For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 6

Continua da For the Win, scena 5

Questa scena è dedicata alla Powell’s Books, la leggendaria “Città dei Libri” a Portland, Oregon. Powell’s è la più grande libreria al mondo, un infinito, universo a più piani di odori cartacei e scaffali torreggianti. Mettono libri vecchi e nuovi sugli stessi scaffali — qualcosa che ho sempre adorato — e ogni volta che sono entrato, avevano un’autentica montagna di miei libri e sono stati incredibilmente gentili nel chiedermi di autografare quelli che avevano in vendita. Gli impiegati sono amichevoli, la quantità di libri è incredibili, e c’è persino un Powell’s all’aeroporto di Portland, facendone così la miglior libreria da aeroporto nel mondo!

Powell’s Books: 1005 W Burnside, Portland, OR 97209 USA +1 800 878 7323

 

La sospensione dai giochi di Wei-Dong durò 20 minuti interi. Questo è quanto ci mise per fingere un mal di testa, ottenere uno study-pass, infilarsi nel centro risorse della scuola, superare il filtro del network e loggarsi. Iniziava ad essere davvero tardi in Cina, ma era OK, i ragazzi rimanevano alzati fino a tardi quando stavano lavorando, ed erano felici di averlo con loro.

Il vero nome di Wei-Dong non era Wei-Dong, ovviamente. Il suo vero nome era Leonard Goldberg. Aveva scelto Wei-Dong dopo aver guardato i significati di molti nomi cinesi ed esserne uscito con “Forza dell’Est”, del quale gli piaceva il suono. Lo scegliere il proprio nome funzionava bene per i ragazzi cinesi che conosceva — quando i loro genitori immigravano negli Stati Uniti, loro semplicemente sceglievano un nome inglese ed erano apposto. Perché no? Per quale motivo doveva essere meglio avere un nome solo in virtù del fatto che era il nome di tuo nonno piuttosto che avere un nome del quale ti piaceva il suono?

Aveva cercato di spiegare questo ai suoi genitori, ma senza grossi risultati. A loro andava bene che gli interessassero altre culture, ma questo non voleva dire che poteva evitare di fare il Bar-Mitzvah o che lo avrebbero chiamato Wei-Dong. E non voleva dire che avrebbero approvato il fatto che stesse sveglio tutta la notte coi suoi amici in Cina, guadagnando soldi.

Wei-Dong sapeva che tutto questo poteva essere visto come molto stupido, un ragazzino solo con un così disperato bisogno di farsi degli amici da abbandonare del tutto il liceo e che ripiegava sul lavorare gratis in un altro emisfero. Ma non era così. Wei-Dong aveva un sacco di amici al Ronald Regan Secondary School. Un sacco di ragazzi pensavano che la Cina fosse il posto più interessante al mondo, ne adoravano i film e il cibo e i fumetti e i giochi. E c’erano un sacco di ragazzi cinesi nella scuola e, mentre un paio pensavano chiaramente che fosse pazzo,  molti di loro lo capivano. Dopo tutto, la maggior parte di loro si interessava all’India alla stessa maniera in cui lui si interessava alla Cina, così avevano qualcosa in comune.

E cosa cambiava se saltava una lezione? Si trattava di Studi sociali, per dio! In teoria dovevano studiare proprio la Cina, ma Wei-Dong ne sapeva dieci volte di più in merito di quanto non ne sapesse l’insegnante. Mentre sussurrava in mandarino dentro il suo microfono, pensò che quello che stava facendo era simile a un progetto indipendente di studio. I suoi insegnanti avrebbero dovuto aumentargli i voti per quello.

“E ora?” disse. “Qual’è la missione?”

“Pensavamo di andare al Warlu’s Garden un altro paio di volte, ora che lo abbiamo appena ripassato. Forse riusciamo a prendere un’altra spada vorpal.” Questo era ciò che i ragazzi facevano quando non c’era un gweilo pagante — andavano a raidare per ottenere oggetti di lusso. Non era la cosa più eccitante del mondo, ma non sapevi mai cosa poteva succedere.

