For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 4 (1 di 2)

 

Continua da For the Win, parte 2, scena 3 (3 di 3)

Questa scena è dedicata a Waterstone, una catena di librerie inglese. Waterstone è una catena, ma ogni negozio sembra un fantastico negozio indipendente, con un sacco di personalità, un ottima selezione di libri (soprattutto di audiobook). Particolarmente degno di nota è il Manchester Deansgate, che ha una eccezionale sezione di fantascienza.

Waterstones

Lu non sapeva dove andare, ovviamente i dormitori di Boss Wing non erano neanche da considerare. E anche se conosceva una dozzina di Internet Café a Shenzhen dove poteva sedersi e loggare nel gioco, in quel momento non voleva davvero giocare. Non con tutti gli altri in prigione.

Ma doveva sedersi. Era stato colpito forte alla testa e sulla spalla ed ora era molto stordito. Aveva già vomitato una volta, reggendosi al palo di una fermata dell’autobus, sporgendosi verso un tombino, guadagnandosi un brontolio di disapprovazione da una vecchia signora che stava passando di lì con una grossa carriola piena di rifiuti elettronici.

Aveva pensato di provare a mandare degli sms a Matthew e agli altri, per scoprire se la polizia li aveva presi, ma aveva paura che la polizia potesse rintracciarlo se l’avesse fatto, usando la rete telefonica per localizzarlo e catturarlo.

Era tutto sembrato così magnifico. Si erano alzati dai loro computer, cantando rabbiosamente i canti di guerra dei giochi, ai quali gli scagnozzi di Boss Wing non avevano mai giocato, così questi all’inizio erano del tutto perplessi. Le loro facce erano passate dalla confusione alla rabbia e dalla rabbia alla paura, mentre tutti i ragazzi nella stanza si alzavano e marciavano fuori dal locale, bloccando le porte in maniera da impedire a chiunque di entrare.

C’erano state le ragazze, le vecchie nonnine, i giovani uomini che si fermavano per ammirarli mentre si ergevano, spalla contro spalla, cantando coraggiosamente contro i codardi scagnozzi della fabbrica di Boss Wing, scagnozzi che erano così duri solo pochi minuti prima, pronti a darti uno scappellotto se parlavi troppo, pronti a prenderti la paga. Fin da quando avevano cercato di mettersi in proprio, la vita era diventata sempre peggiore. Boss Wing aveva un grosso giro d’affari, con un’enorme quantità di gente in gioco pronta a fare la guardia contro giocatori ricchi che dessero la caccia ai gold farmer per sport, ma era crudele e avaro ed eri fortunato se riuscivi a tenere metà di quello che ti eri guadagnato una volta che tutte le multe per aver “infranto le regole” erano state dedotte dal tuo salario.

I loro telefoni suonavano e vibravano, pieni di foto di altre fabbriche di Boss Wing dove erano iniziati altri scioperi, e c’era guerra in Mushroom Kingdom, mentre gli Webbly impedivano a chiunque di lavorare nella loro zona. Era arrivata la polizia, e loro erano rimasti lì coraggiosi, Matthew, Ping e tutti i suoi amici. Erano lavoratori, erano guerrieri, erano un esercito e la loro causa era giusta. Non si sarebbero lasciati intimidire.

Poi erano arrivati i lacrimogeni, i manganelli avevano iniziato a colpire ed erano cominciate le urla. E Lu era fuggito, fuggito attraverso il gas pungente, fuori dal caos della battaglia — così simile e così diversa dalle milioni di battaglie che aveva combattuto nei giochi — ed aveva vomitato e ora…

Ora non aveva idea di dove andare.

Il suo telefono squillò. Il numero era oscurato, cosa che gli fece battere il cuore più forte. La polizia segreta oscurava i numeri quando ti chiamava? Ma, se la polizia avesse saputo della sua esistenza e se avesse avuto il suo numero di telefono, sarebbe semplicemente venuta a prenderlo lì dove era, usando la dannata funzione di tracciamento del telefono.

Non era la polizia. Con trepidazione, posò il dito sul pulsante di risposta sullo schermo.

“Wei?” disse, con cautela.

“Lu? Sei tu?” La chiamata aveva lo strano suono echeggiante dei servizi di chiamata on-line a basso prezzo, il fruscio digitale dei pacchetti che viaggiavano in classe economica nel network globale. Anche l’accento era difficile da capire, dalla lingua pesante e disordinato. Conosceva il suono e conosceva la voce.

Wei-Dong?

“Sì!”

