For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 1

Parte I: I giocatori e i loro giochi, i lavoratori e il loro lavoro

Parte I: I giocatori e i loro giochi, i lavoratori e il loro lavoro

Questa scena è dedicata al BakkaPhoenix Books a Toronto, Canada. Bakka è la più antica libreria specializzata in fantasceinza del mondo e ha fatto di me il mutante che sono oggi. Sono entrato lì per la prima volta quando avevo 10 anni e ho chiesto qualche consiglio. Tanya Huff (si, la Tanya Huff, ma all’epoca non era una scrittrice famosa!) mi portò sul retro nella sezione dell’usato e mise nelle mie mani una copia di “Little Fuzzy” di H. Beam Piper, cambiando la mia vita per sempre. A 18 lavoravo da Bakka – presi il lavoro di Tanya quando lei si ritirò per scrivere a tempo pieno – e imparai lezioni che mi sono servite tutta la vita riguardo al come e al perché la gente compra libri. Penso che ogni scrittore dovrebbe lavorare in una libreria (e un sacco di scrittori hanno lavorato al Bakka negli anni! Per il trentesimo anniversario della libreria pubblicarono una antologia di storie di scrittori del Bakka che includeva lavori di Michelle Sagara (conosciuta come Michelle West), Tanya Huff, Nalo Hopkinson, Tara Tallan -e me!)

BakkaPhoenix Books: 697 Queen Street West, Toronto ON Canada M6J1E6, +1 416 963 9993

Dentro al gioco, i personaggi di Matthew uccidevano mostri, come facevano ogni notte. Ma stanotte, mentre Matthew, pensoso, afferrava con le bacchette un involtino dal suo guscio di polistirene, lo immergeva nella salsa piccante e se lo cacciava in bocca, la sua piccola squadra stava facendo qualcosa di straordinario: aveva iniziato a vincere.

C’erano otto monitor sulla scrivania, disposti in due file da quattro, quella superiore poggiata su uno scaffale che aveva comprato dal robivecchi di una vecchia signora, di fronte al mercato di Dongmen. Lei gli aveva anche venduto i monitor, scuotendo la testa all’idiozia di lui: in un’epoca in cui tutti volevano schermi a 30 pollici, perché voleva questa collezione di minuscoli display a 9 pollici?

Così che potessero tutti stare sulla sua scrivania.

Non molte persone potevano giocare simultaneamente con otto account diversi di Svartalfaheim Warriors. Per prima cosa la Coca Cola (proprietaria del gioco), aveva impiegato un sacco di programmatori per prevenire che più di un gioco potesse girare su di un singolo PC, così dovevi in qualche modo avere otto PC in una sola scrivania, e sulla stessa avere otto tastiere, otto mouse e abbastanza spazio per gli involtini, un portacenere, una pila di fumetti indiani, quella stupida ascia da guerra che Ping gli aveva dato, i suoi blocnotes e il sui album per gli schizzi, il suo portatile e…

Era una scrivania affollata

Ed era rumorosa. Aveva posizionato otto paia di altoparlanti a poco prezzo, ciascun paio incollato al proprio monitor, aveva abbassato il volume in maniera che ne venisse fuori il normale ronzio di Svartalfaheim — il cozzare delle asce, il ruggito dei giganti del ghiaccio, la musica soprannaturale degli elfi neri (che suonava un sacco come quelle demo di programmi per tastiere elettriche che sua madre aveva fabbricato per tutta la sua vita). Ora stavano tutti emettendo il rumore dei casinò, il rumore della paga, mentre il suo raid[1] iniziava a ripulire il tutto. I gold riempivano i loro account. I suoi personaggi erano dei troll — in Svartalfaheim le fazioni erano elfi contro troll, anche se c’era un’espansione che permetteva di giocare gli elfi chiari e un qualche genere di albero semovente — ed aveva appena concluso un dungeon istanziato che era il covo di un principe minore degli elfi scuri. Il covo era solo di difficoltà media, con un sacco di mostri da poco all’inizio, poi qualche gruppo di carne da cannone degli elfi scuri da buttar giù, qualche trappola, poi il boss di fine livello, un mago che doveva essere buttato giù dagli spell-caster del party di Matthew mentre i guaritori li curavano e i tank[1] uccidevano qualsiasi cosa cercava di attaccarli.

