che dovrai tribolare e soffrire per tutta la vita e qualcuno con l’inganno ti dice ‘c’è una cura, c’è un po’ di rischio, volete?’. Firmavano, quei genitori. Quella firma serviva a togliere il figlio dalle spese. Poi passarono dai manicomi, a pulire, a togliere dalle spese i manicomi. Ma nei manicomi… appunto, finiva gente che aveva troppi fratlli, che non aveva dei mezzi, che aveva malattie o aspetti fisici poco gradevoli… Nei manicomi c’era una popolazione molto eterogenea, era facile finirci. E quindi lì si trattava comunque di mettere insieme una serie di persone non tutte simpatiche, come quella bella faccia di Lossa che c’è a un certo punto nel libro. Alcuni non erano così simpatici.”
FF: “Ernest Lossa è un bambino di cui si racconta in Ausmerzen, un bambino molto simpatico, ma un po’ vivace che rubava le mele per esempio…”
MP: “Sì, quello che avrebbe avuto bisogno di un’insegnante di sostegno”
FF: “Sì, questo bambino qua ed p uno dei bambini sacrificati…” [è circa il minuto 12, appare la foto del bambino. Comincia un forte applauso] “…Sacrificati” [l’applauso continua]
FF: “Come vi dicevo, insomma è un libro che rasenta, sfiora, racconta, in qualche modo, l’indicibile. Dico sfiora perché l’indicibile non si può dire, si può provare a delinearlo, ma alla fine non… non ci sono le parole per dirlo. Alla fine del tuo racconto tu dici: ‘non basta essere d’accordo sul passato, su quanto è accaduto, sul passato da condannare, ma anche pensare al futuro’. Tu da dove partiresti per pensare al futuro dopo esserti spinto in questo racconto?”
MP: “Io mi sono posto il problema di cosa avrei fatto io. Non sono così sicuro che mi sarei accorto di cosa stava accadendo. Non sono così sicuro che, accorgendomene, non mi sarei alla fine abituato. Perché alla fine, quando fanno una cosa del genere, ci sono un piccolo gruppo di persone fieramente convinte, un piccolo gruppo di persone fieramente contrarie, e ce ne sono tanti che non se ne accorgono o che dicono che non hanno capito quello che stava succedendo. Diventa normale, questa è la sensazione. Allora ho scritto con questo punto di vista, chiedendomi se non ci sia qualcosa, che stia già cominciando ad accadere, di cui non mi accorgo. Ho provato a ragionare su se sono davvero attento ai segni di quello che mi sta attorno: se posso rasserenarmi e rassicurare e considerare tutto quanto normale o se in questa normalità non ci siano dei parametri.”
FF: “Marco Paolini è in tournè in questi giorni con Itis Galileo, domani sarai [Nota della trascrittrice: seguono le date degli spettacoli, non li trascrivo, si possono trovare in rete]. però prima di lasciarci ti abbiamo chiesto di leggere un brano da Ausmerzen, puoi presentarlo, introdurlo, così ti capiamo meglio?”
MP: “Sì è un brano che parla di dove sono nate queste idee, che non sono nate in Germania.”
FF: “Hanno a che fare con la Belle Époque, vero? Cioè con la fine dell’800”
MP: “Sì, volevo raccontarvi un uomo. Un uomo che, se io dico il telefono, l’uomo che ha inventato il telefono…”
FF: “Noi diciamo Meucci, ma in realtà…”
MP: “Noi diciamo Meucci, ma gli americani dicevano Bell. Adesso hanno imparato a dire Meucci anche loro. Però Bell anche noi sappiamo chi è. E io volevo raccontarvi un momento di questo personaggio straordinario, però ve lo leggo.

Alexander Graham Bell è un uomo di chiara fama e molti meriti; viene considerato a lungo l’inventore del telefono (anche se, giustamente, per noi italiani, e anche per il senato degli Stati Uniti dal 2002, quello è Meucci). Il suo lavoro nella scienza e le sue invenzioni lo fanno considerar un padre della nazione uno dei cento più grandi britannici e americani di tutti i tempi. Anche le più stringate biografie su internet non possono occupare meno di quattro pagine per elencarne tutte le scoperte.
Bell, che era di origine scozzese, diventò cittadino americano, diventò ricco, famoso, con la sua compagnia telefonica, e fu fra i principali sostenitori del movimento eugenetico in America.