“Wei-Dong dall’America?”. Non aveva sentito notizie dello strano gweilo fin da quando erano passati sotto il controllo di Boss Wind e Ping aveva dovuto cacciarlo fuori dalla gilda. Boss Wing non li lasciava raidare con gente di fuori, non li lasciava neanche chattare con loro in gioco. Aveva dello spyware su tutti i suoi PC che lo avvertiva quando infrangevi le regole, e perdevi un giorno di paga alla prima infrazione, una settimana alla seconda.

“Lu, sono io! Senti, ho appena visto te e Ping venire picchiati dai poliziotti?”

“Non lo so, lo hai visto?”. Il disorientamento dovuto alla ferita alla testa era tremendo e Lu si chiese se stava davvero avendo questa conversazione. Era davvero strana.

“Io… Io ti ho appena visto venire picchiato in un video da Shenzhen. Penso di averti visto. Eri te?”.

“Sono appena stato picchiato”, disse Lu. “Sono ferito”.

“Sei ferito gravemente? Non sono riuscito a chiamare Ping, così ho provato con te”. La sua voce era resa acuta dall’emozione. “Cosa è successo?”.

Lu stava ancora lottando con l’idea che il gweilo lo avesse chiamato da migliaia di chilometri di distanza. “Mi hai visto su internet in America?”.

“Ogni giocatore nel mondo ti ha visto, Lu! Non avreste potuto scegliere un momento migliore! Dopo cena è l’ora di maggiore attività dei server, e il passa parola è stato veloce quanto mai avevo visto prima. Ogni persona in ogni gioco parlava di questo, passandosi link agli stream video e alle foto. Era persino sui notiziari veri” Il mio vicino ha picchiato sul muro della mia stanza e mi ha chiesto se ne sapevo nulla. E’ stato incredibile!”.

“Mi hai visto venire picchiato in rete?”.

“Amico, tutti ti hanno visto venire picchiato in rete”.

Lu non sapeva cosa dire. “Sono venuto bene?”

Wei-Dong rise come una iena. “Eri fantastico!”

Una diga cedette, dentro Lu, e lui rise, rise e rise, mentre tutta la tensione fluiva fuori da lui. Alla fine si fermò, sapendo che se non lo avesse fatto avrebbe vomitato di nuovo. Ormai era vicino alla stazione, in mezzo a un forte traffico pedonale, con gente d’ogni tipo che si teneva lontana da lui di proposito mentre lo superava. Lui era fermo, un’isola stordita nel fiume frettoloso. Indietreggiò fino ai gradini di fronte ad un istituto di bellezza ed affondò sulle sue anche, rannicchiandosi e tenendo il telefono all’orecchio.

“Wei-Dong?”.

“sì”.

“Perché mi stai chiamando?”.

Ci fu un silenzio di disagio sulla linea, rotto dalla gentile risacca digitale. “Volevo aiutarti”, disse infine. “Aiutare gli Webbly”.

“Sai degli Webbly?” Lu aveva quasi creduto che Matthew se li fosse inventati, un esercito di fantasia composto da migliaia di amici immaginari che avrebbero combattuto per loro.

“Sapere di loro? Lu, sono la gilda più spacca-culi del mondo! Nessuno li può battere. La Coca-Cola Games ci manda tre memo al giorno su di loro!”.

“Perché la Coca-Cola ti manda dei memo?”.

“Oh”. Altro silenzio. “Non te l’ho detto? Adesso lavoro per loro. Sono un Turco”.

“Oh”, disse Lu. Sapeva dei Turchi, ma non aveva mai pensato a quale genere di persona sarebbe stata disposta a lavorare a incrementi di dieci secondi inventando dialoghi per personaggi non giocanti o decidendo cosa potesse succedere quando sparavi ad una sedia d’ufficio con un archibugio. “Dev’essere interessante”.

Wei-Dong fece verso disgustato. “E’ miserabile”, gli disse. “Gestisco quattro sessioni alla volta, e riesco a malapena a pagare l’affitto. E loro guadagnano così tanto dal nostro lavoro! Il mese scorso, hanno annunciato che i profitti trimestrali dei giochi che usano i Turchi stanno guadagnando il trenta percento in più di quelli senza. Stanno assumendo altri Turchi il più velocemente possibile…” lasciò la frase in sospeso. “Forse voi ragazzi potete aiutarci se noi aiutiamo voi? Giochiamo tutti quanti per soldi, no? Quindi non vedo perché non stare dalla stessa parte”.

“Mi sembra giusto”, disse Lu. Stava ancora cercando di comprendere il fatto che gli Webbly sembravano essere famosi fra i teenager americani. “Aspetta”, disse, ripetendo nella testa il discorso sgrammaticato e col pesante accento di Wei-Dong. “Paghi un affitto?”.

