Traduzioni

Epilessia – Come si riconosce e come si cura (trascrizione)

27/03/2013
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Un’amica mi ha chiesto di trascrivere i contenuti di questo video, visto che potrebbe interessare anche ad altri pubblico la traduzione qui. Ne approfitto per ricordare quanto per una parte non piccola della popolazione italiana i sottotitoli siano qualcosa di necessario.
Questo è ancora più vero quando l’argomento trattato è di tipo medico: questo genere di divulgazione è fondamentale, e bisognerebbe permettere che raggiunga quanta più gente possibile.

Luigi Ripamonti: Oggi parliamo di epilessia. Lo facciamo con la professoressa Maria Paola Canevini vice direttore del centro epilessia dell’ospedale San Paolo di Milano, non ché professore associato di neurologia all’università di milano.
Professoressa, cos’è l’epilessia?
Professoressa Canevini: L’epilessia, o meglio “le epilessie” sono tante situazioni diverse in cui all’improvviso le cellule nervose scaricano in maniera anormale, una sorta di corto circuito, determinando una crisi epilettica. Le crisi epilettiche sono tante e diverse.

Ripamonti: Ecco, ma quali sono le caratteristiche delle crisi epilettiche?
Canevini: Possono essere da una sensazione particolare e improvvisa che prova il paziente ad un momento di black-out all’ambiente circostante ad una crisi convlusiva che è quella “di grande male” che conosciamo tutti e che forse è quella che fa più paura.

Ripamonti: Può aiutarci un’attimo ad orientarci in questa distinzione fra piccolo e grande male?
Canevini: Grande male e piccolo male sarebbero utilizzati di più in un tipo particolare di epilessia, ma nella tradizione popolare sono un po’… la crisi di grande male è quella in cui il paziente si irridisce, ha scosse, ha la bava alla bocca, si morsica la lingua, mentre la crisi di piccolo male consiste solo in un piccolo black-out. Qualcosa che, se la persona non è conosciuta bene da chi ha vicino può essere anche impercettibile.

Ripamonti: Anche uno svenimento, qualcuno sta mangiando e all’improvviso cade sul piatto.
Canevini: anche una improvvisa perdita di conoscenza, una caduta, a volte può essere una crisi.

Ripamonti: Ecco, quante persone soffrono di epilessia in Italia?
Canevini: Al contrario di quello che si crede l’epilessia è una malattia molto comune, in Italia sono circa 500.000 le persone che soffrono di epilessia. Sono circa 90.000 in Lombardia, è qualcosa che riguarda tutte le età della vita: a qualsiasi età della vita può cominciare l’epilessia, con forse due picchi di incidenza: uno nell’età infantile e uno nella terza età.

Ripamonti: Ecco, e le cause?
Canevini: Le cause sono le più diverse. Qualsiasi cosa che provochi una lesione del sistema nervoso centrale e del cervello, può determinare l’ epilessia. Quindi possono esserci cause malformative (il cervello che si forma male prima della nascita), la sofferenza alla nascita, tumori, traumi, malattie cerebrovascolari: cioè, l’ictus può provocare l’epilessia.

Ripamonti: Come si cura l’epilessia?
Canevini: Per fortuna abbiamo a disposizione molti farmaci, vecchi e farmaci nuovi. Farmaci nuovi che sono meglio tollerati dai pazienti e riusciamo a controllare completamente le crisi con i farmaci in un 70% circa dei casi assumendo quotidianamente, forse in modo un po’ noioso e un po’ ripetitivo ma assolutamente necessario, i farmaci mattino e sera.

Ripamonti: Ma questi farmaci permettono una buona qualità di vita oppure fanno dormire o cose di questo genere?
Canevini: I famraci non devono causare altri problemi, la qualità della vita di un paziente con epilessia deve essere la stessa della persona che non assume farmaci. Nel senso che i farmaci vecchi davano forse maggiori problemi di concentrazione, problemi di memoria, problemi di sonnolenza. Con i famraci nuovi cerchiamo di ridurre il più possibile questi problemi.

Ripamonti: Ecco, una domanda: cosa fare in caso di crisi epilettica? Io ricordo che si diceva ancora “non permettete al malato che si morda la lingua”,
cose di questo genere, terrorismo di varia natura. Cosa bisogna fare?
Canevini: Bisogna fare poco e niente: bisogna guardare quanto tempo dura la crisi. La crisi di grande male, la crisi convulsiva, è una crisi in cui non bisogna bloccare i movimenti della persona colpita, non bisogna metterle niente in bocca, non bisogna cercare di aprire la bocca al paziente. Bisogna solo intervenire nel caso il paziente si sia fatto male, ad esempio cadendo a terra.

Ripamonti:
Grazie professoressa, arrivederci a tutti.

L’importanza di spiegare l’handicap ai bambini – trascrizione dal monologo di Luciana Litizzetto durante “Quello che (non) ho” del 15 maggio.

17/05/2012
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Dal canale youtube ufficiale di La7, vi trascrivo l’ultima parte del pezzo di Luciana Litizzetto a “Quello che (non) ho” di Fazio e Saviano.
Potete vedere il pezzo intero, non sottotitolato, a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=bSGwjkli030

Trascrivo questo breve pezzetto del monologo non solo perché mi è piaciuto particolarmente, ma perché, parlando della visione dell’handicap e della normalità che i genitori trasmettono ai figli, poteva forse interessare a diversi sordi. È ovvio che ci sono tante altre cose interessanti e che meriterebbe trascrivere, ma da sola non posso.

Approfitto dunque con il mio solito appello: non costerebbe molto aggiungere qualche genere di sottotitolazione ai programmi tv. In diretta è troppo difficile? Beh, la maggior parte delle reti televisive mette online le proprie trasmissioni, una volta che sono state trasmesse… Basterebbe assumere una persona o due e non dico tutti i programmi, ma almeno la maggior parte sarebbero sottotitolati, almeno su internet. La qualifica richiesta? Saper usare un computer e conoscere bene l’italiano, oltre ad avere un po’ di buonsenso.

