Cultura sorda o cultura segnante?

Su una cosa sono completamente d’accordo con la Fiadda l’APIC e il comitato genitori disabili uditivi.

Questi gruppi, oltre ad opporsi al riconoscimento della LIS, si oppongono al concetto di “cultura sorda, dicendo che non si può definire una appartenenza culturale solo in base ad un deficit fisico. In effetti, al giorno d’oggi non definiamo l’appartenenza culturale neanche in base all’etnia: se un ragazzo africano viene adottato da dei genitori italiani e cresciuto lontano dal suo paese lo consideriamo “italiano” non “senegalese”, “somalo” e via discorrendo… senza guardare il colore della sua pelle (almeno, così dovremmo fare).

Proviamo a ragionare sulla appartenenza culturale dei sordi.

Sappiamo che è sordo, ma non sappiamo se è segnante.

Ci sono dei sordi che odiano la LIS. Uno di loro ha commentato su questo sito qualche tempo fa. I loro genitori li hanno convinti che se avessero imparato la LIS adesso non saprebbero parlare e quelli di loro che avevano residui uditivi migliori (o che hanno reagito meglio all’impianto cocleare) sono riusciti a cavarsela nel mondo udente e non vogliono avere niente a che fare con i sordi segnanti.

Ci sono degli udenti che amano la LIS. Alcuni hanno i genitori sordi, altri no. Possono avere lavori legati alla sordità (interpreti, assistenti alla comunicazione, ricercatori, etc…), oppure no, ma tutti hanno amici sordi, si emozionano per le vittorie della LIS e si arrabbiano quando qualcuno dice che si tratta solo di un “Linguaggio Mimico Gestuale”. Si sentono partecipi della comunità sorda segnante, anche se non sono sordi. Ci sono persino udenti che preferiscono segnare che parlare.

Chi di loro è più sordo?

Negli Stati Uniti hanno risolto il problema facendo la distinzione fra deaf (con la d minuscola) e Deaf (con la D maiuscola). Anche un udente, in teoria, può essere “Deaf”, perché con la D maiuscola si indica l’identità culturale sorda, non il deficit uditivo. Questa modo di distinguere fra “sordi d’orecchio” e “sordi di cultura” presenta quattro problemi:

  • Non è chiaro finché non te lo spiegano: una persona che non sappia nulla di sordità non riesce a capire la differenza solo leggendo la parola. E sono le persone che non sanno nulla di sordità quelle a cui dobbiamo rivolgerci se vogliamo pari diritti.
  • La differenza fra deaf e Deaf può essere ambigua nella lingua scritta (se inizio una frase con la parola “deaf” devo usare la maiuscola perché sono a inizio frase) e non può essere trasmessa nella lingua parlata (le due parole si pronunciano alla stessa maniera).
  • Anche se è facile chiamare Deaf un sordastro, ai più risulta strano chiamare Deaf un udente (anche se viene da una famiglia in cui tutti sono sordi, vive in mezzo ai sordi e fa l’interprete).
  • Non può essere usata in Italia:  in inglese si usa la lettera maiuscola per indicare appartenenza etnica/culturale (“I’m Italian”), mentre in italiano no (Sono italiano).

Come si può superare il problema in italiano, per avere una definizione di cultura legata alla sordità accettabile?

Sappiamo che è segnante, ma non sappiamo se è sorda.

La risposta ci viene data dallo stesso disegno legge per il riconoscimento della LIS che vorremo: a definire una minoranza linguistico culturale è la lingua parlata da questa minoranza. Non il colore degli occhi, della pelle o quanto bene ci sentono. La lingua che vogliamo sia riconosciuta è la LIS, la Lingua dei Segni Italiana. Ci sono sordi segnanti e sordi che invece non segnano.

I sordi che non segnano non fanno parte della “minoranza linguistico culturale” che usa la LIS. Se impareranno la LIS un giorno potranno farne parte, ma se non vogliono la LIS e non vogliono fare parte di una “minoranza linguistico culturale” non c’è motivo di confondere la gente parlando di “cultura sorda”. Perché non parliamo invece di “cultura segnante”?

Se parliamo di “cultura segnante” nessuno potrà accusarci di voler ghettizzare i sordi. Nessuno potrà accusarci di voler imporre un’etichetta ai sordi non-segnanti, che non vogliono avere niente a che fare con la LIS. Trasmetteremo un messaggio più chiaro, che tutti potranno capire. Coinvolgeremo gli udenti che vogliono essere coinvolti e non spaventeremo i genitori udenti di bambini sordi: non stiamo strappandogli i loro figli per portarli in un mondo “sordo” in cui loro non possono entrare, ma stiamo invitandoli tutti ad entrare in una grande famiglia che li accetta, in una comunità segnante in cui nessuno è escluso.

Cosa ne pensate?

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  • Karl

    Sono proprio d’accordo con te, anche se dovremmo ricordare che senza la vita dei sordi forse la lingua dei segni sarebbe meno visibile. Tutto sommato sono perfettamente d’accordo che si tratta più cultura dei Segni che dei Sordi.