“Vengo anch’io”, disse. Aveva un’ora buca dopo di questa, poi la pausa per il pranzo, quindi tecnicamente poteva giocare tre ore di fila. Per allora tutti sarebbero stati pronti a sloggare e dormire, in ogni caso.

“Sei un buon gweilo, lo sai?” Wei-Dong sapeva che Ping stava scherzando. Non gli dava fastidio che i ragazzi lo chiamassero gweilo. Non era una parola razzista, non come, per esempio,  “muso giallo”. Verso di lui lo dicevano con simpatia. E, per quanto riguarda i soprannomi, “Fantasma straniero” era in effetti piuttosto figo.

Così andarono nel Garden, e lo fecero piuttosto bene, andarono a depositare il denaro nella banca di gilda e tornarono a rifarlo. E poi di nuovo. In qualche momento, mentre stava facendo questo, una campanella suonò. In un qualche altro momento, arrivarono alcuni suoi amici a parlargli, e lui spense le cuffie e rispose loro, ma non ricordava davvero cosa gli aveva detto. Qualcosa.

Poi, alla terza run, successe il disastro. Erano quasi arrivati alla riva, ed erano scesi dalle loro cavalcature. Wei-Dong si stava preparando a castare Queen’s Air Pocket, usando la riserva di gusci di ostrica che aveva accumulato nei giri precedenti.

Ed eccoli arrivare, una dozzina di cavalieri su enormi, tremendi stalloni neri, emergendo dall’acqua all’unisono, riempiendo l’aria con il nitrire arrabbiato delle loro cavalcature e i loro gridi di battaglia.  L’acqua schizzò verso l’alto intorno a loro e ricadde su Wei-Dong ed i suoi compagni di gilda.

Urlò qualcosa nel microfono, un avvertimento, e, tutto intorno a lui nel centro risorse, ragazzini interruppero le loro conversazioni per fissarlo. Era diventato un derviscio, martellando la sua tastiera e spostando con furia il mouse, gli occhi fissi sullo schermo.

I cavalieri neri si muovevano con misteriosa sincronia. O erano dei mostri — mostri che Wei-Dong non aveva mai incontrato — o erano il party di raid con maggiori capacità di cooperazione e pratica che avesse mai visto. Aveva la sua spada vorpal in mano, adesso, e i suoi compagni di gilda stavano anche loro tutti combattendo. Nelle cuffie poteva sentirli imprecare nei dialetti cinesi di sei diverse provincie. In altre circostanze, Wei-Dong ne avrebbe preso nota, ma in questo momento stava combattendo per la propria vita.

Lu si era posizionato coraggiosamente fra i cavalieri ed il loro gruppo, il grosso tank veloce con la sua mazza e lo spadone, combattendo tutti e dodici i cavalieri senza preoccuparsi della propria salvezza. Wei-Dong lo riempì di sortilegi di cura mentre cercava di lasciare anche lui il segno sui cavalieri con la sua spada vorpal, lunga tre volte di più di Wei-Dong stesso.

La spada vorpal poteva fare una quantità incredibile di danni, ma non era facile da usare. Per due volte, Wei-Dong colpì accidentalmente membri del suo gruppo, anche se non gravemente — grazie a Dio, oppure glielo avrebbero rinfacciato a vita — ma non riusciva a ferire i cavalieri neri, che erano troppo veloci per lui.

Poi Lu cadde,  scendendo in ginocchio, la gola attraversata da una picca impugnata da un cavaliere il cui stallone aveva gli occhi dello stesso blu ghiacciato del fumo del Bruco. Il cavaliere alzò Lu nell’aria, mentre questo continuava a scalciare debolmente, e un altro cavaliere gli mozzò la testa con uno sprezzante fendente della sua spada. Lu cadde tagliato in due sulla arenosa sabbia della spiaggia e, nel microfono, li maledisse, usando espressioni che Wei-Dong tradusse con difficoltà in “Si fottano otto generazioni dei vostri antenati”.

