For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 3

Continua da For the Win, scena 2

Questa scena è dedicata alla Borderland Books, la magnifica libreria indipendente dedicata alla fantascienza di San Francisco. Borderlands non è solo noto per i suoi splendidi eventi, le sessioni di autografi, i club del libro e così via, ma anche per il suo incredibile gatto egiziano senza pelo, Ripley, a cui piace appollaiarsi come un gargoyle sul computer all’ingresso del negozio. Borderlands è praticamente la più amichevole libreria che potresti desiderare, piena di posti comodi in cui sedersi e leggere, e con uno staff di commessi con una conoscenza incredibilmente vasta, che sanno ogni cosa ci sia da sapere sulla fantascienza. Ancor meglio, sono sempre pronti a prendere ordini per i miei libri (attraverso internet o al telefono) e trattenerli fino a quando non passo nel negozio a firmarlo, e li spediscono gratis all’interno degli Stati Uniti!

Borderlands Books: 866 Valencia Ave, San Francisco CA USA 94110 +1 888 893 4008

A Mala mancavano i canti degli uccelli al mattino. Quando viveva nel villaggio, c’erano cinguettii ogni mattino, spezzando la pace perfetta della notte per far sapere al mondo che il sole stava sorgendo e la giornata iniziando. Questo era quando lei era una bambina. Qui a Mumbai, c’erano solo alcuni galli malaticci a fare i loro richiami all’alba, ma il suono era quasi del tutto sommerso dall’interminabile canzone del traffico: i clacson, i motori rombanti, le chiamate a notte fonda.

Nel villaggio c’era il canto di uccelli, il silenzio e la pace, momenti in cui nessuno ti stava a guardare. A Mumbai non c’era nient’altro che la gente, la gente ovunque, così che ogni respiro che facevi aveva il sapore della bocca che lo aveva esalato prima che ti raggiungesse.

Lei, sua madre e suo fratello dormivano insieme in una piccola stanza sopra la fabbrica per il riciclaggio della plastica del signor Kunal, a Dharavi, l’enorme baraccopoli nella parte nord della città. Durante il giorno, la stanza era usata per differenziare la plastica in una dozzina di vasche — la plastica arrivava da un’infinita processione di grossi sacchi di iuta che venivano riempiti ai moli. Le navi andavano in America, in Europa e in Asia piene di beni prodotti in India e ritornavano piene di spazzatura, plastica che i raccoglitori di Dharavi separavano, pulivano, fondevano e trasformavano in sfere che venivano spedite alle fabbriche così che potessero venire usate per fare oggetti da rispedire in America, Europa e Asia.

Quando erano arrivati a Dharavi, Mala l’aveva trovata terrificante: le strette baracche che crescevano alte verso il cielo,  le strade sporche che si aprivano fra di esse, con i rigagnoli che scorrevano ai loro lati con il blu e il rosso iridescenti dei negozi di tinture, il soffocante e perenne odore di plastica bruciata, il ruggito delle motociclette che correvano fra gli edifici. E gli occhi, occhi da ogni finestra e tetto, tutti che la guardavano mentre mamaji guidava lei e il suo fratellino alla fabbrica del signor Kunal, dove stavano andando a vivere ora e per sempre.

Ma era a malapena passato un anno e ormai la puzza era scomparsa. Gli occhi erano diventati amichevoli. Poteva saltare da una strada all’altra con perfetta sicurezza, senza mai perdersi mentre andava al mercato o alle lezioni pomeridiane nella piccola stanza che fungeva da scuola sopra il ristorante. Separare i vari tipi di plastica era noioso, ma non era mai duro, c’era sempre cibo, c’erano altre ragazze con cui giocare e mamaji si era fatta degli amici che le aiutavano. Pezzo dopo pezzo, era diventata una ragazza di Dharavi, ed ora guardava i nuovi arrivati con un misto di generosità e pietà.

E il lavoro — beh, il lavoro era diventato molto migliore, di recente.

