For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 12

Continua da For the Win, parte 1, scena 11

Questa scena è dedicata a Forbidden Planet, la catena inglese di negozi di libri, fumetti, giocattoli e video fantascientifici e fantasy. Forbidden Planet ha dei negozi in tutta la Gran Bretagna, e ha anche degli avamposti a Manhattan e Dublino, Irlanda. E’ pericoloso entrare in un Forbidden Planet — raramente riesco a fuggire con il portafoglio intatto. Forbidden Planet è veramente avanti, rispetto agli altri, per quanto riguarda il mettere la gigantesca audience televisiva e dei film fantascientifici in contatto con libri di fantascienza — qualcosa che è assolutamente di importanza critica per il futuro del settore.

Forbidden Planet, UK, Dublin and New York City

Wei-Dong era stato nel centro di Los Angeles una volta, in una gita scolastica alla Disney Concert Hall, ma tutto ciò che avevano fatto era stato arrivarci in pulmino, parcheggiare, e marciare come anatroccoli nell’edificio e nuovamente fuori, senza spendere tempo a vagare in giro. Si ricordava di aver guardato le strade passare dal finestrino, vetrine sbiadite di negozi e gente che si muoveva lentamente, posti per incassare assegni e negozi di alcolici. E Internet Café. Una quantità immensa di Internet Café, specialmente a Koreatown, dove ogni mini-mall aveva una vistosa insegna “PC Baang” — il termine Coreano per net-café.

Ma non sapeva con esattezza dove fosse Koreatown, e aveva bisogno di un Internet Café per cercarlo su google, e così prese l’autobus da LAX per la Disney Concert Hall, pensando di poter ripercorrere la strada del pulmino e ritrovare questi negozi, connettersi, parlare coi suoi amici a Guangzhou, decidere cosa fare.

Ma Koreatown si dimostrò più difficile da ritrovare e più lontana di quanto avesse pensato. Chiese all’autista indicazioni su come arrivarci, e quello lo guardò come se fosse pazzo e gli indicò una discesa. E così lui iniziò a camminare, camminare, camminare, quartiere dopo polveroso quartiere. Dalle finestre dello scuolabus, il centro di Los Angeles sembrava muoversi lento e sbiadito, come una foto lasciata troppo a lungo su una finestra.

A piedi, era frenetico, il movimento degli autobus, i senzatetto che camminavano, giravano o zoppicavano superandolo, chiedendogli del denaro. Aveva 1000$ nella tasca davanti dei jeans, e gli sembrava che il rigonfiamento dovesse essere evidente quanto quella di qualcuno che, essendo davanti alla lavagna davanti a tutta la classe, abbia un’erezione. Stava sudando, e non solo per il caldo, che sembrava superare di dieci gradi Fahrenheit la temperatura che c’era a Disneyland.

E ora non era per niente vicino a Koreatown, ma si era invece trovato a Santee Alley, l’enorme mercato pirata all’aria aperta che si trovava nel bel mezzo di Los Angeles. Aveva sentito parlare di questo posto, lo vedevi in continuazione negli speciali del telegiornale sui sequestri di beni contraffatti, immagini di messicani che venivano portati via mentre dei poliziotti arcigni e soddisfatti nelle loro uniformi imballavano montagne di magliette taroccate, DVD taroccati, pantaloni taroccati, giochi taroccati.

Santee Alley era un sollievo gradito dalle strade che la circondavano. Vagò nel mercato, i negozi che diffondevano a tutto volume la loro musica technobrega e reggaton contro di lui, i venditori che decantavano le loro merci. Era come se si trattasse del mercato reale da cui i centinaia di mercati di gioco che aveva visitato si erano ispirati, e si trovò a rallentare e guardare i vestiti da gangster, i brutti souvenir-spazzatura e le cose elettroniche taroccate. Comprò un bicchierone di succo di melone e un paio di empanadas da una bancarella, estraendo con attenzione una singola banconota da venti dalla tasca senza tirar fuori tutto il mazzo di banconote.

Trovò un Internet Café, pieno di guatemaltechi che chiacchieravano con le famiglie rimaste al loro paese indossando delle piccole cuffie lisce. La ragazza dietro il bancone – a malapena più grande di lui – gliene vendette una che diceva di essere della Samsung a 18$, e poi gli affittò un computer con cui usarla. La cuffia taroccata gli entrava bene nell’orecchio come quella vera che aveva un tempo, anche se la plastica era ruvida, mentre in quella vera era liscia come i pezzi di vetro che si trovano sulla spiaggia.