  • Freska

    ben scritto!

  • Marco

    La cultura non viene ne’ prima ne’ dopo una lingua, crescono insieme. La lingua visiva se usata quotidianamente modifica il modo di vedere e pensare come qualsiasi altra lingua in cui si è fluenti. Pensare in LIS è ben diverso e può farlo soltanto una persona che ne ha competenza non linguistica ma emotiva.
    Sebbene tutto quello che scrivi sia interessante non può essere valido, anche soltanto perche’ una lingua appartiene non alla persona ma alla comunità che la usa, la fa vivere e sviluppare. Finche’ non ci sarà una comunità di ‘segnanti’ non esisterà ne’ cultura segnante ne’ lingua dei segnanti e gli udenti – se non nei casi dei CODA o in casi eccezionali – non adottano la lingua dei segni come lingua primaria di comunicazione quotidiana e restano stranieri alla comunità dei segnanti che la usa quotidianamente in questo modo. E questi sono Sordi.
    Non c’entra nulla se alcuni sordi odiano la lis e alcuni udenti l’amano, io non sono francese o culturalmente francofono perché amo il francese e lo parlo (ogni tanto). E un francofono che odi il francese esiste ma se lo usa è francofono e di cultura francese ugualmente.
    Provare a modificare la realtà attraverso una politica linguistica è l’assurdo che molti provano a fare ma ne verrà un risultato artificioso e destinato ad una veloce estinzione. Può anche essere bello ipotizzare una comunità di segnanti senza distinzione fra Sordi e udenti ma la distinzione permane finche’ non si produca questa comunità con il suo ambiente linguistico.
    Sarebbe bello (?) ma non esiste e se accadrà non avverrà per scelte di politica linguistica ma per molti altri fattori tra i quali quello economico e quello commerciale sono da ben considerare.
    Quello economico vuole che la lingua dei segni risulti maggiormente usabile da un’ampio gruppo di persone che man mano si identificano come segnanti piuttosto che ‘parlanti’. Quello commerciale pretende che si usi la lingua dei segni perche’ valido strumento comunicativo che sostenga i propri interessi (stipendio, lavoro…) ovvero ciò che permette la vita sociale su basi di non povertà.
    Credo anche che trasmettere il messaggio che esiste una cultura segnante senza identificare la comunità di appartenenza e senza che questa sia organizzata sia molto pericoloso, molto più dell’equivoco che identifica cultura dei sordi – lingua dei segni.
    Con il tempo si impara che cercare forzature per descrivere altre realtà permette di sollevare solo polvere e crea più equivoci e illusioni rispetto al semplice ed efficace – per chi sa guardare – disegnare ciò che è… Ogni volta che si prova a dare un senso e vedere in nuove prospettive qualsiasi argomento occorre chiedersi se abbiamo messo qualche nuova lente addosso e come questa possa deformare l’oggetto in osservazione.
    Se esistono persone che sorde o udenti non vogliono la lis per i loro mille motivi far loro guerra e comportarsi in opposizione è sbagliato, più del loro presunto errore. Perche’ la LIS non è una cosa inventata a tavolino e sopravvive a qualsiasi critica per il semplice fatto che esiste e sopravviverà fintanto che una comunità la userà.
    Provando a modificare le cose affinche’ l’opposizione capisca si fa solo un gioco, la vera cosa che è da fare è usare la lis, partecipare alla comunità e contribuire affermando con la propria esistenza quello che pensano inutilmente di cancellare. Non è proprio necessario combattere quella ‘guerra’ perché è sufficiente essere ciò che si è.
    Non è vero che abbiamo bisogno di ‘coloro che non capiscono’. Abbiamo bisogno di coloro che capiscono e perché lo possano fare occorre mostrare non i discorsi e le ragioni ma la semplice realtà.

    • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

      Sinceramente, io non sto cercando di modificare le cose solo perché l’opposizione capisca, ma sono invece sinceramente convinta che la distinzione culturale fra persone non sia legata né alla genetica, né tanto meno allo stato uditivo di una persona.Parlando di genetica, non mi riferisco ai sordi, ma alle molte etnie umane. Siamo abituati a pensare che un bambino figlio di francesi sia culturalmente francese, ma questo è vero solo se sono i suoi genitori a crescerlo e/o cresce in Francia.La maggior parte dei sordi è figlia di udenti, quindi non si ha quasi mai una trasmissione della cultura da genitori a figli: i sordi sono raramente “segnanti per nascita”, mentre una persona “francese da 10 generazioni” sarà solitamente francese anche culturalmente (a meno di adozioni).

      Un “Francofono che odia il francese” è comunque qualcuno che il francese lo sa… Io con “Sordi che odiano la LIS” intendo proprio quelli che crescono senza saperla.
      Se tutti (o quasi) i sordi sapessero la LIS (come accade in altri paesi, almeno così mi dicevano i sordi che ho conosciuto in Giappone) ti darei ragione. Ma in Italia c’è comunque un numero non indifferente di sordi che la LIS non la sanno né la vogliono imparare, quindi parlare di “segnanti” sarebbe giusto nei confronti di queste persone, che della “cultura sorda” non fanno parte… Anche se è vero che per ora gli udenti danno un apporto assai piccolo alla cultura sorda.

