For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 2

Continua da For the Win, parte 2, scena 1

Questa scena è dedicata alla Chapters/Indigo, l’enorme catena canadese. Lavoravo alla Bakka, la libreria fantascientifica indipendente, quando Chapters aprì il suo primo negozio a Toronto e seppi subito che stava succedendo qualcosa di grosso, perché due dei nostri clienti più intelligenti e meglio informati passarono per dirmi che erano stati assunti per curare la sezione di fantascienza. Fin dall’inizio, Chapters ha alzato gli standard di cosa una grossa libreria poteva essere, facendo orari più lunghi, ospitando un caffè gradevole ed un sacco di posti in cui sedere, installando terminali self-service nella libreria ed offrendo un’incredibile varietà di titoli.

Chapters/Indigo

Connor Prikkel qualche volta pensava alla matematica come ad una bella ragazza, il genere di ragazza che sognava di corteggiare, portare a cena, persino sposare. Il tutto mentre sedeva nei posti lontani dalla cattedra in qualsiasi corso che non fosse legato alla matematica, sognando ad occhi aperti. Una bella ragazza come Jenny Rosen, che aveva seguito i suoi stessi corsi durante tutto il liceo, che sembrava sempre conoscere la risposta, di qualsiasi materia si parlasse, che aveva una leggera spolverata di lentiggini attorno al naso ed uno strano mezzo sorriso. Che indossava jeans che si era cucita da sola, t-shirt che aveva modificato, cucendo insieme diverse magliette insieme per fare delle piccole e aderenti mezze camice, scialli elaborati, finti colli alti

Jenny Rosen sembrava avere tutto: bellezza, cervello e, soprattutto, razionalità: non le piaceva il modo in cui le stavano i pantaloni comprati nei negozi, così modificava i propri. Non le piacevano le t-shirt che tutti gli altri indossavano, così le cambiava perché si adattassero al suo gusto. Era divertente, era intelligente e suoi era stato completamente, perdutamente, innamorato di lei dal corso di Inglese dell’anno da sophomore a quello di Storia Americana di quello da senior.

La loro relazione era stata amichevole in quegli anni, nonostante non fossero davvero amici. Gli amici di Connor si interessavano di videogiochi e di computer, gli amici di Jenny erano ragazzi atletici e studenti modello.

E poi, nell’ultimo anno del liceo, le aveva chiesto di uscire per andare al cinema.  Poi lei gli propose di andare a vedere un rally. Poi lui le chiese di lavorare con lui ad un progetto per Storia Americana sui cinesi che avevano lavorato alla costruzione della ferrovia per il quale dovevano andare a Chinatown dopo scuola, e lì si fecero un gigantesco Dim Sum e si sedettero in un parco a parlare per ore, poi smisero di parlare ed iniziarono a baciarsi.

E una cosa portò all’altra, i baci portarono ad altri baci, tutti i loro amici iniziarono a sussurrare: “Hai sentito di Connor e Jenny?” e lei aveva conosciuto i suoi genitori e lui quelli di lei. Tutto sembrava perfetto.

Ma non era perfetto. Tutt’altro.

Nei quattro mesi, due settimane e tre giorni in cui loro furono ufficialmente una coppia, litigarono approssimatamente 2.453.212 volte, ogni volta più duramente. Teoricamente, lui capiva tutto ciò che doveva capire di lei. Le piaceva lo sport. Le piaceva usare il cervello. Le piaceva lo humor. Le piacevano sciocche commedie e musica lenta non cantata.

E così lui pianificava nel dettaglio come darle tutte queste cose, inserendo ciò che a lei piaceva come una variabile in un’equazione, elaborando piani complessi per farglielo avere.

Ma non funzionava mai. Progettava tutto perché potessero andare a vedere una partita di calcio al parco AT&T e lei voleva andare ad un concerto al Cow Palace. La portava a vedere una qualche stramba nuova commedia e lei voleva tornare presto a casa a lavorare ad un compito per cui era in ritardo. Non importava con quanta forza lui cercasse di fare coincidere la realtà con la teoria,  falliva sempre.

Nella profondità del proprio cuore, sapeva che non era colpa di Jenny. Sapeva di avere un qualche difetto che lo spingeva a vivere in un mondo immaginario, al quale pensava qualche volta come alla “terra della teoria”, il paese in cui tutto si comportava come avrebbe dovuto.

Dopo il diploma, durante gli anni passati all’università di Berkeley per laurearsi in matematica pura, il suo master in Signal Processing al Caltech, e il primo anno di un PhD in economia a Standford, ebbe l’occasione di uscire con un sacco di bellissime donne e, ogni volta, si era ritrovato stritolato tra gli ingranaggi del mondo reale e della terra della teoria. Rinunciò alle donne e al suo PhD un bel giorno di ottobre, dicendo al prof. che avrebbe dovuto essere il suo advisor che poteva trovare qualcun altro per insegnare ai suoi corsi di matematica per il primo anno, correggere i loro esami e rispondere alla posta per lui.

Se ne andò dal campus di Stanford verso le ricche strade di Palo Alto, dove salì sulla sua macchina e guidò verso il suo nuovo lavoro, come chief economist per la divisione videogiochi della Coca Cola e, finalmente, trovò un mondo reale che coincideva con la meravigliosa eleganza della terra della teoria.

La Coca Cola gestiva o dava in concessione qualcosa fra la dozzina e i trenta mondi di gioco contemporaneamente. Il numero dei giochi saliva o scendeva secondo la brutale, elegante logica delle economie del divertimento.