Ripeto: capisco quanto sia difficile farlo in diretta, ma questo dovrebbe essere uno stimolo in più per farlo in “differita” sulle trasmissioni che vengono pubblicate on-line. E se veramente anche questo è troppo, si potrebbe cercare di essere creativi e dare un posto sul proprio sito alle trascrizioni e sottotitolazioni fatte gratuitamente da chi è più sensibile a questo problema.

###############Inizio a trascrivere a partire da 10:58#################

Non so se avete sentito quello che è successo in Inghilterra, un po’ di tempo fa.
Un discreto manipolo di genitori si è incavolato con la BBC e ha protestato per via di una trasmissione destinata ai bambini condotta da una certa Cerrie Burnell.

Che cos’ha di strano questa Cerrie Burnell?
È una famosa pornodiva che va in giro con la tutina di latex e il frustino? No.
E’ stata in galera perché ha discioloto gli zii nell’acido muriatico? No.
Piccchia i cani, strappa i baffi ai gatti? No.
È una signorina tranquilla, simpatica, per bene, anche molto capace.
Ma, però, c’è un però: ha un braccio solo.
È nata così e non ha mai avuto bisogno di protesi, anzi, se la cava benissimo.
Certo, Cerry non potrà mai battere le mani quando passa la regina, però, insomma, non è quello il suo problema.

Comunque i genitori si sono molto incazzati, hanno detto che è un’immagine raccapricciante, che così non va bene, che i bambini si spaventano, che hanno paura. E allora io sono andata a vedere l’immagine… e questa qua non è che è dilaniata, o ha appena avuto un incidente… Semplicemente ha un braccio solo.
I genitori hanno detto: “No, non va bene, i bambini non sono ancora pronti ad accettare il discorso dell’handicap, sono troppo piccoli“. Sono palle. Perché più sono piccoli più sono in grado di accettare la diversità con leggerezza. E… peccato, perché poteva essere molto facile provare a fare accettare la diversità facilmente, a dire: “guarda, gli esseri umani sono belli tutti, anche quelli che, a prima vista, sono un poco diversi dagli altri”. E poi, voglio dire, per fare televisione ci vogliono due braccia? Forse a spostarla, magari <Fa il gesto di sollevare e spostare uno schermo con due mani>. Se no io e Fabio abbiamo quattro braccia in tutto ma siamo due balenghi che che sembrano due turaccioli portati dalla corrente. Noi diciamo un sacco di parole e poi:

  • I presentatori con l’handicap non li vogliamo, in Italia non ce n’è manco uno, a parte noi che siamo rimbambiti, ma non siamo certificati.
  • Se nella classe ci sono troppi stranieri cambio scuola.
  • La Babysitter sì, ma straniera no, perché non si capisce bene la lingua.
  • Africana, no, che paura: “tutta nera, con gli occhi bianchi… Poi il bimbo si spaventa”.
  • Il compagno Down, anche: “che carino, che tenerezza, però alla festa di compleanno è meglio non invitarlo, perché se no si troverebbe a disagio”.
  • E il ragazzo gay: “È gay, ma è tanto una brava persona!”, eh?

Poi io non riesco a capire come mai una con delle tette che sembrano due cupole di San Pietro rientra nel concetto di “normalità” e una persona senza un braccio no. Non si capisce. Cioè… [Interrotta dagli applausi del pubblico]

Una deforme volontaria che si è fatta montare due vasche, due pissoir, come quelli dell’autogrill, qua, sulle tette, e deve mettersi i pesi dietro perché se no si sbilancia in avanti è considerata normale, una donna con un braccio solo no. Cioè tu, mamma inglese, se tuo figlio ti chiede: “come mai quella bambina, quella signora, ha un braccio solo?” non sai cosa dire. Se però vede una con due boccie dei pesci rossi dici: “Vedi, Jason, quella signora si è fatta aprire come una simmental, si è fatta mettere della gomma sottopelle così i maschi sono contenti e possono ravanare facilmente, una specie di parco giochi è quello lì, sai?”. Così Jason penserà che le donne che hanno le tette della prima hanno il parco giochi consumato, capisci.

[applausi]
Allora. [applausi]
Cara signora inglese. Cara English mother.
Se sai spiegare perché quella lì c’ha due dirigibili della godia, spiega anche a tuo figlio perché c’è un signore che magari sta in carrozzella, un altro che ha le mani che tremano forte. Perché c’è un bambino che non parla, o un altro che urla e tira in faccia i libri alla maestra. Perché se continuiamo a pensare e a fare credere ai bambini, che la vita è quella dello spot dei biscotti, allora poi non dobbiamo stupirci se quando sono grandi e vedono un barbone sporco e ubriaco gli danno fuoco. Perché i fiammiferi glieli abbiamo dati noi.

Grazie. [applausi]

##############Fine trascrizione##################

Se siete curiosi a riguardo di Cerrie Burnell, la donna senza un braccio di cui si parla all’inizio, questa è una intervista a Cerrie Burnell su youtube. È in inglese e non è sottotitolato, ma potete comunque farvi un’idea dell’aspetto di questa persona, che alcuni genitori inglesi (per fortuna una minoranza) ha trovato orribile e spaventoso. Così potete giudicare con i vostri occhi.

Trascrizione dell’intervista a Marco Paolini a “Che Tempo Che Fa”

30/04/2012
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In seguito ad alcune richieste che ho letto in rete di sottotitolare l’intervista a Marco Paolini nel programma “Che Tempo Che Fa”, ho deciso (visto che parla di un tema che mi sta a cuore), di fornire io una trascrizione. Vorrei però che fosse chiaro che programmi come questi dovrebbero essere sottotitolati sempre, almeno nella versione on-line, in cui si ha tempo di farlo per bene. Anche la mia trascrizione non è niente rispetto a dei sottotitoli, che avrebbero permesso a tutti di vedere il volto e i movimenti di Paolini, sostituendone così il tono di voce, impossibile da trascrivere.
Anche se i sordi di cui parla Paolini alla fine dell’intervista sono altri (quelli che un tempo si chiamavano sordomuti e ora per la legge sono “sordi prelinguali”), e sono “solo” uno su mille, la gente che invecchiando perde l’udito prima di perdere la vista e l’intelletto è sempre di più. Rendere disponibili i sottotitoli per tutti non è solo una questione di civiltà, ma la risposta ad un problema sempre più sentito in tutti i paesi moderni, dove la gente non muore giovane e al pieno delle forze, ma può sperare in una rispettabile vecchiaia.