Ma non importava. Aveva la sua connessione ad internet, la sua cuffia e il suo gioco. Di cosa altro poteva avere bisogno?

Beh, la sua squadra, per cominciare. Non li si riusciva a trovare da nessuna parte. Controllò sul suo nuovo orologio e premette il pulsante che faceva passare l’orario a quello cinese. Cinque del mattino. Beh, questo spiegava tutto.

Controllò il suo inventario, controllò la banca di gilda. Non aveva potuto fare la corpse run[1] dopo che era stato trascinato fuori dal gioco da suo padre e dalla Ronald Regan High, così non si aspettava di avere più la sua spada vorpal, ma invece l’aveva, il che voleva dire che uno del suo gruppo l’aveva recuperata per lui, una cosa che era incredibilmente gentile nei suoi confronti. Ma questo era quello che i compagni di gilda facevano l’uno per l’altro, dopo tutto.

Era quasi ora di pranzo sulla east coast, il che voleva dire che Savage Wonderland aveva iniziato a riempirsi di gente che tornava a casa dal lavoro. Pensò ai cavalieri neri che li avevano massacrati quella mattina e si chiese chi fossero. C’era un sacco di gente che dava la caccia ai gold-farmer, sia perché lavoravano per il gioco o per un gruppo di gold-farmer avversario, o perché erano ricchi giocatori annoiati che odiavano l’idea che i poveri invadessero il “loro” spazio e lavorassero dove loro giocavano.

Sapeva che avrebbe dovuto aprire l’e-mail e controllare se c’erano messaggi dei suoi genitori. Non gli piaceva usare l’e-mail, ma i suoi genitori sembravano non poterne fare a meno. Senza dubbio adesso stavano impazzendo, chiamando l’esercito, la marina e la guardia nazionale per ritrovare il loro figlio ribelle. Beh, potevano agitarsi quanto volevano. Non sarebbe tornato e non aveva bisogno di tornare.

Aveva 1000$ in tasca, aveva quasi 18 anni, e c’erano un sacco di cose per tirare avanti nella grande città che non prevedessero il vendere della droga o il tuo corpo. I suoi compagni di gilda glielo avevano mostrato. Tutto ciò che ti serviva per guadagnarti da vivere era una connessione alla rete e un cervello in testa. Si guardò attorno nel caffè verso la dozzina di guatemaltechi che parlavano con le loro cuffie ai parenti rimasti a casa, molti non molto più anziani di lui. Se loro potevano guadagnarsi da vivere — senza conoscere l’inglese, senza potere lavorare legalmente, senza un’educazione formale, senza avere quasi idea di come utilizzare la tecnologia oltre al poco necessario per chiamare casa senza spendere troppo — allora sicuramente anche lui poteva. Suo nonno era venuto in America e aveva trovato un lavoro quando aveva l’età di Wei-Dong. Era una tradizione di famiglia, in pratica.

Non era che non amasse i suoi genitori. Li amava. Erano brava gente. A loro volta lo amavano, nella loro maniera. Ma vivevano in una bolla separata dalla realtà, una bolla chiamata Orange County, dove avevano ancora file di ordinate case identiche e ordinate vite identiche, mentre intorno a loro tutto stava collassando. Suo padre non poteva vederlo, nemmeno quando era difficile che passasse un giorno senza che tornasse a casa lamentandosi amaramente dei container che erano caduti de una delle sue navi in un’altra mostruosa tempesta, del prezzo del diesel che saliva verso la stratosfera, di come il dollaro si stava affossando mentre i Renminbi salivano e degli americani che continuavano a stringere la cintura, i cui ordini per merci dal sud della Cina stavano distruggendo i suoi affari.

Wei-Dong aveva capito tutto questo perché prestava attenzione e vedeva le cose per quel che erano. Perché parlava alla Cina, e la Cina gli rispondeva. Il mondo grasso e confortevole in cui era cresciuto non era eterno; era tracciato nella sabbia, non inciso nella pietra. I suoi amici in Cina potevano vederlo meglio di chiunque altro. Lu aveva lavorato come guardia di sicurezza in una fabbrica a Shilong New Town, una città che produceva elettrodomestici da vendere in Inghilterra. C’era voluto un po’ di tempo perché Wei-Dong riuscisse a capirlo: un intera città, quattro milioni di persone, non facevano altro se non fabbricare elettrodomestici da vendere in Inghilterra, un paese che contava ottanta milioni di persone.