Un certo ammontare di difficoltà

più

un certo numero dei tuoi amici

più

un certo numero di sconosciuti interessanti

più

un certa quantità di ricompense

più

una certa quantità di opportunità

uguale

divertimento

.

Questa era l’equazione che gli era venuta in mente un giorno all’inizio del secondo semestre del dottorato, un lampo di ispirazione come se Dio gli avesse toccato la mente con un dito. La magia stava nel segno di uguaglianza, subito prima di divertimento, perché una volta che potevi esprimere il divertimento in funzione di altre variabili, potevi stabilire le relazioni fra queste variabili — se riduciamo la difficoltà e il numero di tuoi amici che giocano, possiamo aumentare le ricompense e ottenere lo stesso divertimento?

Questa linea di pensiero lo portò a chiamare il suo advisor per darsi malato e andare dritto a casa, dove digitò, disegnò, scrisse e pensò, pensò, pensò. Chiamò per darsi malato il giorno dopo, il giorno seguente — e poi arrivò il fine settimana, lasciò perdere il telefono, chiuse l’e-mail e i servizi di messaggistica istantanea e lavorò, mangiando quando doveva.

Quando si fu ridotto a cacciarsi ditate di burro in bocca, avendo svuotato il frigo di qualsiasi altra cosa, sapeva ormai di aver trovato qualcosa.

Le chiamò le equazioni di Prikkel e descrivevano in matematica elegante, pura, astratta, la relazione fra tutte le variabili che componevano il divertimento e come il divertimento diventasse denaro, in quanto la gente avrebbe pagato per giocare a giochi divertenti e avrebbe pagato di più per le cose che avevano un valore in quei giochi.

Tecnicamente, avrebbe dovuto mandare la sua ricerca al suo advisor. Aveva firmato un contratto, quando era stato accettato all’università, che dava la proprietà intellettuale di tutte le sue idee all’università, per sempre, in cambio della promessa di poter un giorno aggiungere la sigla “PhD” al suo nome. Non gli era sembrata una buona idea già all’epoca, ma l’alternativa era la solenne porcheria che era il mercato del lavoro, così aveva firmato.

Ma non avrebbe dato questo lavoro a Stanford. Non lo avrebbe dato a nessuno. Lo avrebbe venduto.

Non tornò più al campus, ma piuttosto si connetté ad una pletora di mondi virtuali, graficando il numero di ore che gli servivano per raggiungere certi risultati e comparando i prezzi dei gold in denaro reale nei mercati neri, grigi e bianchi.

Ogni numero si adattava alla perfezione, esattamente dove lui si sarebbe aspettato. Le sue equazioni concordavano con il mondo, e il mondo concordava con le sue equazioni. Aveva finalmente trovato un posto dove l’irrazionale veniva reso comprensibile. E, cosa ancora più importante, poteva manipolare il mondo usando le sue equazioni.

Decise di fare un po’ di acquisti “di fantasia”: dalle sue equazioni, predisse che i gold di MAD Magazine’s Shlabotnik’s Curse erano incredibilmente al di sotto del prezzo che avrebbero dovuto avere. Era un gioco incredibilmente divertente — o, almeno, soddisfaceva l’equazione del divertimento — ma per qualche ragione, il denaro di gioco e gli oggetti venivano venduti per noccioline. Ed ecco che, in 36 ore, il suo denaro immaginario di MAD valeva 130$ di valuta reale immaginaria.

Quindi prese i suoi 130$ e li piazzò in quattro altre valute di gioco, dividendo le sue scommesse. Tre delle quattro fecero jackpot, facendolo arrivare a 200$ immaginari. A questo punto, decise di spendere del denaro vero — sapeva già che non sarebbe tornato al campus, questo voleva dire che presto i soldi della borsa di studio sarebbero scomparsi. Doveva pagare l’affitto mentre cercava un acquirente per le sue equazioni.

Era già soddisfatto della dimostrazione che aveva dato di come poteva predire le variazioni di valore delle valute di gioco, ma ora voleva allargarsi in una delle più folli aree dell’economia di gioco: gli oggetti d’élite, rari oggetti prestigiosi che erano incredibilmente difficili da ottenere in gioco. Alcuni di essi avevano un qualche valore innato — armi e armature potenti, ingredienti per utili sortilegi — ma altri sembravano avere un valore dato puramente dalla rarità o dalla loro novità. Perché un’armatura viola costava dieci volte di più di quella rossa, dato che entrambe avevano esattamente le stesse caratteristiche in gioco?

Ovviamente quella viola era molto più difficile da ottenere. Dovevi comprarla con incredibili quantità di gold — così che i giocatori che avessero visto il tuo personaggio pensassero che avevi giocato tantissimo per poterla ottenere — oppure fare qualcosa di incredibile per ottenerla, come ad esempio partecipare ad un raid da 60 giocatori per uccidere un boss quasi invincibile. Come una griffe di design in un vestito altrimenti poco vistoso, questi oggetti erano di valore perché la gente che li vedeva pensava che fossero costati un sacco, o che fossero difficili da ottenere, e di conseguenza ammiravano di più il loro proprietario. In altre parole, costavano un sacco perché… costavano un sacco!

Fin qui tutto bene — ma potevi usare le Equazioni di Prikkel per prevedere quanto sarebbero costate? Connor pensava di sì. Pensò che potevi usare una formula che combinasse il quoziente di divertimento e il numero di ore necessarie per ottenere l’oggetto, per derivare poi il “valore” di ogni oggetto d’élite, dall’armatura viola alle strisce dorate sulla tua astronave, fino alla torta di crema e banana grande quanto un edificio.

