For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 5

Continua da For the Win, scena 4

Questa scena è dedicata a Secret Headquarters a Los Angeles, il negozio di fumetti che preferisco al mondo, ogni volta sorprendente. E’ piccolo e seleziona attentamente cosa tenere e, ogni volta che entro, esco con sottobraccio tre o quattro collezioni di cui non ho mai sentito parlare. E’ come se i proprietari, Dave e David, avessero la straordinaria abilità di predire esattamente cosa sto cercando e predisporlo davanti a me pochi istanti prima che io entri nel negozio. Ho scoperto tre quarti dei miei fumetti preferiti vagando nell’SHQ, afferrando qualcosa di interessante, sprofondando in una delle loro poltrone e trovandomi trasportato in un altro mondo. Quando è uscita la mia seconda raccolta di racconti, Overclocked, hanno lavorato con l’illustratore locale Martin Cenreda per fare un mini-fumetto gratuito basato su Printcrime, la prima storia nel libro. Ho lasciato Los Angeles circa un anno fa e, di tutte le cose che mi mancano di quella città, Secret Headquarters è in cima alla lista.

Secret Headquarters: 3817 W. Sunset Boulevard, Los Angeles, CA 90026 +1 323 666 2228

Matthew era all’esterno dell’Internet Café, respirando profondamente. Durante il cammino era riuscito a calmarsi un poco, ma mentre si avvicinava, si convinse sempre di più che i ragazzi di Boss Wing lo stessero aspettando là, e che tutti i suoi amici sarebbero stati a terra, rannicchiati, svenuti per le botte ricevute. Aveva portato via quattro dei migliori giocatori con sé quando aveva lasciato la fabbrica di Boss Wing, e sapeva che Boss Wing non ne era per niente felice.

Stava andando in iperventilazione, la testa gli girava. Era ancora dolorante. Sentiva come un sole rosso di dolore, delle dimensioni di un pallone da calcio, bruciare nelle sue mutande ed una delle cose che voleva di più e, allo stesso tempo, di meno, era trovare un posto con un po’ di privacy per dare un’occhiata là sotto. C’era un bagno nel Café, quindi quello era il luogo giusto, ed era tempo di entrare.

Salì per i quattro piani di scale dolorosamente, passando sotto i giganteschi murali del gamespace, evitando le piante di plastica, poste ad ogni ammezzato, che puzzavano del piscio dei giocatori che non avevano voluto aspettare perché il bagno si liberasse. Dal terzo piano in su, fu avvolto dalla nuvola familiare di odore corporeo, fumo di sigaretta e bestemmie che gli dicevano che stava per arrivare alla sua vera casa.

Nell’ingresso si fermò e si guardò in giro, cercando un qualsiasi segno dei sicari di Boss Wing, ma le cose andavano come al solito: fila e fila di tavoli con sopra dei PC, un paio di coppie che condividevano un solo computer, ma, soprattutto, ragazzi magri che giocavano, con le magliette tirate a scoprire la pancia, cercando di approfittare di ogni minima brezza che potesse spirare nella stanza. Non c’erano brezze, soltanto mulinelli nel fumo di sigaretta causati dal ruggito di tutte le ventole per computer che risucchiavano aria carica di fumo sopra le schede madri surriscaldate e le mostruose schede video.

Sgattaiolò oltre la cassa all’ingresso, in cui stasera lavorava un ragazzo nuovo, qualcun altro appena arrivato dalle provincie per cercare fortuna nella vecchia, cattiva, Shenzen. A Matthew venne voglia di afferrare il ragazzo e portarlo al limitare della città, spiegandogli strada facendo che non c’era più nessuna fortuna che si potesse trovare qui, che tutto apparteneva a uomini come Boss Wing. Vai a casa, pensò diretto al ragazzo, Vai a casa, questo posto è finito.

I suoi ragazzi stavano giocando al solito tavolo. Avevano costruito una piramide di strati alternati di pacchetti di sigarette Double Happiness e tazzine di caffè vuote. Guardarono verso di lui mentre si avvicinava, sorridendo e ridendo per qualche battuta. Poi videro lo sguardo sulla sua faccia e si zittirono.

Si sedette su una sedia vuota e guardò i loro schermi. Stavano giocando, ovviamente. Stavano sempre giocando. Quando lavoravano da Boss Wing, facevano turni di 18 ore e poi si rilassavano giocando un altro poco, portando i propri personaggi nei dungeon che avevano farmato per tutta la giornata. Questo era il motivo per il quale era tanto facile per il Boss Wing reclutare gente per la sua fabbrica: il motto era seduttivo. “Venire pagati per giocare!”

Ma non era lo stesso quando stavi lavorando per qualcun altro.

Cercò di trovare le parole per cominciare e non ci riuscì.

“Matthew?” Era Yo, il più vecchio di loro. Yo aveva una famiglia, una moglie e una bambina piccola. Aveva lasciato Boss Wing e seguito Matthew.

Matthew si guardò le mani, prese un profondo respiro, e prese una decisione: “Scusate, sono solo stato coinvolto in una rissa mentre venivo qui. Però ho delle buone notizie: ho trovato un modo per rendere tutti noi molto ricchi in un tempo molto breve”. E, a memoria, Mastro Fong descrisse la maniera che aveva trovato per attraversare il ricco dungeon di Svartalfaheim Warriors. Richiese un computer e mostrò loro, mostrò loro come eliminare secondi superflui dalla run, dove fermarsi e prendere e portare con se. E poi ciascuno di loro prese un computer e si mise al lavoro.

Col tempo, il dolore nei suoi pantaloni diminuì. Qualcuno gli diede una sigaretta, poi un’altra. Qualcuno gli portò degli involtini. Mastro Fong li mangiò senza gustarli. Lui e la sua squadra erano al lavoro, stavano facendo soldi e un giorno, presto, avrebbero accumulato una ricchezza tale da fare sembrare Boss Wing un pesce piccolo.

A un certo punto, mentre lavorava, il suo telefono squillò. Era sua madre. Voleva augurargli buon compleanno. Aveva appena compiuto 17 anni.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 6 di For the Win

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