“Sì”, disse Wei-Dong. “Sì! Vivo da solo adesso. E’ fantastico! Ho una stanza schifosa in un, non so come lo chiamate, una sorta di hotel. Ma per gente che non ha denaro. Ma posso collegarmi al wireless da qui e ho quattro computer e c’è un sacco di posti che posso raggiungere a piedi, almeno rispetto a casa… “. Iniziò a farfugliare dei suoi ristoranti preferiti e dei club che avevano le serate per tutte le età e un milione di piccoli dettagli irrilevanti su Los Angeles, che poteva anche essere Mushroom Kingdom per quanto importava a Lu. Lasciò che l’altro parlasse senza ascoltarlo e cercò di pensare a posti dove potesse andare per riprendersi. Ebbe un desiderio fugace di sua madre, che conosceva sempre qualche genere di rimedio tradizionale cinese per i suoi malanni. Spesso non funzionavano, ma qualche volta invece sì, ed il modo gentile in cui sua madre gliele faceva aveva una sua sorta di magia.

Di colpo sentì, nella nausea e in maniera opprimente, mancanza di casa. “Wei-Dong”, disse, interrompendo il tour virtuale di Los Angeles. “Adesso ho bisogno di pensare. Sono ferito, sono per strada, e non posso chiamare nessuno nel caso la polizia tracci la chiamata. Cosa dovrei fare?”.

“Oh. beh. Non saprei. Speravo che tu sapessi cosa io dovevo fare, a essere sinceri. Voglio essere coinvolto!”

“E io penso di voler smettere di essere coinvolto“. La nostalgia di casa di Lu si trasformò in rabbia. Chi era questo ragazzino per chiamarlo dall’altra parte del mondo, richiedendo di ‘essere coinvolto’? Non aveva abbastanza problemi da solo? “Cosa puoi fare per me da lì? Cosa vale questa… questa spazzatura? Perché il fatto che tutti finiscano in prigione dovrebbe migliorare la mia vita? Come possono le botte che ho preso in testa aiutare a rendere le cose migliori? Come?”.

“Non lo so”. La voce di Wei-Dong adesso era sottile e ferita. Lu si sforzò di controllare la propria rabbia. Il gweilo voleva essere d’aiuto. Non era colpa sua se non sapeva come farlo. Anche Lu non sapeva come essere d’aiuto.

“Non lo so neanche io”, disse Lu. “Perché non pensi a come potresti aiutare e mi richiami? Ho bisogno di trovare un posto dove riposare, magari un’infermiera o un dottore. Ok?”

“Certo”, disse il gweilo. “Certo. Sicuro. Ti richiamerò presto, non preoccuparti”.

Ogni volta che alla stazione ferroviaria di Shenzhen arrivava un treno da Hong Kong , scaricava un’enorme folla di persone: uomini di affari di Hong Kong , ragazzini ricchi, stranieri e lavoratori di Shenzhen che ritornavano da lavori fuori dal paese, tenendosi stretti i loro zaini. Il denso gruppo di persone si divideva dalle file di taxi e dal centro commerciale ed emergeva come una nuvola diffusa sulla strada dove Lu era stato a parlare. Ora lui stava andando controcorrente in questa folla, ascoltando stralci di centinaia di conversazioni su affari, produzione… e gold farming.

Era sulle bocche di tutti, discorsi sullo sciopero, sull’azione di polizia, sui farmer. Ovviamente la maggior parte della gente in Cina aveva sentito parlare di gold farming e di tutte le storie sul denaro che potevi fare semplicemente giocando a dei videogiochi, ma non sentivi mai questi uomini d’affari parlarne. Non la gente furba e alla moda, con benessere e potere palesi, la gente che andava avanti e indietro fra Hong Kong e Shenzhen, parlando rapidamente nelle cuffie del cellulare, dando ordini ad altra gente.

Cosa aveva detto il gweillo? Tutti ti hanno visto venire pestato in Internet! Queste persone lo stavano fissando? Ora sembrava che lo stessero facendo. Ovvio, era insanguinato, con lo sguardo fisso, gli occhi rossi. Perché non avrebbero dovuto fissarlo? Ma forse…

“Sei uno di loro, giusto?”. Lei aveva 22 o 23 anni, con le unghie della mano che gli aveva poggiato sul braccio perfettamente curate, e lo aveva raggiunto da dietro. Lui sobbalzò involontariamente, lei rise un poco. “Devi esserlo”, disse lei. Mostrò il cellulare. “Ho guardato il video cinque volte nel treno. Dovresti vedere il commentario. Così orribile!”.