Fin qui tutto bene. Matthew aveva attraversato e mappato il dungeon nella sua seconda nottata in quel mondo, una run veloce che mostrava che poteva aspettarsi di fare 400 gold in circa 20 minuti, che era un pessimo modo di guadagnarsi da vivere. Ma Matthew prendeva degli ottimi appunti, e fra i suoi appunti c’era il fatto che l’ultimo gruppo di guardie aveva droppato un po’ di mareridtbane, che era un reagente necessario per il potente incantesimo Living Nightmare nella nuova espansione. C’erano giocatori in tutta la Germania, la Svizzera e la Danimarca che stavano comprando piante di mareridtbane a 800 gold l’una. La sua run iniziale gli aveva procurato cinque di queste piante. Ciò portava il guadagno totale che ci si poteva aspettare dal dungeon a 4.400 gold in 20 minuti, quindi 13.200 gold all’ora — il che, al valore odierno, voleva dire circa 30$, o 285 Renminbi.

Il che era — ci pensò un secondo — più di 71 ciotole di involtini.

Jackpot.

Le sue mani volarono sui mouse, prendendo il controllo diretto della squadra. Adesso avrebbe lavorato per trovare il percorso ottimale nel dungeon, poi sarebbe andato all’Internet Cafè Houda per vedere chi avrebbe potuto trovare per fare delle run con lui. Con un po’ di fortuna poteva fare — i suoi occhi guardarono verso l’alto  mentre pensava nuovamente — un milione di gold sfruttando il dungeon se fosse riuscito a convincere tutto l’internet cafè a lavorarci. Avrebbero venduto i gold man mano che lo producevano, e prima che gli amministratori di sistema della Coca Cola si fossero accorti che c’era qualcosa di sbagliato, avrebbero ricavato quasi 3000$ dal gioco. Questo era l’affitto di un anno, per il lavoro di una notte. Le sue mani tremarono mentre apriva il blocco per appunti su una nuova pagina e iniziava a scrivere con la mano sinistra mentre con la destra si lavorava il gioco.

Stava per chiudere il blocco per appunti e andare all’internet cafè– doveva procurarsi degli involtini strada facendo, poteva fermarsi per prenderli? Aveva i soldi per permetterseli? Ma aveva bisogno di mangiare. E di caffè. Litri di caffè — quando la porta si aprì di schianto, sbattendo contro il muro prima di rimbalzare indietro ed essere nuovamente aperta con un calcio, lasciando entrare la fredda luce fluorescente dell’esterno nella piccola caverna che era la sua stanza. Tre uomini entrarono nella sua stanza chiudendo la porta dietro di sé, riportando l’oscurità. Uno di loro trovò l’interruttore della luce e lo premette un paio di volte senza sortire alcun effetto, poi bestemmiò in mandarino e colpì con un pugno Matthew sull’orecchio così forte che gli fece ruotare la testa, facendola sbattere sulla scrivania. Il dolore fu accecante, bruciante, improvviso.

“Luce” comandò uno degli uomini, e la sua voce raggiunse Matthew attraverso il fischio acuto che sentiva nell’orecchio colpito. Impacciatamente, cercò a tentoni la lampada da scrivania dietro i fumetti indiani e la fece cadere. Uno degli uomini la prese e l’accese, puntandola dritta contro la faccia di Matthew, facendogli dolere gli occhi.