In italia ci sono circa 800.000 persone con disabilità uditive (e non vedo perché a trascrivere queste cose ci sia solo di tanto in tanto qualcuno che lo fa volontariamente, e non qualcosa di sistematico). Prima o poi, se viviamo abbastanza, succederà a tutti noi di perdere l’udito o la vista. Iniziare ad abbattere le barriere portate da questi handicap adesso è il modo migliore per proteggere la nostra vecchiaia.

#######################TRASCRIZIONE################################
E dopo il successo dell’omonimo Ausmerzen spettacolo, è appena uscito il libro “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, edito da Einaudi. E’ qui con noi Marco Paolini!

FF: “Che saluto molto e a cui faccio anche molti complimenti per la tua ultima performance televisiva di cui tutti i giornali raccontano, Galileo, Itis Galileo, che è andato in onda il 25 aprile perlappunto. Ma questa sera siamo qui per parlare di questo libro che mostro al pubblico, è edito einaudi e anche questo si rifà all’omonimo spettacolo del 2011, trasmesso anche quello in televisione da la7 da un ex-ospedale psichiatrico. ‘Ausmerzen, vite indegne di essere vissute’ è un libro di cui non è facile parlare perché mano a mano che ci si addentra, insomma, si ha a che fare, come ci è capitato altre volte in questa trasmissione, di rasentare la ‘zona dell’indicibile’, cioè quella… di quel male, assoluto, organizzato e così difficile da… addirittura concepire, pensare, che quando lo si trova compiuto e poi raccontato, nel senso che abbiamo con le orecchie la tua voce, diventa veramente una lettura impegnativa, ardua e per questo necessaria. E allora io vorrei però , azzerando però tutto quello che ho detto e lo spettacolo che qualcuno certamente ha già visto, ricominciare da capo. Vogliamo intanto vedere cosa vuol dire ‘Ausmerzen’ intanto.”
MP: ” Intanto è il bel titolo per una tragedia brutta. E’ una parola dolcissima, è una parola di pastori. Significa “a marzo”, “da marzo” è lingua tedesca. In quel caso è una parola che ha un… indica una azione che va fatta a marzo, cioè prima della transumanza. Ovviamente a nord le pecore si spostano un po’ dopo. Prima della transumanza, gli agnelli e le pecore che non ce la fanno a fare il trasferimento vanno macellati”
FF: “Quindi una selezione che deve essere fatta del bestiame, prima della transumanza”
MP (parlando contemporaneamente a FF): “Nel mondo contadino si uccidono gli animali”
FF: “Che cosa è aktion T4?
MP:Aktion T4 è un progetto realizzato dal governo nazista e subito progettato dopo l’andata al potere di Hitler, ma concretizzato prima della guerra di eliminare, così come nel gregge, tutte le persone più deboli fisicamente, toglierli dalle spese, tutti quelli che sono considerati mangiatori inutili”
FF: “‘Vite indegne di essere vissute’ significa proprio questo, cioè in un momento di crisi economica come quello in cui le finanze devono essere concentrate negli sforzi bellici, c’è la guerra, non c’è da mangiare per tutti, coloro che erano ritenuti indegni di vivere venivano eliminati”
MP: “Sai, quando noi parliamo di nazisti e di secona guerra mondiale, pensiamo che visti i campi di concentramento abbiamo già visto tutto e non abbiamo più voglia, io stesso, voglia di parlare di questo. In qualche modo, questo potrebbe essere un prologo a quello che di orrendo è poi stato fatto durante il conflitto con gli ebrei e con gli oppositori. Però, appunto, come hai detto tu, evocando la parola ‘crisi economica’ o ‘soluzione di problemi interni’, questo in realtà non è il danno collaterale di qualcosa, perché questo è un progettino che nasce nel momento in cui si stabilisce chi ha dignità di vita e chi non ce l’ha. E… e quando questa cosa poi si somma alla difficoltà di far fronte al bilancio e che si considera la nazione come una specie di grande famiglia, ecco che la decisione di chi può stare nelle spese e chi non può stare nelle spese tocca al capofamiglia. Qualcuno decide per gli altri.”
FF: “Vennero sterminate, in questo posto 300.000 persone, attraverso questo progetto. Chi veniva sacrificato? Chi erano le persone da scarificare? Per lo più.”
MP: “Tutti quelli che erano fuori dai parametri.”
FF: “Quindi, disabili…”
MP: “Se io vengo considerato fuori dai parametri sono dentro questa lista. Sì, i disabili.”
FF: “Ma anche, anche bambini irrequiti, per esempio”
MP: “Quello, in qualche modo, dipende dal fatto che all’inizio questa cosa… Un conto è parlarne, come ne parliamo io e te. Un conto è cominciare a farlo. Anche loro non osavano farlo, all’inizio. C’era un pensiero, che conteneva tutto questo, un pensiero che veniva fortemente spinto dalla scienza, che aveva individuato l’ereditarietà, che sembrava la spiegazione di tutto il bene e tutto il male del mondo. E quando gli scienziati diventano sacerdoti di un loro culto, cioè quando loro si mettono due scalini sopra tutti gli altri, per dire ‘tu sì, tu no, perché io ho i numeri’ e questo è quello che ha fatto la scienza, all’inizio del secolo, è con questo che fornivano delle, appunto classifiche. All’inizio… dico, un conto è parlarne in astratto. Un conto è cominciare a farlo. Quando decisero di cominciare a farlo, prima, ma non solo in germania, sterilizzavano. Tutti quelli che non dovevano riprodursi. E questa cosa l’hanno fatta nazioni civili, democrazie, non solo le dittature. E la hanno fatta fino agli anni ’60 in tutte le civili nazioni del nord Europa. L’hanno fatta… I tedeschi fecero questo salto in più, cioè Ausmerzen, e cominciarono con i bambini.”
FF: “Ora, data l’ora in televisione eccetra, useremo alcune cautele. Diciamo che quello che come sempre colpisce è la spietatezza dei sistemi adoperati, perché sono sistemi freddi, tecnici, per l’appunto, talmente tecnici che in realtà erano volti a non colpevolizzare chi li metteva in atto, perché non c’era una determinazione di causa-effetto immediata, perché non è che venissero immediatamente uccisi, ma venivano somministrati farmaci che portavano, per esempio a blocchi respiratori, polmonari, per cui si poteva scrivere che la causa del decesso era un blocco respiratorio. Che ovviamente era stato indotto da quei farmaci. O addirittura diete che… che, insomma… non nutrienti che inducevano alla morte.”
MP: “Fabio, stai dicendo… Io metterei il soggetto, chi deve fare queste cose…”
FF: “Personale medico, infermieri”
MP: “Appunto. Quando parliamo di campi di sterminio…”
FF: “Sono soldati, militari, certo”
MP: “Certo e di una guerra e di un esercito che si comporta così contro dei nemici. Ma in questo caso sono i medici, le infermiere. L’apparato della sanità a cui viene chiesto non più di curare, ma di uccidere”
FF: “Senti, c’è una pagina, pagina 103, che è una lista della spesa. Lista della spesa che viene trovata evidentemente quando il T4 cessa, negli anni successivi viene recuperata questa lista della spesa che spiega esattamente quello che stavamo dicendo, cioè quanto questa cosa fosse tecnica fredda e questa pratica legata al risparmio, al risparmio pratico. Io ti pregherei di leggerla, se vuoi”
MP: “Se ci vedo…
Allora, questa l’hanno trovata in un armadio ad Hatheim, in uno di questi posti dove facevano queste cose.