Lui sapeva dei commentari. Ogni volta che qualcosa che poteva mettere in cattiva luce il governo raggiungeva internet, c’era un esercito di persone che twittavano e postavano commenti su come il governo aveva ragione, come la storia era sbagliata, come la gente coinvolta era colpevole di ogni genere di cosa terribile. Lu sapeva che non doveva credere a nessuno di questi commenti, ma era impossibile leggere tutto senza sentire un pochino di dubbio, quindi un po’ di più e, infine, come quando si mette un cubetto di ghiaccio su un livido, l’oltraggio che aveva sentito all’inizio si ovattava.

Il pensiero che lui, lui stesso, fosse al centro di una di queste tempeste di fango lo fece sentire come se stesse di nuovo per vomitare. La ragazza doveva essersene resa conto perché gli diede una leggera stretta al braccio. “Oh, non fare così il serio. Eri fantastico nel video. Sono certa che nessuno crede a tutta quella spazzatura!”. Lei strinse le labbra. “Beh, ovviamente non è vero. Sono certa che un sacco di gente ci crede. Ma sono degli idioti. E molta più gente ne è stata ispirata, ne sono certa. Mi chiamo Jie”.

“Lu”, disse Lu, dopo aver tentato di inventarsi un alias ed aver fallito. Non era fatto per essere un fuggitivo. “E’ stato un piacere conoscerti”, disse, scrollandosi di dosso la mano di lei e iniziando a immergersi nella fola.

Lei lo afferrò di nuovo per il braccio. “Oh, per favore, fermati. Dobbiamo parlare. Per favore?”.

Lui si fermò. Non aveva molta esperienza con le ragazze, ma qualcosa nella voce di lei gli fece venire voglia di restare. “Perché dobbiamo parlare?”

“Voglio la tua storia”, disse lei. “Per il mio show”.

“Il tuo show?”.

Lei si avvicinò di più — così vicina che lui poteva sentire l’odore del suo profumo — e sussurrò “Sono Jiandi”.

Lui la guardò con uno sguardo vuoto.

Lei scosse la testa “Jiandi”, sibilò. “Jiandi! Del Factory Girl Show!”

Lui scrollò le spalle. “Che genere di show?”

“Ogni sera!”, disse lei. “Alle nove! Dodici milioni di operai nelle fabbriche mi ascoltano! Mi telefonano per raccontare i loro problemi. Andiamo in onda attraverso la rete, solo audio, attraverso i, uh”, abbasso la voce, “i proxy del Falun Gong”.

“Oh”, disse lui, ed iniziò ad andarsene.

“Non è una cosa religiosa”, disse lei, “Le aiuto solo con i loro problemi. I…”, abbassò di nuovo la voce, “proxy servono solo a fare arrivare lo show nelle fabbriche. Cercano di bloccarmi perché dico la verità sulle condizioni di lavoro… Le ragazze che subiscono pressioni sessuali dai loro capi, le fregature del marketing, le fregature sulla paga, i lock-in.

“Ok”, disse lui, “Ho capito. Grazie, ma no”.

“E dai!!”, disse lei, guardandolo negli occhi. Quelli di lei erano scuri e truccati con una sottile e precisa linea di matita verde, mentre le sopracciglia formavano degli archi sorpresi e sofisticati. “A vederti si direbbe che hai bisogno di un posto in cui ripulirti, e magari un pasto. Posso farti avere queste cose”.

“Puoi?”

“Lu, sono famosa! Ci sono degli inserzionisti che pagano un sacco per sponsorizzare il mio show. Ho milioni di sostenitori in tutta Shenzhen, persino a Guangzhou e a Dongguan. Persino a Shanghai e a Beijing! Per loro sono un’eroina, Lu. Posso mettere la tua storia nelle orecchie di ogni lavoratore del Delta del Fiume delle Perle così!”. Schioccò le dita di fronte al naso di Lu, facendolo nuovamente sobbalzare sbattendo gli occhi. Lei rise. “Sei così carino”, disse lei. “Su, sarà magnifico.”

“Dove andiamo?”, chiese lui, cautamente.

“Oh, conosco un posto”, rispose lei.

