For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (1 di 3)

Continua da For the Win, parte 2, scena 2

Questa scena è dedicata a Booksmith, di San Francisco, collocato nel leggendario vicinato di Haight-Ashbury, a sole poche porte di distanza da “Ben and Jerry’s”, all’angolo esatto fra Haight e Ashbury. La gente del Booksmith sa davvero come gestire eventi con la partecipazione di autori famosi. Quando vivevo a San Francisco, andavo lì in continuazione per sentire parlare incredibili scrittori (William Gibson fu indimenticabile)- Producono anche delle piccole trading cards come quelle dei giocatori di baseball, per ciascun autore — ne ho due in ricordo delle due volte che sono andato io a parlare da loro.

Booksmith: 1644 Haight St. San Francisco CA 94117 USA +1 415 863 8688

Yasmin non vedeva più Mala. Se non eri della banda, il “Generale Robotwalla” non voleva parlarti.

E Yasmin non voleva più essere nella banda.

Anche lei aveva ricevuto una visita da Sorellona Nor. Quello che diceva la donna aveva senso. Loro facevano tutto il lavoro, ma non prendevano quasi nulla del denaro che guadagnavano. Questo non era vero solo nei giochi — i suoi genitori avevano passato l’intera vita a sgobbare per altri e questi altri erano diventati sempre più ricchi, mentre loro erano rimasti a Dharavi

Il signor Banerjee aveva pagato l’esercito di Mala più di quanto qualsiasi altro bambino degli slum potesse guadagnare, questo era vero, e venivano anche pagati per giocare ai loro giochi, il che era sembrato un miracolo… all’inizio. Ma più Yasmin ci pensava, meno miracoloso sembrava il tutto. Sorellona Nor le aveva mostrato delle immagini, mentre erano sul gioco, dei lavoratori a cui stavano rovinando il lavoro. Alcuni erano in Indonesia, altri in Tailandia, alcuni in Malesia, altri in Cina. Un sacco di loro era in India, In Sri Lanka, in Pakistan, e in Bangladesh, da cui venivano i suoi genitori. Le assomigliavano. Assomigliavano ai suoi amici.

E anche loro stavano solo cercando di guadagnare dei soldi. Stavano solo cercando di aiutare le proprie famiglie, nella stessa maniera in cui lo aveva fatto l’esercito di Mala. “Non devi per forza fare del male agli altri lavoratori per sopravvivere”, le aveva detto Sorellona Nor. “Possiamo tutti prosperare insieme”.

Giorno dopo giorno, Yasmin si era insinuata nel caffè della signora Dibyenduprima che l’Esercito si riunisse — non dalla signora Dibyendu, ma in un nuovo Internet Café poco più in là sulla strada, vicino al collettivo del papadam delle donne — e aveva chiacchierato con Sorellona Nor e ascoltato le sue storie su come avrebbero potuto andare le cose.

Non ne aveva mai parlato con nessun altro nell’esercito. Per quanto ne sapevano, lei era il leale luogotenente di Mala, solida e affidabile. Lei doveva mantenere la disciplina nei ranghi, il che voleva dire impedire ai ragazzi di litigare troppo ed impedire alle ragazze di formare gruppetti contrapposti che mormoravano e sibilavano l’uno contro l’altro. Per loro lei era un severo, formidabile combattente, qualcuno a cui obbedire incondizionatamente in battaglia. Non poteva avvicinarsi loro e dire “Avete mai pensato di combattere per i lavoratori anziché contro di loro?”

Non importava quando Sorellona Nor lo avrebbe voluto.

“Yasmin, loro ti ascoltano, la, loro ti amano e guardano a te come ad un esempio. Lo dici tu stessa”. Il suo Hindi aveva uno strano accento ed era insaporito di parole inglesi e cinesi. Ma c’erano un sacco di accenti buffi a Dharavi, dialetti e lingue provenienti da tutta la Madre India.

Alla fine, acconsentì. Non a parlare con i soldati, ma a parlare con Mala, che era stata sua amica fin da quando Yasmin l’aveva trovata mentre stava trasportando un grosso sacco di iuta dal negozio del signor Bhatt fino a casa, con il suo fratellino. Sembrava smarrita e spaventata, nelle strade di Dharavi. Lei e Mala erano state inseparabili da quel momento in poi, e Yasmin era sempre stata in grado di dirle qualsiasi cosa.

“Buon giorno, Generale”, disse, mettendosi affianco a Mala mentre questa camminava verso il pozzo comunale con un secchio d’acqua in ciascuna mano. Prese un secchio da Mala e strinse la mano ora libera in una stretta fraterna.

Mala sorrise e strinse a sua volta. Il sorriso fu come quello della vecchia Mala, la Mala che esisteva prima che arrivasse il Generale Robotwallah. “Buon giorno, Luogotenente”. Mala era carina quando sorrideva, i suoi occhi seri pieni di birboneria, i piccoli denti quadrati tutti in mostra. Quando sorrideva in questo modo, Yasmin sentiva di avere una sorella.