      Questi sordi (e le famiglie di bambini che forse, invece, un giorno vorranno imparare la LIS e che stanno sprecando tanti anni di serena comunicazione) non vogliono che si parli di “cultura sorda” perché *sono sordi ma non ne fanno parte*.

      E penso sinceramente che abbiano ragione.
      Negli Stati Uniti esiste un modo per differenziare questi due tipi di “sordità”, come spiegavo: la D maiuscola per chi è “culturalmente sordo” e la d minuscola per chi lo è solo per il suo stato uditivo.  Questo stesso metodo, come argomentavo, non è applicabile alla lingua italiana, e secondo me non centra completamente il punto. Per questo propongo che in Italia si inizi a parlare di “Segnanti” (anche perché vedo che c’è già gente che prova a usare la parola “Sordo” con la maiuscola allo stesso modo in cui viene usata in america, quindi immagino sia una necessità sentita).

      Parlavo qualche settimana fa con un (comune) amico che ha due figlie, di cui una sorda. Mi raccontava che la bimba sorda, abituata ad un ambiente ricco di persone segnanti, anche udenti, di solito quando incontra qualcuno di nuovo non chiede se è sordo, ma se segna.

      Io penso sia un piccolo segnale di speranza.

      • Marco

         Non vedo il problema. Sordo non è inteso come non udente, quella è una distinzione medica. Sul piano culturale è Sordo (appartenente alla cultura sorda) anche chi è segnante dalla nascita e qualcuno (qui lo dico e qui lo nego) ha finto anche di essere sordeo in senso ‘medico’ per ottenere qualche indennità che non gli spettava… Quella bimba è bilingue e biculturale, per la sua identità è un prezioso vantaggio finche’ non dovrà chiedersi chi è…. Ti ricordo solo che ancora – ad oggi – tutte le belle innovazioni che ‘abbattono’ gli steccati e le barriere culturali e che stanno uniformando l’umanità preludendo ad un governo unico, centrale e sovrannazionale sfruttano i disastri che le separazioni etniche hanno causato non perché errate (anzi per me sono opportune per valorizzare la diversità) ma perché fa comodo creare a propria somiglianza (del più ‘forte’) un mondo a propria immagine con la speranza di comandarlo meglio.
        Nel loro piccolo è quello che fanno i più… volendo il proprio figlio come se stessi (i genitori udenti volendolo udente) e magari credendo che la sordità sia solo quella grave e preoccupante cosa che succede a tapparsi per sempre le orecchie. Si proietta se stessi e si cerca di proiettarsi… alla fine si cade nel vuoto. Basta essere, non c’è nulla di sbagliato nell’essere come si è.
        Le condanne su come si è sono il frutto di tentativi, dall’alba dell’umanità, di alcuni che vogliono potere in quanto da soli sarebbero quel che sono e non desiderano riconoscerlo: impotenti

        • Marco

           Facciamo cosi’… forse è più comprensibile: è segnante chi usa la lingua dei segni e la sente come sua lingua anche se ha altri modi per comunicare. E’ sordo (di cervello) chi vuole cambiare l’altro senza prima chiedersi e sapere davvero chi è e perché pretende che gli altri si assoggettino alle sue idee. I Sordi sono segnanti, gli altri sordi no ma finché non ostacolano i segnanti la loro sordità rimane sullo stesso piano accettabile di una qualunque diversità. Gli udenti possono essere segnanti ma mai sordi finché non vengono adottati dalla Comunità dei segnanti e diventano – in diverse misure – Sordi

          • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

            Penso fai confusione fra comunità e cultura (ma correggimi se ti ho male interpretato). Nel mio post parlo di cultura, e l’appartenenza culturale (che può essere piena o parziale) è diversa dall’appartenenza a una comunità.

            Un esempio chiaro di questo è che se la comunità sorda di Genova mi “adotta”, non è detto che andando a Torino mi rimanga questo “status”. Più probabilmente, la gente che non conosco all’inizio sarà diffidente e ci vorrà un po’ di tempo perché conquisti la fiducia di un’altra “comunità sorda locale”, indipendentemente da quanto sono bene inserita in quella della mia città.

            Mentre è molto difficile stabilire i confini dell’appartenenza culturale di un singolo (cosa sono io? Italiana? Europea? Argentina? Genericamente latino-americana? Ebrea? Genovese o Torinese? O Fiorentina di adozione?)  è molto più efficace andare a parlare della cultura in sé. 

            Posso facilmente parlare della cultura ebraica senza dovermi addentrare in chi fra me, i miei parenti, gli amici di discendenza o religione ebraica è più partecipe di tale cultura.

            Alla stessa maniera, penso che se vogliamo parlare di “cultura sorda” faremmo in realtà meglio a parlare di “cultura segnante”, comprendendo quindi anche l’apporto che a questa cultura hanno dato i molti figli di sordi ed escludendo invece il non-contributo di chi è sordo ma ha deciso di seguire altre strade.