Si, avrebbe funzionato. Connor ne era certo. Iniziò a calcolare il vero valore di molti oggetti d’élite, cercando quali fossero al momento in vendita al di sotto di esso. Ciò che scoprì lo sorprese: mentre la valuta virtuale tendeva a rimanere piuttosto vicina al suo valore reale, con una variabilità del 5%, la distanza fra il valore effettivo e quello calcolato degli oggetti d’élite era gigantesca. Alcuni oggetti venivano comunemente venduti per il 200% o 300% del loro valore reale — quello predetto dalle Equazioni, si intende — e altre venivano vendute per un’inezia.

Neanche per un momento dubitò delle sue equazioni, nonostante una persona più umile o più cauta potrebbe averlo fatto. No, Connor guardò a questa situazione paradossale e la prima cosa che gli venne in mente non fu “Oops”. Fu COMPRA!

E comprò. Comprò qualsiasi cosa che fosse sotto prezzo, in enormi quantità, al punto che dovette creare dei nuovi personaggi secondari in molti mondi, perché i suoi personaggi principali non potevano trasportare tutta la spazzatura sotto costo che stava comprando. Spese un centinaio di dollari — due centinaia — tre centinaia, arraffando beni di gioco, facendo grafici del loro valore nominale. Sulla carta era incredibilmente, indicibilmente, ricco. Sulla carta, poteva permettersi di andarsene dal suo monolocale che era un po’ troppo vicino alla povera e spaventosa East Palo Alto per i suoi gusti suburbani, comprarsi una McMansion da qualche parte nella penisola e darsi agli affari a tempo pieno, passando le sue giornate a comprare armature magiche, zeppeling, hamburger infuocati e le sue serate a ritirare assegni.

Nella realtà, era quasi sul lastrico. La teoria diceva aveva comprato questi beni ad un prezzo follemente inferiore a quello vero. Il mercato diceva altrimenti. Era arrivato a controllare il mercato per diverse generi di meravigliosi gingilli, ma nessuno sembrava interessato a comprarli da lui. Si ricordò di Jenny Rosen e di tutte le maniere che aveva la realtà di scontrarsi con la teoria, e di come queste due a volte smettessero di comunicare l’una con l’altra.

Quando le prime bollette non pagate arrivarono, le infilò sotto la tastiera e continuò a comprare. Non aveva bisogno di pagare la bolletta del suo cellulare. Non aveva bisogno del cellulare per comprare lucertole magiche. Le tasse universitarie? Non era più uno studente, quindi non vedeva perché preoccuparsene — non potevano cacciarlo dall’università. Le rate della macchina? Che gliela requisissero (e lo fecero, una notte, alle 2 del mattino. Lui salutò il vecchio pezzo di ferraglia mentre questo veniva portato via, poi tornò alla sua tastiera). Le bollette delle carte di credito? Finché rimaneva una carta di credito buona, con la quale pagare l’iscrizione ai giochi, le altre non importavano.

Vivere vicino a East Palo Alto aveva i suoi vantaggi: per prima cosa, c’erano dei volontari che distribuivano pacchi di cibo lì, posti in cui poteva mettersi in coda con gli altri poveri e ottenere giganteschi mattoni di formaggio governativo, sacchi di pane del giorno prima, scatole di vegetali irregolari e poco invitanti. Frisse questi ultimi in una giornata e li mise in freezer, poi andò avanti a sandwich di patate e formaggio. Una mattina, realizzò che tutto il suo corpo e qualsiasi cosa ne venisse fuori — l’alito, i rutti, le scoregge, persino l’urina — puzzavano di sandwich al formaggio. Non gli importava. C’erano delle piume di struzzo che doveva comprare.

Arrivò il disastro: perse traccia di quali carte di credito stava ignorando e metà dei suoi account vennero sospesi quando l’iscrizione mensile non venne pagata in automatico. Metà della sua ricchezza, scomparsa. E l’altra carta stava per fare la stessa fine.

Pensò che probabilmente poteva chiamare i suoi genitori, supplicare un po’, comprare un biglietto fino a Petaluma e andare a imbucarsi nella cantina dei suoi a leccarsi le ferite. Diventare un altro fallimento di un paesino, tornato a casa con la coda fra le gambe. Avrebbe avuto bisogno di qualche moneta per chiamare da un telefono pubblico, ovviamente, perché il suo cellulare era ormai un mattoncino inerte, non pagato, infestato da debiti. Fortunatamente per lui, East Palo Alto era il genere di posto dove c’era un sacco di gente così povera da non avere un cellulare, per cui c’erano ancora dei telefoni pubblici.

Si infilò nel letto la mattina di un mercoledì e pensò, Domani, domani li chiamerò.

Ma il giorno dopo non lo fece. E non lo fece venerdì, nonostante ormai non avesse più il formaggio fornito dal governo e non potesse richiederne altro fino a lunedì. Poteva mangiare sandwich di patate, senza formaggio. Non poteva più comprare niente, ma stava ancora tenendo traccia dei vari beni virtuali, guardando cosa veniva venduto e pensando a cosa avrebbe comprato, se solo avesse avuto un po’ più liquidità, un po’ più denaro contante.

Sabato si lavò i denti, perché di tanto in tanto si ricordava di farlo, e le sue gengive sanguinarono, c’erano delle piaghe all’interno della sua bocca e ora era pronto a chiamare i suoi genitori, ma in qualche modo erano le 11 di sera, come era passata velocemente la giornata, e i suoi genitori andavano a dormire alle 9, ogni sera. Li avrebbe chiamati domenica.