Parlarono a bassa voce mentre aspettavano di usare il pozzo, passandosi informazioni sulle proprie famiglie. La madre di Mala aveva incontrato un uomo alla fabbrica del signor Bhatt, un uomo i cui genitori erano arrivati a Mumbai una generazione prima, ma dello stesso villaggio. Era cresciuto ascoltando storie della vita nel villaggio e poteva starsene ad ascoltare la ammaji di Mala raccontare storie di quella terra promessa per tutto il giorno. Era gentile, aveva una risata poderosa e Mala approvava. La nani di Yasmin, ovvero sua nonna, era in contatto con un fiammiferaio di Londra e stava minacciando Yasmin di trovarle un marito laggiù, anche se i suoi genitori non ne volevano neanche sentir parlare.

Una volta che ebbero l’acqua, Yasmin aiutò Mala a portarla fino a casa sua, ma si fermò prima che ci arrivassero, al riparo dello scivolo sospeso in cui i lavoratori facevano scivolare le casse da una fabbrica al secondo piano fino ai portatori a terra. La fabbrica non aveva ancora aperto, per cui in quel momento era tutto tranquillo.

“Sorellona Nor mi ha chiesto di parlarti, Mala”.

Mala si irrigidì ed il suo sorriso scomparve. Nei suoi occhi c’era uno sguardo duro, lo sguardo del Generale Robotwallah. “Cosa ti ha detto?”

“Le stesse cose che ha detto a te, immagino. Che la gente contro cui combattiamo sono dei lavoratori, come noi. Che possiamo vivere senza fare del male ad altra gente. Che possiamo lavorare con loro, coi lavoratori in ogni luogo…”

Mala alzò la mano, il comando del Generale per ottenere silenzio nella centrale operativa. “L’ho sentito, l’ho sentito. E cosa, pensi che abbia ragione? Vuoi abbandonare tutto e tornare a come eravamo prima? Tornare a scuola, tornare al lavoro, tornare a non avere soldi, non avere cibo ed essere spaventati tutto il tempo?”

Yasmin non ricordava di essere stata sempre spaventata e la scuola non era stata così male, giusto? “Mala”, disse, cercando di placarla “Volevo solo parlare con te di questa cosa. Tu ci hai salvato, hai salvato tutti noi dell’Esercito, ci hai portati fuori dalla miseria, verso le ricchezze e il lavoro. Ma lavoriamo e lavoriamo per il signor Banerjee, per i suoi capi, come i nostri genitori lavorano per dei capi, come i bambini contro cui combattiamo nel gioco lavorano per dei capi e stavo solo pensando… ” Riprese fiato. “Penso di avere più cose in comune con i lavoratori di quante non ne abbia con i capi. Che, forse, se tutti quanti ci unissimo insieme, e chiedessimo un accordo migliore da tutti loro…”

Gli occhi di Mala fiammeggiarono. “Vuoi guidare l’Esercito, è così? Vuoi portarci in questa tua missione per diventare amici di tutti, unirci per combattere contro il signor Banerjee e i capi, contro il signor Bhatt che possiede la fabbrica e contro la gente che possiede il gioco? E come combatterai, piccola Yasmin? Vuoi capovolgere l’intero mondo così che alla fine sia giusto e gentile con tutti?”

Yasmin si ritrasse, ma prese un profondo respiro e guardò nei terribili occhi del Generale. “Cosa c’è di così sbagliato con la gentilezza, Mala? Cosa c’è di così orribile nel sopravvivere senza danneggiare altre persone?”

Le labbra di Mala si contorsero in una smorfia di puro disgusto. “Non lo sai ancora, Yasmin? Non te ne sei ancora resa conto? Guardati attorno” Fece un ampio gesto col secchio d’acqua, quasi colpendo una vecchia signora che stava muovendosi lentamente accanto a loro, portando a sua volta dei secchi d’acqua. “Guardati attorno! Lo sai che ci sono delle persone in tutto il mondo che hanno delle belle automobili, mangiano bene, hanno servitori e cameriere? Ci sono persone in tutto il mondo che hanno dei bagni, Yasmin, che hanno l’acqua corrente in casa e che hanno ciascuno una propria camera con un bel letto in cui dormire! Pensi che quelle persone rinunceranno ai loro bei letti, alle loro belle case e automobili per te? E se non rinunciano loro, da dove potranno arrivarci queste cose? Quanti letti e quante automobili ci sono al mondo? Ce ne sono abbastanza per tutti noi? In questo mondo, Yasmin, non c’è abbastanza per tutti. Questo vuole dire che ci saranno degli sconfitti e dei vincitori, come in ogni gioco, e tu puoi decidere se vuoi essere un vincitore o un perdente.”

Yasmin mormorò qualcosa.

“Cosa?”, le urlò Mala. “Che stai dicendo, ragazza? Parla così che ti possa sentire!”

“Non penso che sia così. Penso che possiamo essere gentili con le altre persone e che loro saranno gentili con noi. Penso che possiamo rimanere uniti, come un team, come l’Esercito, e lavorare tutti insieme per rendere il mondo un posto migliore”.

Mala fece una risata, che suonava forzata e Yasmin pensò di aver visto delle lacrime negli occhi della sua amica. “Sai cosa succede quando ti comporti così, Yasmin? Trovano un modo per distruggerti. Per costringerti a diventare un animale. Perché loro sono degli animali. Vogliono vincere e se tu offri loro una mano, loro ti taglieranno via le dita. Devi essere un animale per sopravvivere”.