Matha’s Vineyard è un’isoletta dell’Atlantico del nord. E’ abbastanza famosa per varie ragioni: John Belushi è sepolto lì. Spielberg, lì, nel’75 ha girato Lo squalo. Poco tempo dopo che la compagnia telefonica Bella aveva cominciato a cablare l’America, Bell si recò lì per delle ricerche sulla sordità. All’epoca un quarto degli abitanti dell’isola ne erano affetti. E per ragioni pratiche il linguaggio dei segni era usato da tutti e tutti lo capivano. [Alza gli occhi, smette di leggere, guarda verso il pubblico] Se sei in un’isola di pescatori, usare il linguaggio dei sordi fra una barca e l’altra ti aiuta. Poi il prete si lamentava perché in chiesa, praticamente, non è che parlassero, però, insomma… comunicavano. [torna a leggere] Bell si convinse la sordità era ereditaria e chiamò quella di Martha’s Vineyard ‘variante peggiorativa della razza umana‘. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] E’ questa l’eugenetica, mettere i parametri: chi è normale e chi no. [Torna a leggere] Propose di proibire ai sordi di sposarsi, perché non si riproducessero. Propose di chiudere le scuole pubbliche per i sordi perché inutili, anzi, dannose, perché rendevano più normale la malattia. Anche il lettore meno attento non può non cogliere il nesso: sordi contro soldi. Lo scienziato Bell non può che lottare contro la peggior malattia che ci può essere per l’industriale Bell che vende telefoni. I sordi si oppongono al progresso e lui si oppone ai sordi. Ma non è così semplice. Alxander Bell conosceva a fondo il problema della sordità. Sua madre era sorda, suo padre professore di dizione. Aveva inventato un metodo di lettura delle labbra e di articolazione delle parole per permettere ai sordomuti di comunicare. Anche Bell aveva insegnato ai sordomuti: professore di Psicologia vocale e di dizione all’Università di Boston.
Sua moglie Mabel era sordomuta ed era una sua ex-allieva. La sua invenzione del telefono deriva da ricerche di Bell di un apparecchio per fare comunicare anche i sordomuti. Quindi non si può dire che il problema non gli stesse a cuore. Tuttavia, per Bell, i sordi non dovevano avere figli. Nonostante ciò, da Mabel, ebbe tre figli. Tutti e tre senza problemi di udito. La felice circostanza avrebbe dovuto almeno farlo dubitare della sua certezza del carattere ereditario della sordità. Infatti solo certi tipi di sordità sono ereditari. Ma su questo Bell non ebbe ripensamenti. Di lui si conoscono progetti mirabili e lungimiranti, un carattere gentile e affettuoso e saldi principi eugenetici. Sapeva naturalmente che se i principi da lui invocati fossero stati applicati prima alla sua famiglia, né lui né i suoi figli, sarebbero nati, tuttavia continuava la sua battaglia. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] Perché non ci fanno un film su uno così? [Torna a leggere] Bell è un esempio straordinario di come senza un fanatismo apparente, in nome di un bene supremo per la società, si accettino danni collaterali per le persone, facendoli apparire un costo sociale ragionevole.
Bell è un padre, padrone, ma gentiluomo”
FF: “Grazie a Marco Paolini, la lettura è tratta da Ausmerzen, edito da Enaudi, di Marco Paolini”

2 ore a Fukuoka dopo la chiusura di templi e musei

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Il 26 Marzo mi trovavo a Fukuoka (città che conosco pochissimo e sulla quale non mi ero molto preparata, vista la brevissima permanenza) a dover passare un po’ di tempo da sola fra le 17:00, ora in cui è arrivato il mio autobus da Haki e le 19:00, ora in cui dovevo incontrarmi con una amica conosciuta al campo di volontariato per cenare insieme.
Cosa fare, considerando che templi e musei chiudono tutti fra le 17:00 e le 18:00 e che non si conosce il posto?

Beh, avendo depositato il grosso dei bagagli in un coin locker (500 yen per quelli grandi, ci stava sia il trolley che lo zaino grande), perché non avviarsi, zaino in spalla e telecamera/fotocamera alla mano lungo una strada qualsiasi?

Sapevo di trovarmi in uno dei posti “centrali e importanti” della città, ovvero Hakata, per cui poteva valere la pena esplorare. Invece di andare nella direzione in cui si trovava l’ostello Khaosan in cui avevo pernottato l’ultima volta che ero stata qui, ho scelto di dirigermi dall’uscita opporta della stazione.