E di domenica — di domenica — in quella magica, meravigliosa domenica, di domenica…

IL MERCATO INIZIO’ A MUOVERSI!

Lui era lì, guardando i prezzi dei beni virtuali, registrandoli sul suo foglio di calcolo, quando realizzò che l’oggetto che stava per registrare — una maschera antigas steampunk con un grappolo di grossi cornetti acustici di cuoio e ingranaggi e rivetti di ottone (buona quanto una qualsiasi altra maschera antigas nel mondo appassito ed ecocatastrofico che era Rising Seas, ma infinitamente più figa) — era già stato inserito, settimane prima. In effetti, aveva negoziato la maschera quando il suo valore di mercato era di 0,18$, contro i 4,54$ predetti dalle Equazioni. E ora stava per registrarne il valore di mercato come 1,24$, il che voleva dire che le 750 maschere antigas che aveva in inventario erano passate dal valere 135$ a 930$, con un profitto di 795$.

Ci fu uno strano rumore. Dopo un momento realizzò che si trattava del suo stomaco, che brontolava. Poteva vendere le sue maschere antigas adesso, caricare i 795$ su una delle sue carte di PayPal e mangiare come un re. Forse poteva persino riuscire a ricomprare qualcuno dei suoi account perduti e recuperare i suoi beni di gioco.

Ma Connor non prese in considerazione questa possibilità, neanche per un secondo. Andò al lavandino e riempì tre pentole di acqua e le portò alla sua scrivania, insieme ad una tazza. Riempì la tazza e bevve, la riempì e bevve, riempiendo il suo stomaco di acqua finché questo non smise di lamentarsi. Questa era la California, dopotutto, dove la gente pagava un sacco di soldi per andare ai “ritiri” per fare “banchetti liquidi” e “disintossicarsi”. Così poteva aspettare il cibo per un altro giorno o due… Dopo tutto, le sue Equazioni avevano predetto che queste cose sarebbero arrivate a valere 3.405$. Era solo l’inizio.

E ora le maschere antigas stavano salendo. Si alzò, andò in bagno — i suoi reni stavano davvero facendo una bella palestra — e tornò a controllare i listini sui siti ufficiali e sul mercato nero dove andavano i gold-farmers. Aveva una piccola formula per calcolare il valore di mercato usando i diversi prezzi di questi siti come guida. Qualunque calcolo facesse, il valore di mercato delle maschere antigas stava salendo.

E, sì, il prezzo di alcuni altri suoi beni stava salendo a sua volta. Un cane robotico, da 1,02$ a 1,54$… Ancora piuttosto distante dai 8,17$ che aveva previsto, ma ne aveva circa un migliaio, il che voleva dire che aveva appena guadagnato 1.318,46$, ed era solo l’inizio.

I prezzi salirono e salirono, mentre un bene dopo l’altro prendeva il decollo e Connor iniziò a pensare che i suoi acquisti avessero coinciso con una qualche crisi economica di tutte le economie virtuali, il che spiegava la grande quantità di oggetti deprezzati che aveva trovato in giro. C’era probabilmente una causa interessante per il crollo contemporaneo di tutte quelle economie di gioco, ma era qualcosa che avrebbe dovuto studiare un altro giorno. In questo momento, era più interessato al fatto che tutte queste economie si stavano riprendendo mentre lui se ne stava seduto su montagne di gingilli, Tchotchke ed elefanti bianchi comprati per un nonnulla, e il loro valore stava salendo all’impazzata.

E fu finalmente il momento di convertire un po’ di quei beni in denaro, e un po’ di quel denaro in cibo, affitto e bollette pagate. La sua collezione di tentacoli articolati di Nemo’s Adventure su Ocean Floor stava maturando bene — li aveva comprati a 0,22$, valutava il loro prezzo come 3,21$ e ora si vendevano a 3,27$ — così li vendette tutti, rimpiangendo di averne comprati solo 400. In ogni caso riuscì a tirarne fuori un profitto di 1150$ (dopo averne vendute circa 300 il prezzo era diminuito un po’, mentre l’offerta di tentacoli aumentava e la domanda diminuiva).

Il denaro andò a finire nel suo account di PayPal, che usò per ordinare tre pizze, un gallone di succo d’arancia e dieci scatole di insalata, pagare gli account sospesi e mandare 400$ al proprietario del suo appartamento, a cui doveva 3500$ di affitto per i due mesi passati, insieme ad una lettera supplicante in cui prometteva di pagare il resto in uno o due giorni.

Mentre aspettava le pizze, decise che era meglio che si facesse una doccia, si rasasse e cercasse di fare qualcosa per i suoi capelli, che avevano iniziato a raccogliersi in dreadlock dopo un mese passato senza vedere un pettine neanche da lontano. Alla fine, si limitò a tagliare via i nodi e si vestì con qualcosa di diverso dei suoi sporchi abiti da casa per la prima volta in una settimana — guardando incredulo il modo in cui i suoi pantaloni pendevano sulle sue cosce, come la sua t-shirt cadeva sul suo petto devastato, le costole che sembravano uno xilofono attraverso la sua pelle pallida. Aprì tutte le finestre, conscio del puzzo di corpo non lavato e di aria stagnante filtrata dal computer che c’era nel suo appartamento. Realizzò così che era mattina e ringraziò di essere così fortunato da vivere in una città studentesca, dove potevi ordinare una pizza alle 8.30 AM.