E’ stato calcolato che fino al 1° settembre 1941 sono stati disinfettati 70275 pazienti.
Calcolando come costo giornaliero 3 marchi e 50, abbiamo fatto risparmiare:
4 milioni 781 mila 339 chili di pane
19 milioni 754 mila 325 chili di patate
Marmellata, margarina, caffè, orzo, zucchero, farina, carne, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 55 milioni 735 mila 055 chilogrammi.
E inoltre 2 milioni 124 mila uova.
L’allontanamento, l’eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per… e poi c’è la cifra.
Condinuando così in dieci anni l’1 percento della popolazione non graverebbe più sulle spese sanitaria.

FF: “Senti, hai detto prima che gli assassini sono medici, infermieri, persino suore ma come era possibile che non si accorgessero… come è possibile, te lo sei chiesto, che non si accorgessero del significato delle loro azioni, di quello che stavano facendo? Cioè, cosa era successo perché si arrivasse ad accettare quelle disposizioni lì? Anche perché poi le cose sono continuate persino dopo la guerra. Anche quando Berlino è stata liberata è continuata ancora questa pratica, per un anno circa…”
MP: “Sì. Le idee, all’inizio, sono piccole. Io e te ne parliamo con un certo senso di orrore. Ma dipende: nei manicomi finivano… non abbiamo usato la parola manicomi, quindi…. All’inizio, ho detto: ‘hanno iniziato uccidendo i bambini’. Perché erano nati da poco e pensavano che la gente non aveva ancora fatto a tempo ad affezionarvisi. Hanno ucciso circa 5 mila bambini con il consenso dei genitori, che venivano ingannati. A loro si diceva che ‘il bambino ha una malattia incurabile, ma lo stato, la medicina nuova, ha trovato una soluzione. E’ un po’ rischiosa. Volete che ci proviamo?’ Se tu hai un figlio per il quale ti è stato detto che dovrai tribolare e soffrire per tutta la vita e qualcuno con l’inganno ti dice ‘c’è una cura, c’è un po’ di rischio, volete?’. Firmavano, quei genitori. Quella firma serviva a togliere il figlio dalle spese. Poi passarono dai manicomi, a pulire, a togliere dalle spese i manicomi. Ma nei manicomi… appunto, finiva gente che aveva troppi fratlli, che non aveva dei mezzi, che aveva malattie o aspetti fisici poco gradevoli… Nei manicomi c’era una popolazione molto eterogenea, era facile finirci. E quindi lì si trattava comunque di mettere insieme una serie di persone non tutte simpatiche, come quella bella faccia di Lossa che c’è a un certo punto nel libro. Alcuni non erano così simpatici.”
FF: “Ernest Lossa è un bambino di cui si racconta in Ausmerzen, un bambino molto simpatico, ma un po’ vivace che rubava le mele per esempio…”
MP: “Sì, quello che avrebbe avuto bisogno di un’insegnante di sostegno”
FF: “Sì, questo bambino qua ed p uno dei bambini sacrificati…” [è circa il minuto 12, appare la foto del bambino. Comincia un forte applauso] “…Sacrificati” [l'applauso continua]
FF: “Come vi dicevo, insomma è un libro che rasenta, sfiora, racconta, in qualche modo, l’indicibile. Dico sfiora perché l’indicibile non si può dire, si può provare a delinearlo, ma alla fine non… non ci sono le parole per dirlo. Alla fine del tuo racconto tu dici: ‘non basta essere d’accordo sul passato, su quanto è accaduto, sul passato da condannare, ma anche pensare al futuro’. Tu da dove partiresti per pensare al futuro dopo esserti spinto in questo racconto?”
MP: “Io mi sono posto il problema di cosa avrei fatto io. Non sono così sicuro che mi sarei accorto di cosa stava accadendo. Non sono così sicuro che, accorgendomene, non mi sarei alla fine abituato. Perché alla fine, quando fanno una cosa del genere, ci sono un piccolo gruppo di persone fieramente convinte, un piccolo gruppo di persone fieramente contrarie, e ce ne sono tanti che non se ne accorgono o che dicono che non hanno capito quello che stava succedendo. Diventa normale, questa è la sensazione. Allora ho scritto con questo punto di vista, chiedendomi se non ci sia qualcosa, che stia già cominciando ad accadere, di cui non mi accorgo. Ho provato a ragionare su se sono davvero attento ai segni di quello che mi sta attorno: se posso rasserenarmi e rassicurare e considerare tutto quanto normale o se in questa normalità non ci siano dei parametri.”
FF: “Marco Paolini è in tournè in questi giorni con Itis Galileo, domani sarai [Nota della trascrittrice: seguono le date degli spettacoli, non li trascrivo, si possono trovare in rete]. però prima di lasciarci ti abbiamo chiesto di leggere un brano da Ausmerzen, puoi presentarlo, introdurlo, così ti capiamo meglio?”
MP: “Sì è un brano che parla di dove sono nate queste idee, che non sono nate in Germania.”
FF: “Hanno a che fare con la Belle Époque, vero? Cioè con la fine dell’800″
MP: “Sì, volevo raccontarvi un uomo. Un uomo che, se io dico il telefono, l’uomo che ha inventato il telefono…”
FF: “Noi diciamo Meucci, ma in realtà…”
MP: “Noi diciamo Meucci, ma gli americani dicevano Bell. Adesso hanno imparato a dire Meucci anche loro. Però Bell anche noi sappiamo chi è. E io volevo raccontarvi un momento di questo personaggio straordinario, però ve lo leggo.