“Sei stato avvertito” disse l’uomo che l’aveva colpito. Matthew non poteva vederlo, ma non ne aveva bisogno. Riconosceva la voce, l’inconfondibile accento di Wenjhou, quasi impossibile da comprendere. “Ora, un altro avvertimento”. Ci fu il suono di un manganello telescopico che veniva aperto e Matthew si scostò, cercando di alzare le braccia a fare scudo alla testa prima che l’arma colpisse. Ma gli altri due ormai lo stavano tenendo fermo e il manganello fischiò accanto al suo orecchio.

Ma non gli ruppe la mascella, né l’osso del collo. Fu invece lo schermo dietro di lui che distrusse, mandando ovunque piccoli, taglienti frammenti di vetro in una nuvola che sembrava espandersi al rallentatore, colpendo la sua faccia e le sue mani. Un altro schermo fu colpito. E un altro. E un altro. Uno dopo l’altro l’uomo distrusse spassionatamente tutti gli otto schermi, emettendo piccoli grugniti da fumatore mentre lavorava. Quindi, con un grugnito più forte, afferrò uno degli scaffali e lo inclinò di lato facendo precipitare ciò che rimaneva dei monitor, che nella loro caduta trascinarono i fumetti, il contenitore del cibo, il posacenere, ogni cosa, prima sul tavolo e poi sul pavimento, con un fragore forte come una partita di baseball in una vetreria.

Matthew sentì le mani sulle sue spalle stringere più forte e venne sollevato dalla sua sedia e messo di fronte all’uomo dal forte accento, l’uomo che aveva lavorato come supervisore alla fabbrica di Mr Wing, quasi sempre silenzioso. Ma quando parlava, tutti sobbalzavano, senza mai sapere se la sua rabbia sarebbe esplosa, se qualcuno di loro sarebbe volato a terra per poi tornare al dormitorio, quella sera, pieno di lividi e tagli, a volte piangendo nella notte chiamando i nomi dei genitori lasciati nelle provincie.

La faccia dell’uomo adesso era calma, come se la violenza contro le macchine avesse appagato quell’inappagabile prurito che gli faceva serrare e aprire i pugni tutto il tempo. “Matthew, Mr Wing vuole che tu sappia che pensa a te come a un figlio capriccioso, e non ce l’ha con te. Sei sempre il benvenuto a casa sua. Tutto ciò che devi fare è chiedere il suo perdono, e ti sarà dato.” Era il discorso più lungo che Matthew gli aveva sentito fare, ed era carico di sorprendente tenerezza, così che fu una davvero una sorpresa quando l’uomo spinse il ginocchio contro le palle di Matthew, così forte da fargli vedere le stelle.

Le mani lo rilasciarono e lui cadde a terra, sentendo uno strano suono che realizzò dopo un momento essere la sua voce. Era a malapena cosciente degli uomini che si muovevano nella sua piccola stanza mentre boccheggiava come un pesce, cercando di portare aria ai polmoni, abbastanza aria per urlare all’incredibile dolore che si irraggiava dal suo inguine.

Ma sentì l’orribile rumore elettrico degli uomini che fulminavano con un taser il case che conteneva i suoi computer, otto schede separate, incastrate in un scatola metallica che aveva comprato dalla stessa vecchia signora. L’odore di ozono che seguì lo rispedì con la memoria al piccolo appartamento di suo nonno, l’odore della polvere che si bruciava sulla piccola stufa elettrica che l’uomo accendeva solo quando lui andava a visitarlo. Li sentì raccogliere i suoi appunti e colpire duramente il case del PC e infine tirarsi dietro la porta distrutta mentre uscivano. La luce della lampada da scrivania disegnava un folle ovale sul soffitto che Matthew osservò a lungo prima di alzarsi in piedi, gemendo al dolore nei suoi testicoli.