Era cominciato quando era nell’Internet Café con Yasmin, rubando un ora dopo le lezioni per spendere qualche rupia del denaro che aveva risparmiato dalla busta paga (quasi tutto andava alla famiglia, ovviamente, ma mamaji qualche volta gliene lasciava tenere un po’ e le diceva di spenderlo per qualche dolcetto al negozio d’angolo). Yasmin non aveva mai giocato a Zombie Mecha, ma ovviamente aveva visto entrambi i film nella piccola filmi house sulla strada che separava la zona mussulmana e quella indù di Dharavi. Mala adorava Zombie Mecha, ed era anche brava a giocare. Preferiva i server PvP dove i giocatori potevano dare la caccia agli altri giocatori, cercando di rovesciare i loro giganti mecha così che gli zombie potessero ricoprirli e distruggerle per banchettare con il personaggio al loro interno.

La maggior parte delle ragazze nell’Internet Café giocava a piccoli giochi con animaletti carini e scambi di cuoricini e gioielli. Ma per Mala, l’azione era nella magnifica carneficina dei giochi di guerra in multiplayer. Ci vollero solo pochi minuti per spiegare a Yasmin le basi sul come pilotare il suo piccolo squadrone e poi poté passare alle tattiche.

Questo era il punto che quasi nessuno degli altri giocatori sembrava comprendere: le tattiche erano tutto. Trattavano il gioco come un caos casuale di missili urlanti ed esplosioni, una confusione in cui immergersi e sopravvivere al meglio delle tue possibilità.

Ma per Mala, la confusione era qualcosa che succedeva alle altre persone. Per Mala, le esplosioni, le vibrazioni della visuale e le urla degli zombie erano soltanto dettagli minori, da notare nel mezzo del Grande Schema, mentre le armate si allineavano nel campo di battaglia della sua mente. In quel campo di battaglio, le forze ammassate assumevano una densità e un colore che mostrava dove erano le loro forze e le loro debolezze, come erano collegate fra loro e come spingere su questo, quaggiù, avrebbe fatto cadere quell’altro laggiù. Potevi affrontare nemici a testa bassa, missili contro missili, pistole contro pistole, e poi il vincitore sarebbe stato il più fortunato, o quello con più munizioni, o quello con gli scudi migliori.

Ma se eri furbo, non c’era bisogno che tu fossi fortunato, o più forte. A Mala piaceva lanciare missili oltre le armate nemici, a destra e a sinistra, creando una sorta di scatola formata da canyon e da detriti che bloccava ogni via di fuga. Nel mentre, una piccola parte dei suoi predatori sarebbe stata nei campi ad aggrare zombie, facendoli davvero impazzire di rabbia, raccogliendoli insieme finché non fossero sembrati locuste, e guidarli sempre più vicini a quel canyon.

Un attimo prima che fossero abbastanza vicini per essere visti, la sua forza frontale si sarebbe dispersa, fuggendo via con apparente codardia. I suoi nemici avrebbero gongolato di falsa confidenza e li avrebbero inseguiti… Finché non avessero visto i predatori andare dritti verso di loro, con un’inarrestabile, torrenziale pestilenza di zombie alle loro calcagna. La maggior parte delle volte la gente era troppo shockata per fare qualsiasi cosa, anche solo sparare ai predatori mentre questi correvano dritti verso le loro linee ed attraverso di esse, in un’unica via di fuga lasciata indietro nel canyon-trappola, distruggendola una volta usciti. Poi si trattava solo di aspettare che gli zombie sopraffacessero i tuoi avversari, mentre tu ghignavi e mangiavi un dolcetto, bevendo un po’ di tè preso dal recipiente sul bancone. Il suono degli zombie che laceravano le armate dei suoi nemici e sgranocchiavano le loro ossa era estremamente soddisfacente.

Yasmin era stata distratta dagli zombie, dalle frattaglie disgustose, dai missili splendenti. Ma lei aveva visto, sì, aveva visto come le strategie di Mala erano in grado di demolire armate molto più grandi della sua ed aveva superato il proprio essere schizzinosa.

E così giocavano, attirandosi un pubblico: prima ragazzi che le deridevano rumorosamente (che caddero nel silenzio quando videro le armate nemiche che collassavano davanti a lei e che iniziarono a chiamarla “Generale Robotwalla” senza neanche un briciolo di presa in giro) e poi le ragazze, all’inizio timide, guardando da sopra le spalle dei ragazzi, e poi spingendosi in avanti e applaudendo, colpendo le mura coi pugni e pestando i piedi per ogni drammatica vittoria.