Poi, un giorno, la fabbrica di fronte a quella di Lu chiuse. Avevano tutti costruito merci per un po’ di diverse compagnie, impiegando armate di giovani donne per far funzionare le macchine ed assemblare i pezzi che ne venivano fuori. Le giovani donne ottenevano sempre i lavori migliori. Ai capi piacevano perché lavoravano duramente e non si lamentavano molto — almeno, questo era quello che tutti dicevano. Quando Lu aveva lasciato il suo villaggio nella provincia di Sichuan per venire nel sud della Cina, aveva parlato con una delle ragazze che erano tornate a casa dalle fabbriche per la festa di metà autunno, una ragazza che se ne era andata qualche anno prima ed aveva trovato l’abbondanza nel Dongguan, che aveva comprato ai suoi genitori una bella casa nuova a due piani con i suoi soldi, che tornava ogni anno per il festival con dei bei vestiti e un nuovo telefono cellulare in una borsa di design, sembrando una creatura aliena o una modella tirata fuori di fresco dalla pubblicità su una rivista.

“Se vai in una fabbrica e vedi che non è piena di giovani ragazze, non accettare un lavoro lì”, fu il suo consiglio “Ogni posto che non attragga un gran numero di giovani ragazze ha qualcosa di sbagliato”. Ma la fabbrica in cui Lu lavorava era piena di giovani ragazze, come tutte le fabbriche di Shilong New Town. Gli unici lavori per uomini erano per guidatori, guardie di sicurezze, addetti alle pulizie e cuochi. Le fabbriche fervevano di attività, ciascuna era come una piccola città in miniatura, con le proprie cucine, i propri dormitori, la propria infermeria e i propri posti di controllo dove ogni veicolo e visitatore che entrasse od uscisse dalle mura veniva controllato e ispezionato.

E tutte queste indomabili città erano crollate. La fabbrica Highest Quality Dishwasher Company chiuse il lunedì, l’impianto di produzione di caldaie Boundless Energy Enterprise il mercoledì. Ogni giorno, Lu vedeva i capi entrare ed uscire con le loro auto, salutandoli e lasciandoli passare dopo che avevano fatto schioccare le loro carte identificative nella sua direzione. Un giorno, si fece forza e si chinò verso il finestrino, la faccia a soli pochi centimetri da quella dell’uomo che lo pagava ogni mese.

“Ce la caviamo meglio dei nostri vicini, eh, capo?” Provò a fare un sorriso gioviale, il migliore che riuscì, ma sapeva che non gli era venuto molto bene.

“Ce la caviamo bene”, abbaiò il capo. Aveva la pelle estremamente liscia e indossava una giacca sportiva, ma le sue spalle erano sporche di forfora. “E nessuno dice il contrario!”

“Proprio come dice lei, capo”, disse Lu, e si allontanò dalla finestra, cercando di continuare a sorridere. Ma aveva visto la faccia del suo capo — la fabbrica avrebbe presto chiuso.

Il giorno seguente, nessun autobus arrivò alla sua fermata. Normalmente ci sarebbero state cinquanta o sessanta persone ad aspettarlo, soprattutto giovani uomini, visto che la maggior parte delle donne viveva nei dormitori. Le guardie di sicurezza e gli addetti alle pulizie non avevano diritto ai dormitori. Quella mattina, c’erano solo otto persone ad aspettare l’autobus quando Lu arrivò alla fermata. Dieci minuti passarono ed arrivò un po’ di altra gente, ma ancora non si vedeva nessun autobus. Trenta minuti passarono — Lu era ormai ufficialmente in ritardo — e ancora non arrivava nessun autobus. Chiese agli altri che erano in attesa come lui per vedere se c’era qualcuno che stesse andando vicino alla sua fabbrica e che volesse dividere un taxi — un lusso altrimenti impensabile, ma perdere il suo lavoro era ancor più impensabile.

Un altro ragazzo, con un accento di Shaanxi, era disposto a farlo, e fu così che si resero conto che non sembrava che ci fossero neanche i taxi a percorrere le strade. Così Lu, essendo Lu, camminò fino al suo posto di lavoro, quindici chilometri sotto il sole bruciante, con la sua camicia e la giacca della divisa da guardia della sicurezza piegate sul braccio, la canottiera arrotolata per scoprire la pancia, la polvere che si accumulava sulle scarpe. E quando arrivò alla fabbrica di asciugatori automatici Miracle Spirit si ritrovò in una folla di migliaia di giovani donne urlanti in grembiuli da lavoro che si affollavano intorno ai cancelli chiusi da due giri di catena e lucchetti, urlando verso le porte oscurate della fabbrica. Molte delle ragazze avevano piccoli zainetti o borse così piene che non erano riuscite a chiuderle, e ora parte della biancheria intima e dei trucchi che contenevano si riversava sulla strada.