Mentre zoppicava fuori nella notte, vide la guardia notturna dall’altro lato del corridoio. Era soltanto un ragazzo, persino più giovane di Matthew — sedici anni, in un’uniforme che era di due taglie troppo grande per il suo torso emaciato, e un cappello che gli ricadeva in continuazione sugli occhi, così che doveva guardarti da sotto la visiera come un bambino che stesse indossando il cappello del padre.

“Sei OK?” disse il ragazzo. I suoi occhi erano spalancati, la sua faccia pallida.

Matthew si tastò il corpo, trasalendo al dolore nel suo orecchio e a quello acuto del collo.

“Penso di sì”, disse.

“Dovrai pagare la porta”, disse la guardia

“Grazie”, disse Matthew. “Grazie mille.”

“E’ OK”, disse il ragazzo. “E’ il mio lavoro.”

Matthew stringeva e riapriva i pugni mentre usciva nella notte di Shenzhen, zoppicando sotto le stelle e verso la luce al neon. Era quasi mezzanotte, ma Jiabin Road era ancora invasa da musica, cibo, venditori ambulanti e bagarini, vecchie signore che davano la caccia agli stranieri lungo la strada, tirando le loro vesti e offrendo loro, in inglese, “splendide giovani ragazze”. Non sapeva dove stava andando, quindi si limitò a camminare, veloce quanto poteva, cercando di scrollarsi di dosso con quella camminata l’enormità della sua perdita. Non era costato molto costruire i computer della sua stanza, ma non aveva molto con cui iniziare. Erano stati quasi tutto ciò che possedeva, escludendo i fumetti, pochi vestiti — e l’ascia da guerra. Oh, l’ascia da guerra. Fantasticò di averla presa, facendola roteare come se fosse stato un elfo oscuro, e di sentire il sibilo della lama mentre questa tagliava l’area e il colpo carnoso mentre colpiva gli uomini.

Sapeva che era ridicolo. Non faceva a botte da quando aveva dieci anni. Era stato vegetariano fino all’anno precedente! Non avrebbe mai colpito qualcuno con un’ascia da guerra. Era inutile quanto lo erano i suoi computer distrutti.

Gradualmente, rallentò il passo. Ora era al di fuori dell’area centrale intorno alla stazione dei treni, nell’anello esterno del centro città, in una strada buia e tranquilla. Si appoggiò alle saracinesche di acciaio di una drogheria e mise le mani ai fianchi, lasciando dondolare la testa dolorante.

Il padre di Matthew era stato strano rispetto ai suoi amici: era un Cantonese che aveva avuto successo nella nuova Shenzen. Quando il premier Deng aveva cambiato le leggi così che il Delta del Fiume delle Perle diventasse la fabbrica del mondo, la provincia ancestrale della sua famiglia si era riempita, dal giorno alla notte, di gente delle province. Erano “saltati nel mare” — avevano abbandonato i sicuri lavori governativi nelle fabbriche per cercare la loro fortuna qui nel sud della costa cinese — e tutto era cambiato per la famiglia di Matthew. Suo nonno, un prete cristiano che era stato mandato ai campi di lavoro durante la Rivoluzione Culturale, non si era mai adattato al cambiamento, un problema che colpiva molti dei nativi cantonesi, che sembravano rimanere fermi mentre gli stranieri li superavano in corsa per diventare ricchi e potenti.

Ma non il padre di Matthew. L’uomo aveva iniziato come autista per il boss di una fabbrica di scarpe, imparando a guidare sul lavoro, arrivando vicino a distruggere l’auto più di una volta, anche se al padrone non sembrava interessare. Dopotutto, non era mai stato portato in macchina prima di arrivare nella grande Shenzen. Ma ebbe la sua opportunità quando l’uomo che preparava gli schemi per tagliare le pelli per fare le scarpe si ammalò,  bloccando tutta la produzione mentre le ragazze che lavoravano sulla linea discutevano su quale fosse la migliore maniera di tagliare il cuoio per un ordine appena arrivato.