Vomitò dopo aver mangiato la prima pizza, riuscendo a far finire la maggior parte del vomito nella grossa pentola in cui aveva tenuto l’acqua da bere… Grossi pezzettoni di crosta e di peperoni, che puzzavano dell’amaro acido dello stomaco. Non lasciò che questo lo infastidisse. Il suo account di PayPal si stava riempiendo, conteneva adesso 50.000$, e questo era solo l’inizio. Passò alle insalate e al succo di arancia, immaginando che ci sarebbe voluto un po’ prima di riabituarsi al cibo e non aveva il tempo per andare a lungo in bagno. Il suo corpo avrebbe dovuto aspettare. Ordinò una caraffa di caffè da un posto che faceva catering per meeting aziendali, il genere di cosa da cui potevi tirare fuori 80 tazze. Già che c’era ordinò anche un vassoio di verdure tagliate e delle paste.

Vendere stava diventando più semplice. Le economie si stavano riprendendo e, dal tono dei messaggi di ringraziamento che riceveva dai suoi compratori, comprese che c’era una sorta di effetto panico al contrario nell’aria, una sensazione che i giocatori di tutto il mondo stavano iniziando a preoccuparsi che se non avessero comprato questa spazzatura oggi, non sarebbero mai stati in grado di comprarla, perché i prezzi sarebbero saliti e saliti e saliti per sempre.

E fu lì che ebbe il suo secondo grande flash, la seconda volta che Dio sfiorò la sua mente con un dito, con una forza che lo scosse fuori dalla sua sedia e che lo mandò a misurare a grandi passi il suo soggiorno come una tigre, mormorando fra sé e sé.

Una volta, quando stava lavorando al suo Master, aveva partecipato ad uno studio per un amico del dipartimento di economia. Avevano chiuso venticinque studenti laureati in una stanza e avevano dato a ciascuno una fiche da poker. “Potete fare qualsiasi cosa vogliate con queste fiches”, aveva detto il ricercatore che conduceva l’esperimento. “Ma potreste volerle tenere con cura. Ogni ora, puntualmente, aprirò questa porta e darò a ciascuno di voi 20 dollari per ogni fiche di poker che possiede. Lo farò otto volte, nelle prossime otto ore. Poi aprirò la porta un’ultima volta e potrete tornare a casa. A quel punto le vostre fiches saranno prive di valore — anche se potrete tenere tutto il denaro che avrete ottenuto durante l’esperimento”.

Detto questo, sbuffò e roteò gli occhi, rivolto agli studenti, la maggior parte dei quali stava facendo lo stesso. Sarebbero state otto ore davvero lunghe. Dopo tutto, tutti sapevano che il valore di una fiche del poker sarebbe stato di 160$ nella prima ora, 140$ la seconda, 120$ la successiva e così via. A cosa sarebbe servito scambiare una fiche con chiunque altro per meno di quanto valeva?

Per la prima ora, tutti rimasero seduti, parlando di quanto tutto questo fosse noioso. Poi, arrivò lo sperimentatore con un carrello di sandwich e venticinque banconote da 20$. “Fiches da poker, prego”, disse, tutti mostrarono la propria fiche e, uno alla volta, ottennero la loro banconota da 20$ nuova di zecca.

“Passata una, ne mancano altre sette”, disse qualcuno, una volta che lo sperimentatore se ne fu andato. Poca gente prese un sandwich. Aspettarono. Qualcuno flirtava annoiato, o faceva chiacchiere di circostanza. L’ora passava scandita dalle lancette del grosso orologio a muro.

Poi, cinquantacinque minuti dopo l’uscita dell’uomo, un ragazzo, un vero burlone, coi capelli rossi e lentiggini sbarazzine si alzò dal vecchio sofà arancione e andò dalla ragazza più carina del gruppo, una adorabile ragazza cinese coi capelli corti e dei vestiti fatti in casa che a Connor ricordavano Jenny, dicendo, “Mi affitteresti la tua fiche per cinque minuti? Ti pago venti dollari”.

Questo fece scoppiare a ridere l’intera stanza. Era la perfetta dimostrazione dell’assurdità di stare lì seduti, aspettando i venti dollari all’ora. Anche la ragazza cinese rise, e fecero solennemente lo scambio. Ed ecco che cinque minuti entrò lo studente, cinque minuti dopo, con un’altra mazzetta di ventoni e unfrigo portatile pieno di frullati in dei tetrapack. “Fiches da poker, prego”, disse, e il burlone gli mostro le sue due fiches. Tutti sogghignarono rivolti l’uno verso l’altro, come se avessero fregato lo studente. Anche lui sorrise un po’ e diete le due banconote da venti al pel di carota. La ragazza cinese teneva alto il suo biglietto da venti, per far vedere che aveva avuto quanto tutti gli altri. Una volta che il tipo se ne fu andato, il Rosso le ridiede la sua fiche. Lei la mise in tasca e tornò a sedersi in una delle vecchie poltrone polverose.

Bevvero i frullati. Ci furono delle conversazioni sussurrate e sembrò che ci fosse un sacco di gente che stava scambiando le fiches avanti e indietro. Connor rise a vedere questo e non fu l’unico, ma era tutto fatto per divertirsi. Venti dollari era l’affitto per un’ora di una fiche, dopotutto — la somma precisamente e perfettamente razionale.

“Mi daresti la tua fiche da poker per venti minuti per 5$?” A chiederlo era una ragazza fra i più giovani della stanza, forse aveva ventidue anni, con un leggero, acculturato, accento del sud. Era anche molto carina. Guardò l’orologio “Siamo solo alla mezza”, disse Connor. “Che ci guadagni?”.