“Che sta succedendo?” gridò ad una di queste, trascinandola fuori dalla folla.

“I bastardi hanno chiuso la fattoria e ci hanno lasciato fuori. Lo hanno fatto durante il cambio-turno. Hanno fatto partire l’allarme antincendio e hanno urlato ‘Al fuoco!’ e quando siamo uscite tutte sono corsi a chiudere i cancelli!”

“Chi?” Aveva sempre pensato che, se la fabbrica fosse stata chiusa, avrebbero usato le guardie di sicurezza per farlo. Aveva sempre pensato che lui, almeno, avrebbe ottenuto quell’ultima busta paga dalla compagnia.

“I capi, sei di loro. Il signor Dai e cinque dei suoi supervisori. Hanno chiuso il cancello frontale e poi sono fuggiti da quello sul retro, chiudendo anche quello. Siamo tutte chiuse fuori. Tutte le mie cose sono là dentro! Il mio telefono, i miei soldi, i miei vestiti…”

La sua ultima busta paga. Mancavano solo tre giorni al giorno in cui dovevano riceverla e, ovviamente, l’azienda aveva trattenuto il pagamento delle prime otto settimane di paga a ciascuno di loro quando avevano iniziato a lavorare. Dovevi chiedere il permesso al tuo capo se volevi cambiare lavoro e tenere quei soldi… altrimenti abbandonavi la paga di due mesi.

Intorno a Lu, si innalzavano urla acute e piccoli pugni femminili colpivano l’aria. Contro chi stavano urlando? La fabbrica era vuota. La fabbrica era vuota. Se avessero scavalcato le mura, tagliando il filo spinato in cima, e poi rotto i lucchetti dall’altro lato dell’inferriata dei cancelli, avrebbero avuto il controllo del posto. Non potevano portare via un asciugatore automatico — non facilmente, in ogni caso — ma c’erano un sacco di piccole cose: attrezzi, sedie, le cose nelle cucine, i beni personali delle ragazze che non avevano pensato a portarli con se quando era scattato l’allarme anti-incendio. Lu conosceva tutte le cose che si potevano portare via di nascosto dalla fabbrica. Era una guardia di sicurezza. O lo era stato. Parte del suo lavoro era stato perquisire gli altri impiegati quando se ne andavano per essere certo che non stessero portandosi via niente. Il suo supervisore, il signor Chu, perquisiva lui alla fine di ogni turno, a sua volta. Non era certo se qualcuno, e chi, perquisisse il signor Chu.

Aveva un piccolo attrezzo multiuso che attaccava alla cintura ogni mattina. Avere un set di tenaglie, un coltello e un cacciavite sempre con te cambiava il modo in cui vedevi il mondo — diventava un posto da tagliare, affettare, rovistare e svitare.

“Quella è la tua unica giacca?” gridò nell’orecchio della ragazza con cui aveva parlato. Lei era un po’ più bassa di lui, con una grossa fossetta sulla guancia che a lui piaceva abbastanza.

“Ovviamente no!”, disse lei. “Ne ho altre tre dentro.”

“Se riesco a farti avere quelle tre, posso usare questa?” Tirò fuori le tenaglie del suo attrezzo multiuso. Erano unite da una serie di ingranaggi che aumentavano la forza che veniva applicata stringendole nel palmo della mano, e i denti della tenaglia avevano un paio di aguzzi taglia-filo. La ragazza del suo villaggio aveva lavorato per un po’ nella fabbrica della SOG a Dongguan e gliene aveva dati un paio prima di augurargli buona fortuna nel sud della Cina.

La ragazza che aveva altre tre giacche guardò il filo spinato. “Ti taglierà a striscioline”, disse.

Lui ghignò. “Forse”, disse. “Però penso di potercela fare”.

“Ragazzi”, gli urlò nell’orecchio. Lu poteva sentire nel respiro di lei l’odore della sua colazione, misto a quello di dentifricio. Gli fece venire nostalgia di casa. “Va bene. Ma stai attento!”. Scivolò fuori dalla sua giacca, mostrando un paio di braccia muscolose, modellate dal duro lavoro nella linea di produzione. Lu si avvolse la giacca intorno alla mano sinistra, poi vi avvolse intorno la sua giacca di guardia di sicurezza, facendo sembrare la sua mano come un guantone da boxe dei cartoni animati, trascinandosi dietro lembi di stoffa penzolanti.