Yasmin scosse la testa, negando ogni cosa.”Non è vero, Mala! I nostri vicini, qui, loro non sono animali. Sono persone. Sono brave persone. Non abbiamo niente, ma comunque cooperiamo. Ci aiutiamo l’un l’altro…”

“Oh, certo, magari puoi farti un piccolo gruppo di amici qui, gente che dovrebbero guardarti negli occhi se dovessero cercare di giocarti un brutto tiro. Ma il mondo è grande. Pensi che quegli amici di Sorellona Nor a Singapore, In Cina, in America, in Russia… Credi che loro ci penserebbero due volte prima di distruggerti? In Africa, in…”. Mosse il braccio in un gesto ampio, a includere tutti i paesi di cui non conosceva il nome, pieni di branchi di lavoratori predatori, pronti a prendere loro il loro lavoro. “Ascolta: te ne importa davvero così tanto dei cinesi e dei russi e di tutte queste altre persone? Ti toglieresti il pane di bocca per darlo a loro? Per un branco di stranieri che non si degnerebbero di sputarti addosso se stessi morendo bruciata?”

Yasmin credeva di conoscere la sua amica, ma queste cose non assomigliavano a niente che Mala avesse detto prima. Da dove veniva tutto questo patriottismo indiano? “Mala, i giochi a cui giochiamo appartengono a degli stranieri. Chi se ne frega se sono stranieri? Non è abbastanza il fatto che siano persone? Non eri tu quella che si arrabbiava per lo stupido sistema di caste e diceva che tutti avevano diritto all’uguaglianza?”

“Diritto!” Mala sputò la parola come fosse una bestemmia. “A chi importa a cosa hai diritto, se non puoi ottenerlo. Riempiti la pancia col diritto. Dormi su un letto di diritto. Guarda cosa si ottiene dall’avere diritto!”

“Quindi il tuo Esercito si interessa solo a prendere qualsiasi cosa possa, anche se questo vuol dire fare del male a delle altre persone?”

Mala si drizzò ancora di più. “Esatto, il mio esercito, Yasmin. Il mio esercito! E tu non ne fai più parte. Non ti dar pena di tornare, perché, perché…”

“Perché non sono più tua amica né tua luogotenente”, disse Yasmin. “Lo capisco, Generale Robotwallah. Ma il tuo esercito non durerà per sempre, mentre la nostra amicizia avrebbe potuto farlo, se per te fosse contata di più. Mi spiace che tu faccia questa decisione, Generale Robotwallah, ma spetta a te. E’ il tuo karma.” Poggiò a terra il secchio d’acqua e si girò, andandosene via, la schiena dritta, aspettando che Mala le saltasse sulla schiena e la facesse finire nel fango, aspettando che lei corresse per abbracciarla e chiedere scusa. Arrivò fino all’incrocio successivo, in una strada stretta in mezzo ad altre fabbriche di riciclaggio della plastica e fece in modo di guardare dietro di sé mentre girava, facendo finta di stare schivando un paio di capre portate da un anziano uomo tamil.

Mala stava dritta come un soldato, gli occhi brucianti fissi su di lei, che la trafissero per un momento, la bloccarono, così che dovette davvero impegnarsi a schivare le capre. Quando guardò di nuovo indietro, il Generale si era allontanato, le braccia magre tese nel trasporto dei secchi d’acqua.

Sorellona Nor le aveva detto di essere comprensiva.

“E’ ancora tua amica”, disse la donna. La sua voce emanava dal gigantesco robot che faceva da guardia ad un gruppo di gold-farmers Webbly che stavano raidando metodicamente una vecchia armeria, uccidendo gli zombie e prendendo il denaro e le armi che apparivano ogni volta che ripetevano il dungeon. “Forse non lo sa, ma è dal lato dei lavoratori. L’altro lato, il lato dei boss, quelli la useranno per i suoi servigi, ma non la lasceranno mai entrare nel loro campo. La cosa migliore che può sperare è di diventare un cagnolino coccolato, una piccola quantità di utili muscoli in affitto. Non penso che le basterà, e tu?”

Ma non era di molto conforto. In una mattina, Yasmin aveva perso la sua migliore amica ed il suo lavoro. Iniziò ad andare di nuovo a scuola, ma nei sei mesi passati era rimasta indietro e ora gli insegnanti volevano che rimanesse indietro di un anno e si sedesse fra gli studenti del quarto anno, cosa che per lei era imbarazzante. Era sempre stata una buona studentessa e la umiliava doversi sedere coi ragazzini più giovani — e, a rendere le cose peggiori, era alta per la sua età, quindi torreggiava sopra tutti loro. Poco a poco, smise di andare a scuola.

I suoi genitori erano oltraggiati, ovviamente. Ma lo erano stati anche quando Yasmin si era unita all’esercito. All’epoca suo padre l’aveva picchiata per dieci giorni filati, mentre lei si rifiutava di piangere, rifiutava di lasciare che la sua volontà venisse spezzata. Alla fine, erano stati vinti dalla sua testardaggine. E, ovviamente, dal denaro che aveva portato a casa.