In realtà, quasi subito, mi sono seduta per consultare la mia guida e farmi un’idea della zona, decidendo di provare a dirigermi verso l’Hakata Riverain un “complesso commerciale e culturale” che ospita, fra le altre cose, un museo di arte asiatica sarebbe stato aperto fino alle 20:00… In ogni caso, era nella direzione che avevo già preso, e la strada mi piaceva, quindi perché no?

Stavo complimentandomi con me stessa per essere arrivata a metà strada (la stazione della metropolitana di Gion, raggiunta però a piedi) senza perdermi, quando noto qualcosa di strano sul lato opposto della strada.

Si tratta del Tocho-ji, un tempio completamente circondato da palazzi di almeno 10 piani e allo stesso tempo estremamente pacifico, nonostante il rumore del traffico. La guida turistica lo esaurisce in due righe e parlando solo delle statue che si trovano all’interno, che non posso vedere (essendo arrivata 5 minuti dopo la chiusura), ma rimango sbalordita dalla caratteristica tutta giapponese di mescolare elementi stridenti come un antico tempio, palazzi enormi, e un enorme sala di pachinko (macchinette per il gioco d’azzardo) all’angolo opposto dell’attraversamento.

Scopro però che chiunque si occupi di turismo a Fukuoka ha fatto un lavoro meraviglioso a piazzare cartelli in: giapponese (ogni kanji con i suoi furigana, ovvero la trascrizione fonetica così che anche i bambini, i giovani e gli stranieri possano leggere), inglese, coreano e cinese… Il kyuushu riceve moltissimo turismo dalla Corea, che è talmente vicina che spesso viene consigliato ai turisti di prendere un aereo per Seul invece che per il Giappone e da lì proseguire in nave, per risparmiare.

Aggiungo io la traduzione in italiano di detto cartello:

“Leggenda vuole che questo tempio sia stato fondato nell’805 da Kukai, dopo il suo ritorno da K’tang (la moderna Cina). Il principale oggetto di venerazione, una statua di Kannon dalle mille braccia, è stato dichiarato patrimonio culturale nazionale. Sui terreni del tempio sorge anche un edificio esagonale contenente le calligrafie di personaggi importanti di quei giorni, incise nelle porte interne, come anche le tombe dei signori feudali di Fukuoka. Nel 1992, il “Buddha gigante di Fukuoka” è stato collocato qui, la più grande scultura lignea di un Buddha in legno di tutto il Giappone.”

Peccato non essere potuta venire qui un’ora prima! Anche così è stata comunque una bella visita, visto che anche le parti esterne meritano di essere viste. Purtroppo non sono riuscita a fare nessuna fotografia degli aerei che passavano vicinissimi sullo sfondo del tempio (l’aereoporto è a tre fermate di metropolitana di distanza).

Al di fuori del tempio il marciapiede è spazioso e pieno di panchine, quasi deserto, in netto contrasto con il traffico delle automobili. Semplicemente, dove avrebbero potuto esserci uno o due palazzi di 15-20 piani, c’è l’antico edificio in legno.

L’amalgama di elementi nuovi, al di fuori delle mura, e antichi, al loro interno, è davvero interessante… E mi ha spinto a deviare ulteriormente dal mio piano iniziale, per vedere cosa si trovasse “dall’altro lato dei grattacieli” (che grattacieli non sono, ma che fanno comunque la loro bella figura), seguendo stradine parallele alla strada che stavo seguendo io… All’inizio è stato perché avevo scorto un altro tempio, lo Shofukuji Zen Temple, che sembra essere stato il primo tempio zen costruito in Giappone, nell’1195. L’uomo che lo fece costruire, il maestro zen Yosai, è infatti considerato il primo ad introdurre le pratiche zen in questo paese.

Passando per queste stradine, pieni di locali (chiusi, vista l’ora) e negozietti, si vede un giappone ancora diverso, a pochi metri sia da quello dei templi che da quello luccicante e futuristico delle strade principali.

Viene difficile pensare che queste foto sono state scattate a soli pochi minuti di distanza le une dalle altre, per di più spostandosi a piedi, ma sembra che questa sia la struttura di tutte le grandi metropoli del Giappone.

Finito il giro delle stradine arrivo all’Hakata Riverain, che ignoro bellamente visto che ormai è troppo tardi per il museo, e mi immergo nella strada coperta di Kawabata.