Con Lu a terra, tutti gli altri erano praticamente indifesi. Combatterono valorosamente, coordinando i loro attacchi, riversando suoi nemici il fuoco dei loro oggetti magici e dei loro migliori sortilegi, ma i cavalieri neri erano imbattibili. Prima di morire, Wei-Dong riuscì a colpirne un paio con la spada vorpal ed ebbe la momentanea soddisfazione di vedere il cavaliere barcollare e portare la mano al petto, ma poi il combattente si avvicinò a lui, estraendo un paio di spade corte che mosse come un mago che faccia trucchi con dei coltelli. Non c’era modo di pararle e, pochi secondi dopo, Wei-Dong era sulla sabbia, guardando lo stivale chiodato del cavaliere che scendeva sulla sua faccia, sentendo lo scricchiolio della sua mandibola e del naso che si spezzavano sotto il suo peso. Poi respawnò nel distate Lake of Tear, nudo e disarmato, e doveva fare una corpse-run[1] fino al proprio cadavere prima che i bastardi gli restituissero la sua spada vorpal.

Sentì nel microfono i suoi compagni di gilda morire, uno dopo l’altro, mentre correva, etereo come un fantasma, attraverso le valli di Wonderland. Raggiunse il suo cadavere giusto in tempo per vedere i cavalieri lootare[1] il corpo, e i corpi dei suoi compagni di gruppo. Si rialzò, indifeso e disarmato e fatto carne dal corpo del suo personaggio, vulnerabile.

Uno dei cavalieri gli mandò una richiesta di chat. Lui cliccò, silenziando i rumori di fondo di Shenzen.

“Voi farmer non siete più benvenuti qui, compagno” disse la voce. Aveva un accento che non sapeva riconoscere. Forse russo? E a parlare era un ragazzino! “Ora ci siamo noi di pattuglia. Se ritornate vi daremo la caccia e vi uccideremo di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Mi capisci, cinese?” Non un ragazzino: una ragazza — una bambina, che lo minacciava da qualche parte lontano nel mondo.

“Chi ti ha dato il comando, signorina?” disse lui. “E cosa ti fa pensare che io sia cinese, in ogni caso?”

Ci fu una brutta risata. “Signorina, eh? Sono al comando perché ti ho appena rotto il culo, e perché posso rompertelo di nuovo, tutte le volte di cui ho bisogno. E non me ne importa se sei in Cina, in Vietnam, in Indonesia — non fa nessuna differenza. Uccideremo te e tutti i farmer di Wonderland. Questo gioco non è più farmabile. Questa conversazione è finita”. E il cavaliere nero lo decapitò con sprezzante facilità.

Tornò al canale di gilda, pronto a dire quanto era appena successo, la mente che correva, quando alzò lo sguardo e vide la faccia di suo padre, in piedi accanto a lui, con un’espressione sul volto che avrebbe potuto inacidire il latte.

“Alzati, Leonard”, disse. “E vieni con me”

Non era da solo. C’era il signor Adams, il vice-preside, e il “poliziotto in affitto” della scuola, l’agente Turner, e il consulente agli studi, la signora Ramirez. Avevano facce di pietra quanto quelle del monte Rushmore, facce senza un briciolo di pietà. Suo padre allungò la mano e prese le sue cuffie, togliendogliele dalle orecchie gentilmente, con cura. Poi, esattamente con la stessa cura, fece cadere le cuffie sul pulito pavimento di cemento del centro risorse e le schiacciò con il tacco, con un forte “crunch” nell’aula perfettamente silenziosa.