Yasmin poteva occuparsi dei suoi genitori.

L’Internet Café della signora Dibyendu era un posto triste ora che l’Esercito se ne era andato. Mala era riuscita a costringere il signor Banerjee a cedere su questo punto e lo aveva considerato un enorme dimostrazione di forza in cui lei aveva prevalso. Ma Yasmin pensava che Mala non ce l’avrebbe mai fatta se la signora Dibyendu non fosse stata così desiderosa di sbarazzarsi dell’Esercito.

Yasmin però dubitava che la signora Dibyendu avesse anticipato l’effetto che la partenza dell’Esercito avrebbe avuto sul suo piccolo negozio. Una volta che l’Esercito se ne fu andato, ogni ragazzino di Dharavi lo seguì — nessuno che avesse meno di trent’anni metteva piede nel suo Café. Nessuno eccetto Yasmin, che ora sedeva lì tutto il giorno, combattendo per i lavoratori.

“Sei molto brava”, le aveva detto Justbob. Justbob era la luogotenente di Sorellona Nor, e il suo hindi era terribile, per cui comunicavano in un inglese spezzato che ciascuna di esse comprendeva a malapena. Nonostante ciò, il gioco di Justbob era aggressivo e solo un pelo sotto l’essere del tutto spericolato, completamente privo di paura. Mentre giocava, Justbob gridava degli spaventosi urli di battaglia in tamil ed in cinese, cosa che faceva ridere Yasmin persino mentre le veniva la pelle d’oca. A Justbob piaceva incaricare Yasmin delle scelte strategiche mentre lei guidava armate di difensori provenienti da tutto il mondo, difendendo i lavoratori da gente come Mala.

“Grazie”, disse Yasmin, inviando uno squadrone a fintare contro il fianco sinistro di un un’unità di venti incrociatori di arrugginite automobili da battaglia rese simili a ricci dalle mitragliatrici e lanciagranate che avevano addosso. Giocava soprattutto a Mad Max: Autoduel and Civilization, in questi giorni, evitando Zombie Mecha e gli altri giochi in cui Mala ed il suo Esercito la facevano da padroni. Autoduel andava di moda adesso, unito ad un reality show in cui dei folli uomini bianchi combattevano l’uno contro l’altro nei deserti australiani con delle auto assassine uguali a quelle in gioco.

L’esercito nemico si bevve la finta, spostandosi in un ampio arco per mostrare le armi montate davanti a loro ai piccoli e veloci scout in motocicletta. Questi dovevano essere sembrati dei bersagli facili: le veloci moto da cross non potevano reggere nessun vero armamento o armatura, così ogni guidatore era limitato ad utilizzare armi a mano, soprattutto Uzi automatici, spargendo sventagliate di proiettili metallici contro i grugni pesantemente corazzati del nemico, che ricambiò il fuoco con le mitragliatrici, montate su tripodi, e con i lanciagranate .

Ma mentre si giravano finirono in una doppia fila di mine che Yasmin aveva piazzato di nascosto all’inizio della battaglia. Poi, mentre le automobili saltavano e cozzavano le une contro le altre, i dragoni di Justbob entrarono dal lato sinistro, lo splendido furgone da battaglia da quello destro — un pesante RV a due pieni corazzato con un’armatura a tre strati, su cui si aprivano numerose feritoie, dalle quali si poteva sparare con una batteria di lanciafiamme e armi balistiche automatiche, la maggior parte delle quali sparava proiettili di uranio impoverito che passavano attraverso le auto nemiche come fossero di burro. Non era difficile fuggire dal furgone da battaglia, ma non c’era nessun posto in cui il nemico potesse fuggire, e, pochi minuti dopo, tutto quello che era rimasto dei nemici erano petrolio in fiamme e corpi orrendamente mutilati.

Yasmin allargò la visuale e spostò il suo tre-ruote intorno ad una duna fino a dove il party di lavoratori continuava indisturbato a lavorare, facendo scavi in una città sepolta piena di bestie mutanti, saccheggiando le sue ricche riserve di munizioni e tesori d’arte per la decima volta quel giorno. Yasmin non poteva veramente parlare con loro — erano di un qualche posto in Cina chiamato Fujian e, in ogni caso, erano occupati. Avevano abbandonato i loro boss e avevano formato una cooperativa di lavoro, dividendosi equamente gli introiti, ma si erano fortemente indebitati comprando i computer per fare ciò. Da quello che Yasmin era riuscita a capire, i loro familiari potevano venire feriti, persino uccisi, se non riuscivano a pagare una rata, perché avevano preso denaro in prestito da dei criminali.

Sarebbe stata una bella cosa se avessero avuto accesso ad una migliore fonte di denaro, ma certamente non poteva trattarsi di Yasmin. I soldi che le dava l’Esercito erano finiti poche settimane dopo aver lasciato Mala, e nonostante la IWWWW la pagava un po’ per fare la guardia alla gente del sindacato, non era molto, soprattutto rispetto alla gran quantità di denaro che il signor Banerjee elargiva con indifferenza.