Non era facile arrampicarsi sulla recinzione con una mano avvolta nello spessore di una dozzina di strati di stoffa, ma era sempre stato un buon scalatore, anche nel villaggio, un ragazzo intraprendente che si era fatto la reputazione di uno che si arrampicava su qualsiasi cosa stesse ferma: alberi, case, persino fabbriche. Aveva una mano buona, due piedi, ed una mano bendata e questo era abbastanza per portarlo fino in cima. Una volta arrivato, afferrò cautamente con la mano il nastro spinato [5], facendo attenzione a tirarlo verso il basso in un movimento dritto e senza segare via la sua protezione facendolo scorrere di lato. Si immaginò scivolare e cadere, con il nastro spinato che gli tranciava le dita dalla mano, facendole cadere dall’altro lato della recinzione, guizzando come vermi nella sabbia mentre lui si afferrava la mano mutilata urlando, spruzzando sangue sulle ragazze attorno a lui.

Beh, allora sarà meglio che non scivoli, pensò cupamente, aprendo cautamente l’attrezzo multiuso con una sola mano, facendolo roteare come un coltello a farfalla (una mossa in cui si era esercitato parecchio, facendo finta di essere un pistolero nella sua stanza, o quando nessun altro era vicino al cancello). Con cautela portò la morsa delle tenaglie attorno alla prima spira del nastro spinato, guardando i denti degli ingranaggi che stridevano l’uno contro l’altro, trasformando la stretta della sua mano destra in centinaia di libbre di pressione nella morsa. La tenaglia incise il filo, lo prese, e lo tagliò di netto.

La spira si liberò emettendo un twoingggg e Lu tirò indietro la testa appena in tempo per evitare che il suo naso — e forse il suo orecchio e il suo occhio — venissero tagliati via dal filo.

Ma ora poteva poggiare la sua mano sinistra sulla cima del muro, scaricandoci una maggior parte del suo peso, raggiungendo così la seconda spira di nastro spinato con la tenaglia, tenendosi a maggiore distanza dal filo stesso, pendendo al di fuori della recinzione il più possibile, per evitare di venire colpito quando avesse tagliato il secondo nastro spianto. Cosa che fece, separandolo di netto con la stessa facilità della spira precedente. Il filo volò dritto nella sua direzione e fu solo lasciando andare i piedi e penzolando reggendosi con una sola mano dalla recinzione, colpendola duramente col corpo, che riuscì a non farsi tagliare la gola. Vista la sua posizione, il nastro lo colpì alla base dello scalpo, che iniziò a sanguinare pesantemente lungo la sua schiena. Ignorò il taglio. Poteva essere solo di striscio, nel qual caso avrebbe smesso di sanguinare da solo, oppure era profondo e aveva bisogno di un medico. In ogni caso avrebbe superato il muro.

Tutto ciò che rimaneva adesso erano tre file di filo spinato. Erano più dure da tagliare del filo a rasoio, ma le “spine” erano ben distanziate e il filo stesso era meno prono a contorcersi in folli colpi di frusta del filo a rasoio. Ogni volta che un pezzo di filo spinato veniva tagliato s’innalzava un ruggito di approvazione dalle ragazze sotto di lui, ed anche se la ferita bruciava ferocemente, pensò che questa poteva essere la sua ora migliore, la prima volta nella sua vita in cui era qualcosa di più di una guardia di sicurezza che aveva lasciato il suo paesino arretrato per trovare il modo di essere insignificante nelle provincia di Guandong.

E ora era in grado di srotolare le giacche dalla sua mano e semplicemente saltare dall’altra parte del muro e arrampicarsi in discesa dall’altra parte come una scimmia, sorridendo per tutto il tempo all’orda di ragazze che stavano superando la recinzione a ondate. Non ci volle molto prima che la ragazza che aveva altre tre giacche lo raggiungesse. Lui scosse la giacchetta di lei — tagliata in quattro o cinque punti — come un cameriere che offra a una signora elegante la sua giacca. Lei infilò con grazia quelle sue braccia muscolose nelle maniche e andò dietro di lui ad esaminare la sua ferita allo scalpo.

“Non è profonda”, disse. “Sanguinerà un sacco, ma starai bene”. Gli diede un bacio sulla guancia, come una sorella a un fratello. “Sei un bravo ragazzo”, disse, poi corse per unirsi al fiume di ragazze che stavano entrando nella fabbrica da una porta sfondata.