“Lei gli prese la mano… Le sue dita erano asciutte e fresche e lui sentiva il contatto freddo degli anelli sulla sua pelle. Lei lo portò via attraverso la folla, che sembrava aprirsi magicamente di fronte a lei. Ora tutto era diventato come un sogno, con il dolore che costringeva la vista di Lu in un tunnel dai confini confusi. Si chiese se lei avesse anche qualcosa per il dolore. Si chiese se conosceva un po’ di medicina tradizionale, se avrebbe preparato per lui del tè amaro dalla fragranza variegata, con piccoli pezzettini di cose dure che ci galleggiavano dentro. Si chiese tutte queste cose, e strade e stradine passavano sotto i loro piedi come per magia. Potevi seguire in maniera automatica i tuoi compagni di gilda in gioco, bastava cliccare su di loro e selezionare “follow”, l’intera gilda poteva farlo quando c’era una lunga distanza da coprire, così che solo un giocatore doveva prestare attenzione alla lunga marcia attraverso il gioco, mentre gli altri si rilassavano, fumavano, mangiavano e andavano al bagno, mentre i loro personaggi erano trainati, come una fila di animali in branco, dietro al loro leader.

Era così che si sentiva, come se fosse un personaggio il cui giocatore si era allontanato per fumare una sigaretta e andare a pisciare, avendolo prima messo a seguire il leader senza pensare a niente.

“Vivi qui?”, disse lui quando raggiunsero l’ingresso di un grosso edificio di appartamenti. Era un “handshake building”, così vicino all’edificio affianco che gli abitanti avrebbero potuto sporgersi dalla finestra e stringere la mano ai vicini dell’edificio di fronte. L’ingresso odorava di sudore e cucina, ma era pulito e alla porta c’erano un lucchetto ed un citofono funzionante.

“No”, disse lei. Faccio alcuni dei miei show da qui. Ci sono due o tre posti come questo, per confondere la jingcha”. Lu pensò fosse buffo sentirle usare il termine dei clan di giocatori per ‘polizia’. Lei se ne accorse e disse: “Oh, sì, lo zengfu pensa che io sia molto biantai e mi pikapperebbero se potessero”. Lui rise a sentire questo, perché era uno slang quasi del tutto incomprensibile a chi non lo conoscesse: ‘il governo pensa che io sia una pervertita e così vorrebbero “player-killarmi” – distruggermi – se potessero. Una cosa era sentirlo dire da un ragazzo con la maglietta arrotolata sopra la pancia e una sigaretta in bocca, un’altra cosa sentirlo da questa ragazza delicata e accuratamente truccata.

L’ascensore era rotto, così lei lo guidò su per cinque piani di scale, le pareti decorate da graffiti: murali di parolacce, scene di vita contadina, numeri di telefono a cui potevi chiamare per comprare false carte di identità, diplomi, certificati. Il dormitorio di Lu era in un edificio simile che Boss Wing affittava, e faceva il doppio delle scale ogni giorno, ma si sentiva come se questa scalata lo avrebbe ucciso. Al piano di Jie si trovava una anziana signora seduta vicino all’inizio delle scale, nella scalinata d’ingresso. Fece un cenno del capo ad entrambi.

“Signora Yun”, disse Jie, “Vorrei presentarle Hui. E’ un meccanico venuto a riparare il mio condizionatore d’aria”. L’anziana signora annuì seccamente e guardò da un’altra parte.

Jie aggredì con un mazzo di chiavi la porta di un appartamento, aprendo quattro diverse serrature con grosse chiavi elaborate e spesse, poggiando poi la spalla sulla porta, che si aprì pesantemente, colpendo il fermaporta con un suono metallico. Gli fece gesto d’entrare e chiuse la porta, richiudendo una ad una tutte le quattro serrature dall’interno e premendo diversi interruttori della luce.

L’appartamento aveva due grosse stanze, il soggiorno in cui si trovavano e una stanza da letto che si poteva vedere dall’ingresso. C’era una piccola area cucina contro il muro accanto a loro, il resto della stanza era occupato da un sofà e da un ampio tavolo con delle sedie su ogni lato, coperto da una disordinata collezione di materiale per registrazioni: un mixer, diverse grosse cuffie e un paio di snelli microfoni rialzati. Ogni centimetro di parete era coperto di carta: ritagli di giornale, lettere, disegni — il tutto spruzzato liberamente di adesivi, cuoricini e disegni di teneri animaletti.

Jie gesticolò in direzione della stanza: “Il mio studio!”, disse, girando su se stessa. “E tutte la posta dei miei fan e gli articoli su di me”. Fece scorrere con delicatezza le dita su un muro. Guardando più da vicino, Lu vide che ogni lettera iniziava con “Cara Jiani”, e che erano tutte scritte con una pulita grafia femminile. “Ho una casella postale a Macau. I miei amici mandano lì le lettere e a me ne mandano la scansione via e-mail. Tutto sotto il naso della zengfu!”