Almeno non stava facendo del male ad altra povera gente per sopravvivere. Gli stupidi si cui si era appena sbarazzata sarebbero stati pagati anche se avevano perso. E poi doveva ammetterlo: era divertente. C’era una vera emozione nel giocare al gioco, giocarci bene, avendo questa armata di gente che seguiva la sua guida per cooperare e diventare un’arma invincibile.

Poi, Justbob scomparve. Non scrisse neanche un frettoloso “gtg”, semplicemente non era più dall’altro capo del microfono. E c’erano rumori di qualcosa che veniva distrutto, grida in un linguaggio che Yasmin non conosceva. Urla distanti.

Yasmin accese Minerva, il social network preferito dagli Webbly, come faceva un migliaio di volte al giorno. Minerva era stato sviluppato per i giocatori, ed aveva ogni genere di belle dashboard che mostravano i mondi in cui si trovavano i tuoi amici, che genere di battaglie stavano combattendo e così via. Era facile perdersi in Minerva, cadendo in una trance di click scorrendo gli screenshot di battaglie famose, leggendo gli insulti e le vanterie fra le gilde, discussioni accese sul metodo migliore per fare un certo livello — e gli interminabili scambi di colpi tra gold-farmer. Una cosa che adorava di Minerva era il traduttore automatico, il cui database includeva ogni genere di abbreviazioni e slang usati dai giocatori. Sapeva che Kekekekeke era l’equivalente coreano di LOL e un milione di altre cose di dialetti vitali. Questo rendeva Minerva specialmente utile per il network globale delle gilde degli Webbly, cooperative di lavoratori, locali e clan.

La sua dashboard era impazzita. Webbly da tutto il mondo stavano tweettando riguardo a qualcosa che stava succedendo in Cina, un grosso sciopero da parte di un gruppo di gold-farmer che si erano rivoltati contro i loro boss e che ora stavano facendo picchetto fuori dalle loro fabbriche. I giocatori di tutto il mondo stavano andando in un posto su Mushroom Kingdom per bloccare un qualche genere di exploit che questi stavano utilizzando prima di iniziare a scioperare. Yasmin non aveva mai giocato a Mushroom Kingdom, quindi non sarebbe stata di nessuna utilità lì — dovevi sapere un sacco di cose riguardo alle armi e alla fisica di gioco, come anche dei tipi di personaggi, prima di poter combattere efficientemente. Ma a giudicare da quello che poteva vedere, c’erano più che abbastanza Webbly disponibili su ogni shard per riempire il vuoto.

Seguì i messaggi man mano che arrivavano, guardò le avanzate e le ritirate, le vittorie e le sconfitte, aspettando sulle spine la fine della battaglia che sarebbe arrivata quando i GM avessero scoperto che stava succedendo qualcosa, bannando quindi tutti gli account. Quella era l’arma segreta di tutte le battaglie: chiunque che avesse fatto la spia agli impiegati delle compagnie che gestivano i mondi poteva distruggere entrambe le fazioni in lotta, distruggendo i loro account e il loro loot in un istante. Nessuno poteva permetterselo — e nessuno poteva neanche permettersi di combattere in battaglie così grandi da attirare l’attenzione dei GM.

Ma, nonostante ciò, ecco lì gli Webbly, a centinaia, che rischiavano i loro account e i loro mezzi di sussistenza per rimandare indietro i sicari che stavano cercando di spezzare lo sciopero. Il sangue di Yasmin cantava: eccola, eccola qui la cosa di cui Sorellona Nor aveva parlato: Solidarietà! Una ferita ad uno è una ferita a tutti! Siamo tutti nella stessa squadra… e rimaniamo uniti.

C’erano anche video e immagini dello sciopero nel mondo reale — magri ragazzi cinesi che sbattevano gli occhi come gufi alla luce del sole, nelle strade lontane di una terra distante, in piedi con le braccia unite di fronte a delle porte di vetro, cantando slogan in cinese. I passanti li guardavano con tanto d’occhi, li indicavano o ridevano. Molti di coloro che passavano di lì per caso erano ragazze, intorno ai vent’anni, molto ben vestite, con acconciature alla moda, gonne corte, bluse ben stirate e capelli lucenti. Li fissavano, e qualcuna di loro si avvicinò persino a parlare ai ragazzi, che si beavano della loro attenzione. Yasmin sapeva come funzionavano le cose fra ragazzi e ragazze e la maniera in cui si comportavano gli uni con le altre… non aveva forse già visto e usato quella conoscenza quando era luogotenente di Mala?

E ora sempre più ragazze stavano unendosi ai ragazzi — non proprio unendosi, ma piuttosto affollandosi attorno a loro, formando capannelli, parlando fra di loro. Ed ecco che arrivò anche la polizia, un sacco di foto della polizia che fecero sprofondare il cuore di Yasmin. Poteva vedere, con il suo occhio da stratega, come le posizioni in cui i poliziotti si erano disposti avrebbero funzionato in una carica contro gli scioperanti, chiudendo loro ogni via di fuga, inscatolandoli e intrappolandoli quando la polizia avesse colpito.