In breve tempo, si trovò da solo nel cortile della fabbrica, in mezzo ai bei sentieri di ghiaia e ai prati curati. Era riuscito ad entrare nella fabbrica, ma non riusciva a decidersi a prendere qualcosa, nonostante i suoi superiori gli dovessero praticamente tre mesi di stipendio. In qualche modo, gli sembrava giusto che fossero le ragazze che avevano utilizzato gli attrezzi a prenderli, che fossero gli uomini che avevano cucinato i pasti a prendere ciò che era nelle cucine.

Alla fine, decise di prendere una delle biciclette comuni che erano state parcheggiate con cura vicino ai cancelli della fabbrica. Queste venivano utilizzate da tutti allo stesso modo e, in ogni caso, doveva tornare a casa e farsi la strada a piedi con una ferita alla testa sotto il sole di mezzogiorno non sembrava un gran bel piano.

Sulla strada verso casa, il mondo sembrava molto cambiato. Per prima cosa, era diventato un criminale, cosa che gli sembrava piuttosto diversa dall’essere una guardia. Ma c’era più di questo: l’aria sembrava più pulita (in seguito avrebbe letto che l’aria era più pulita, grazie al fatto che tutte le fabbriche avevano chiuso e che gli autobus erano rimasti nei loro parcheggi). La maggior parte dei negozi sembrava chiusa, e il resto era gestito da negozianti apatici che si sedevano nei portici o giocavano a mahjong, nonostante fosse pieno giorno. Tutti i ristoranti e i bar erano chiusi. Alla stazione, vide un treno che passava senza fermarsi, ogni vagone pieno all’eccesso di giovani donne e delle loro valigie, lasciando Shilong New Town per cercare la loro strada da qualche altra parte, dove ci fosse ancora lavoro.

Così, nello spazio di una settimana o due, questa città gigantesca era morta. Tutto gli era sembrato così incredibilmente possente quando era arrivato, con strade pavimentate di fresco e negozi nuovi e nuovi edifici, e le fabbriche che si stagliavano contro il cielo ovunque si guardasse.

Quando arrivò a casa — stordito dalla dolorosa ferita allo scalpo, sudato, affamato — sapeva già che quella città magica era solo un cumulo di cemento e una montagna di sudore dei lavoratori, e che aveva la stessa stabilità di un sogno. Da qualche parte, in una terra distante di cui conosceva a malapena il nome, la gente aveva smesso di comprare lavatrici e così questa città era morta.

Decise di stendersi per un brevissimo sonnellino, ma nel tempo che ci mise ad alzarsi e a raccogliere un po’ delle sue cose in una borsa da viaggio e tornare sulla sua bici, senza preoccuparsi di chiudere la porta dell’appartamento dietro di se, la stazione era barricata e c’era una lunga fila di profughi che arrancavano sulla strada verso Shenzhen, a due giorni di cammino di distanza come minimo. Fu felice di aver preso la bici. Più tardi, trovò un bancomat funzionante e ritirò un po’ di denaro, cosa che trovò più rassicurante di quanto avesse sperato. Per un po’ di tempo, era sembrato come se tutto il mondo fosse arrivato alla sua fine. Era un sollievo scoprire che si trattava solo di questo piccolo angolo di mondo.

A Shenzhen, iniziò a trascorrere sempre più tempo negli Internet Café, perché erano il modo più economico di stare seduti in un edificio, lontani dal caldo e perché erano pieni di giovani uomini come lui. E anche perché poteva parlare con i suoi genitori da lì, raccontando loro storie inventate riguardo la sua inesistente ricerca di un lavoro, promettendo che avrebbe presto iniziato a mandare denaro a casa.

E lì è dove la gilda lo trovò. La gilda di Ping e dei suoi amici, che conoscevano questo ragazzo dall’altra parte del pianeta, questo Wei-Dong che pendeva dalle sue labbra ad ogni frase del suo racconto, che gli disse di averlo utilizzato in un compito di studi sociali per la scuola, cosa che fece ridere tutti. Inoltre lì aveva trovato felicità e lavoro, ed aveva trovato anche una verità: il mondo non era costruito su solida roccia, ma piuttosto sulla sabbia, e sarebbe sempre cambiato.

Wei-Dong non sapeva quando ancora sarebbe durato il lavoro di suo padre. Forse trent’anni — ma pensava che sarebbe successo in molto meno tempo. Ogni giorno, si svegliava nella sua stanza sotto le sue lenzuola di Spongebob e si chiedeva a quali cose della sua vita avrebbe potuto rinunciare, a quanto la sua vita potesse ridursi alle cose essenziali.

