For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 8

Continua da For the Win, parte 2, scena 7

Questa scena è dedicata alla Hudson Booksellers, le librerie che sono praticamente in ogni aeroporto degli Stati Uniti. La maggior parte degli stand della Hudson hanno solo pochi titoli (anche se spesso sorprendentemente vari), ma quelli più grandi, come quello nel terminal AA dell’aeroporto O’Hare di Chicago, sono buoni come qualsiasi libreria di quartiere. Ci vuole qualcosa di speciale per dare un tocco personale ad un aeroporto, e la Hudson mi ha salvato la mente in più di una sosta a Chicago.

Hudson Booksellers

Wei-Dong non poteva togliersi Lu di testa. Un barbaro pugnalò una zucca e lui decise che la spada sarebbe rimasta bloccata per tre secondi e poi riprodusse un suono standard di roba spiaccicata dall’archivio dei suoni. Non poteva togliersi Lu di testa. Un borseggiatore provò a rubare una penna della coda di una fenice, e lui fece voltare la fenice e maledire il giocatore, sputando fiamme, urlandogli contro in Mandarino, la voce filtrata attraverso un alteratore di frequenze così che suonasse adatta al volatile. Non poteva togliersi Lu di testa. Un capo-orda zombie cercò di aprirsi strada in un mini-mall barricato, cercando di passare attraverso un cartello “Going out of business” che era solo la texture esterna di una superficie che non aveva interno. A Wei-Dong piacque l’ingenuità del tipo, così decise che avrebbe impiegato 3000 minuti-zombie a distruggerla e che, quando fosse caduta, avrebbe collegato l’interno ad un negozio di articoli sportivi dove c’erano alcune belle mazze da baseball, balestre e machete.

E non riusciva a togliersi Lu di testa.

Gli era sempre piaciuto Lu. Di tutti i ragazzi, Lu era quello che era veramente dentro i giochi. Non amava semplicemente il denaro, o l’amicizia: amava giocare. Amava risolvere gli enigmi, buttare giù i grossi boss con un gigantesco raid, sbloccare nuovi territori e achievement per i suoi pg. Qualche volta, mentre Wei-Dong lavorava ai suoi lunghi turni di rapide e piccole decisioni per il gioco, pensava a quanto sarebbe stato più bello giocare, grazie al lavoro che stava facendo, e immaginava che Lu ne avrebbe apprezzata l’arte. Era bello essere dall’altra parte del gioco, creando il divertimento invece che godendone come utente. Era un lavoro lungo, duro, poco pagato, ma ora lui era parte dello spettacolo.

Ma non era più uno spettacolo.

Il telefono aveva cominciato a vibrare nella sua tasca. Lo aveva tirato fuori, guardatone lo schermo, posato sul tavolo. Era sua madre. Aveva ceduto e le aveva dato il suo nuovo numero di telefono una volta compiuti diciotto anni, giustificando la cosa con se stesso col fatto che ormai era un adulto e lei non avrebbe potuto farlo rintracciare e trascinare nuovamente a casa. Ma, in realtà, era perché non riusciva a sopportare l’idea di passare il suo diciottesimo compleanno da solo. Però non voleva parlarle, ora. La dirottò sulla segreteria telefonica.

Lei richiamò. Il telefono ronzò. La dirottò sulla segreteria telefonica. Un secondo dopo, il telefono ronzò di nuovo. Lo prese per spegnerlo, poi si fermò e rispose.

“Sì, mamma?”

“Leonard”, disse lei. “E’ tuo padre”.

“Cosa?”

Lei prese un respiro profondo, espirò. “Un infarto. Grosso. Lo hanno portato…” Si interruppe, fece un altro profondo respiro. “Lo hanno portato all’Hoag Center. E’ in Terapia Intensiva. Dicono che sia la migliore…” Un altro respiro “Deve essere la migliore.”

Lo stomaco di Wei-Dong si inabisso, sprofondando in un qualche angolo sotto la sua sedia. La testa sembrava poter volare via. “Quando?”

“Ieri”, rispose lei.

Non disse niente. Ieri? Voleva urlarlo. Suo padre era in ospedale da ieri e nessuno glielo aveva detto?

“Oh, Leonard”, disse lei. “Non sapevo cosa fare. Non gli hai parlato da quando te ne sei andato. E…”

E?
“Verrò a vederlo”, disse lui. “Posso prendere un taxi. Ci vorrà circa un’ora, penso.”

“Le ore di visita sono finite”, disse lei. “Sono stata con lui tutto il giorno. Non è molto cosciente. Io… Non ti lasciano usare il telefono lì. Non in Terapia Intensiva.”

Per mesi, Wei-Dong aveva vissuto come un adulto, vissuto una vita che avrebbe descritto come ideale, prima che il telefono squillasse. Aveva conosciuto persone interessanti, era stato in posti emozionanti. Aveva giocato ai giochi tutto il giorno, per guadagnarsi da vivere. Conosceva i segreti del gamespace.