Ora le foto arrivarono più lentamente, ora i video si fermarono. Mani guantate raggiungevano gli obbiettivi e portavano via gli apparecchi di registrazione, coprendone le lenti. L’ultimo rumore che si sentì fu di urla, rabbiose, spaventate, di dolore…

E ora i messaggi in fondo allo schermo iniziarono ad impazzire ancora di più, messaggi dai picchetti in Cina sulle cariche della polizia, e ci fu un momento surreale in cui a Yasmin sembrò di leggere di nuovo di una battaglia in gioco, ambientata in un mondo ispirato alla Cina industriale, un posto che le era estraneo quanto Zombie Mecha o Mad Max. Ma questa era gente reale, che si azzuffava con la vera polizia, che veniva colpita da veri manganelli. L’immaginazione di Yasmin le fornì la visione di gente che urlava, che si contorceva, calpestandosi l’un l’altro, con la stessa ricchezza di dettagli che c’era nei giochi. Era una scena familiare, ma non erano zombie ad essere catturati nella mischia, a cadere sotto le manganellate, ma giovani, pallidi ragazzi cinesi e belle ragazze cinesi alla moda.

E poi i messaggi scomparvero, mentre tutti sulla scena si zittirono. Continuavano ad arrivare messaggi impazziti da tutto il mondo, qualcuno dicendo che la polizia cinese poteva scollegare tutti i cellulari di una città o di una zona locale se volevano. Così forse c’era ancora della gente che faceva le riprese e scriveva. Forse non erano stati tutti arrestati e portati via.

Yasmin nascose la faccia fra le mani e respirò pesantemente. La signora Dibyendu le gridò qualcosa, forse preoccupata. Era impossibile capirlo al di sopra del suono del fluire del sangue nelle orecchie e il martellante battito del cuore.

Là fuori, Webbly in tutto il mondo stavano combattendo per un mondo migliore per la gente povera, e a cosa serviva? Come poteva la sua solidarietà aiutare quelle persone in Cina? Come potevano loro aiutare lei quando ne avesse avuto bisogno? Dove erano Sorellona Nor, Justbob e Il Possente Krang quando ne aveva bisogno?

Barcollò nella luce del giorno, sbattendo le palpebre, pensando a quei magri ragazzi cinesi e alla polizia schierata strategicamente intorno a loro. Di colpo, le strade e i vicoli familiari di Dharavi le sembrarono sinistri e claustrofobici, come se ci fosse gente che la osservava ad ogni angolo, pronta ad attaccarla. Dopo tutto, era solo una ragazza, una ragazzina, non un possente guerriero o un generale.

I suoi piedi traditori la guidarono lungo la strada, a girare un angolo, dietro il piazzale dove le donne della cooperativa stavano stendendo i loro papadam nel sole, fino al nuovo Café dove combattevano Mala e il suo esercito. Erano lì, adesso, il suono del gioco turbolento riempiva l’aria come fumo, come la tentazione degli odori di una cucina, che fanno venire l’acquolina in bocca.

Cosa è che stavano urlando? Si trattava di una qualche battaglia che avevano combattuto — una battagli su Mushroom Kingdom. Una battaglia contro gli Webbly. Ovvio. Loro erano i migliori. Chi altro avresti voluto assoldare per combattere le armate degli Webbly? Sentì un dolore allo stomaco, e la terra sembrò fuggire lontano da lei, mancandole da sotto i piedi. Era sola adesso, davvero sola, la nemica dei suoi vecchi amici. Non c’era nessuno accanto a lei, eccetto alcune persone lontane in una terra distante e che lei non aveva mai conosciuto… che lei probabilmente non avrebbe mai conosciuto.

Scoraggiata, si girò, diretta verso casa. Suo padre era via per qualche giorno, in viaggio a Pune per posare un pavimento, per lavoro. Lavorava in una fabbrica di piastrelle adesive, dove stampavano finta pietra su dei quadrati di vinile dal retro adesivo, che potevano essere installati facilmente nelle torri di uffici nella zona industriale di Pune. C’erano sempre piastrelle in giro per casa e Yasmin non le aveva mai degnate di attenzione, finché non aveva iniziato a giocare con Mala. Un giorno si era presa un colpo quando si era accorta che le strane irregolarità intorno ai bordi delle piastrelle, nelle sottili “vene di marmo” erano le stesse sbavature di compressione che ottenevi quando la grafica di un gioco iniziava a perdere i colpi. Venivano chiamati “artefatti JPEG”, nei forum. Era come se le piccole imperfezioni che rendevano i giochi leggermente irrealistici stessero infiltrandosi nel mondo reale.

Quella sensazione era con lei, mentre si allontanava dal Café come un fantasma, ma venne riportata alla realtà da qualcuno che le batteva sulla spalla. Si girò di scatto, trasalendo, sentendo per qualche ragione che qualcuno le stava per tirare un pugno.

Ma si trattava di Sushant, il più alto dei ragazzi dell’esercito di Mala, che non aveva mai strepitato e combattuto come gli altri ragazzi, ma che invece aveva sempre fissato intensamente lo schermo, come se desiderasse poterci fuggire dentro. Yasmin si trovò a fissarlo proprio sotto i suoi occhi e lui scosse il capo in un gesto di scusa e le sorrise timidamente.

“Mi era sembrato di averti vista passare”, disse. “E ho pensato…” abbassò lo sguardo.