Leonard si alzò. La stanza era piena di ragazzi che facevano finta di non guardarlo. Tutti lo stavano guardando. Seguì suo padre nel corridoio e la porta si richiuse. Sentì, senza possibilità di errore, il suono di un centinaia di risatine all’unisono.

Lo scortarono dall’ufficio del vice-preside, intrappolandolo su tutti i lati. Non che lui avrebbe provato a fuggire — non aveva nessun posto in cui fuggire, ma lo fecero claustrofobico. Le cose non stavano andando bene. Stavano andando davvero molto, molto, male.

Ecco quanto male: “Mi state per mandare a una scuola militare?”

“Non una scuola militare”, disse la signora Ramirez. Lo disse con quel tono paternalistico da consulente agli studi “L’Accademia Martindale non ha nessuna componente militare o marziale. E’ semplicemente un ambiente molto strutturato e supervisionato. Hanno avuto un’incredibile successo nell’aiutare studenti come te nel concentrarsi sui voti e tirarsi fuori da problemi di studio. Hanno un bellissimo campus in una posizione stupenda, e i ragazzi che vanno a Martindale ottengono posizioni prestigiose…”

E così via. La signora Ramirez si era divorata la brochure pubblicitaria e ora questa risuonava attraverso di lei. Smise di ascoltarla e guardò suo padre. Non era mai facile capire cosa stesse pensando Benny Rosenbaum. La gente che lavorava per lui alla Rosenbaum Shipping and Logistic lo chiamava Il Muro, perché non potevi né aggirarlo, né passargli sopra, né superarlo. non che fosse una testa dura, ma non si lasciava distrarre da argomenti emotivi: se cercavi di convincerlo con qualcosa di meno che una logica da computer, facevi prima a non provare nemmeno.

Ma c’erano dei piccoli segni, piccole cose da cui potevi capire cosa stesse provando il vecchio Benny. Il gesto che stava facendo col cinturino del suo orologio era uno di questi. Come il piccolo schiocco sul fondo della mascella, che faceva sembrare stesse masticando un chewing gum invisibile. Se univi tutte queste cose insieme con il fatto che era lontano dal lavoro a metà giornata, quando doveva assicurarsi che i giganteschi container di acciaio girassero intorno al globo — beh, per Leonard, questo voleva dire che la lava del Vulcano Benny era molto vicina alla superficie.

Si girò verso suo padre. “Non dovremmo parlare di questo in famiglia, papà? Perché lo stiamo facendo qui?”

Benny lo guardò, armeggiò ancora col cinturino dell’orologio, e fece gesto alla consulente di continuare.

“Leonard”, disse lei, “Leonard, tu devi capire quanto questa cosa sia diventata seria. Sei a una tesina di distanza dal venire bocciato in due materie: storia e biologia. Sei passato dal prendere A in matematica, inglese e studi sociali al prendere C-. Di questo passo, ti sarai rovinato il semestre entro il giorno del Ringraziamento. Mettiamola in questo modo: sei passato dall’essere nel novantesimo percentile degli studenti del secondo anno della Ronald Regan Secondary School ad essere nel dodicesimo. E’ un segnale, Leonard, da parte tua verso di noi, e sta dicendo S-O-S, S-O-S.”

“Abbiamo pensato che ti drogassi” disse suo padre, con calma assoluta. “Abbiamo persino sottoposto a dei test un capello preso dal tuo cuscino. Ti ho fatto pedinare. Per quanto ne posso sapere, fumi qualche canna di tanto in tanto con i tuoi amici, ma in realtà non vedi più tanto spesso i tuoi amici, vero?”

“Avete fatto dei test su un mio capello?”

Suo padre fece gesto di andare avanti “E ti abbiamo fatto seguire. Certo. Abbiamo delle responsabilità. Abbiamo delle responsabilità nei tuoi riguardi. Non sei una nostra proprietà, ma se ti incasini così tanto da finire a passare il resto della tua vita come senzatetto, sarà colpa nostra, e dovremmo pagarti le cauzioni. Lo capisci, Leonard? Siamo responsabili di te, e faremmo tutto ciò che è necessario per essere certi che non ti rovini la vita.”