Il padre di Matthew adorava raccontare questa storia. Aveva sentito discutere l’argomento ampiamente per tutta una giornata, mentre la produzione andava a rilento e si era seduto sulla sua sedia e pensato, pensato, e poi si era alzato ed aveva chiuso i suoi occhi, visualizzando la calma dell’oceano fino a che il tuonare del suo cuore era rallentato per tornare al suo ritmo normale. Poi era entrato nell’ufficio del proprietario e aveva detto “Boss, posso mostrarti come tagliare quelle pelli”.

Non era un compito semplice. Le pelli erano tutte di forme leggermente diverse — le mucche non sono identiche, dopotutto — e alcune parti erano più pregiate di altre. La scarpa, un mocassino italiano, aveva bisogno di sei pezzi diversi per ogni lato, e solo alcuni di essi erano visibili. Le parti che erano all’interno della scarpa non dovevano essere per forza del cuoio migliore, ma quelle all’esterno si. Tutte queste cose il padre di Matthew le aveva assorbite sedendo nella sua sedia e ascoltando le discussioni. Aveva sempre amato disegnare, ed aveva una buona testa per lo spazio e il design.

E prima che il suo capo potesse buttarlo fuori dall’ufficio, prese il coraggio e afferrò una penna dalla scrivania e tirò fuori un pacchetto di sigarette vuoto accartocciato nel cestino — costose sigarette straniere, utilizzate da tutti i proprietari di fabbrica per mostrare la propria ricchezza — lo strappò aprendolo del tutto e disegnò una pelle di mucca, mostrando poi velocemente come le scarpe potevano essere ricavate dalla pelle con uno spreco minimo, un disegno che avrebbe tirato fuori dieci paia di scarpe per singola pelle.

“Dieci?” disse il capo.

“Dieci”, disse orgogliosamente il padre di Matthew. Sapeva che il meglio che Mastro Yu, il tagliatore regolare, aveva mai ottenuto erano nove. “Undici, se si usa una pelle grande, o se si fanno scarpe piccole.”

“Puoi fare questi tagli?”.

Ora, prima di quel giorno, il padre di Matthew non aveva mai tagliato il cuoio in tutta la sua vita e non aveva idea di come tagliare il flessibile cuoio che veniva dal conciatore. Ma quella mattina si era alzato due ore prima del solito, prima che chiunque altro fosse sveglio, e aveva preso la sua giacca di cuoio, un regalo di suo padre per il suo diploma, che lui aveva tenuto con cura per dieci anni, aveva preso il più affilato coltello della cucina e aveva tagliuzzato in striscioline la giacca, facendo pratica finché non era stato in grado di tagliare con il coltello il cuoio negli stessi affidabili, efficienti archi che i suoi occhi e la sua mente potevano tracciare su di esso.

“Posso provare”, disse, con modestia. Era nervoso per questa sua audacia. Il suo capo non era una brava persona, e aveva licenziato molti impiegati per insubordinazione. Se avesse licenziato il padre di Matthew, questi si sarebbe ritrovato senza lavoro e senza giacca. Inoltre presto avrebbe dovuto pagare l’affitto, e la famiglia non aveva risparmi.

Il capo lo guardò, guardò lo schizzo “Ok, prova.”

E quello fu il giorno in cui il padre di Matthew smise di essere l’Autista Fong e divenne Mastro Fong, junior cutter all’Infinite Quality Shoe Factory. Meno di un anno più tardi era a capo dei tagliatori, e la sua famiglia prosperava.

Matthew aveva sentito questa storia così tante volte crescendo che era in grado di recitarla parola per parola con suo padre. Era più che una storia: era la leggenda di famiglia, più importante di ogni lezione di storia imparata a scuola. E per quando riguarda le storie, era una buona storia, ma Matthew era determinato a far sì che nella sua vita vi fosse una storia ancora migliore. Matthew non sarebbe stato il secondo Mastro Fong. Sarebbe stato il Boss Fong, il primo, un uomo con una sua propria fabbrica, una sua propria fortuna.