Alexander Graham Bell è un uomo di chiara fama e molti meriti; viene considerato a lungo l’inventore del telefono (anche se, giustamente, per noi italiani, e anche per il senato degli Stati Uniti dal 2002, quello è Meucci). Il suo lavoro nella scienza e le sue invenzioni lo fanno considerar un padre della nazione uno dei cento più grandi britannici e americani di tutti i tempi. Anche le più stringate biografie su internet non possono occupare meno di quattro pagine per elencarne tutte le scoperte.
Bell, che era di origine scozzese, diventò cittadino americano, diventò ricco, famoso, con la sua compagnia telefonica, e fu fra i principali sostenitori del movimento eugenetico in America.

Matha’s Vineyard è un’isoletta dell’Atlantico del nord. E’ abbastanza famosa per varie ragioni: John Belushi è sepolto lì. Spielberg, lì, nel’75 ha girato Lo squalo. Poco tempo dopo che la compagnia telefonica Bella aveva cominciato a cablare l’America, Bell si recò lì per delle ricerche sulla sordità. All’epoca un quarto degli abitanti dell’isola ne erano affetti. E per ragioni pratiche il linguaggio dei segni era usato da tutti e tutti lo capivano. [Alza gli occhi, smette di leggere, guarda verso il pubblico] Se sei in un’isola di pescatori, usare il linguaggio dei sordi fra una barca e l’altra ti aiuta. Poi il prete si lamentava perché in chiesa, praticamente, non è che parlassero, però, insomma… comunicavano. [torna a leggere] Bell si convinse la sordità era ereditaria e chiamò quella di Martha’s Vineyard ‘variante peggiorativa della razza umana‘. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] E’ questa l’eugenetica, mettere i parametri: chi è normale e chi no. [Torna a leggere] Propose di proibire ai sordi di sposarsi, perché non si riproducessero. Propose di chiudere le scuole pubbliche per i sordi perché inutili, anzi, dannose, perché rendevano più normale la malattia. Anche il lettore meno attento non può non cogliere il nesso: sordi contro soldi. Lo scienziato Bell non può che lottare contro la peggior malattia che ci può essere per l’industriale Bell che vende telefoni. I sordi si oppongono al progresso e lui si oppone ai sordi. Ma non è così semplice. Alxander Bell conosceva a fondo il problema della sordità. Sua madre era sorda, suo padre professore di dizione. Aveva inventato un metodo di lettura delle labbra e di articolazione delle parole per permettere ai sordomuti di comunicare. Anche Bell aveva insegnato ai sordomuti: professore di Psicologia vocale e di dizione all’Università di Boston.
Sua moglie Mabel era sordomuta ed era una sua ex-allieva. La sua invenzione del telefono deriva da ricerche di Bell di un apparecchio per fare comunicare anche i sordomuti. Quindi non si può dire che il problema non gli stesse a cuore. Tuttavia, per Bell, i sordi non dovevano avere figli. Nonostante ciò, da Mabel, ebbe tre figli. Tutti e tre senza problemi di udito. La felice circostanza avrebbe dovuto almeno farlo dubitare della sua certezza del carattere ereditario della sordità. Infatti solo certi tipi di sordità sono ereditari. Ma su questo Bell non ebbe ripensamenti. Di lui si conoscono progetti mirabili e lungimiranti, un carattere gentile e affettuoso e saldi principi eugenetici. Sapeva naturalmente che se i principi da lui invocati fossero stati applicati prima alla sua famiglia, né lui né i suoi figli, sarebbero nati, tuttavia continuava la sua battaglia. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] Perché non ci fanno un film su uno così? [Torna a leggere] Bell è un esempio straordinario di come senza un fanatismo apparente, in nome di un bene supremo per la società, si accettino danni collaterali per le persone, facendoli apparire un costo sociale ragionevole.
Bell è un padre, padrone, ma gentiluomo”
FF: “Grazie a Marco Paolini, la lettura è tratta da Ausmerzen, edito da Enaudi, di Marco Paolini”

Il segno dell’integrazione – Trascrizione da Radio 3 Scienza

06/03/2012
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E’ andata oggi in onda su Radio 3 una intervista ad Olga Capirci (qui la sua pagina all’ISCT) riguardo al riconoscimento della LIS, Lingua dei Segni Italiana. Trascrivo tutto per permettere di leggere nel dettaglio la trasmissione, ma vi segnalo anche l’articolo “Lo strano no della Camera alla Lingua dei Segni“.

Per chi può sentire, qui c’è la registrazione della trasmissione radio “Il segno dell’integrazione“.
L’intervista ad Olga Capirci è a partire dal minuto 12.

Per chi può fare tutto tranne sentire, qui c’è la trascrizione (segnalazioni di refusi sono ben accette):

Radio 3 Scienza

Buongiorno, buongiorno da Pietro Greco e benvenuti a Radio 3 Scienza.