            Tu dici che gli udenti segnanti sono pochi, ma io penso che ne stiamo perdendo tantissimi ogni anno. La maggior parte dei sordi è figlia di udenti, lo sappiamo e lo ripetiamo spesso, ma dimentichiamo che la maggior parte dei sordi HA figli udenti. Le parole hanno un loro peso, e continuare a parlare di “cultura sorda”, estraniandone gli udenti segnanti (soprattutto quelli che hanno familiari o genitori sordi, non il semplice curioso che impara qualche segno) non può che aumentare il progressivo “distacco”, di gente che avrebbe potuto rimanere attiva nella comunità.

            Alla fine del tuo post tu dici di usare il termine Sordo esattamente come io ho descritto il termine Deaf prima, ovvero attribuendolo (con riserva) anche agli udenti. Come ho detto nell’articolo, se l’essere “Sordo” non implica e non è determinato dallo stato uditivo di una persona, penso sia meglio usare un termine più neutro, come “segnante”…

            E se a questo punto vogliamo ancora fare distinzioni con le maiuscole, parliamo di segnanti e Segnanti. Le maiuscole non sono ben trasmissibili dal parlato e vanno spiegate, ma almeno si parte da un termine più chiaro…

            Anche perché non credo sentirò molto spesso un udente, per quanto ben accolto dalla comunità sorda segnante, dire a gran voce “Sono Sordo”!

            [So che gli esempi di fraintendimenti con te non funzionano, ma questi sono due dialoghi che mi immagino:

            Persona 1: “Sono Sorda”
            Persona 2: “Davvero?? Ma come fai, mi leggi le labbra?”
            Persona 1: “No, no… sono udente, ma Sorda con la S maiuscola!”
            Persona 2:  “Ah… sì… certo…”

            Oppure:

            Persona 1: “Sono segnante, e bilingue!”
            Persona 2: “‘Segnante’? Che vuol dire?”

            La questione non è tanto il “fraintendimento” in sé, ma il miglior uso che si può fare in una conversazione con il secondo termine].

          • Marco

            Bene, credo che la tua risposta esaurisca l’argomento.  A mio avviso la cultura Sorda proseguirà ad essere tale anche se verrà chiamata ‘segnante’ dagli udenti o dagli stessi Sordi per un po’… e la lingua dei segni persisterà finché qualcuno – sordo – ne avrà naturale necessità.

  • Jpcdani1

    B giorno, interessante l’articolo, da riflettere ma non condivido “cultura segnante”, la cultura sorda permane e per sempre ci sarà…cito qui esempi che non può considerare cultura segnante:
    -le persone che si inseriscono nella comnunità dove si segna, sono MULTIETNICHE e MULTILINGUALI quindi ognuno ha la sua lingua e la sua cultura ma quando entra nella comunità sorda, è sempre una SECONDA cultura per loro…invece i sordi, ha la sua cultura e lingua.
    Le persone sorde che “rifiutano” di comunicare con la LIS e usano solo il parlato, è un problema loro che non accettano la sordità o essere sordo o Sordo, il problema è quello…non accettano la realtà che c’è questa LIS…per questo non si inseriscono…faccio un esempio semplice: un nativo Inglese, cresciuto in Inghilterra con genitori Inglesi che tornano in Italia, impongono al loro di essere “italiano” xchè non esiste la cultura inglese…
    -altro motivo, chiedo a voi udenti, possiamo dire “cultura parlante”? no… perchè TUTTI parlano a voce ma ognuno ha la sua Lingua e Cultura.
    piccola riflessione però c’è… è proprio il termine “sordo” che da tutti i punti di vistà, è considerato come “sordità” dalla Sanita e dai medici… forse bisognerebbe trovare altro termine ma similare, che non può essere definito dalla Sanità come una malattia… chi siamo noi? per ora Sordi con la S maiuscola? ma per ora usiamo questo fino a prova contraria… guardiamo in altri paesi europei e mondiali…sempre “sordo”, non c’è altro…
    Altra cosa, per provare un nuovo termine, bisogna fornire prove scientifiche o ricerche approfondite…così verba volant non può considerare valido, nemmeno a diffondere per piacere personale… provare a cambiare termini che i sordi hanno una loro vera storia nel passato, parliamoci chiaro, non è piacevole se non si collabora con i sordi competenti nella Scienza o nella Comunicazione o nella Linguistica…
    Con questo volevo chiarire la realtà attuale, “sordi” rimaniamo, per ora…
     

    • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

      Grazie Daniele per il tuo intervento 🙂

      Anche tu dici che forse bisogna trovare un nuovo termine, ed è per questo che ho scritto il mio articolo. Non penso che possa sceglierlo una sola persona, non importa quanto ha studiato. Penso che dobbiamo discuterne tutti, perché a qualcuno può venire una buona idea (anche migliore della mia!).

      Quindi l’articolo serviva a iniziare a pensare a questa cosa.
      Sordi con la S maiuscola non penso vada bene per i motivi che ho scritto nell’articolo: in italia continuerà a essere visto come legato a sanità e medici, perché le maiuscole in italiano e in inglese si usano in modo diverso… E tutti i paesi europei hanno copiato dall’America, dove si parla inglese e il termine Deaf è un po’ più chiaro.