Lei sorrise “Vedrai”.

Lei tirò fuori una banconota da cinque dollari e la fiche da poker passò di mano. La ragazza carina del sud parlò con un’altra ragazza e, dopo un momento, 10$ passarono di mano, in maniera davvero evidente. “Hey,” iniziò lui, ma la ragazza del sud gli fece l’occhiolino e lui si zittì.

Ansiosamente, guardò l’orologio, aspettando che passassero i venti minuti. “Mi serve la mia fiche”, disse, alla ragazza del sud.

Lei scrollò le spalle “Devi parlarne con lei”, disse, indicando col pollice dietro la schiena, tirando poi fuori dalla borsa, con ostentazione, un romanzo — The Fountainhead — e iniziando a leggerlo. Connor sentì un’emozione complicata: da una parte voleva ridere, dall’altra voleva urlare contro la ragazza. Decise di ridere, conscio dello sguardo della gente su di lui, si avvicinò all’altra ragazza, che era alta e di struttura solida, con uno sguardo da “niente assurdità” che si sposava perfettamente con i suoi vestiti e la sua pettinatura da “niente assurdità”.

“Sì?”, disse lei, quando lui le si avvicinò.

“Hai la mia fiche”, disse lui.

“No”, disse lei. “Non è vero”.

“Ma la fiche che lei ti ha venduto, non era sua: gliela avevo solo prestata”.

“Devi parlarne a lei, allora”, disse la ragazza che aveva la fiche.

“Ma è la mia fiche”, disse lui. “Non poteva vendertela”. Avrebbe anche voluto aggiungere, Sono anche piuttosto intimidito da chiunque abbia faccia tosta da giocare uno scherzo simile. Era la sua immaginazione, o la ragazza del sud stava sorridendo fra se, un piccolo sorriso compiaciuto?

“Non è un mio problema, temo”, disse lei. “Peccato.”

Ora tutti stavano guardandolo con grande attenzione e si sentì arrossire, perdere la calma. Deglutì e cercò di metter su un sorriso convincente. “Già, suppongo che dovrei davvero prestare più attenzione ad a chi mi fido. Mi rivenderesti la mia fiche?”.

“La mia fiche”, disse lei, facendola roteare in aria. Lui fu tentato di provare a prenderla, ma avrebbe potuto portare a un match di wrestling qui, davanti a tutti. Che imbarazzo!

“Sì”, disse. “La tua fiche”.

“Ok”, disse lei. “16$”.

“Affare fatto”, disse, pensando. Ho già guadagnato 45$ qui, posso permettermi di perdere 15$

“Fra sette minuti”, disse lei. Lui guardò l’orologio: erano le 11:54. Fra sette minuti, lei avrebbe preso i 20$ che spettavano a lui. Correzione: che spettavano a lei.

“Non è giusto”, disse lui.

Lei alzò un sopracciglio, così in alto che sembrò stesse per raggiungere i capelli. “Davvero? Io penso che questa fiche valga 120$. 15$ sembra un buon affare per te”.

“Te ne darò venti!”, disse il pel di carota.

“venticinque dollari!” disse qualcun altro, ridendo.

“D’accordo, d’accordo” disse Connor, affrettatamente, arrossendo così violentemente che si sentiva la testa leggera. “15$”.

“Troppo tardi”, disse lei. “Il prezzo ormai è di 25$”

Sentì la stanza ridere, preparandosi a sputar fuori un nuovo prezzo –40$? 60$? — così disse, velocemente “25$” e tirò fuori i soldi dal portafoglio.

La ragazza prese i suoi soldi — come faceva a sapere che gli avrebbe ridato la fiche? Se sentì un’idiota appena i soldi lasciarono la sua mano — e poi arrivò lo sperimentatore. “Ora di pranzo”, chiamò, portando un carrello pieno di insalata in delle scatole, sushi vegetariano e un paio di cestini di pollo fritto. “Fiches da poker, prego”. I biglietti da venti vennero distribuiti.

La ragazza che aveva preso i suoi soldi passò una smodata quantità di tempo a mangiucchiare, poi, finalmente, si girò verso di lui con uno sguardo di finta sorpresa e disse, “Oh, certo, ecco”, dandogli la fiche. Il ragazzo dai capelli rossi ridacchiò.

Beh, quello fu l’inizio del gioco, la cosa che trasformò le successive cinque ore in una delle esperienze più intense ed emotive a cui avesse mai preso parte. I giocatori formarono delle fazioni, compravano dagli altri giocatori, mettevano insieme le proprie risorse. Qualcuno cambiò l’ora sull’orologio a muro, di nascosto, e passarono trenta minuti a discutere su chi avesse l’orologio — da polso o sul cellulare — più accurato, finché il ricercatore entrò con un’altra manciata di biglietti da venti.

Alla sesta ora dell’esperimento, Connor si accorse di colpo che era parte di una minoranza, un solitario in mezzo a due grandi fazioni: una che controllava praticamente tutte le fiches da poker, l’altra che controllava praticamente tutto il denaro. E rimanevano solo due ore, il che voleva dire che una singola fiche valeva 40$.

E poi qualcosa iniziò a colpirlo nelle viscere. Paura. Invidia. Panico. La certezza che, quando l’esperimento fosse finito, sarebbe stato l’unico ad essere povero, l’unico senza una grossa mazzetta di denaro. I più avveduti negli scambi intorno a lui avevano in qualche modo ottenuto posizioni di potere e ricchezza, mentre lui era stato reso esitante dalla sua brutta prima esperienza ed era rimasto fermo mentre tutti gli altri creavano il mercato.