[... passiamo al minuto 12:00]

P.G. “Nei giorni scorsi la commissione cultura della camera, la settima commissione, ha detto no, sostanzialmente, al riconoscimento della Lingua dei Segni, la lingua che, tra virgolette, “parlano” le persone sorde e, ovviamente, mute. Perché era in discussione questa legge, e soprattutto perché la commissione cultura ha detto no e quali conseguenze ci saranno? Di tutto questo ne parliamo con Olga Capirci, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma ed esperta, appunto, di Lingua dei Segni Italiana
Buongiorno…”

O.G: “Buongiorno”

P.G.: “… buongiorno Olga Capirci, ci dice, ci racconta un po’ cosa è successo alla commissione cultura della camera e che cos’è la lingua dei segni?”Foto di Olga Capirci

O.G. “Sì, dunque, la storia parte un po’ più lontana nel tempo, con… Prima c’è stata la risoluzione del parlamento europeo, nel 1988, addirittura, che ha richiesto, diciamo, agli stati membri di riconoscere le lingue dei segni delle proprie nazioni, parliamo già al plurale perché la lingua dei segni non è un’unica lingua dei segni, ma sono tante lingue dei segni diverse, parlate dalle comunità dei sordi, italiane, francesi e spagnole proprio come lo sono le nostre lingue normali, proprio perché stiamo parlando di lingue storico-naturali che hanno le stesse funzioni delle lingue vocali, che possiedono delle strutture complesse, che non dipendono dalle lingue vocali parlate nell’ambiente che condividono. Quindi, per esempio, l’italiano e la lingua dei segni italiana hanno delle strutture diverse che sono, nel caso della lingua dei segni, particolarmente adatte proprio alla modalità in cui queste lingue si esplicano, cioè alla modalità visivo-gestuale. Quindi sono lingue che hanno una loro grammatica che si attua e si manifesta nello spazio, con dei movimenti che riguardano non solo le mani, ma un po’ tutto il corpo. Però sono allo stesso tempo analizzabili e sono state ampiamente analizzate e studiate secondo gli stessi principi linguistici delle lingue parlate.
Ritornando alla storia e al nostro iter, c’è stata, ancora più importante, la convenzione ONU che riguarda proprio i diritti delle persone disabili, che è stata appunto poi ratificata in Italia nel marzo 2009 e che espressamente, in più punti e in più articoli richiama la necessità di tutelare e promuovere le lingue dei segni sulla base del proprio del riconoscimento della specifica identità culturale e linguistica delle persone sorde.
Tutti gli stati parte, o parti, come viene detto in termini legislativi, sono richiamati ad applicare, secondo principi contenuti nella costituzione, noi sappiamo che dobbiamo applicare queste leggi. E’ successo in Italia, purtroppo… Diciamo, per dare un po’ l’idea, che il riconoscimento delle lingue dei segni è già presente in cinquanta paesi nel mondo e in quasi tutti i paesi dell’unione europea. E’ l’italia che è rimasta, diciamo, un po’ indietro in questo iter. Il senato aveva comunque approvato una legge per il riconoscimento della lingua dei segni già nel 16 marzo 2011, con un titolo anche più pieno “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”. Dopodiché, come sappiamo, dal senato passa alla camera. E’ passato parecchio tempo perché da marzo 2011 siamo arrivati ad oggi, al 15 febbraio 2012, in cui, dopo che la commissione affari sociali ha riconosciuto, ha promulgato, un testo che, lo voglio dire, già snaturava un po’ il testo del senato. Perché in realtà dal titolo era già stato tolto il riconoscimento della lingua italiana dei segni, e veniva un po’ appaiata ad altre tecniche: cioè c’era la lingua dei segni e tecniche informatiche, tecniche di altro genere.

P.G. “Non veniva riconosciuta come lingua, ma solo come tecnica espressiva”

O.C. “Eh, sì, sì, appunto. Questo già ha sollevato un grande dibattito nelle comunità dei sordi, ma anche di noi ricercatori, che abbiamo grandemente appoggiato, parliamo anche di Tullio de Mauro, parliamo anche di grandi nomi dell’Università italiana che hanno dato appoggio a questa giusta causa portata avanti dall’associazione dei sordi perché si parla di Lingua, si parla di Identità, si parla di Cultura e non di una tecnica. Una lingua non può mai essere una tecnica.
Nonostante ciò, la commissione della camera, giustamente diceva il conduttore, la commissione Cultura, Scienza ed Istruzione, ha dato questo parere contrario. Ma quello che più offende, sinceramente, proprio il mio essere studiosa, al di là di tutte le conoscenze, è la motivazione. La motivazione dice: ‘più che includere i non udenti nella società, questo utilizzo della lingua dei segni, piuttosto porterebbe ad escluderli, precludendo loro di esprimersi attraverso la stessa lingua circolante’. Io credo che questo sia uno schiaffo a chiunque abbia del buon senso. Cioè è come dire, mi veniva in mente proprio stamattina, mentre pensavo a questa trasmissione, è come dire che se noi riconosciamo che il cinese è una lingua. precludiamo ai bambini cinesi che vivono a Roma di essere inclusi nella nostra società. Come se loro parlassero il cinese non potrebbero parlare anche l’italiano. Cioè noi viviamo in una società che è multietnica e multiculturale, lo vediamo tutti.”

P.G.: “sì, sì”

O.C. “E’ la nostra ricchezza, io credo. Il riconoscimento della lingua, ma dell’identità, della cultura di tutti questi popoli che non devono essere omologati nella maggioranza, cioè non torniamo veramente troppo troppo indietro nel tempo. Non siamo dei colonizzatori: c’è il rispetto e c’è la vicinanza. Oltre tutto, poi, per parlare in termini più tecnici e scientifici sappiamo poi che il bilinguismo è una ricchezza. Ogni bambino che viene esposto…”

P.G. “Sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista cognitivo?”

O.C. “Certo, è una ricchezza sociale, come stiamo dicendo, ma anche cognitiva. Anche nel linguaggio. I bambini che crescono bilingui, secondo studi condotti e pubblicati su riviste prestigiose come Nature, non stiamo parlando insomma di piccole riviste, quindi un vaglio importante, ci dicono che anche il bilinguismo fra lingua dei segni e lingua parlata piuttosto che ostacolare… cioè, l’acquisizione di una lingua dei segni da parte di un bambino sordo non ostacola il processo di acquisizione della lingua vocale. Ma non solo non lo ostacola: lo favorisce! Perché, così come per altri bilinguismi fra lingue vocali, potenzia le abilità cognitive del bambino, potenzia anche la sua predisposizione ad acquisire altre lingue. Questo lo abbiamo fatto anche noi qui in Italia, no?”