E come suo padre, Matthew aveva un dono.

Come suo padre, Matthew poteva guardare un certo genere di problema e vedere la soluzione. E i problemi che Matthew poteva risolvere riguardavano uccidere mostri e prenderne il loro gold e i loro oggetti di valore, meglio e più efficientemente di ogni altro che avesse incontrato o di cui avesse sentito parlare.

Matthew era un gold farmer, ma non semplicemente uno di quei tipi che vengono avvicinati dal proprietario di un Internet Cafè che gli offriva sette o otto RMB per continuare a giocare, dando tutti i gold che vincevano al loro capo, che li avrebbe poi venduti con qualche misteriosa procedura. Matthew era Mastro Fong, il gold farmer che poteva fare una singola run di un dungeon e dirti esattamente il modo corretto di farne una seconda per ottenere la massima quantità di gold nel minor tempo possibile. Dove un normale farmer faceva 50 gold in un’ora, Matthew poteva farne 500. E se guardavi Matthew giocare, potevi farlo anche tu.

Mr Wing aveva riconosciuto rapidamente il talento di Matthew. A Mr Wing non piacevano i giochi, non gliene importava niente delle leggende dell’Islanda, Inghilterra, India o Giappone.  Ma Mr Wing sapeva come fare lavorare i ragazzi. Mostrava quanto avevano prodotto durante la giornata su grandi cartelloni ad entrambi i capi della fabbrica, curava i migliori con banchetti abbondanti e party baijiu in stanze private del suo karaoke club pieni di belle ragazze. Matthew ricordava quelle sere come attraverso una nebbia: una ragazza alla sua destra e una alla sua sinistra, su un sofà, premute contro di lui, il loro profumo nel suo naso, riempiendoli il bicchiere mentre Mr Wing  brindava a lui come a un eroe, descrivendo i suoi successi. Le ragazze facevano “ooh” e “aah” e si stringevano più forte a lui. Mr Wing rideva sempre di lui il giorno seguente, perché perdeva sempre i sensi prima di potere andare con una delle ragazze in una stanza ancor più privata.

Mr Wing si accertava del fatto che tutti gli altri ragazzi sapessero di questo suo fallimento, si accertava che prendessero in giro “Mastro Fong” per la sua impossibilità di reggere l’alcool, la sua timidezza con le ragazze. E Matthew si rendeva perfettamente conto di cosa stava facendo il Boss Wing: mostrava Matthew come un eroe, al di sopra dei suoi amici, e poi si accertava che quegli stessi amici sapessero che non era così tanto un eroe, che poteva essere superato. E così tutti loro farmavano[1] gold più duramente, per più ore, mangiando involtini ai loro computer e gridando l’un l’altro da sopra gli schemi fino a tarda notte, nella nebbia prodotta dalle sigarette.

Le ore erano diventate giorni, i giorni erano diventati mesi, e un giorno Matthew si era svegliato nel dormitorio pieno di scoregge e gente che russava e l’odore di 20 giovani uomini in una stanza troppo piccola e aveva realizzato che ne aveva avuto abbastanza di lavorare per il Boss Wing. Questo fu quando decise che sarebbe stato il capo di se stesso. Questo fu quando decise di diventare il Boss Fong.

 

 

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 2 di For the Win

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In rete ho trovato questa immagine riassuntiva:

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Cosa c’entra Creative Commons con questo sito?
Intanto la licenza applicata al primo libro che sto traducendo, For the Win, di Cory Doctorow è una licenza Creative Commons. Inoltre, queste licenze chiariscono in maniera semplice quali diritti ciascuno ha nei confronti delle opere che sono state pubblicate con esse: ho quindi la certezza di fare qualcosa di legittimo e legale traducendo qualsiasi testo che abbia una licenza che ne permetta la modifica.
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