“Hai pensato cosa?” disse lei. Le parole vennero fuori dure, con una rabbia che non sapeva di provare fino a quel momento.

“Ho pensato che potevo venire fuori e…” si fermò.

“Cosa? Cos’è che pensi, Sushant?” Ora era lei che scuoteva la testa da un lato all’altro e si sporse verso di lui, i nasi vicinissimi. Poteva sentire l’odore del bahji di spinaci che lui aveva mangiato a pranzo.

Lui si ritrasse, spalancando gli occhi. Yasmin si rese conto che era terrorizzato. Si rese conto che lui probabilmente aveva corso un bel rischio soltanto per essere venuto fuori a parlarle. La disciplina era tutto nell’esercito di Mala. Non era forse stato proprio l’incarico di Yasmin quello di mantenere la disciplina?

“Scusami”, disse, indietreggiando. “E’ bello rivederti, Sushant. Hai mangiato?” Era una formalità, perché sapeva che lui lo aveva fatto, ma era quello che si dice ad un amico quando ci si incontra, a Dharavi, a Mumbai… Forse in tutta l’India, per quel che ne sapeva Yasmin.

Lui sorrise di nuovo, un piccolo sorriso timido ed esitante. Era da spezzare il cuore a vederlo. Yasmin si rese conto che non gli aveva mai parlato molto quando era la luogotenente di Mala. Non aveva mai avuto bisogno di blandirlo o parlargli duramente per fargli fare il suo lavoro, per cui lo aveva praticamente ignorato. “Ho pensato di uscire e salutarti perché manchi a tutti noi. Speravo che tu e Mala poteste…” esitò di nuovo, e Yasmin si rese conto di aver serrato involontariamente la mascella in una espressione caparbia ed arrabbiata.

“Mala ed io abbiamo scelto strade diverse”, disse, facendo uno sforzo cosciente per suonare calma. “E’ definitivo. Vanno bene le cose per lei e per voi?”

Lui annuì. “Vinciamo ogni battaglia”.

“Congratulazioni”.

“Ma ora… ultimamente… ho passato del tempo a pensare…”

Lei aspettò che lui dicesse qualcos’altro. Il momento di silenzio si allungò. Gli adulti passavano loro accanto e lei si rese conto che probabilmente pensavano che lui la stesse corteggiando, visto che erano un ragazzo e una ragazza. Se qualcuno diceva qualcosa a suo padre…

Ma non le importava più. Suo padre era lontano, ad installare artefatti JPEG in un parco IT a Pune. Lei non aveva più l’esercito né amici, né andava più a scuola. Nulla poteva più importarle.

“Ho parlato coi tuoi amici”, disse lui alla fine.

“I miei amici?”. Non sapeva di averne.

“Gli Webbly. Il tuo nuovo esercito. Vengono da me quando combatto, mi mandano messaggi privati. All’inizio li ignoravo, ma ultimamente ho fatto un sacco di turni come sentinella ed ho avuto un sacco di tempo per pensare. E mi hanno mandato delle fotografie… la gente a cui stavo facendo del male. Bambini come me e te, in tutto il mondo. E mi ha fatto pensare”. Si fermò, inumidendosi le labbra. “Al karma. Al fare male a della gente per vivere. A tutte le cose che dicono. Non penso di voler fare questa cosa per sempre. O di poter farla per sempre.”

Yasmin era senza parole. C’erano davvero altre persone, proprio qui a Dharavi, proprio qui nell’esercito di Mala, che si sentivano come lei? Non aveva mai immaginato qualcosa del genere. Ma eccolo qui.

“Lo sai che l’esercito di Mala ti paga dieci volte di più di quello che puoi ottenere con gli Webbly, giusto?”

“Per ora”, disse lui. “E’ questo il punto, giusto? Chee! Se combattiamo ora, possiamo alzare la paga di chiunque lavora per vivere invece di possedere per vivere, giusto?”

“Non avevo mai pensato alla divisione in questa maniera. Al possedere cose per vivere, intendo”

La timidezza di lui scomparve. Stava chiaramente godendosi la possibilità di parlare con qualcuno di questo. “Tutto quanto si basa sul conflitto fra il possedere e il lavorare. Qualcuno deve organizzare le cose, suppongo… Non esisterebbe Zombie Mecha se qualcuno non avesse messo insieme un sacco di persone a lavorare su tutto quel codice. Qualcuno deve pagare i Game Master e fare tutte quelle cose. Capisco questa cosa. Ha senso. Mia madre lavora nel negozio di tinte per tessuti della signora Dotta. Qualcuno deve comprare le tinture, la stoffa, comprare le tinozze e gli strumenti, provvedere alla vendita una volta che tutto è concluso, altrimenti mia madre non avrebbe un lavoro. Mi sono sempre fermato qui, pensando, ok, se la signora Dotta fa tutto quel lavoro, e questo crea un lavoro per mia madre, perché non dovrebbe venire pagata per questo?”

“Ma ora penso che non ci sia nessun motivo per cui il lavoro della signora Dotta debba essere più importante del lavoro di mia madre. Ammaji non avrebbe un lavoro senza la fabbrica della signora Dotta, ma la signora Dotta non avrebbe una fabbrica senza il lavoro di ammaji, giusto?” alzò il mento in un gesto di sfida.