P.G. “Certo”

O.C. “Una sperimentazione anche dell’insegnamento della lingua dei segni a bambini udenti delle scuole elementari e si è visto che anche lì come dare un po’ di lingua dei segni ai bambini udenti potesse potenziare le loro abilità. Quindi mi sembra veramente brutta questa contrapposizione. Quello che volevo dire è che anche nella realtà dei fatti non esistono sordi solo segnanti e sordi solo parlanti. Noi vediamo davanti agli occhi quotidianamente sordi che utilizzano la lingua dei segni e che parlano in diversi contesti, con diversi interlocutori. Così come le altre comunità che convivono qui con la nostra. Quindi contrapporre queste due lingue è non solo falso, ma anche ideologicamente falso. Perché è sotto gli occhi di tutti, e non solo di noi studiosi, che è diversa la realtà dei fatti, soprattutto in Italia.

P.G. “Quindi, se ho ben capito, la commissione cultura della camera è entrata nel merito scientifico e dice che la lingua dei segni non è un fattore di inclusione, ma addirittura un fattore di esclusione. E dice il contrario di quanto dice la comunità scientifica, e dei risultati a cui è giunta la comunità scientifica. E’ così?”

O.G. “Certo, è proprio questo il punto. Non si può prescindere dai risultati pubblicati su riviste prestigiose, da una comunità scientifica che su questo è unanime, ma a livello internazionale, usciamo fuori anche dalla sola Italia. Quindi, si può dire tutto, ma non si può negare la scienza, o contrapporre un sapere ad un parere.”

P.G. “Ecco, lei diceva che la lingua dei segni è importante per i sordi perché aumentano le loro capacità cognitive, le loro capacità di espressione, le loro capacità di integrazione. Ma sarebbe anche importante per le persone che parlano normalmente perché… abitua al gesto? Cioè, qualifica anche l’espressione gestuale?”

O.C. “Sì, guardi, io mi occupo poi in realtà anche di studi sulla gestualità coverbale e ci sono anche in questo campo tantissime ricerche, ne è proprio stata pubblicata una recentemente su Science, che dicono come una gestualità potenziata, anche nei bambini udenti, che non hanno altri disturbi, può favorire i processi di apprendimento. Sono state fatte ricerche di come se da parte degli insegnanti e da parte del bambino stesso, viene favorita una comunicazione gestuale, favorisce, ad esempio, l’apprendimento della matematica o di concetti complessi. C’è, addirittura, un progetto portato avanti da tanti anni in America che si chiama Baby Signs: viene data l’opportunità alle mamme di bambini udenti, anche qui senza altri disturbi, di insegnare ai loro bambini alcuni segni base, da qui il ‘Baby Signs’, i primi segni che i bambini sordi utilizzano. Perché si è visto che questo, cioè il dare anche questo segno, che è una gestualità anche più codificata, favorisce nel bambino poi l’acquisizione del lessico: cioè questi bambini poi parlano più precocemente ed hanno più parole nel loro vocabolario. Cioè tutto il linguaggio, dico io, dobbiamo un po’ uscire fuori, le nuove ricerche lo dimostrano, è multimodale. Anche noi parlanti utilizziamo le mani, il corpo, per comunicare”

P.G. “Giusto”

O.C. “E quindi dare vigore a questa cosa, che è naturale per tutti gli uomini, favorisce lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio e anche, siccome il gesto è proprio legato anche alla costruzione dei significati, dei concetti e del pensiero, favorisce proprio una maggiore chiarezza nella…”

P.G. “Ecco, Federico da Parma un nostro ascoltatore ci dice ‘la gestualità è stata la nostra prima lingua, poi si aggiunse il suono, parola di Barts, più canali si attivano e meglio è’”

O.C. “Ah…”

P.G. “Eheh”

O.C. “E’ bellissimo, sì. Perché infatti ci sono state e sono state riprese anche recentemente, ma diciamo che già nel 1700-1800 le maggiori teorie, diciamo così, sull’evoluzione del linguaggio proprio del genere umano vedevano il gesto all’inizio del linguaggio. Era un po’ il contrario della gestualità coverbale di oggi: cioè inizialmente si pensa che i primi primati utilizzassero come forma di linguaggio vero e proprio, con già una propria sintassi e grammatica, le mani, il corpo, la comunicazione gestuale. E il linguaggio parlato erano voci, diciamo le componenti vocali, soltanto che servivano per attrarre l’attenzione, per accompagnare il gesto. Poi dopo c’è stato questo passaggio nella fase evolutiva che noi diciamo un po’ questa origine filogenetica poi viene quasi ripercorsa in maniera ontogenetica nella crescita del bambino. Il bambino, tutti i bambini, inizialmente comunicano attraverso le mani, attraverso i gesti, il vocale sono solamente vocalizzi, suoni, che accompagnano i gesti e man mano il bambino poi passa invece a produrre le prime parole, ma il gesto non scompare, continua ad accompagnarle.

P.G. “Quindi è come se il bambino ripercorresse la storia dell’uomo”

O.C. “Eh, sì, noi sappiamo che l’ontogenesi non può ricapitolare la filogenesi, è un po’ una forzatura, ma in un certo senso possiamo trovare però delle corrispondenze e delle affinità, capire la storia dell’umanità attraverso il percorso del bambino che sta acquisendo.

P.G. “E quando acquisice il linguaggio parlato poi dimentica la gestualità o no?”

O.C. “Ecco, no, assolutamente. Lo vediamo: noi adulti gesticoliamo, io in particolare gesticolo molto, a il gesto…”

P.G. “Anche noi napoletani”

O.C. “Ecco, sì, i napoletani, c’è un bellissimo libro di De Iorio del 1800 ‘L’arte del gesticolare dei napoletani’, ma Munari anche fece un libretto molto carino che era un dizionario dei gesti italiani ad uso degli stranieri, perché riteneva che per uno straniero che viene in Italia se vuole imparare l’italiano deve capire anche i gesti. Quindi è sotto gli occhi di tutti. Ma nel bambino, in tutte le fasi dello sviluppo, il gesto non solo accompagna il vocale, ma aiuta a superare degli stati particolari e quindi assume dei ruoli diversi a seconda delle fasi, ma sempre dei ruoli molto di supporto anche nello sviluppo della comunicazione e in quello che il bambino può esprimere.”