Ora capiva che una sensazione di estrema solitudine era rimasta nascosta sotto questa soddisfazione tutto il tempo, un ribollente pozzo di disperazione che puzzava di fallimento e miseria. Wei-Dong amava i suoi genitori. Voleva la loro approvazione. Si fidava del loro giudizio. Questo era il motivo per cui era rimasto così sconvolto quando aveva scoperto che stavano complottando per mandarlo via. Se non gliene fosse importato nulla di loro, niente di questo avrebbe avuto importanza. Da qualche parte nella sua mente, si era immaginato il ritorno dai suoi genitori, li avrebbe invitati a qualche bel ristorante cittadino, forse uno di quei posti con cibo crudo di Echo Park di cui leggeva sempre su Metroblogs. Avrebbero avuto una conversazione raffinata e colta su tutte le incredibili cose che aveva imparato da solo, e suo padre avrebbe dovuto richiudere a forza la mascella della bocca spalancata per tenere viva la sua parte della conversazione. Dopo, se ne sarebbe andato col suo elegante scooter Tata, personalizzato con migliaia di passate di lacca sui suoi listelli di bambù, e se ne sarebbe andato mentre i suoi genitori si guardavano, meravigliati dal sorprendente figlio che avevano generato.

Era stupido, lo sapeva. Ma il fatto era che aveva sempre trattato questo periodo come una vacanza, un piccolo interludio nella sua vita famigliare. La sua ricerca di una visione, quando ci si allontana per diventare un uomo. Un vero Bar-Mitzvah, uno che avesse un reale significato.

Il pensiero che avrebbe potuto non vedere mai più suo padre, non poter fare mai la pace con lui — lo colpì come un pugno, come se avesse tirato una martellata a un chiodo e avesse finito per colpire la propria mano.

“Mamma…” La voce gli venne fuori in un gracidio. Si schiarì la gola. “Mamma, vengo giù domani a vedervi entrambi. Prendo un taxi”.

“Ok, Leonard. Penso che tuo padre sarebbe felice di vederti.”

Voleva che lei dicesse qualcosa sul quanto era stato egoista a lasciarli, che pessimo figlio era stato. Voleva che dicesse qualcosa di ingiusto, così che lui avrebbe potuto provare rabbia al posto di questo terribile, orribile senso di colpa.

Ma lei disse: “Ti amo, Leonard. Non vedo l’ora di vederti. Mi sei mancato.”

E così Leonard andò a letto con un milione di pensieri di odio verso se stesso che eccheggiavano all’unisono nella sua mente, e giacque nel letto dell’albergo economico per ore, ascoltando i pensieri, le urla, i colpi, la gente che andava a passare la serata al club, la gente che faceva sesso nelle altre stanze e la musica che veniva fuori dalle automobili in strada, per ore e ore, ed era a malapena riuscito a prendere sonno quando la sveglia suonò. Si fece una doccia, si rasò i radi peli dei baffi con un rasoio usa-e-getta, mangiò un sandwich con burro di arachidi, si fece un espresso quadruplo con una macchinetta del caffè che si era comprato con i soldi della prima busta paga, chiamò un taxi e si lavò i denti mentre lo aspettava.

L’autista era cinese e Wei-Dong gli chiese, nel suo miglior mandarino, di portarlo ad Orange County, a casa dei suoi genitori. L’uomo era chiaramente divertito dal giovane uomo bianco che parlava cinese, e parlarono un poco riguardo al tempo e al traffico, poi Wei-Dong dormì, sonnecchiando usando la giacca arrotolata come cuscino, dormendo nonostante la quantità di caffeina del caffè quadruplo mentre il traffico di Los Angeles del primo mattino strisciava lungo la 5.

Diede al tassista quasi quanto lui riusciva a guadagnare in un giorno, prese le chiavi dalla tasca della giacca e camminò fino a casa sua e entrò. Sua madre era seduta al tavolo della cucina con la sua vestaglia, gli occhi rossi e gonfi, fissando il vuoto.

Lui rimase sulla porta guardandola, e lei guardò lui di rimando, poi si alzò con passo incerto e attraversò la stanza per dargli un grosso abbraccio che era stretto e tremante. C’era qualcosa di bagnato sul suo collo, dove le lacrime di lei lo avevano rigato.

“Se n’è andato”, sussurrò nel suo orecchio. “Questa mattina, verso le tre. Un altro attacco di cuore. Molto veloce. Hanno detto che è stato praticamente istantaneo. Pianse un altro po’.

E Wei-Dong seppe che sarebbe tornato a vivere a casa.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 9

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  • Gioacchino

    Grazie ancora per il lavoro che stai facendo! ^^
    P.S.-> Wei-Dong on poteva togliersi