Leonard inghiottì una risposta. La sensazione di sprofondare che era cominciata con la distruzione delle sue cuffie era continuata, trascinandolo sempre più in profondità. Ora aveva i palmi sudati, il cuore che correva e non aveva nessuna idea di cosa sarebbe potuto uscire dalla sua bocca la prossima volta che avesse parlato.

“Quando avevo la tua età chiamavamo questo un intervento”, dice il vice-preside. Sembrava ancora l’agente immobiliare che era stato prima di passare a insegnare, l’ultima volta che il mercato era crollato. Era affabile, inoffensivo, dagli occhi aperti che ispiravano fiducia. Lo chiamavano Babyface Adams nei corridoi. Ma Leonard sapeva come erano i venditori, sapeva che non importava quanto sembravano amichevoli, erano sempre alla ricerca di tue debolezze da sfruttare. “E lo facevamo per chi era dipendente dalla droga. Io penso che tu sia dipendente dai giochi.”

“Oh, insomma“, disse Leonard. “Non esiste una cosa del genere. Posso dimostrarvi le ricerche. Dipendenza da Giochi? E’ soltanto qualcosa che si sono inventati per vendere più giornali. Papà, dai, non puoi veramente credere a questa roba, vero?”

Suo padre evitò di incontrare il suo sguardo, indirizzando la propria attenzione al vice-preside.

“Leonard, sappiamo che sei un ragazzo molto intelligente, ma nessuno lo è così tanto da non avere mai bisogno di un aiuto. Non voglio discutere le definizioni di ‘dipendenza’ con te…”

Perché verrebbe fuori che hai torto” Esplose Leonard, sorprendendosi della propria veemenza. Il vecchio Babyface face il suo affabile sorriso da venditore: Oh, certo, signore, ha sicuramente ragione su questo, quanto è intelligente. Ora, potrei mostrarle qualcosa in un finto-Tudor, a tre piani, con un garage per tre auto e piscina?

“Sei un ragazzo molto intelligente, Leonard. Non importa se tu sei dipendente da un punto di vista medico, psicologico o se semplicemente …” mosse le mani, cercando le parole giuste “… o se semplicemente passi troppo tempo a giocare a questi giochi e non abbastanza nel mondo reale. Niente di tutto questo ha importanza. Ciò che importa è che sei nei guai. E ti aiuteremo a superarli. Perché ci preoccupiamo per te e vogliamo vederti avere successo nella vita.”

Di colpo, Leonard realizzò che non poteva fare niente. Sapeva come funzionavano queste cose. Da qualche parte, proprio adesso, l’agente Turner stava svuotando il suo armadietto e mettendo i contenuti in un paio di sacchi di carta del negozio Trader Joe. Da qualche parte, qualche segretaria stava togliendo il suo nome dalle liste degli studenti dei registri di ogni materia. Proprio ora, sua madre stava preparandogli i bagagli, riempiendo la valigia con tre o quattro cambi di vestiti, uno spazzolino pulito… e nient’altro. Quando avrebbe lasciato questa stanza, sarebbe scomparso dall’Orange County esattamente come se fosse stato rapito da un serial killer.

Solo che non sarebbe stato il suo corpo mutilato a ricomparire in un paio di mesi, decomposto e orribile, una lezione pratica per i ragazzi della Ronald Regan High sul restare alla larga dagli sconosciuti. Sarebbe stata la sua personalità mutilata a ricomparire, uno stupido replicante uscito da un baccello, che era stato costretto ad adattarsi allo stampo da cittadino-felice-e-al-proprio-posto che lo avrebbe portato ad essere come adulto un buon lavoratore che non dà problemi, una ape lavoratrice nell’alveare.