      Nella cultura sorda non ci dovrebbero essere solo i sordi: ci possono essere anche i loro figli udenti. Per questi bambini udenti la cultura dei genitori può essere la “prima cultura”.  
      E ho visto la scuola di Cossato: penso che alcuni bambini udenti di Cossato siano più vicini a questa cultura (Sorda o segnante, penso che il nome deve essere ancora trovato) di alcuni sordi segnanti che conosco.

      Però io non volevo parlare delle singole persone, ma più in generale. Anche perché è molto difficile dire quale è la cultura di una persona: molto spesso una persona è legata a più di una cultura.

      Non ho capito l’esempio che mi hai fatto della persona “nativa inglese”. Vuoi dire che conta di più il paese che cresci, mentre la famiglia conta meno? Io penso che se due persone inglesi hanno un figlio in Italia, questo sarà un po’ di tutte e due le culture (e sarà lui a decidere quanto inglese e quanto italiano).
      Oppure dici che due persone che non usano la LIS con il loro figlio sordo sono uguali a due persone inglesi che cercano di non trasmettere la loro cultura inglese a un figlio nato in Italia?

      Ho letto di persone sorde che hanno avuto figli sordi… E invece di parlare con i propri bambini in LIS li hanno affidati ai nonni (udenti) per paura che poi il bambino non imparasse a parlare.

      Al contrario, se due persone segnanti (sia udenti che sordi) hanno un figlio sordo, è quasi sicuro che continueranno a segnare col figlio! 

      E’ vero, non si dice “cultura parlante”, ma non si dice neanche “cultura udente”.
      Le culture sono legate alla lingua che si parla (o che si segna) e al posto in cui si vive. Io propongo di dire “cultura segnante” perché si riferisce alla lingua, e non all’orecchio… Come si dice “cultura italiana”, per parlare sia della lingua che dello stato. Dico “Cultura segnante”, ma potrebbe essere anche “Cultura LIS”.

      Quanto alle prove scientifiche… La prova scientifica è che la LIS è una lingua, quindi dobbiamo avere un modo per parlare della cultura legata a questa lingua! E’ un peccato, ma “cultura sorda” fa pensare che sia una cultura legata solo all’orecchio della persona, e non alla lingua che parla.

      Ci lamentiamo che molte persone guardano solo all’orecchio dei sordi.
      Ma penso che noi facciamo lo stesso errore se diciamo “cultura sorda” (o “cultura Sorda”), perché vuole sempre dire concentrarsi sui suoni. La LIS è una lingua visiva, lasciamo perdere le orecchie e l’udito e concentriamoci su di lei!

  • clabaj

    Interessante vedere i vostri commenti e… dentro le vostre risposte riscontro un po’ di verità! 🙂

    E’ sacrosanto che ogni comunità sia padrona del proprio destino e la libertà di ogni persona di scegliere e/o appartenere alla comunità che preferisce è inoppugnabile.

    Detta questa premessa, devo confessare che sono vicino al pensiero di Ephel.
    Finché la Comunità Sorda continuerà a guardare “l’orecchio” (questa brutta abitudine ereditata dall’ambiente medico e dalla riabilitazione esclusivamente oralità), difficilmente sarà padrona del proprio futuro.
    Perché? Semplice… Siamo pochi numericamente e… Siamo anche “handicappati”, bisognosi di cure e riabilitazioni, secondo la maggioranza della Società. I medici vivono tranquilli, sapendo che siamo dentro il loro mondo.

    E se incominciassimo a non guardare “l’orecchio”, ma la lingua (e, di conseguenza, la persona con le sue idee e le sue motivazioni) è possibile pensare come un “popolo”. Di conseguenza l’ambiente medico si troverebbe “fuori dalla porta”, impossibilitato a intervenire. Su questo punto loro hanno sempre osteggiato.
    Infatti la lingua è un ottimo (e, aggiungo io, potente) mezzo di aggregazione e appartenenza di ogni comunità.

    Il mio è solo un ragionamento e… lasciamo tempo alla comunità sorda o segnante di scegliere la sua strada.

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1515620706 Franco Sarbia

    Esiste una comunità sorda segnante maggioritaria che chiede sia riconosciuta la propria identità linguistica e culturale come “Cultura Sorda”. Non credo competa agli udenti definire diversamente la loro identità. Paddy Ladd ha coniato per Cultura Sorda il termine di successo Deafhood che vuole indicare la sordità come carattere distintivo, qual’è, e non come malattia. Analogamente esiste una comunità afroamericana che rivendica e difende la propria differente identità culturale, con piena ragione, anche se uno dei suoi caratteri distintivi è il colore della pelle. Più in generale mi sembra che negare le differenze, piuttosto che favorirne il riconoscimento e l’incontro, sia una modalità per far loro assumere un valore negativo. Vale a dire: le differenze non esistono, se esistono sono cattive e non vanno riconosciute. Identità sorda, orgoglio sordo, Cultura Sorda sono i termini rivendicati dalla Comunità Sorda per farsi riconoscere e rispettare: rispettiamoli.

    • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

       Beh, sinceramente ho visto diversi sordi che sembravano più o meno d’accordo con il mio intervento, quindi non mi pare che la scelta di “Cultura Sorda” sia qualcosa di ancora inciso nel marmo o condiviso dal 100% dei sordi.

      Per altro, parli così perché ho scritto l’articolo e sono udente, ma Baj qui sopra è sordo e colpisce nel segno (non volevo fare un gioco di parole) quando dice che usare la lingua per identificare una comunità, un popolo, è un modo chiaro per “sbattere l’ambiente medico fuori dalla porta”.

      D’altro canto sono già stati citati lavori di linguistica che parlano dell’unione fra lingua e cultura, quindi definire una cultura secondo la sua lingua mi sembra sia decisamente appropriato.

      E rimane la giusta questione di tutti quei “sordi che non sono Sordi”. Usare il termine “cultura Sorda” è negare questa, di differenza… O quantomeno sminuirla come una questione di maiuscola o minuscola.

      Niente voglio togliere a Paddy Ladd, ma penso che soluzioni trovate in un paese e riferite ad una lingua non sempre possano tradursi “letteramente” ad un altro paese e a un’altra lingua.

      • http://www.facebook.com/profile.php?id=1515620706 Franco Sarbia

        Hai ragione Elena, potevo anche risparmiare la puntualizzazione, peraltro reale, che la maggioranza delle persone sorde s’identifica con la Cultura Sorda. Anche fossero una piccola minoranza avrebbero pieno diritto a farsi riconoscere nel modo prescelto da loro (e non da altri) per le caratteristiche Linguistiche e Culturali derivanti dalla sordità. Perché mi pare evidente che non si parlerebbe di comunità segnante se non ci fossero sordi.

      • Jpcdani1

        Elena, ognuno può esprimere come vuole, anche sordi possono esprimere i loro altri pareri, ognuno è libero di pensare e io concordo Franco… non è che una persona sola o “alcune persone, sorde o udenti non importa, può affermare o confermare ma è la ricerca scientifica del passato che conferma. io chiedo solo di rispettare le opinioni di ciascuno, chi è d’accordo con te e chi è d’accordo con altri a me interessa ben poco, la ricerca parla chiaro, Lingua e Cultura Sorda siamo arrivati e tale rimango con queste prove scientifiche, anche di altri paesi del mondo, la S Maiuscola…puoi dirmi che fastidio ti dà? Lingua e Cultura Sorda da fastidio a qualcuno? e che importa? noi continuamo con la nostra strada…sono altri che devono entrare nella nostra comunità anzichè noi a entrare nella vostra (per una volta…)… noi rispettiamo la Lingua Italiana, non “manipoliamo” niente, anzi non potremo mai permetterci…
        Io rifletto sempre, insieme discutere è bello, ma arrivare a “cancellare” la nostra storia non è piacevole…non ho detto che sei tu che vuoi cancellare ma non sei l’unica a pensare di “cambiare” qualcosa, quindi x provare scientificamente ci vorranno anni di ricerche, credo che tu sappia di questo…ciao

        • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

          Io non voglio cancellare la storia dei sordi 🙂

          Anzi, credo che la storia rimarrà sempre “dei sordi” perché dentro ci sono anche i sordi oralisti: è la storia di come la gente ha visto la sordità nei secoli. 

          Quando parliamo di cultura non c’è solo la storia, c’è anche la lingua. E noi parliamo di “Lingua dei Segni” non di “Lingua dei Sordi”.
          E’ così che l’hanno chiamata anche gli scienziati.

          A me non dà fastidio parlare di “Cultura Sorda”, ma ci sono persone a cui dà fastidio. Persone sorde che non segnano e che hanno anche loro diritto ad essere ascoltate.

          Pensi che non siano importanti anche loro?
          Solo perché i loro genitori hanno deciso di non lasciargli usare la LIS e loro ancora non la vogliono usare?

          Bisogna rispettare tutti.
          Bisogna rispettare tutti i sordi, anche quelli che non la pensano come noi. Anche quelli che non segnano. 

          E poi, dobbiamo pensare solo all’orecchio delle persone? Per le orecchie ci sono i medici. La LIS è una lingua con una sua cultura.
          Se parliamo di “cultura Sorda” arrivano i medici a guardare cosa facciamo. Se parliamo di “cultura segnante” i medici se ne devono andare via, perché sono audiologi, non linguisti.

          Prima di approvare la LIS in Piemonte è stato chiesto il parere dei medici? Perché?
          Perché se parliamo di “Cultura Sorda” la gente pensa che parliamo di tutti i “non udenti” e va a chiedere ai medici chi ha regione e chi no.

          Se invece parliamo di “Cultura Segnante”, “Cultura LIS” (e forse esistono dei nomi ancora migliori). La gente non va a chiedere ai medici cosa ne pensano.