“Hai ragione”, disse Yasmin. Era nervosa per il fatto di essere assieme a questo ragazzo in pubblico, ma doveva ammettere che era eccitante sentire tutte queste cose dette da lui.

“Allora perché la signora Dotta ha il diritto di licenziare mia madre, ma mia madre non ha il diritto di licenziare la signora Dotta? Se dipendono l’una dall’altra, perché una delle due ha sempre il permesso di comandare, mentre l’altra deve limitarsi a chiedere dei favori?”

Yasmin sentiva come era emozionato, ma sapeva che nel discorso mancava qualcosa. “Però non è forse vero che la signora Dotta si prende tutti i rischi? Non deve forse trovare il denaro per dare inizio alla fabbrica, e non lo perde se la fabbrica viene chiusa?

“E ammaji non rischia a sua volta di perdere il lavoro? Non rischia di ammalarsi per i fumi e gli agenti chimici nelle tinture? Non c’è niente di eterno, perfetto o naturale in tutto questo! E’ solo qualcosa che abbiamo accettato tutti: i capi comandano, invece di essere semplicemente un altro genere di lavoratore che contribuisce con un altro genere di lavoro!”

“Ed è questo che pensi otterrai dagli Webbly? La fine dei capi?”

Lui guardò verso il basso, arrossendo. “No”, disse. “No, non lo penso. E’ troppo da chiedere. Ma forse i lavoratori possono ottenere accordi migliori. Questo è ciò di cui parla Sorellona Nor, giusto? Una buona paga, degli ambienti di lavoro migliori, giustizia? Non venire licenziati solo perché non sei d’accordo con il capo?”

O il generale, pensò Yasmin. Ad alta voce, disse “Quindi lascerai l’esercito? Vuoi diventare un Webbly?”

Lui guardò ancora più verso il basso. “Sì”, disse, alla fine. “Prima o poi. Continuo a rigirarmi il pensiero nella mente. Non so se sono ancora pronto”. Si arrischiò ad alzare lo sguardo verso di lei. “Non penso di essere coraggioso quanto te”.

Dentro di lei montò una rabbia tremenda, bruciante e irrazionale. Come osava parlare del suo “coraggio”? Stava solo usandolo come scusa per continuare a diventare ricco con l’esercito di Mala. Lui comprendeva così bene cosa era sbagliato e cosa andava fatto. Lo capiva meglio di Yasmin! Ma non voleva abbandonare i suoi confort e le sue amicizie. Questa non era codardia, era avidità. Era troppo avido per rinunciare a queste cose.

Lui doveva aver visto tutto questo nella sua faccia, perché fece un altro passo indietro e alzò le mani. “Non vuol dire che non lo farò, un giorno… Ma non so che bene me ne verrebbe dal farlo oggi, da solo. Cosa cambierebbe se smettessi di combattere nell’esercito di Mala? Lei è solo un generale con un esercito in mezzo a centinaia nel mondo, e io sono solo un combattente nell’esercito. Io…” esitò. “Che senso ha abbandonare così tanto se non è abbastanza da cambiare le cose?”

Yasmin ribolliva di rabbia, che la divorava come un acido, ma lei si morse la lingua, perché c’era in lei una piccola voce che diceva: “Sei soprattutto arrabbiata perché credevi di avere un amico, qualcuno che ti avrebbe tenuto compagnia, ed è venuto fuori che tutto quello che voleva fare era confessarsi con te ed avere il tuo perdono”. Ed era vero. Era più arrabbiata per la sua solitudine che per la codardia di lui, o avidità o qualsiasi cosa fosse.

“Ora. Devo. Andare.” Disse, scandendo le parole, mantenendo la rabbia fuori dalla sua voce in uno sfoggio di pura forza di volontà.

Non aspettò che lui alzasse gli occhi, semplicemente si girò e camminò, camminò, camminò, attraverso le familiari strade di Dharavi, senza andare da nessuna parte, ma cercando lo stesso di fuggire, come un animale in catene che misura a lunghi passi lo spazio che gli resta. Lei era incatenata — incatenata dalla sua nascita e dalle circostanze. La sua famiglia avrebbe potuto essere ricca. Avrebbero potuto essere di una casta elevata. Avrebbe potuto essere in un altro paese — in America, in Cina, a Singapore, in una qualsiasi di queste terre distanti. Ma era qui, e non aveva nessun controllo su questo. C’era un intero mondo là fuori e questo era il posto in cui era stata messa dal fato.

Non avrebbe cambiato il mondo. Non sarebbe andata in nessuno di quei posti. Non aveva neanche mai lasciato Dharavi, tranne una volta con sua madre, quando questa portò Yasmin e suo fratello in treno a vedere una spiaggia, dove era caldo e sabbioso, dove era troppo pericoloso fare il bagno, così erano rimasti lì sulla spiaggia e avevano camminato lungo una strada di negozietti dove non potevano permettersi di comperare nulla, fino a quando non avevano aspettato di nuovo l’autobus per tornare a casa. Yasmin aveva visto i multiversi dei giochi, ma non aveva mai visto nemmeno Mumbai.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (2 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di questa scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

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