Questo genere di galleria sembra essere molto di moda in Giappone, permettendo ai negozi di estendersi sulla via anche quando piove. Non si tratta di niente di simile alle gallerie che abbiamo in Italia: tanto per cominciare quanto a diffusione (ogni città giapponese sembra averne diverse), ma soprattutto a lunghezza: in Giappone queste gallerie coperte possono essere lunghe parecchie centinaia di metri, arrivando anche al chilometro e qualche volta “estenendosi” per qualche decina di metri anche alle strade che incrociano (se sono pedonali).

I negozi stessi sono dei tipi più vari: si possono trovare fianco a fianco negozi di abiti costosissimi e negozi che fanno prezzi stracciati, offerta di ogni genere di cibo, negozi di souvenir per turisti e posti (presumibilmente) frequentati anche da gente del posto. Qualche volta la galleria si “interrompe” (il tetto però rimane!) quando si arriva all’incrocio di qualche strada e c’è un po’ di spazio per fare passare le macchine.

Kawabata porta poi quasi fino a Canal City (che non penso di avere raggiunto), interrompendosi accanto ad un altro tempio che ho successivamente identificato come il Kushida-jinja.

Pensando che ormai tutto quello che doveva venire chiuso fosse già stato chiuso, mi sono attardata nel cortile di ingresso… Quando è arrivato un monaco ed ha sbarrato la strada per le zone più interne.

Beh, in ogni caso, anche se fossi entrata, non sarei potuta stare dentro per più di qualche minuto… Ma mi sarebbe piaciuto arrivare a vedere anche solo cosa c’era dietro l’angolo.

D’altro canto, tutto sembra chiudere abbastanza presto in Giappone: si cena fra le 6 e le 7, quindi trovare un buon ristorante che accetti nuovi clienti alle 8 può essere difficile. Molti negozi, anche in centri commerciali affollati, chiudono alle 9 di sera, mentre ho visto almeno un McDonald chiudere alle 11 di sera.

In maniera simile, la maggior parte dei musei e degli altri luoghi di “interesse turistico” chiude alle 5 del pomeriggio. Paese che vai, usanze che trovi.

Per finire, questa è la stradina che ho preso prima di tornare sulla grossa strada principale in cui avevo per la prima volta visto il Tocho-ji, proprio all’uscita della stazione della metropolitana Gion… Un’altra zona “dietro i grattacieli”, anche se dall’altro lato della strada e in un quartiere evidentemente più vivace.

In realtà, in tutto, questo giro ha impiegato solo un’ora e mezza, così mi sono trovata un altro posticino tranquillo vicino alla stazione dove aspettare per non essere troppo in anticipo… Questa volta, niente che valga la pena di fotografare.

21 Marzo: Kizuna

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Nel mattino abbiamo iniziato a piazzare alcuni cartelloni con gli orari degli spettacoli: il secondo era nella scuola elementare di fronte all’edificio dell’ufficio, dove siamo stati accolti da diversi bambini, alcuni abbastanza intraprendenti da chiederci i nostri nomi!

Siamo tornati a questa stessa scuola nel pomeriggio, per fare un po’ di promozione per l’evento. Mentre stavamo aspettando i bambini nella palestra della scuola ci siamo guardati un po’ intorno(non si vede in nessuna delle foto che ho scattato, ma vale la pena di notare che in Giappone tutte le palestre delle scuola hanno un palco rialzato, spesso con la bandiera del Giappone).

Kizuna
Nella palestra risaltava un grosso disegno, rappresentante un grosso volatile fatto d’acqua, che trasporta al suo interno diverse figure, mentre altre salgono in cielo attaccate a dei palloncini. In basso si possono vedere la scuola, molto stilizzata in maniera da risultare “tipica scuola giapponese” e un albero di ciliegio in fiore, dove i singoli fiori e petali di ciliegio erano stati ritagliati ed attaccati, spesso con scritte dei bambini (me ne sono fatta tradurre una: “Dobbiamo fare del nostro meglio!”.

Per interpretare fino in fondo il disegno bisogna però guardare al kanji più grande, su quello che sembra un quadrifoglio verde portato nel becco dall’uccello d’acqua. Il kanji è Kizuna, il cui significato è “profondo legame (spirituale/affettivo)”. Si tratta del kanji che è stato scelto come “kanji dell’anno” nel 2011, in memoria delle vittime del terremoto dell’11 marzo e dello tsunami che da questo è stato provocato, investendo la costa nord-est del Giappone e causando gli incidenti alla centrale nucleare di Fukushima.

