For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 7

Continua da For the Win, parte 2, scena 6

Questa scena è dedicata a The Tattered Cover, la leggendaria libreria indipendente di Denver. Mi è capitato di trovarmi dentro The Tattered Cover piuttosto per caso: io ed Alice eravamo appena atterrati a Denver, arrivando da Londra, era mattina presto, faceva freddo e avevamo bisogno di un caffè. Guidavo senza meta su un’auto affittata, ed è in quel momento che ho notato l’insegna di The Tattered Cover. Qualcosa si risvegliò nella mia memoria — sapevo di aver sentito parlare di questo posto. Ci fermammo (prendemmo un caffè) ed entrammo nella libreria — un paese delle meraviglie di legno scuro, accoglienti angoli di lettura e miglia e miglia di scaffali.

The Tattered Cover 1628 16th St., Denver, CO USA 80202 +1 303 436 1070

Ashok guidò la sua bella moto attraverso le strette stradine di Dharavi, il fanale che tagliava la notte. La madre di Yasmin sarebbe stata paralizzata dalla preoccupazione e dalla rabbia, e probabilmente l’avrebbe picchiata, ma andava bene. Lei ed Ashok erano rimasti nello studio per ore, pianificando, ricoprendo di carne lo scheletro della sua idea. Poi lui aveva lasciato dei lunghi messaggi dettagliati a Sorellona Nor, prima di salire entrambi sulla moto.

Ad ogni incrocio, Yasmin indicava la direzione da prendere battendo una mano sulla spalla di Ashok. Presto furono quasi a casa sua e lei gli gridò di fermarsi, urlando attraverso il casco. Lui spense il motore e il fanale, e il suo sedere lei smise finalmente di vibrare, mentre le sue gambe si lamentavano per le ore passate ad aggrapparsi alla moto con le cosce. Scese impacciatamente dalla moto e portò le mani al casco.

Le sue mani erano sul casco quando sentì delle voci.

“È lei?”

“Non lo vedo”

Stavano sussurrando forte, e la griglia sopra la parte del casco che le copriva le orecchie le permise di sentire che l’origine del suono era proprio accanto a lei. Mise una mano sulla spalla di Ashok e strinse.

“È lei.” Era la voce di Mala, dura.

Yasmin lasciò andare la spalla di Ashok e la portò ai cavi che legavano il lathi alla moto, mentre la mano libera andò alla visiera del casco, alzandola. Aveva rimesso l’hijab intorno al collo ed ora ne era felice, perché poteva vedere meglio. Era passato molto tempo da quando si era trovata a combattere nel mondo reale, ma ne conosceva bene i principi, conosceva le tattiche.

“E l’uomo?”

“Anche lui”, disse Mala.

E poi caricarono, un esercito, arrivando dalle ombre tutto intorno. “VAI!”, disse lei ad Ashok, cercando di impedirgli di scendere dalla moto, ma lui scese, si mise in piedi raddrizzando le spalle, guardando non verso di lei, ma verso i soldati che li stavano caricando. Una roccia o un pezzo di cemento la colpì sul casco, facendo un suono simile a una pentola che cada sul pavimento, ed ora lei stava strattonando il più possibile il lathi, che alla fine si liberò con uno scatto. I ganci di acciaio delle corde elastiche la colpirono come una frusta sulle mani. Non se ne accorse quasi, roteando il suo bastone di due metri come fosse una mazza da cricket.

E si fermò di colpo.

Il ragazzo più vicino a lei era Sushant. Sushant che, quel pomeriggio, le aveva detto quanto gli sarebbe piaciuto unirsi alla sua causa. La sua faccia era una maschera di terrore nella debole luce che fuoriusciva dalle case intorno a loro. La punta di acciaio tremò sopra la sua spalla e i suoi polsi si contrassero. Tutto ciò che doveva fare era completare l’arco, lasciare che il lungo bastone fischiasse attraverso l’aria con tutta la forza del colpo di frusta che si concentrava sulla cima del bastone e avrebbe sfondato la testa di Sushant.

E perché no? Dopo tutto, l’esercito di Mala era lì per quello.

Questi pensieri le attraversarono la mente in un battito di ciglia, così veloci che lei non li registrò neppure, ma non colpi la testa di Sushant con il lathi. Invece, menò un fendente alle sue gambe, facendolo volare su altri due soldati dietro di lui, ragazzi che un tempo avevano obbedito ai suoi ordini.

“Fermatevi!” abbaiò, in una voce di comando, e fece roteare nuovamente il lathi ai loro piedi come fosse una scopa. Tutti fecero un gigantesco passo indietro all’unisono, gli occhi roteanti e folli nella debole luce. Sushant stava piangendo. Yasmin aveva sentito l’osso spezzarsi quando la punta del lathi aveva colpito la sua caviglia. Si stava aggrappando alle spalle dei due soldati su cui era caduto, e loro stavano cercando di tenerlo alzato.

Nessuno disse niente e ci fu solo il respiro collettivo di Dharavi, migliaia e migliaia di petti che si alzavano e ridiscendevano all’unisono, respirando l’uno l’aria dell’altro, respirando la puzza dei conciatori, l’odore di bruciato delle fabbriche di tinture e l’odore pungente dei fumi di plastica.