Ed ecco arrivata la possibilità di scoprirlo. Quando i suoi bisnonni avevano la sua età erano stati profughi di guerra, attraversando l’oceano su una nave affollata, con documenti rubati, un infante nelle braccia della sua bisnonna e un altro in arrivo nella sua pancia. Se loro potevano farcela, anche Wei-Dong poteva.

Aveva bisogno di un posto in cui stare, il che voleva dire denaro, il che voleva dire un lavoro. La gilda gli avrebbe dato la sua parte del denaro guadagnato coi raid, ma non era abbastanza per sopravvivere in America. O lo era? Si chiese quanto guadagnassero i guatemaltechi attorno a lui con i loro lavori in nero come lavapiatti, uomini delle pulizie e giardinieri.

In ogni caso, non aveva bisogno di scoprirlo, perché lui aveva qualcosa che a loro mancava: un numero di sicurezza sociale. E sì, quello voleva dire che alla fine i suoi genitori sarebbero stati in grado di trovarlo, ma fra un mese sarebbe stato maggiorenne e per loro sarebbe stato troppo tardi per fargli fare qualsiasi cosa senza la sua cooperazione.

In quelle ore in cui aveva fatto progetti e si era interrogato sul suo destino nel caso la sua famiglia perdesse tutto, aveva velocemente deciso a favore del più semplice lavoro che poteva fare: il Turco Meccanico.

I Turchi erano un’armata di lavoratori nello spazio di gioco. Tutto ciò che dovevi fare era provare che eri un giocatore decente — il gioco aveva le statistiche per saperlo — registrarti, e poi loggare ogni volta che volevi lavorare. Il gioco gli avrebbe mandato delle richieste ogni volta che un giocatore si trovava a fare qualcosa che il gioco non sapeva come interpretare — parlato troppo a lungo con un personaggio non giocante, infilzato una spada dove non avrebbe dovuto, arrampicarsi su un albero a cui nessuno si era preoccupato di aggiungere alcun dettaglio — e tu dovevi andare ad arbitrare sul posto. Interpretavi il personaggio non giocante, decidevi un comportamento per l’oggetto infilzato, o prendevi decisioni da una lista di cose che si potevano trovare su un albero.

Non venivi pagato molto, ma non ci mettevi neanche molto tempo. Wei-Dong aveva calcolato che se avesse giocato su due computer contemporaneamente — una cosa che era certo di poter fare — e fosse riuscito a gestire un nuovo incarico ogni venti secondi su ciascuno dei due, poteva fare tanti soldi quanto i senior manager della compagnia di suo padre. Per arrivare a ciò avrebbe dovuto lavorare dieci ore al giorno, ma aveva passato un sacco di fine settimana a giocare per dodici o anche quattordici ore al giorno, per cui, diavolo, era praticamente come avere già i soldi in tasca.

Così utilizzò il computer affittato per registrare il suo account ed iniziò a riempire gli incartamenti necessari a richiedere il lavoro. Nel frattempo, era cosciente del suo account e-mail raramente usato e dei messaggi dei suoi genitori che sicuramente lo aspettavano. I moduli da riempire erano lunghi e noiosi, ma abbastanza facili, anche le piccole domande a risposta libera in cui dovevi rispondere ad una serie di domande ipotetiche su cosa avresti fatto se un giocatore faceva o diceva una data cosa. E l’e-mail dei suoi genitori era lì ad aspettare, chiedendo di essere scaricata e letta…
Passo ad un altro browser ed aprì la posta. Erano settimane dall’ultima volta che l’aveva controllata, così era inondata da centinaia di messaggi di spam, ma ecco lì, in cima:

RACHEL ROSENBAUM –DOVE SEI???

Ovviamente era stata sua madre ad inviare l’e-mail. Era sempre lei a scrivergli, inviandogli piccole note di incoraggiamento durante la giornata scolastica, ricordandogli dei compleanni dei suoi nonni, dei suoi cugini e di suo padre. Suo padre usava l’e-mail quando ne aveva la necessità, di solito alle due di notte quando non riusciva a prendere sonno per le preoccupazioni che gli dava il lavoro e aveva bisogno di sgridare i suoi manager senza svegliarli con una telefonata. Ma quando era possibile telefonare, suo padre faceva quello.

DOVE SEI???

La linea dell’oggetto diceva già tutto, no?

Leonard, questa è una follia. Se vuoi essere trattato da adulto, inizia a comportarti come tale. Non andartene via di nascosto alle nostre spalle, giocando nel messo della notte. non fuggire Diosadove a fare il broncio.