Non era però economico. La riserva attentamente conservata di rupie diminuì, pur con l’aiuto di qualche moneta che gli altri giocatori le davano di quando in quando per farsi insegnare come giocare veramente bene. Sapeva che avrebbe potuto farsi prestare il denaro, o lasciare che qualche ragazzo pagasse per lei — c’era una feroce competizione per il diritto di andare dall’altra parte della strada e comprarle della masala Coke, un frizzante esplosione speziata di cola, spezia masala e ghiaccio che diminuiva la secchezza alla gola che era stata una compagnia costante fin dal suo arrivo a Dharavi.

Ma le ragazze carine del villaggio non lasciavano che i ragazzi comprassero loro cose. I ragazzi volevano qualcosa in cambio. Lo sapeva, lo sapeva dai film e dalla vita intorno a lei. Sapeva cosa succedeva alle ragazze che lasciavano che ragazzi si occupassero dei loro bisogni. C’era sempre una resa dei conti.

Quando lo strano uomo si avvicinò a lei per la prima volta, pernsò alle ragazze carine e ai ragazzi e cosa questi si aspettassero da loro e evitò di incrociare il suo sguardo. Lei non sapeva cosa lui volesse, ma non l’avrebbe ottenuto da lei. Così quando lui si allontanò dalla sua sedia al bancone mentre lei entrava nell’Internet Café, attraversando la sala per intercettarla, vestito col suo abito di lino, le scarpe buone, i capelli impomatati e i baffi curati, lei si spostò e lo superò, facendo finta di non averlo sentito dire “Mi scusi, signorina” e “Signorina? Signorina? Per favore, dammi solo un momento del tuo tempo”.

Ma la signora Dibyendu, la proprietaria del café, le urlò: “Mala, tu ora ascolti quest’uomo, ascolti quello che ha da dirti. Non sarai scortese nel mio negozio, no di certo!” E visto che anche la signora Dibyendu veniva da un villaggio, e visto che sua madre aveva detto che Mala poteva giocare ai suoi giochi solo nel café della signora Dibyendu (essendo questa il genere di persona al quale ti potevi affidare perché la gente si comportasse bene, senza droghe, violenze o criminalità), Mala si fermò e si girò verso l’uomo, silenziosa, aspettando.

“Ah”, disse lui “Grazie”. Annuì verso la signora Dibyendu. “Grazie”. Tornò a girarsi verso Mala e l’esercito di ragazzi e ragazze che si era raccolta attorno a lei, il suo esercito, quelli che la chiamavano Generale Robotwalla con rispetto.

“Ho sentito dire che sei un’ottima giocatrice” disse lui. Mala annuì, socchiudendo gli occhi, lasciando che la sua espressione dicesse: Si, sono una brava giocatrice, e sono così brava che non ho bisogno di vantarmene.

“E’ una brava giocatrice?”

Mala si girò verso il suo esercito, che aveva la disciplina necessaria per rimanere in silenzio finché lei non fece un cenno con la testa. Che lei fece: parlate pure.

E a quel punto esplosero in una confusione entusiasta, encomiando le virtù del loro Generale Robotwalla e parlando delle epiche battaglie che avevano combattuto e vinto contro ogni possibile aspettativa.

“Ho un lavoro per dei buoni giocatori”

Mala aveva sentito parlare di qualcosa di simile. “Rappresenti una lega?”

L’uomo fece un piccolo sorriso e scosse la testa. Odorava di profumo agli agrumi e di Betel, una combinazione di odori dolce che lei non aveva mai sentito. “No, non una lega. Sai che nel gioco ci sono dei giocatori che non giocano per divertirsi? Giocatori che giocano per fare del denaro?”

“Il genere di denaro che ci stai offrendo?”

Scosse il capo e ridacchiò. “No, non esattamente. Ci sono dei giocatori che giocano per guadagnare denaro di gioco, che poi vendono ad altri giocatori che sono troppo pigri per ottenerlo tramite il gioco da soli.”