          Il nome “Cultura Sorda” è giovane. La cultura sorda (o segnante) esiste da tantissimo tempo, ma prima non aveva un nome.
          Il nome che ha adesso offende delle persone.
          Persone che hanno diritto a non volere stare con noi.

          Quindi possiamo parlare tutti insieme e cercare di trovare un nome che faccia felici tutti e che renda orgogliosi tutti. I sordi segnanti, i loro figli che crescono con la LIS, tutti quanti.

        • clabaj

          C’è un punto nella risposta di jcpdani1 che mi fa riflettere: “…sono altri che DEVONO entrare nella nostra comunità anzichè noi a entrare nella vostra (per una volta…)…”.

          Non è così che funziona! Questo punto di vista è lo stesso dei medici e degli esponenti della riabilitazione oralista e ci ha fatto soffrire annullandoci e privandoci della nostra identità per più di 130 anni.

          Come ho detto prima nella mia premessa iniziale (è sacrosanto che ogni comunità sia padrona del proprio destino e la
          libertà di ogni persona di scegliere e/o appartenere alla comunità che
          preferisce è inoppugnabile) ritengo fondamentale un “vero” e “profondo” confronto di idee e azioni fra le due comunità, sorda e udente. Solo così si potrà ambire a un “concreto” arricchimento sociale, antropologico e linguistico, la comunità segnante. Risulta evidente che all’interno di questa comunità (come tutte le altre comunità) ci sono i microcosmi (sordo, udente, cieco, afro, gay, lesbo, ecc. Chi ne ha più ne metta.) dove ognuno si senta a proprio agio, però la componenre Lingua (LIS) è un fattore primario di aggregazione comunitaria. Sicuramente la LIS subirà delle variazioni dovute alle influenze di questi microcosmi, però diventerà più forte e completa perché sarà la lingua di tutti, non solo di un piccolo gruppo.

          Poi non dobbiamo scordare che in Italia la LIS è scoperta grazie a un udente (Virginia Volterra), la comunità Sorda torinese e milanese è cresciuta e divenuta abbastanza forte grazie a alcuni udenti (Leonarda Gisoldi, Maddalena Valente, Marco Consolati, Antonia Moroni, Gualtiero e Claudia Castelli), la scuola bilingue di Cossato esiste grazie all’intuizione e alla sensibilità di un udente (Ermes Preto), la Vedo Voci è divenuta importante nella realtà nazionale grazie a un’altra udente (Melania Vaccaro), la legge regionale sulla Promozione al riconoscimento della LIS in Piemonte è inizialmente avviata da due udenti (Maio Carossa e Augusta Montaruli) e… l’ENS Nazionale è diventato così attualmente grazie al lavoro di un udente (Cesare Magarotto). Questi sono solo alcuni esempi, però i loro lavori risulterebbero nulli senza l’apporto delle persone sorde segnanti. Uniamoci e… ne vedremo delle belle! 🙂 Con questa rispondo in parte a Franco Sarbia.

          Mamma mia! Sto diventando logorroico e… basta. Ciao a tutti!

  • Melania Vaccaro

    Definizione da vocabolario di CULTURA: “Insieme di conoscenze che concorrono a formare la personalità e ad affinare le capacità ragionative di un individuo.”Oggi mia figlia Sorda ha 21 anni appena compiuti. E io rifletto sul percorso che ha fatto. Sicuramente è bilingue perché capisce l’ironia, le metafore, i doppi sensi e …le barzellette. Ma vedendola afferrare immediatamente i concetti, anche molto difficili, comunicati dai Sordi o da bravi segnanti, mi rendo conto solo ora che tante spiegazioni datele con la mia LIS da udente, povera dal punto di vista lessicale, mi sono costate fatica ma soprattutto sono costate fatica a lei. Però…
    Però i concetti e le nozioni le sono rimaste. Anche le mie. CULTURA: “Insieme di conoscenze che concorrono a formare la personalità e ad affinare le capacità ragionative di un individuo.”
    Ma nonostante queste considerazioni, sono certa che esiste una cultura sorda, alla quale ci si può avvicinare, anche tanto, ma MAI entrarci completamente. C’è una diversità tra chi nasce sordo e non ha mai sentito e chi ha vissuto anche a strettissimo contatto coi i Sordi, ma è udente. E’ così.
    C’è differenza anche tra chi è nato sordo e chi lo è diventato anche solo a tre anni.
    Ancora oggi ancora mi capita di dire qualcosa a mia figlia e di rendermi conto che non ha capito perché IO HO SBAGLIATO ad esprimermi in LIS, magari usando un “italiano segnato esatto”… menomale che mi corregge.
    Ho tanti amici sordi che considero tali: Amici. E basta. Posso anche dire:
    Ho tanti amici biondi che considero tali: Amici. E basta. Oppure
    Ho tanti amici siciliani che considero tali: Amici. E basta. Ecc. Ecc.
    Anche i figli udenti dei sordi non potranno mai entrare completamente nella cultura sorda. Chi nasce sordo usa la capacità visiva in modo diverso; percepisce movimenti, ombre, vibrazioni in modo diverso e il modo di pensare è diverso.
    Quindi cara Elena, sono d’accordo su molte tue considerazioni, ma non toccherei la definizione di “CULTURA SORDA”.
    La Fiadda l’APIC e il comitato genitori disabili uditivi (chi sono? Qualcuno ne sa qualcosa?) si mettano il cuore in pace. Loro ne hanno già tante di definizioni: NON UDENTI ( Non ha senso.. e come se chiamassimo i Musulmani o i Protestanti “non cristani”) , DISABILI UDITIVI (per un Sordo grave o profondo, l’udito non esiste quasi, quindi non può essere non abile…) e non so quale altra definizione per non dire Sordo. E vabbé… è un loro problema.
    Ci sono sicuramente tanti udenti che hanno dato e danno anima e core alla causa della LIS (Grazie Claudio…), per amore, per passione e per altri 1000 motivi, ma, a mio avviso, possono entrare nella comunità sorda solo per honoris causa.
    Un abbraccio a tutti