“Papà, insomma. Non puoi farmi questo! Sono tuo figlio! Ho diritto ad una possibilità di migliorare i miei voti da solo, no? Prima che tu mi mandi in qualche centro per il lavaggio del cervello?”

“Hai avuto la tua possibilità di migliorare i tuoi voti, Leonard”, disse la signora Ramirez, e il vice-preside annuì vigorosamente “Hai avuto tutto il semestre. Se pensi di prendere il diploma e poi andare all’università, questo è il momento di fare qualcosa di drastico per far sì che questo accada”

“E’ il momento di andare”, disse suo padre, controllando ostentatamente l’orologio. Onestamente, chi è che portava ancora un orologio? Aveva un telefonino, Leonard lo sapeva, come tutte le persone normali. Un vecchio orologio a molla era utile al giorno d’oggi quanto un cornetto acustico o una cotta di maglia[3]. Ne aveva un cassetto intero pieno. Dozzine di orologi. Suo padre poteva avere tutte le ridicole passioni e hobby che voleva, spenderci sopra una piccola fortuna, e nessuno aveva intenzione di mandare lui al manicomio.

Era così dannatamente ingiusto. Voleva urlarlo mentre lo portavano fino all’impeccabile Huawei Darter di suo padre. Ne comprava una nuova ogni anno, ottenendo un grosso sconto dalla fabbrica, che caricava la sua auto personale nel suo proprio container e la caricava in una delle grandi navi di papà nel porto di Guangzhou. L’auto odorava di liquirizia nera che il padre di Leonard succhiava, e del gigante thermos di acciaio che si portava dietro ogni mattino, riempiendolo man mano che finiva, durante il giorno, in diversi bar in cui gli davano del tu.

E fuori dai finestrini, attraverso una tinta leggermente grigia, le strade di Anaheim sfrecciavano veloci, file di case identiche che davano su un’enorme strada ad otto corsie. Aveva conosciuto queste strade per tutta la sua vita, vi aveva camminato, incontrato gli accattoni che lavoravano nel settore turistico, gli impiegati della Disney che avevano perso lo shuttle, coi piedi doloranti per il camminare, percorrendo il chilometro e mezzo che li separava dal parcheggio per dipendenti, gli strambi pensionati che portavano a passeggio i cani, il resto dei replicanti da baccello di Orange County ancora allo stadio larvale, troppo giovani, poveri o sfortunati per avere una macchina.

Il cielo era di quel blu puro che c’era spesso nell’OC, nessuna nuvola, un cielo sorridente da cartolina quasi nel suo punto più alto. Leonard vide tutto questo come se fosse la prima volta; lo vide realmente, perché sapeva che sarebbe stata l’ultima volta.

“Non è così male”, disse suo padre “Smettila di comportarti come se stessi per andare in galera. E’ una scuola elegante, per dio. E non una di quelle scuole in cui ti picchiano nei bagni o roba del genere. Sono praticamente degli hippy laggiù. Tua madre ed io non ti stiamo mandando in un gulag, ragazzo”

“Non importa cosa dite, papà. Dimenticatelo. Ecco i fatti: mi avete rapito da scuola e mi manderete lontano in un posto dove dovrebbero ‘ripararmi’. Non mi avete dato alcuna voce in capitolo. Non mi avete consultato. Potete dire quanto mi amate, quanto questo sia per il mio bene, parlare e parlare e parlare, ma non cambierà i fatti. Ho sedici anni, papà, sono vecchio quanto Zaidy Shmuel quando sposò Bubbie e venne in America, lo sai?”

“Questo era durante la guerra…”

“Che importa? Era tuo nonno, ed era abbastanza vecchio per iniziare una famiglia. Puoi scommettere che non se ne sarebbe stato tranquillo se lo avessero rapito… “, suo padre grugnì, “Rapito perché aveva hobby diversi da quello che i suoi genitori consideravano un buon modo di passare il tempo. Oddio! Quale diavolo è il tuo problema? Ho sempre saputo che eri una sorta di coglione, ma…”

Suo padre sterzò con calma la macchina, frenando, passando dolcemente da una corsia all’altra, controllando dietro di sé ad ogni corsia, attraversando il traffico dei turisti e i pickup dei giardinieri senza far suonare il clacson neanche una volta. Tiro il freno a mano con una mano ed aprì la cintura di sicurezza con l’altra, girandosi per avere la faccia davanti a quella di Leonard.