Poi Mala si fece avanti. Nella sua mano teneva… cosa? Una bottiglia?

Una bottiglia. Da cui usciva un pezzo di stoffa oleosa. Una Molotov.

“Mala!” disse Yasmin, e sentì lo shock nella propria voce. “Brucerai tutta Dharavi!” Era il tono di voce che usi mentre stai urlando nelle tue cuffie ad un compagno di gilda che sta per fare ammazzare l’intero party aggrando per sbaglio qualche gigantesco boss. Quel tono che dice, Ti stai comportando da idiota, smettila.

Era il tono sbagliato da usare con Mala. Si irrigidì e con la mano libera fece girare la rotella di un accendino… snzz snzz.

Di nuovo, si mosse prima di aver pensato, due passi di corsa mentre portava il lathi sopra la spalla, sentendolo fare un suono sordo contro qualcosa dietro di lei mentre lo alzava, poi abbassandolo di nuovo, in un selvaggio arco tagliente, verso le magre gambe di Mala, colpendo con tutta la forza che aveva in corpo, e Mala saltò indietro, lontano dal lathi, inciampò, cadde all’indietro…

… e poi il lathi la colpì, un colpo solido che fece il suono di una mannaia che stia staccando la testa di una capra dal collo, e l’urlo di Mala fu così orribile che portò della gente ad affacciarsi alle finestre (normalmente un urlo nella notte li avrebbe spinti a starne lontani). C’era un pezzo di osso che le usciva dalla gamba, spuntando in mezzo ai rivoli di sangue della ferita.

E lei aveva ancora la Molotov, aveva ancora l’accendino, e ora l’accendino era acceso. Yasmin tirò indietro il piede come un calciatore, sapendo che avrebbe potuto rovinare la mano di Mala con un calcio ben piazzato, facendo finire la sua carriera come Generale Robotwallah.

In seguito, si ricordò della voce che le aveva riempito la testa mentre tirava indietro il piede per quel calcio:

Fallo, fallo e poni fine ai tuoi problemi. Fallo perché lei lo farebbe a te. Fallo perché spaventerebbe il suo esercito e non attaccherebbero più gli Webbly. Fallo perché ti ha tradito. Fallo perché così sarai al sicuro.

Abbassò il piede ed invece saltò sul Mala, bloccandole le braccia col proprio corpo. La fiamma dell’accendino la accarezzò il braccio, bruciandola, ma lei non si mosse. Poteva sentire il respiro di Mala, soffocato e dolorante, sul proprio collo. Prese il polso destro di Mala, scosse la mano che teneva la bomba, la batté contro il terreno finché non si ruppe, versando benzina puzzolente nel canale di scolo che costeggiava le baracche. Si alzò.

La faccia di Mala era pallida, anche contando la poca luce. L’odore di sangue e benzina era ovunque.

Yasmin guardò Ashok. “Devi portarla all’ospedale”, disse.

“Sì”, disse lui. Stava tenendosi il lato della testa, con gli occhi chiusi. “Sì, certo.”

“Cosa ti è successo?”

Scosse le spalle. “Ero troppo vicino al tuo lathi”, disse, e cercò di sorridere. Lei si ricordò del suono che aveva sentito mentre portava indietro il lathi per caricare il colpo.

“Mi spiace”, disse.

L’esercito si Mala di teneva a distanza, fissandoli.

“Andatevene!”, disse Yasmin. “Andatevene. Questo è stato un disastro. Era una cosa stupida, malvagia e sbagliata. Non sono il vostro nemico, idioti. ANDATEVENE!”

Se ne andarono.

“Dobbiamo steccarla”, disse Ashok. “E farle una barella. Non possiamo muoverla in queste condizioni”.

Yasmin lo guardò alzando un sopracciglio.

“Mio padre è un medico”, disse lui.

Yasmin andò nell’appartamento, salendo le scale. Sua madre si alzò mentre entrava nella stanza e aprì la bocca per dire qualcosa, ma Yasmin alzò una mano verso di lei e, miracolosamente, lei si zittì. Yasmin si guardò intorno nella stanza, prese la sedia che si trovava in un angolo, una bracciata di stracci che usavano per pulire la stanza ed uscì, senza dire una parola.

Ashok ruppe la sedia sbattendola contro un muro lì accanto. Era una cosa da poco e si ridusse in pezzi velocemente. Yasmin si inginocchiò accanto a Mala e le prese la mano. Il suo respiro era debole, faticoso.

Mala le strinse debolmente la mano. Poi aprì gli occhi e si guardò intorno, confusa. I suoi occhi si fermarono su Yasmin. Mala cercò di spingerla via. Yasmin non glielo permise. La mano era forte, agile. Aveva distrutto innumerevoli zombie e mostri.

Mala smise di combattere, chiuse gli occhi. Ashok portò i pezzi di sedia e gli stracci e si accucciò accanto a loro.

Un attimo prima che iniziasse a lavorare su di lei, Mala disse qualcosa. Yasmin non riuscì a capire bene, ma penso che forse aveva detto: Perdonami.

 

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 8

Share/Bookmark