Mala pensò a questa cosa per un momento. I container uscivano dall’India pieni di beni e tornavano pieni di spazzatura per Dharavi. Da qualche parte là fuori, nell’America mostrata nei film, c’era un mondo pieno di gente con una ricchezza inimmaginabile. “Lo faremo”, disse lei. “Ho già più crediti di quanti ne possa spendere. Quanto paghi?”

Nuovamente, l’uomo ridacchiò. “In realtà…” disse, poi si fermò. Il suo esercito adesso era nel più assoluto silenzio, pendendo dalle sue labbra. Dai computer veniva il basso suono di distruzione delle guerre che avevano luogo dentro al network, giorno e notte. “In realtà non è esattamente questo. Vogliamo che tu ed i tuoi amici li distruggiate, uccidiate i loro personaggi, prendiate le loro fortune.”

Mala pensò per un altro istante, confusa. Chi avrebbe potuto voler uccidere questi giocatori? “Sei un loro rivale?”

L’uomo scosse la testa, come a voler dire Forse sì, forse no.

Lei ci pensò un altro attimo. “Lavori per il gioco!” disse lei. “Lavori per il gioco e non vuoi che…”

“Non importa per chi io lavori”, l’uomo alzando le mani per fermarla. Aveva una fede nuziale su una mano, due anelli d’oro sull’altra. Mala vide che a tre dita mancava l’ultima falange. Questa era una cosa comune nel villaggio, dove i contadini rimanevano sempre intrappolati nei macchinari. Ecco davanti a lei un uomo che veniva da un villaggio, un uomo che era venuto a Mumbai ed era divenuto un uomo ben vestito, coi baffi curati e anelli d’oro che brillavano su ciò che rimaneva delle sue dita. Ecco la ragione per cui sua madre li aveva portati a Dharavi, la ragione della gola arsa e degli occhi brucianti e per le infinite ore di lavoro a separare i vari tipi di plastica nelle vasche.

“Ciò che è importante è che pagheremo te ed i tuoi amici…”

“Il mio esercito”, disse lei, interrompendolo senza pensare. Per un momento gli occhi di lui ebbero un brillio pericoloso, e lei percepì che la stava per schiaffeggiare, ma rimase ferma. Era stata schiaffeggiata un sacco di volte prima. Lui sbuffò dal naso, poi continuò.

“Si, Mala, il tuo esercito. Vi pagheremo per distruggere questi giocatori. Vi verrà detto quale genere di Mecha stanno pilotando, quali sono i nomi dei loro personaggi, e voi dovrete bloccarli e distruggerli. Potrete tenere tutte le loro ricchezze di gioco ed inoltre prenderete delle rupie.”

“Quanto?”

Lui fece un’espressione afflitta. “Forse ne dovremmo discutere in privato, più tardi? Davanti a tua madre?”

Mala notò che lui non aveva detto “I tuoi genitori”, ma piuttosto “Tua madre”. La signora Dibyendu e lui dovevano aver parlato. Lui sapeva di Mala, e lei non sapeva nulla di lui. Lei era solo una ragazza del villaggio, dopo tutto, e questo era il mondo, che lei stava ancora cercando di comprendere fino in fondo. Lei era un generale, ma era anche una ragazza del villaggio. Generale Ragazza del Villaggio.

Così quella sera lui venne alla fabbrica del signor Kunal, e la madre di Mala gli diede del thali e dei papadam, comprato dalle donne del collettivo del papadam e bollì per lui del chai in un bollitore elettrico e l’uomo fece finta che i suoi bei vestiti e il suo oro non fossero fuori posto qui. Si accoccolò sui talloni come un uomo del villaggio, con le caviglie pelose che spuntavano dalle sue calze. Mala non conosceva nessuno che indossasse calze.