“E la vecchia signora nel pianerottolo?”

Jie si lanciò sul divano, la gonna si alzò fino alle cosce e lei calciò via le scarpe facendole finire davanti alla porta con una traiettoria da esperta. “Il nostro edificio deve rispondere alla squadra di investigatori delle nonne dai piedi fasciati”, disse, e lui rise di nuovo di fronte allo slang. Quando viveva a Nanjing usavano questo termine per riferirsi alle piccole vecchie signore che stavano sempre a ficcare il naso in giro, spettegolando su chi stava facendo qualcosa di cattivo o perverso. Non avevano davvero i piedi fasciati… la pratica di fasciare i piedi alle bambine al punto da farle crescere in maniera da non farle camminare bene era scomparsa, e non aveva mai visto veramente un piede fasciato al di fuori di un museo, nonostante le vecchine esclamavano sempre qualcosa sui piedi delle ragazze, facendo brutti rimproveri a quelle che avevano i piedi larghi e tubando dolcemente a quelle che li avevano piccoli… ma dimostrandosi comunque infastidite.

“E ha creduto che io sia un meccanico? Non ho nessun attrezzo!”

“Oh, no”, Hie rise di nuovo. Era un bel suono. Lu poteva capire perché fosse così popolare come ospite di uno show in rete. Quella risata era contagiosa. “No, pensa che stiamo facendo sesso!”

Lu si sentì arrossire e iniziare a balbettare. “Oh — Uh –“.

Ora lei stava ululando dalle risate, la testa all’indietro, i capelli sparsi sui cuscini del divano. “Dovresti vedere la tua faccia! Guarda, finché nonna Mao pensa che io sono una puttana da giardino, non sospetterà che in realtà sono Jianda, Piaga del Politburo e Voce del Pearl River Delta, giusto? Ora, levati le scarpe e diamo un’occhiata a quella ferita alla testa”.

Lui fece come gli veniva richiesto, allineando con cura le scarpe accanto alla porta e facendo un passo cauto sul polveroso pavimento di legno. Jie si alzò e lo guidò prendendolo per le spalle fino ad una delle sedie con le ruote accanto al tavolo e lo spinse giù per farlo sedere, poi si chinò su di lui e guardò con attenzione la sua testa. “Ok”, disse. “Per prima cosa, devi cambiare shampoo, hai i capelli molto grassi, è un peccato. In secondo luogo, hai un uovo di piccione che sta crescendo dalla tua testa, il che deve farti un po’ male. Ecco quel che ti dico, ti darò qualcosa di freddo da tenerci premuto sopra per qualche momento, poi voglio che tu vada a farti una doccia e che te lo pulisca per bene. Sembra abbia sanguinato un po’, ma non molto, il che è davvero una fortuna visto che le ferite alla testa di solito sanguinano da impazzire. Poi, una volta che ti avremmo riportato a uno stato più civile, ti metterò in rete e ti renderò ancora più famoso. Che te ne pare?”

Lui aprì la bocca per obiettare, ma lei si era già girata ed era accovacciata a scavare nel piccolo frigo. I capelli le ricadevano sulle spalle in una maniera che impediva a Lu di smettere di fissarli. Ora aveva in mano una confezione di involtini di pollo Hahaomai surgelati — Lu riconobbe la confezione, era quello che mangiavano per cena praticamente ogni sera al dormitorio di Boss Wing — che avvolse in un tovagliolino per poi poggiarli sulla sua testa. La sensazione fu come se pesassero 500 chili e fossero stati raffreddati allo zero assoluto, ma la testa gli smise di pulsare quasi istantaneamente. Si abbandonò sulla sedia e chiuse gli occhi, tenendo gli involtini sul punto in cui la zengfu — lo slang era contagioso — gli aveva dato un colpo d’amore. Seguì i movimenti di Jie intorno a lui dal rumore che faceva e dal soffio del suo profumo e del suo shampoo ogni volta che lei gli passava vicina. Non era male, pensò… decisamente meglio di quanto le cose andavano un’ora prima quando si era accucciato di fronte alla stazione parlando con il gweilo.

“Ecco”, disse lei, “prendi queste”. Lui aprì gli occhi e vide che lei gli stava porgendo due compresse gessose e un bicchier d’acqua.

“Cosa sono?”, chiese, strizzando gli occhi, abbagliato dalla luce del sole al tramonto che entrava dalla finestra. Si era quasi addormentato.

“Veleno”, disse lei. “Ho deciso di porre fine alle tue sofferenze. Prendile”.

Lui le prese.