Possiamo discuterne come una famiglia, come persone adulte, ma prima devi TORNARE A CASA e smetterla di comportarti come un MARMOCCHIO VIZIATO. Ti amiamo, Leonard, e ci preoccupiamo per te, vogliamo aiutarti. Lo so che quando si ha 17 anni è facile pensare di avere tutte le risposte…

Smise di leggere e sbuffò. Odiava quando gli adulti gli dicevano che si sentiva nella maniera in cui si sentiva solamente perché era giovane. Come se essere giovane fosse come essere pazzo o ubriaco, come se le sue convinzioni fossero solo delle allucinazioni causate da una qualche malattia mentale che poteva essere curata aspettando cinque anni. Perché non chiuderlo semplicemente in una scatola e aspettare che arrivasse ad avere ventidue anni?

Fece per rispondere, poi si accorse di essersi loggato senza utilizzare nessun servizio per rendersi anonimo. I suoi compagni di gilda erano bravissimi con queste cose — si trattava di server che reindirizzavano il tuo traffico, oscurando la tua identità e gli indirizzi che che cercavi di evitare. I migliori erano del Falun Gong, lo strano culto religioso che il governo cinese stava cercando di spazzare via. Il Falun Gong metteva su nuovi relè online circa ogni ora, mantenendosi un passo avanti al Grande Firewall Cinese, l’onnivedente, onnisciente server farm che controllava ogni cosa e che in teoria doveva impedire a 1,6 miliardi di cinesi di accadere al genere sbagliato di informazioni.

Nessuno nella gilda aveva molto tempo per il Falun Gong o le sue strambe credenze, ma tutti concordavano sul fatto che erano i migliori quando si trattava di fare buchi attraverso il Grande Firewall. Un veloce giro attraverso le pagine in continuo cambiamento dei relè di Falun Gong permisero a Wei-Dong di trovare un computer che potesse reindirizzare il suo traffico. Solo allora, rispose a sua madre. Che cercasse pure di seguire a ritroso le sue tracce — l’avrebbero portata ad un vicolo cieco: un noto culto religioso cinese. Questo sì che le avrebbe dato qualcosa di cui preoccuparsi!

Mamma, sto bene. Mi sto comportando come un adulto (badando a me stesso, facendo le mie decisioni). Può essere stato sbagliato mentirvi su cosa facevo del mio tempo, ma rapire tuo figlio per mandarlo ad una scuola militare è quanto di meno adulto ci possa essere. Mi terrò in contatto quando ne avrò la possibilità. Vi voglio bene. Non ti preoccupare, sono al sicuro.

Lo era davvero? Al sicuro quanto erano stati i suoi bisnonni, scendendo dalla nave a New York. Al sicuro quanto lo era stato Lu, percorrendo in bici la strada verso Shenzhen.

Avrebbe trovato un posto in cui stare — poteva cercare su google “hotel economico centro los angeles” bene quanto chiunque altro. Aveva il denaro. Aveva un numero di sicurezza sociale. Aveva un lavoro — due lavori, contando quello fatto con la gilda — e aveva un sacco di missioni di esercitazione da fare prima di potere iniziare a guadagnare qualcosa. Ed era il momento di occuparsene.


[5] Il nastro spinato, disposto in questo caso a concertina è qualcosa di molto simile al filo spinato, ma fatto in modo da infliggere tagli anche gravi a chi cerca di oltrepassarlo. Il modo in cui frusta l’aria quando viene tagliato è dovuto alla sua disposizione a “concertina”, ovvero con la forma di grandi bobine, che generano un effetto simile a quello di una molla che venga tesa: se una concertina viene tagliata, le due estremità tornano alla posizione di riposo con un movimento veloce, pericolosissimo per chi ha eseguito il taglio.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 1

Share/Bookmark
  • Pingback: upnews.it()

  • Gioacchino

    Speriamo bene per il ragazzo….

    PS.
    corpse run[1] fa riferimento a respawn

    medico, In ogni caso

    giocavano a mahjong
    , nonostante fosse pieno giorno

    della notte. non fuggire

    • http://www.newfractals.net/ NewFractals

      Grazie! Nota come l'ultimo è un tipico errore introdotto da una correzione -.- Ho cercato il modo corretto di scrivere mahjong e quando ho sostituito dello "inglese" presente nell'originale ho copia-incollato anche un "a capo" -.-

      Bravissimo per aver trovato quello della corpse run! Avrei dovuto controllare il link!

  • Gioacchino

    capita ^^

    per il link me ne sono accorto per caso leggendo l'indirizzo mentre aspettavo che caricasse la pagina…

    • http://www.newfractals.net/ NewFractals

      Cavoli che fortuna!

  • Giusalex1

    grazie.