“Signor Banerjee”, disse ammaji, “Non capisco questa cosa, ma conosco la signora Dibyendu. Se lei dice che ci si può fidare di lei…” si interruppe, perché in realtà lei non conosceva bene la signora Dibyendu. A Dharavi c’erano molti pericoli per una giovane ragazza. Ammaji ne parlava in continuazione mentre spazzolava i capelli di Mala la sera, parlava di tutti i modi in cui una ragazza poteva venire rovinata o farsi male, qui. Ma il denaro…

“Un lakh di rupie ogni mese”, disse lui. “Più un bonus. Ovviamente, lei dovrà pagare il suo ‘esercito’…” Fece un piccolo cenno a Mala, vedi, mi ricordo “.. con parte di quel denaro. Ma quanto, sarebbe lei a deciderlo”.

“Quei bambini non avrebbero un soldo se non fosse per la mia Mala!” disse ammaji, oltraggiata dalle mani desiderose di soldi che lei immaginava. “Stanno solo giocando ad un gioco! Dovrebbero essere felici anche solo di giocare con lei!” Ammaji era stata furiosa quando aveva scoperto che Mala era stata a giocare al café durante tutti questi pomeriggi. Aveva pensato che Mala giocasse solo una volta ogni tanto, non con ogni rupia e momento che potesse permettersi. Ma quando l’uomo — il signor Banerjee — aveva menzionato il suo talento e il denaro che avrebbe potuto guadagnare per la famiglia, di colpo ammaji era diventata il manager di sua figlia.

Mala vide che il signor Banerjee sapeva che sua madre avrebbe detto questo e si chiese cosa altro la signora Dibyendu gli avesse detto della loro famiglia.

“Ammaji”, disse lei, quietamente, tenendo basso lo sguardo come facevano nel villaggio. “Sono il mio esercito, e devono essere pagati se giocano bene. Altrimenti non continueranno ad essere il mio esercito a lungo”

Ammaji le lanciò un’occhiataccia. Accanto a loro, Gopal, il fratellino di Mala, sfruttò la situazione per rubare l’ultimo pezzettino di melanzana dal piatto di Mala. Mala se ne accorse, ma fece finta di non averlo fatto e si concentrò sul mantenere basso lo sguardo.

Ammaji disse “Ora, Mala, so che vuoi essere buona con i tuoi amici, ma devi prima pensare alla tua famiglia. Troveremo un modo per ricompensarli… Magari possiamo preparare un banchetto settimanale per loro qui, usando un po’ del denaro. Sono sicura che a tutti loro farebbe bene un buon pasto”.

A Mala non piaceva discutere con sua madre e non l’aveva mia fatto di fronte a degli estranei, ma…

Ma era il suo esercito, e lei era il loro generale. Lei sapeva come ragionavano e avevano tutti sentito il signor Banerjee annunciare che lei sarebbe stata pagata per i loro servizi. Loro credevano nell’onestà. Non avrebbero lavorato per un po’ di cibo quando lei lavorava per un lakh (un lakh! 100.000 rupie! L’intera famiglia viveva con 200 rupie al giorno!) di denaro.

“Ammaji”, disse lei. “Non sarebbe né giusto, né onesto”. Venne in mente a Mala il modo in cui il signor Banerjee aveva menzionato il denaro di fronte all’esercito. Avrebbe potuto essere più discreto. Forse l’aveva fatto deliberatamente. “E lo sanno. Non posso guadagnare questi soldi per la famiglia da sola, Ammaji”

Sua madre chiuse gli occhi e respirò attraverso il naso, un segno che stava cercando di mantenersi calma. Se il signor Banerjee non fosse stato presente, Mala era certa che sarebbe stata picchiata duramente, nella maniera in cui faceva suo padre prima che le lasciasse, quando era una piccola ragazzina nel villaggio. Ma se il signor Banerjee non fosse stato lì, lei non avrebbe dovuto parlare così a sua madre.

“Mi scusi, signor Banerjee”, disse Ammaji, senza guardare Mala. “Le ragazze a questa età diventano ribelli… impossibili”.