Il posto dove ci trovavamo era molto lontano dalla costa devastada dallo tsunami, ma l’evento ha sconvolto l’intero paese. A distanza di un anno, questo è il modo in cui i bambini della scuola ricordano e rielaborano l’evento.

19 Marzo: Giardinaggio

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Dopo aver buttato via una buona quantità di rifiuti dell’ufficio, sono andata insieme a Judith a comprare fiori per rifare le aiuole di fronte all’edificio che ospita l’ufficio, ma anche uno dei palchi in cui verranno messi in scena gli spettacoli del festival.
Il primo giorno avevamo montato delle tende proprio lì davanti, sotto le quali abbiamo messo due divani. I fiori che abbiamo piantato hanno sicuramente migliorato l’ambiente, anche se manca ancora qualcosa per renderlo davvero bello (in realtà già quando si metteranno i copridivano sarà un bel miglioramento).

Mentre stavamo lavorando abbiamo incontrato una ranochietta poco più grande di un pollice, anche se in questa foto sembra gigantesca. Si è agilmente spostata dalla zona di erbacce che stavamo estirpando per la ben più sicura erba che fa da cornice alla nostra composizione.
Asakura è piena di acqua, con canali e canaletti piuttosto profondi che accompagnano quasi ogni strada. La campagna vera e propria inizia già a pochi decine di metri dall’edificio in cui passiamo gran parte delle nostre giornate, quindi probabilmente la cosa strana non è aver visto una rana, ma averne vista solo una.

Ottimo lavoro. E ottimo posto dove gustarsi un meritato pasto!

(cosa che in realtà abbiamo fatto il 20 e il 21 marzo, non il 19, ma sono dettagli)

Onsen

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Le poche foto presenti in questo articolo non sono state scattate da me, ma semplicemente trovate su internet. Il motivo è semplice: sono finalmente stata, per la prima volta, in un Onsen, che potremmo definire la versione giapponese delle terme… Con la differenza che quella dell’onsen è un’esperienza che i giapponesi, potendo, ripeterebbero felicemente ogni giorno della loro vita. (E anche la differenza, non trascurabile, che gli onsen non puzzano di zolfo, né di nient’altro)

Una grossa parte, per quanto forse non molto visibile, della vita dei giapponesi gira intorno al loro amore per l’acqua, preferibilmente bollente: ieri vi ho raccontato della antica casa giapponese in cui sono stata ospite a cena e della vasca da bagno “ofuro”, che il padrone di casa ci ha mostrato con orgoglio.

Per chi non volesse rileggersi ora quell’articolo, spiegavo che i giapponesi, prima di immergersi nella vasca da bagno, si lavano con grande cura facendosi una doccia, in quanto il bagno serve per rilassarsi, non per pulirsi.

L’ofuro, in realtà, è solo una pallida imitazione di quella che è l’esperienza dell’onsen, profondamente radicata nella cultura giapponese. Con più di 3000 sorgenti termali in Giappone, la cultura del paese le ha completamente inglobate nel loro modo di vita.

La cosa più importante quando si va in un onsen è lavarsi molto bene prima di entrare nelle vasche, cosa che si può fare a delle docce che nel nostro caso erano proprio accanto alle vasche e d.

Negli onsen si entra completamente nudi.Solitamente ci sono zone dedicate agli uomini e zone dedicate alle donne, ma esistono a volte anche vasche miste. Ovviamente noi eravamo in una zona (non la chiamo vasca perché si tratta di un’ampia zona in cui si trovano molte vasche diverse) esclusivamente femminile.

Gli ambienti dell’onsen in cui sono andata (una delle stanze era nello stesso stile di questa fotografia) erano molto grandi, con diverse vasche in mezzo ad un ambiente che, pur essendo al chiuso, faceva del suo meglio per sembrare naturale.
Le vasche erano disposte in mezzo a degli alberi, come se si trattasse di una serie di polle d’acqua (caldissima) in una foresta.

Abbiamo fatto un po’ di giri, andando anche in altre stanze e trovando alcune splendide vasche con l’idromassaggio… Insomma, ci siamo sia divertite che rilassate. Nell’onsen c’erano signore di varie età, non solo anziane (anche se erano in molte). Sembravano un po’ stupite dalla presenza di così tante straniere, ma senza diffidenza, o senza darla a vedere.

In definitiva, è stata un’esperienza magnifica, spero di poterla ripetere domani (sono di turno in cucina, quindi dipende da quando finiamo il lavoro: se finiamo troppo tardi devo preparare la cena mentre gli altri vanno all’onsen).