    • http://www.facebook.com/Kammakk Marco Consolati

       Sì, è proprio così, Melania. Concordo totalmente e avrei fatto meglio a impostare nello stesso modo il mio discorso, da subito. Lingua e cultura sono intrecciate ma c’è altro tra cui uno ‘stato’ o condizione in cui si nasce e vive.
      La cultura sorda è lontana da me, anche se posso capirla e parteciparvi. Lo è per condizione e non per volontà.
      Ancora è lontano il giorno in cui esisterà, se avverrà, la scoperta di una cultura segnante e non è certo sufficiente -anche se è necessario- conoscere la LIS per poterne fare parte. Spero che questa cultura si porti il meglio dei due mondi ma sono quasi certo che non la vedrò. Tuttavia non mi manca, ne posso fare a meno (anche fosse come sarà una gran cosa) perché rimango orgoglioso di essere udente senza nulla togliere ai Sordi e sordi.
      Fuggire, mimetizzarsi, eludere, sorvolare… la propria condizione è un grave errore che si paga di persona e ben lo dimostrano i sordi che hanno voluto farsi udenti.
      Non c’è nulla di male ad essere sordo. E non c’è possibilità che ci si ritrovi tutti nella cultura segnante se questa non ha ancora la sua storia ed è solo un ripiego per ‘non escludere’ gli altri sordi… (ma non volevano essere udenti… questi?).
      Rivendicare la legittimità della propria condizione è un buon passo per l’autodeterminazione e l’autonomia, concordo con Paddy Ladd (anche se è diventato Sordo a 22 anni e ha imparato la lingua dei segni tardi).
      Le lingue e le culture non sono cose che si possono inventare a tavolino e neppure le loro descrizioni nominali (che tanto si affermano solo quando molti concordano e siamo lontani ancora da questo), per conoscerle e viverle davvero occorrono radici profonde nella propria condizione e inventarsele è solo una fantasia quando non si tratta di esercizi pericolosi per la propria psicologia (intesa come la storia autobiografica della persone – J.P. Sartre)

  • http://www.newfractals.net Elena Itzcovich

    Vedo che si è creata un po’ di confusione.
    Vorrei chiarire che quando parlo di “cultura segnante” non intendo che chiunque sappia muovere le mani ne faccia automaticamente parte… E neanche chiunque sappia la LIS veramente bene.

    Esattamente allo stesso modo in cui “cultura francese” non si riferisce a chiunque sappia il francese.

    Melania ha scritto: “C’è differenza anche tra chi è nato sordo e chi lo è diventato anche solo a tre anni.” Non credo voglia dire che chi è diventato sordo a tre anni abbia meno diritto di fare parte della comunità (sorda o segnante che sia), anche perché altrimenti i “Sordi” sarebbero davvero pochi.

    Definire un gruppo culturale su una caratteristica che è anche medica porta due problemi:
    1) Alcuni medici si sentono in diritto di entrare in discorsi che non li competono (vedendo la LIS come uno strumento riabilitativo da abbandonare, e non una lingua con una sua ricchezza).
    2) Con i progressi tecnologici la soridtà sta cambiando. Ci sono protesi sempre migliori (e sempre più invisibili), operazioni di impianto cocleare stanno diventando la norma… Vogliamo dover stabilire per ogni singola innovazione tecnologica che arriverà nei prossimi anni se la persona che ne trae benefici è ancora sorda, e quanto lo è? Ripeto, se c’è già differenza fra un sordo nato sordo e uno che lo è diventato a tre anni, è davvero dallo stato uditivo della persona che dobbiamo calcolare tutto il resto?

  • smeriglietto

    perdonami ma secondo me non ci hai capito niente; una lingua “appartiene” a coloro che la utilizzano per necessità in funzione comunicativa primaria, anche perché sono gli stessi che oltre a tramandarla riescono a farla evolvere nel tempo, e l’esempio del ragazzo italiano di colore c’entra come i cavoli a merenda perché lì parliamo di contesti territoriali e/o etnici, a fronte di altri non solo linguistici ma più generalmente comunicativi, che caratterizzano sia il modo di pensare che di essere