Mala pensò ad un futuro in cui, invece di essere il Generale Robotwalla, avrebbe dovuto dedicare la sua vita a supplicare e minacciare il suo esercito perché giocasse con lei, così che potesse tenere tutti i soldi per la sua famiglia, mentre le loro famiglie soffrivano la fame e le loro madri dicevano loro di tornare a casa subito dopo la scuola. Quando il signor Banerjee aveva menzionato la sua somma gigantesca, aveva evocato una visione di ricchezze indicibili, una casa vera, bei vestiti per tutti loro, Ammaji libera di passare i suoi pomeriggi cucinando per la famiglia e riposandosi dalla calura, una vita lontana da Dharavi e dal fumo, dagli occhi brucianti e dalle gole arse.

“Penso che la tua ragazzina abbia ragione”, disse il signor Banerjee, con quieta autorità, lasciando senza parola l’intera famiglia. Un adulto, che prendeva le parti di Mala contro sua madre? “Lei è un ottimo leader, da quello che vedo. Se dice che la sua gente ha bisogno di essere pagata, credo abbia ragione”. Si pulì la bocca con un fazzoletto. “Con tutto il dovuto rispetto, ovviamente. Non mi sognerei mai di dirti come educare i tuoi figli, ovviamente”.

“Ovviamente…” disse Ammaji, come in un sogno. Il suo sguardo era basso, la schiena non più dritta. Che le venisse parlato in questo modo, nella sua casa, da un estraneo, di fronte ai suoi figli! Mala si sentì malissimo. La sua povera mamma. Ed era tutta colpa del signor Banerjee: lui aveva parlato del denaro di fronte all’esercito e poi aveva portato sua madre a questo…

“Troverò un modo per farli combattere senza pagarli, Ammaji…” Ma venne interrotta dalla mano di sua madre, che le mostrava il palmo.

“Calma, figlia” disse lei. “Se quest’uomo, questo gentiluomo, dice che sai cosa sta facendo, beh, non posso contraddirlo, no? Io sono solo una semplice donna del villaggio. Io non comprendo queste cose. Tu devi fare come questo gentiluomo dice, ovviamente..”

Il signor Banerjee si alzò e si rassettò i vestiti coi palmi delle mani. Mala vide che si era sporcato la camicia con un po’ di chana e di lapel, e questo in qualche modo la fece sentire meglio, come se lui fosse stato un semplice mortale e non qualche terribile forza della natura venuta a distruggere le loro piccole vite.

Fece un piccolo namaste in direzione di Ammaji, con le mani unite insieme all’altezza del torso e un accenno di inchino. “Buona notte, signora Vajpayee. E’ stata una magnifica cena. Grazie.” disse. “Buona notte, Generale Robotwalla. Verrò all’Internet Café domani alle tre per parlare ulteriormente della tua missione. Buona notte Gopal”, disse, e il fratellino di Mala guardò verso di lui, con aria colpevole e un pezzo di melanzana che si poteva ancora scorgere dall’angolo della bocca.

Mala pensò che Ammaji l’avrebbe schiaffeggiata una volta che lui se ne fosse andato, ma invece andarono tutti a dormire senza scambiarsi un’altra parola e Mala si accoccolò accanto a sua madre nella stessa maniera di ogni altra notte, passando la mano fra i capelli di lei. Erano di un nero splendente quando avevano lasciato il villaggio, ma un anno dopo erano già iniziati ad ingrigire, ed erano divenuti ispidi. Ammaji prese la sua mano nella sua ruvida mano callosa, fermandola.

“Dormi, figlia mia”, mormorò “Ora hai un lavoro importante. Devi dormire”

Il mattino dopo, evitarono di incrociare lo sguardo, e le cose furono dure per una settimana, finché lei non portò a casa la sua prima busta paga, riposta accuratamente dentro la sua scarpa. Il suo esercito aveva distrutto le forze nemiche come una mannaia taglia i colli ai polli. C’era stato un grosso bonus nella busta paga e anche dopo aver pagato la signora Dibyendu, aver comprato masala Coke all’Hotel Hajj che stava accanto all’Internet Café e pagato la sua armata, rimanevano quasi 2000 rupie. Gli occhi di Ammaji si illuminarono quando vide il denaro e baciò Mala sulla fronte, prendendola nell’abbraccio più lungo e poderoso di tutta la loro vita.