“La doccia è laggiù”, disse lei, indicandogli la stanza da letto. “C’è un asciugamano sul copriwater ed ho trovato qualche pigiama che potrebbe starti. Laveremo i tuoi vestiti e li metteremo sul calorifero ad asciugare mentre parliamo. Senza offesa, signor Eroe dei Lavoratori, ma puzzi come qualcosa che sia morto da diversi giorni.

Lui arrossì di nuovo, se ne accorse, e non c’era niente che potesse fare per evitarlo se non tuffarsi attraverso la stanza — ebbe la confusa impressione che ci fossero di un letto stretto con un sottile lenzuola ammucchiato sul fondo, un disordine di animali di peluche, e pile di borse false strapiene di vestiti e cosmetici. Ed eccolo nel bagno, il bordo del lavandino ricoperto da misteriose ampolle e pozioni, tutte le cose strane che un sacco di pubblicità per ragazze mostravano, ma che non aveva mai visto in una casa, i coperchi sollevati, le polveri in parte cadute ai loro lati. Era tutto molto meno affascinante di come appariva sulle pubblicità, dove ogni cosa appariva leggermente umida e luccicante, ma era molto più eccitante.

Ogni superficie orizzontale nella doccia sembrava sorreggere qualche genere di bottiglia. Lu prese due grossi bottiglioni da un litro di doccia-shampoo, ma, dopo aver letto con più attenzione le etichette, scoprì che uno era per il corpo e l’altro per i capelli, così li usò entrambi. Gli sembrava che sulla sua testa cadesse non acqua, ma un gran numero di sassi appuntiti e sobbalzò quando fu si mise lo shampoo. Dopo la doccia, tolse la condensa dallo specchio per guardarsi e tutto quello che vide fu un grosso livido gonfio, una grossa macchia viola a forma di manganello, circondata da un alone verde-giallastro.

“Sul letto ci sono dei vestiti per te”, gridò Jia dall’altro lato della porta. Lui girò cautamente la maniglia e vide che lei aveva tirato delle tende per separare la camera da letto dal soggiorno, lasciandolo nella semi-oscurità. Sul letto c’erano, ben ripiegati, un paio di pantaloni da tuta e una camicia da ufficio di collocamento, quelle indossate dalle persone pagate per ogni passante persuaso ad entrare nell’ufficio di collocamento. Gli stavano un po’ stretti, ma riuscì ad infilarseli, appallottolò i suoi vecchi vestiti, che puzzavano sul serio, e si sporse oltre la tenda.

“Fatto”

“Vieni qui fuori, bellezza”, disse lei, mentre lui usciva a piedi nudi sulle mattonelle polverose. Lei si sporse verso di lui e annusò delicatamente. “Mmmm hai scelto lo shampoo dang-gui. Ottimo. Molto buono per le ragazze con problemi riproduttivi”. Tamburellò sulla propria pancia. “Presto avrai sicuramente un bambino!”

Lu sentì di stare per svenire dall’imbarazzo, letteralmente, sentiva la stanza girare intorno a lui.

Lei doveva aver visto la sua espressione, perché smise di ridere e gli strinse la mano. “Non preoccuparti”, disse lei. “Stavo solo prendendoti un po’ in giro. Il dang-gui va bene per tutto. Te lo avrà dato anche tua madre”. E, sì, lui si accorse che era per questo che l’odore gli era familiare — si ricordò di come aveva desiderato che sua madre gli desse delle erbe medicinali, e quel desiderio doveva averlo guidato fra le molte bottiglie della doccia.

“Vivi qui?”, chiese lui.

“In questo buco?”, fece una faccia scandalizzata. “No, no! Questo è solo uno dei miei studios. E’ utile avere un sacco di posti in cui posso lavorare. Rende la vita più difficile alla zengfu”.

“Ma i vestiti, il letto?”

“Sono solo un po’ di cose che lascio qui per le notti in cui lavoro fino a tardi. Il mio show a volte va avanti tutta la notte, a seconda di quanta gente mi chiama”. Sorrise di nuovo. Aveva le fossette. Lui non aveva mai notato le fossette di una ragazza prima. La ferita alla testa lo faceva sentire strano. O forse era amore.

“E ora?”

“Ora noi due parliamo di quello che hai visto”, disse lei. “Il mio show inizia fra…” guardò il cellulare… “12 minuti. Giusto il tempo per bere qualcosa e metterti a tuo agio”. Pescò fuori dal frigo una brocca filtrante piena d’acqua e gli riempì un bicchiere, preso da uno scaffale vicino al piccolo lavandino. Lui lo prese e bevve avidamente e lei gli diede la brocca, poggiandola su un lato del tavolo prima di sedersi sulla sedia dall’altro lato.