“Tu stai camminando su del ghiaccio fottutamente sottile, ragazzo. Puoi fare di me il cattivo quanto ti pare, se ne hai bisogno, ma, da qualche parte in quel tuo cervello da adolescente carico di ormoni, sai che sei stato tu a metterti in questa situazione. Quante volte, Leonard? Quante volte abbiamo parlato di equilibrio, di mantenere alti i tuoi voti, rinunciando ad un po’ di tempo nel tuo gioco? Quante possibilità hai avuto prima di questo?”

Leonard rise caldamente. C’erano lacrime di rabbia nei suoi occhi, che cercavano di uscire. Deglutì. “Rapito”, disse. “Rapito e spedito via perché pensi che io non abbia voti abbastanza buoni in matematica e inglese. Come se volessero dire qualcosa… Quand’è stata l’ultima volta che hai risolto un’equazione quadratica, papà? Chi se ne frega se non vado all’università? In cosa dovrei prendere una laurea, perché mi aiuti a sopravvivere nei prossimi vent’anni? In cosa ti sei laureato tu, papà? Oh, giusto, Lingue antiche. Beh quello è utilissimo mentre stai spedendo giganteschi container pieni di spazzatura in plastica dalla Cina, giusto?”

Suo padre scosse la testa. Dietro di loro, le macchine frenavano e suonavano il clacson l’un con l’altra mentre manovravano per girare attorno alla Huawei ferma. “Non si tratta di me, figliolo. Si tratta di te. Stai buttando via la tua vita in uno stupido gioco. Almeno parlare latino mi aiuta a capire lo spagnolo. Che stai guadagnando dalle tue ore e anni passati ad uccidere draghi?”

Leonard era fumante di rabbia. Sapeva la risposta a questo, da qualche parte nel suo cervello. I giochi stavano prendendo il possesso del mondo reale. C’erano dei soldi che si potevano fare lì. Stava imparando a lavorare in squadra. Queste cose ed altre, erano le sue ragioni per giocare, e nessuna di queste era importante quanto la più importante: semplicemente lo sentiva come una cosa giusta, avventurarsi in mondi…

Crash

L’auto sembrò saltare in alto, alzandosi prima sulle ruote davanti in un’impennata al contrario e poi le ruote davanti avanzarono e la macchina venne sparata in avanti di nove metri in un secondo. Ci fu un suono di metallo che si accartocciava, l’imprecazione di suo padre e poi un suono come quello delle campane in una chiesa mentre la sua testa colpiva qualcosa. Il mondo si oscurò.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 7 di For the Win


[3] tipo di armatura, fatta di anelli metallici intrecciati

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  • Gioacchino

    noooooo interrompere proprio adessooooo!

    Segnalazione:

    pensavano che chiaramente che fosse pazzo

    un lezione pratica

    • http://www.newfractals.net/ Elena

      Corretti.

      Ti avviso anche che "Goldberg" e "Rosenberg" (che prima venivano mischiati e usati come cognome di Wei-Dong e di suo padre) sono stati finalmente riuniti in Rosenberg, come da questo post: Rosenbaum + Goldberg = Rosenberg

      L'avevo scritto un po' di tempo fa, ma poi mi ero dimenticata di fare la correzione… Quindi d'ora in poi vedrai sempre apparire "Rosenberg", nel caso ti fossi accorto che qualcosa non andava.

      • Gioacchino

        Yep, avevo letto il post, ma poi non ci avevo fatto caso nella lettura!^^