La parola alla LIS

Si può costruire un servizio su un problema sociale complesso e controverso riportando esclusivamente le ragioni di una sola voce? E’ quello che “Repubblica.it” ha fatto con un articolo di Marta Rizzo del 16 luglio “I non udenti contro la lingua dei segni ‘Non sentire non vuol dire non parlare’”.

Come si evince dal suo stesso nome, il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi (CNGFDU), a cui viene data voce nell’articolo, non rappresenta la totalità dei sordi ed anzi, è principalmente composto da udenti. Il CNGFDU stesso afferma di essere nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge n. 4207 che prevede il riconoscimento della lingua dei segni (LIS) che ci viene richiesto dalla convenzione ONU del 2009 per i diritti dei disabili, sottoscritta anche dall’Italia.

L’articolo ignora completamente sia la principale associazione di tutela dei diritti dei sordi, ovvero l’Ente Nazionale Sordi (ENS), sia molteplici realtà locali  (per voler citare solo due fra le moltissime realtà presenti sul territorio nazionale  ricordo l’associazione di genitori Vedo Voci, attiva da diciotto anni nel territorio di Biella e che ha attivamente sostenuto un progetto di scuola bilingue, quella di Cossato, che attualmente viene invidiato da tutta l’Europa, l’università di lingue di Venezia Ca’ Foscari, che offre diversi curriculum specifici riguardanti la LIS: un master in linguistica, uno sulla traduzione e interpretariato). Nessuno vuole “negare la parola” ai sordi. Molti studi in campi che spaziano dalla linguistica alle neuroscienze, per non parlare della semplice (ma ricca!) esperienza quotidiana dimostrano che l’acquisizione precoce della LIS potenzia le capacità linguistiche anche per quanto riguarda l’italiano parlato: imparare la LIS non trasforma i sordi in “sordomuti”, come sembra pensare il CNGFDU. Vale la pena di ricordare che vi è tutta una branca della logopedia, detta “bimodale”, che utilizza la parte della lingua dei segni come punto d’appoggio per l’insegnamento dell’italiano.

Ecco come invece si esprime il CNR di Roma in supporto alla LIS (il link porta alla loro lettera di supporto).

Nonostante questo, vediamo i contestatori del riconoscimento della LIS ignorare completamente la possibilità che un sordo possa essere bilingue e conoscere sia la LIS che l’italiano, condizione che invece accomuna la grande maggioranza dei sordi.

E la conoscenza della LIS non facilita solo l’apprendimento dell’italiano, ma permette anche ai bambini e ragazzi sordi di non rimanere indietro rispetto ai loro compagni udenti. Garantisce infatti una trasmissione chiara e corretta delle conoscenze, senza la quale è difficile assicurare l’apprendimento anche dei più basilari contenuti scolastici.

La convenzione ONU del 2009 sui diritti delle persone con disabilità è stata sottoscritta anche dall’Italia e che richiede espressamente il riconoscimento delle lingue dei segni nazionali a tutti gli stati membri. Inutile dire che l’Italia non ha ancora fatto quanto richiesto. Siamo fra gli ultimi: solo altri 4 paesi europei non riconoscono la loro lingua dei segni nazionale, mentre ve ne sono tre che addirittura la riconoscono all’interno della propria costituzione.

Anche all’estero vi sono moltissime figure di rilievo che ne sostengono l’importanza. Citarli tutti, a partire dal linguista Noam Chomsky, ma è il neurologo Oliver Sacks, che dedica nel suo libro “Vedere voci” alcune parole proprio alla situazione italiana:

“Ho incontrato molti ricercatori italiani sordi che mi hanno colpito per la straordinaria vivezza del loro ingegno e per la loro competenza. Negli Stati Uniti avrebbero potuto conseguire il dottorato ed avere un lavoro ben retribuito, in posizioni di ricerca; in Italia sono costretti a guadagnarsi da vivere come possono e quando riescono a fare ricerca (spesso senza essere pagati), lo fanno per passione, come dilettanti.”

Il libro fa anche luce su un’altra delle tragedie che possono colpire i ragazzi sordi che non hanno avuto la possibilità di apprendere una lingua (dei segni o parlata) in tenera età: oltre ai terribili danni psicologici e sociali che derivano dal non riuscire ad avere una piena comunicazione con i propri genitori, esiste un “periodo critico” per l’apprendimento del linguaggio: un bambino che non sia ancora in grado di parlare, scrivere o segnare entro i 6-7 anni di età, nella maggior parte dei casi non riuscirà mai più ad apprendere pienamente nessuna delle tre cose. Si tratta di un deficit comunicativo del tutto indotto e nella maggior parte dei casi irreparabile, che va ad aggiungersi ai problemi di comunicazione che la sordità già porta con se.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di cosa è la lingua dei segni per i bambini sordi. Non bisogna dimenticarsi però che è anche la lingua di una comunità piuttosto ampia, alla base di una cultura che ha e tramanda una sua storia, si riconosce come avente una identità propria e ha sviluppato espressioni artistiche come la poesia in LIS. Circa una persona su mille nasce sorda (per dare un senso a questo numero, prima del fascismo, un italiano su mille era ebreo) e altri diventano sordi in seguito. In questo secondo caso imparare una lingua dei segni non è la scelta più comune, ma non è neanche rara come potrebbe sembrare. A questi si aggiungono gli udenti che utilizzano la lingua dei segni e si sentono partecipi della comunità sorda italiana (interpreti, ma anche genitori e familiari di sordi). Queste persone, che vivono nel nostro paese, chiedono che la loro lingua e la loro cultura vengano riconosciute, e non viste solo come un “ripiego” di chi non può avere di meglio, come se fossero solamente un fallimento della medicina. Per altro, la già citata convenzione ONU del 2009, richiede anche agi stati membri di proteggere la cultura sorda e segnante.

Non si tratta di definire una “minoranza culturale” in base a un deficit, anche se il termine “cultura sorda” può farlo pensare. Di questa comunità segnante fanno parte solo i sordi (e gli udenti) che desiderano farne parte. Come nessun cinese è costretto dallo stato italiano a riconoscersi nella comunità cinese, né ad imparare il cinese come lingua, così il riconoscimento della presenza di una minoranza linguistico-culturale segnante in Italia (cosa che è, nei fatti, una realtà), non va a toccare chi di quella comunità non fa parte.

Per finire, volevo fare notare una cosa: questa legge, che ci è stata chiesta dall’ONU, non impone a nessuno di utilizzare la LIS, o qualsiasi altra lingua dei segni, con i propri figli. Vi sono altre leggi che si occupano degli aspetti medici legati alla sordità,  e non sembra che un approccio debba escludere l’altro.  Chi sostiene la LIS non è contro lo screening neonatale, la logopedia, gli apparecchi acustici o il progresso medico in genere. Vuole invece garantire ai genitori il diritto di scegliere cosa è meglio per il proprio bambino, e un ulteriore, importante, strumento di integrazione per tutti i sordi che lo vogliano usare.

Il CNGFDU è un comitato nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge per il riconoscimento della LIS, negando questa possibilità di scelta ai genitori che hanno opinioni diverse dalle loro.

Ci si chiede se di fronte ad un problema complesso come quello della sordità la scelta più degna di uno stato democratico sia quella di limitare le scelte dei propri cittadini, escludendo percorsi di riabilitazione e integrazione che sono basati su principi scientifici dimostrati e applicati da anni in tutto il mondo.

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