Jie iniziò a cliccare e digitare, aggrottando le sopracciglia in una maniera adorabile, infilandosi un due grosse cuffie, posizionando un microfono. Gli fece un gesto e lui si sedette sulla sedia dall’altro lato, riempiendo di nuovo il bicchiere.

“Che genere di show hai detto che è questo?”

“Sei davvero un ragazzo!”, disse lei, alzando lo sguardo dallo schermo, continuando a battere sulla tastiera con le dita, producendo con le unghie curate dei ticchettii simili a quelli di un insetto.

Lu si guardò. “Suppongo di esserlo”, disse.

“Quello che voglio dire è che se tu fossi una ragazza sapresti tutto sul mio show. Ogni ragazza delle fabbriche mi ascolta, credimi. Vado in onda dopo cena e tutte loggano, mi chiamano, chattano, telefonano e mi dicono i loro problemi. E io dico loro cosa gli serve sentire. Per lo più si riduce a questo: se il tuo capo vuole rovinarti, trovati un altro lavoro o preparati a venire fregata in molti modi. Se il tuo ragazzo è uno scroccone che non lavora e si fa prestare soldi da te, trovati un nuovo ragazzo, anche se lui è ‘l’amore della tua vita’. Se le tue amiche parlano male di te, parla con loro apertamente, fa un buon pianto e ricomincia. Se una tua amica va col tuo ragazzo, liberati di entrambi. Se tu stai andando con il ragazzo di una tua amica, fermati. Mollalo, confessa le tue colpe con lei, e non farlo più”. Mentre parlava contava il tutto sulle dita, come se si trattasse della lista della spesa.

“Suona piuttosto ripetitivo”, disse Lu. Si chiese se lei si stesse inventando tutto, o se fosse pazza. Poteva veramente esistere uno show che tutte le ragazze delle fabbriche sentivano e di cui lui non sapeva niente? Pensò a quanto poco le ragazze della fabbrica di Shilong New Town avessero parlato con lei quando lavorava come guardia di sicurezza e decise che, sì, era perfettamente possibile.

“E’ molto ripetitivo, ma ci piace così, alle mie ragazze e a me. Alcuni problemi sono universali. Ci sono cose che non si possono ripetere abbastanza. In ogni caso, non è tutto qua. Abbiamo varietà! Abbiamo te!”

“Me”, disse Lu. “Mi stai per mettere in questo show seguito da tutte queste ragazze? Perché? Non farà sì che la polizia ci tenga ancora di più a prendermi?”

“Caro, la polizia vuole già catturarti. Ricordati del video. La tua faccia è ovunque. Più famoso sei, più difficile per loro sarà arrestarti, fidati.”

“Come puoi esserne certa? Hai mai fatto una cosa del genere prima?”

“Ogni giorno”, disse lei, con gli occhi spalancati. “Ti parlo per esperienza. La polizia sta cercando di prendermi da due anni, e sono rimasta fuori dalle loro grinfie. Sono troppo popolare per essere catturata!”

“Non credo di capire come funzioni questa cosa”.

Lei guardò il telefono. “Abbiamo solo un minuto. Te lo spiegherò velocemente: se sei un fuggitivo, è dura essere poveri. Ancor più dura che per chi non è in fuga. E’ costoso nascondersi. Hai bisogno di un sacco di posti in cui vivere, un sacco di telefoni che puoi abbandonare. Devi essere in grado di pagare delle li, ovvero delle “bustarelle” e devi essere in grado di muoverti velocemente. Essere famoso vuol dire avere accesso a denaro e a favori da un sacco di persone. Le mie ascoltatrici sono quello che mi permette di andare avanti, sia grazie a donazioni dirette che grazie agli spazi pubblicitari che vendo”.

“Spazi pubblicitari? Chi comprerebbe pubblicità sullo show radio di una fuggitiva?”

Lei scosse le spalle. “I taiwanesi”, disse. L’isola di Taiwan si considerava separata dalla Cina dal 1949, ma la Cina non aveva mai smesso di fare rivendicazioni su di essa. “Il Falun Dong, a volte”. Lei vide l’espressione shockata sulla sua faccia. “Non ti preoccupare, io non sono religiosa. Ma accetto i loro soldi. A loro non importa se li prendo in giro nello show fin tanto che trasmetto anche le loro pubblicità”.

Lui scosse la testa. “E’ tutto così strano”, disse.

Il resto della scena è già stato tradotto:
leggi For the Win: Parte 2, scena 4 (2 di 2)

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