E ora tutto era meraviglioso fra loro due. Ammaji aveva iniziato a cercare casa verso il centro di Dharavi, la parte vecchia dove gli edifici di lamiera e materiali di scarto erano stati gradualmente rimpiazzati con edifici di mattoni, dove i forni dei vasai producevano un pulito fumo di legna invece che lo sporco fumo di plastica vicino alla fabbrica del signor Kunal. Mala aveva nuovi vestiti per la scuola, nuove scarpe e così anche Gopal e Ammaji aveva nuove spazzole per i suoi capelli ed un nuovo sari che indossava dopo la giornata di lavoro, tornando a sembrare bella e giovane, nella maniera in cui Mala se la ricordava dal villaggio.

E le battaglie erano gloriose

Entrò nell’Internet Café dal bruciante e polveroso sole del pomeriggio e stette in piedi sulla porta. Il suo esercito era già lì, facendo pratica sui loro computer, chiacchierando nell’ombra della scura stanza rumorosa. Ebbe a malapena il tempo di sorridere e nascondere il sorriso prima che si accorgessero di lei e si alzassero in piedi, dritti e orgogliosi, facendole il saluto militare.

Lei non sapeva chi di loro avesse iniziato questa storia del saluto. Era iniziata come uno scherzo, ma ora era seria. Loro vibravano sull’attenti, fissandola tutti. Avevano vestiti migliori e un aspetto ben nutrito. Il Generale Robotwalla stava guidando il suo esercito verso la vittoria e la prosperità.

“Giochiamo”, disse lei. Nella sua tasca, il suo telefono cellulare conteneva l’ultimo messaggio del signor Banerjee con i luoghi in cui trovare gli obbiettivi della giornata. Yasmin era al suo solito posto, alla destra di Mala, e alla sua sinistra sedeva Fulmala, che zoppicava per via di una gamba che si era rotto e che era guarita male. Ma Fulmala era furba e veloce e comprendeva le tattiche meglio di chiunque altro nell’Internet Café, eccetto per Mala stessa. E Yasmin, beh, Yasmin poteva far sì che i ragazzi si comportassero bene, che era un grosso risultato, visto che lasciati a se stessi adoravano battibeccare fra loro, in una spirale sconsiderata che finiva sempre male. Ma Yasmin poteva parlar loro in una maniera che era severa come quella di una sorella maggiore, e tutti tornavano in riga.

Mala aveva il suo esercito, i suoi luogotenenti e la sua missione. Aveva il suo computer, il più veloce dell’Internet Café, con il monitor più grande di tutti gli altri, ed era pronta ad andare in guerra.

Toccò il display, girò la testa da un lato all’altro e guidò nuovamente il suo esercito alla battaglia.

 

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 4 di For the Win

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  • giusalex1

    bellissimo.

  • Gioacchino

    Ignoravo proprio questo mondo, la gente non sa proprio giocare o come spendere i propri soldi…

    PS. filmi house
    tatticheerano
    o quello che più munizioni
    eraestremamente
    ragazzi e ragazzi

    • http://www.newfractals.net/ Elena

      Filmi House non è un refuso, ma una traduzione difficile. Ti rimando a questo articolo della Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Filmi
      Se non hai voglia di leggerlo, in sintesi, "Filmi Music" identifica un tipo di musica popolare indiana che viene utilizzato molto al cinema… Non so se omettendo il termine "musica" voglia dire qualcosa del tipo "dei film" (insomma, che la "i" finale indichi un genitivo), ma considerando che in tutto il libro si usa il maggior numero di termini locali possibile ho preferito lasciare "Filmi House" che azzardare un "Cinema".

      Grazie per le segnalazioni! Stai facendo un lavorone! ^_^

      • Gioacchino

        a dire il vero ogni tanto mi chiedo se è fatto a posta o no, ma meglio segnalarli e imparare qualcosa come adesso!

        di nulla, nessun problema! ^^

        • http://www.newfractals.net/ Elena

          Sì sì, nel dubbio segnala sempre!

          Che così almeno rimane la risposta nei commenti, e la prossima persona che ha qualche dubbio può toglierselo 🙂

          Di sicuro come è sembrato strano a te sembra strano anche ad altri (forse dovrei proprio aggiungere una nota. Ci farò un pensiero.)