Così decise di iniziare a comprare altre fiches. O vendere la sua fiche. Non gli importava quale delle due cose — voleva solo essere ricco.

Non era l’unico: dopo la settima ora, l’intero mercato era esploso in una furia di vendere e comprare, il che non aveva nessun fottutissimo senso perché ora, ora, tutte le fiches valevano esattamente 20$ l’una, e in pochi minuti sarebbero state del tutto prive di valore. Continuava a ripeterselo, ma si trovò lo stesso a offrire sempre di più per le fiches. Fortunatamente, non era la persona più spaventata della stanza. Quello risultò essere il pel di carota, che inseguiva le fiches come un cocainomane a caccia di una dose, perdendo tutta la calma che aveva all’inizio, dando la caccia alle fiches con denaro e pagherò.

Ma il fatto era questo: il denaro sarebbe stato il re. Il denaro sarebbe ancora stato qui fra un’ora. Le fiches di poker erano come bolle di sapone, pronte ad esplodere. Ma quelli che avevano le fiches erano i re e le regine del gioco, del mercato. In sette brevi ore, erano stati condizionati a pensare alle fiches come a dei bancomat che sputavano fuori banconote da venti e, anche se le loro menti razionali sapevano che non era così, i loro cuori dicevano a tutti di inseguire le fiches.

Alle 4:53, sette minuti prima che la sua fiche sarebbe stata pagata per l’ultima volta, la vendette alla lettrice di The Fountainhead per 35$, sorridendo compiaciuto finché lei non si girò e la vendette al pel di carota per 50$. Il ricercatore entrò nella stanza, diede le sue banconote da venti, li ringraziò e indicò loro l’uscita.

Nessuno guardò gli altri in faccia mentre si separavano. Nessuno offrì a nessuno un numero di telefono, o un indirizzo e-mail o di messaggistica istantanea. Era come se avessero tutti fatto qualcosa di cui si vergognavano, come se avessero preso parte in un pestaggio o il rogo di una strega e ora volessero solamente andarsene. Lontano.

Per anni, Connor si era chiesto di quella mania che aveva preso le persone in quella stanza, persone normalmente sane di mente. Quella mania che aveva trovato posto nei loro cuori, che li aveva guidati come una droga. Cosa lo aveva spinto a qualcosa di così vergognoso?

Ora, mentre guardava il valore dei suoi beni virtuali salire, salire, salire e salire, più in alto di quanto le sue Equazioni avessero predetto, più in alto di quanto qualsiasi persona sana di mente avrebbe desiderato spendere per essi, comprese.

L’emozione che li aveva guidati in quel laboratorio, che guidava gli invisibili acquirenti in giro per il mondo non era avidità.

Era invidia.

L’avidità era prevedibile: se una fetta di pizza è buona, ha senso che il tuo intuito ti dica che cinque o dieci fette sarebbero ancora meglio.

Ma l’invidia non teneva conto di cosa fosse buono per te: riguardava invece cosa qualcun altro pensava fosse buono. Era il diavolo che ti sussurrava nell’orecchio parlando dell’auto del tuo vicino, del suo salario, dei suoi vestiti, della sua ragazza — migliori dei tuoi, più cari dei tuoi, più belli dei tuoi. Era il pugnale che attraversava il tuo cuore e che poteva portarti dalla felicità alla miseria in un secondo, senza cambiare una singola cosa della tua vita. Poteva trasformare la tua vita perfetta in un perfetto disastro, semplicemente comparandola a qualcuno che aveva più cose/cose migliori/cose più belle.

L’invidia era ciò che guidava quella raffica di compra-vendita nel laboratorio. Il pel di carota, che scriveva dei pagherò svuotandosi il portafoglio: lui era stato guidato dalla paura che stava perdendosi qualcosa che tutti gli altri riuscivano ad ottenere. Connor aveva venduto la sua fiche nell’ultima ora perché tutti gli altri sembravano essere diventati ricchi vendendo le loro. Avrebbe potuto tenersi la fiche per otto ore ed uscire da lì con 160$, usare il tempo per studiare, dormicchiare, fare yoga. Ma aveva sentito quella sirena chiamare: Qualcun altro sta diventando ricco, perché tu no?

E ora i mercati stavano correndo e tutto stava aumentando di prezzo. La sua collezione di code di bue rosse (utili alla preparazione dell’incantesimo Rivelazione, in Endtimes), avrebbero dovuto vendere per 4,21$ l’una. Le aveva comprate per 2,21$ l’una. Al momento, il prezzo di mercato era di 14,51$ l’una.

Era folle.

Era meraviglioso.

Connor sapeva che non poteva funzionare. Alla fine, tutto il mercato avrebbe realizzato che questi oggetti si stavano vendendo molto al di sopra del loro valore — esattamente come recentemente si era reso conto che erano sotto prezzo. Le offerte di acquisto sarebbero cessate. L’ultima, più spaventata, persona che aveva comprato qualcosa al di sopra del suo valore reale, non sarebbe stata in grado di rivenderla, rimettendoci.

Razionalmente, suppose di dover vendere per il prezzo predetto dalle sue Equazioni. Qualsiasi cosa più alta era solamente una scommessa sull’irrazionalità degli altri. Ma nonostante ciò… avrebbe davvero fatto meglio a rivendere le sue cinquanta code di bue per 200$, che ad aspettare pochi minuti e venderle per 700$? Non doveva essere tutto o nulla. Divise i suoi beni in due gruppi; mise da parte quelli che gli era costato meno comprare, lasciando che salissero di prezzo quanto potessero. Rappresentavano una scorta a basso rischio, le perdite più economiche da assorbire. Quello che rimaneva, lo vendette nell’istante in cui raggiungeva il valore predetto dalle sue Equazioni.

Vendette molto velocemente i beni del secondo gruppo, rimanendo così a guardare i beni speculativi salire sempre più in alto. Aveva una dozzina di giochi aperti sul suo computer e passava dall’uno all’altro, monitorando le chat, i website correlati, i mercati online, cercando di capire in che direzione si stava andando. Filtrando i tweet e gli status message nei vari social network, sentì una sorta di curiosa familiarità: stavano impazzendo, là fuori, in una maniera quasi identica a come la follia aveva preso il gruppo nell’esperimento con le fiches da poker. Dentro di sé sapevano che le piume di pavone e le armature viola avevano prezzi decisamente troppo alti, ma sapevano anche che qualcuno stava diventando ricco grazie ad esse e che se i prezzi continuavano a salire non sarebbero mai stati in grado di averne una per sé.

Non importava che non ne avessero mai voluta una prima, ovviamente! L’importante non era che ne avevano bisogno o l’adoravano, era l’idea che qualcun altro avrebbe avuto qualcosa che loro non avevano.

Connor aveva fatto la sua seconda scoperta: l’invidia, non l’avidità, era la più grande forza in ogni economia.

(Più tardi, quando Connor stava scrivendo articoli su questo per riviste patinate e viaggiando in tutto il mondo per parlarne, un sacco di gente degli uffici addetti al marketing in tutto il mondo fece notare che loro lo avevano saputo per generazioni, avevano speso secoli producendo pubblicità che miravano in pieno al plesso solare dell’invidia. Era vero, doveva ammettere — ma era anche vero che praticamente ogni economista che avesse mai conosciuto considerava la gente del marketing un branco di frivoli, stupidi, giullari di corte, con poche conoscenze matematiche e li aveva di conseguenza bellamente ignorati)

Guardò l’invidia montare e cercò di imparare a percepirla, di tracciare i sentimenti mentre questi ribollivano. Era difficile — praticamente impossibile, onestamente — perché tutto veniva scritto in luoghi diversi e nessuno aveva scritto i programmi di chat, i giochi, i social network e i siti di tweet per tenere traccia di questo genere di cose. Finì con l’avere una dozzina di finestre del browser aperte, ciascuna con una dozzina di tab, passando dall’una all’altra in una nebbia ad alta velocità, senza esattamente leggere, ma piuttosto scremando, assorbendo il senso di come le cose stavano andando. Poteva percepire il denaro e i pensieri e i beni bilanciati sulle punte delle sue dita, sentire il loro peso che si spostava avanti e indietro.

E così percepì quando le cose iniziarono ad andare male. Fu una serie di indicazioni sottili, un calo nei prezzi del mercato, un tweet di gioia di un giocatore che aveva appena scoperto un mini-boss facile da uccidere con un grosso magazzino pieno di piume di pavone. La bolla d’invidia stava collassando. Qualcuno l’aveva fatta esplodere e l’aria stava uscendo con un sibilo.

VENDERE!

In quel momento, i suoi beni speculativi valevano teoricamente più di quattrocento migliaia di dollari, ma dieci minuti dopo si trattava di soli 250.000$ e in caduta libera. Conosceva anche questa cosa — la paura — la paura che tutti gli altri riuscissero a tirarsene fuori quando i guadagni erano ancora buoni, che la musica si fermasse e fossi tu a rimanere in piedi, che tu fossi la persona più spaventata in una catena di persone terrorizzate che avevano comprato spazzatura ad un prezzo troppo alto perché qualcuno di ancor più spaventato l’avrebbe comprata da te.

Ma Connor poteva innalzarsi sopra la paura, volarci sopra, rivendere metodicamente i suoi beni, a raffica. Ne uscì con 120.000$ contanti, più di 80.000$ che aveva ottenuto con i suoi beni “venduti a prezzo ragionevole”. Ora i suoi account di PayPal si stavano riempiendo di profitti e tutto era finito.

A parte il fatto che non era finita.

Uno dopo l’altro, i suoi account in gioco iniziarono a spegnersi, i suoi personaggi kickati dal gioco, le sue password cambiate. Arrancava per lo sfinimento, le sue mani tremavano mentre digitava e ri-digitava le sue password. E poi si rese conto di una nuova e-mail, dalle quattro compagnie che controllavano i dodici giochi a cui aveva giocato: lo avevano cacciato per violazione dei Termini di Servizio. Nello specifico, aveva “interferito con l’economia di gioco portando avanti uno schema atto a causare panico finanziario”.

“Cosa diavolo significa?”, urlò al suo computer, resistendo l’impulso di lanciare il mouse contro il muro. Era ormai sveglio da quarantotto ore, aveva fatto centinaia di migliaia di dollari in un fine settimana, era stato graziato da una fulminante realizzazione di come funzionava l’economia mondiale. Oh, e aveva provato le sue Equazioni.

Poteva risolvere questo problema più tardi.

Non ce la fece neanche ad arrivare fino al letto. Si accovacciò sul pavimento, in un nido di scatole di pizza e lenzuola e dormì per diciotto ore, finché non venne svegliato dall’ufficiale giudiziario che era venuto a sfrattarlo perché in ritardo di tre mesi sull’affitto.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (1 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti della prossima scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

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  • Gioacchino

    … è così che vanno le cose in economia…

    PS.
    poteva mettersi in cosa con gli altri