P.G. “Bene, per concludere, Olga Capirci, possiamo fare un invito alla… non tutto è già stato scritto… alla Camera dei Deputati?

O.C. “Assolutamente, perché si può anche non tener conto di questo parere negativo della commissione cultura, in teoria. La commissione Affari Sociali potrebbe comunque andare avanti, o comunque speriamo che invece si ridiscuta con un testo anche migliorato forse, che ci piacerebbe anche di più.”

P.G. “Quindi con molto rispetto per il Parlamento noi facciamo questo invito.”

O.C. “Certo”

P.G. “Grazie allora ad Olga Capirci, ricordo ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma.”

For the Win – Parte 2, Scena 5 !

06/01/2012
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Come promesso, ecco la prima scena tradotta del 2012: For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 5 !
Spero  abbiate tutti passato delle buone feste :-) Ancora auguri di buon anno nuovo (e auguri a tutte le befane, belle e brutte, oggi è la nostra festa ;-) )

A venerdì con la prossima traduzione! (e si spera prima con altri post).

Occupy Wall Street, può un meme cambiare il mondo?

02/12/2011
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Di recente ho trovato un video del famoso sito knowyourmeme.com, che di solito tratta degli aspetti più divertenti della cultura di internet, riguardo al movimento di protesta Occupy Wall Street.

Il sito ha deciso infatti che, vista l’importanza della situazione (e l’indissolubile legame del movimento con i social network) era il caso di rispolverare la vecchia definizione di “meme”, data da Dawkins… Ma, aspettate.

Invece di scrivere un articolo su questo video, ho deciso di fare un esperimento un po’ diverso. Ho tradotto il video e ho rimaneggiato un po’ la traduzione per farne un buon post, per tutti quelli di voi che non riescono a seguirlo in inglese. Se questo esperimento vi piace, vi prego di farmelo sapere nei commenti.

Trovate il video originale in fondo al post.

Know Your Meme: Occupy Wall Street

Can a meme change our nation?

Sentendo la parola meme normalmente vengono in mente video virali, immagini di demotivational e lolcats e inside joke. Ma, secondo la definizione di Richard Dawkins, creatore del termine, un meme è:

“Un idea, un comportamento o stile che si diffonde da persona a persona all’interno di una cultura”

Cosa succede quando video virali e immagini non sono dei memi in se stessi, ma piuttosto parti di un’idea più grande? Un’idea che si sta rapidamente diffondendo? Può un meme cambiare la nostra nazione?

 

 

Gente che protesta

Occupy Wall Street è una serie di proteste tuttora in corso a New York ed in altre città degli Stati Uniti, che mirano a risolvere il problema della disuguaglianza economica e l’influenza delle lobby aziendali su Washington e sulla politica.
Per lo più coordinate tramite i social network, senza un organizzatore centrale, le dimostrazioni e i flash-mob sono iniziati il 17 settembre del 2011.

Piazza TahrirIl 13 luglio il magazine di contro-cultura Adbusters, con base a Toronto, postò un’articolo dal titolo #OCCUPYWALLSTREET, che chiamava 20.000 persone a riunirsi nella lower Manhattan, per chiedere al presidente Obama o ad una commissione presidenziale di interrompere l’influenza dei soldi delle lobby nelle politiche di Washington.
Secondo il post sul blog, la campagna di flash-mob di Adbusters fu ispirata dal successo delle proteste di piazza Tahrir, in Egitto, a gennaio.

Fra luglio e agosto le voci riguardanti la protesta si diffusero tramite i social network, con gli hashtag #occupywallstreet e #s17 su twitter ed un evento su facebook che si riempì di migliaia di persone che diedero la propria adesione.

Nel frattempo, su Tublr, un blog con un unico argomento “WE ARE THE 99 PERCENT” venne lanciato per ispirare chi stava progettando di unirsi alla manifestazione del 17 settembre.
Il blog mostrava cittadini americani di svariata estrazione sociale, che mostravano le loro storie personali di problemi economici e battaglie, uniti dallo slogan “Noi siamo il 99%”.
“99%” è un numero simbolico, che rappresenta l’idea che la ricchezza dei ricchi, l’1% della popolazione, è ormai stata troppo a lungo la principale influenza sulle politiche governative. Questo a svantaggio del resto dell’America, il 99%.
Il numero non è usato solo simbolicamente, ma è anche un modo per dare forza alla gente comune.
Il 17 settembre 2011 un gruppo di manifestanti che si stima essere intorno al migliaio si è radunato nella lower Manhattan, nonostante le barricate che circondavano la Borsa di New York.

Due donne spruzzate con spray al peperoncino urlano

In netto contrasto con la mobilitazione che era avvenuta nella rete, la manifestazione ricevette poca copertura mediatica nella sua prima settimana, ma questo cambiò il 24 settembre, quando i dimostranti nel distretto finanziario marciarono verso nord, verso i quartieri alti.
La folla fu affrontata da poliziotti del dipartimento di polizia di New York, portando a dozzine di arresti. Nella mischia, due manifestanti donne vennero spruzzate con spray al peperoncino, cosa che venne filmata in un video che si diffuse velocemente su youtube .
Molti si scandalizzarono per questa dimostrazione di violenza eccessiva e inappropriata alla situazione.
Il video fece scattare la risposta dei “vigilantes” del web. I membri di Anonymous pubblicarono sul web l’identità degli ufficiali di polizia.

Potete trovare una buona versione di questo video, con commenti scritti e fermo-immagine, qui, su youtube.

A questo punto si contavano centinaia di migliaia di tweets all’ora con l’hashtag #occupywallstreet.
Rafforzati nei numeri, il 2 ottobre circa 1.500 persone cercarono di marciare sul ponte di Brooklyn, incontrando una dura opposizione della polizia più di 700 dimostranti vennero arrestati per violazione della legge sull’occupazione delle strade. Molti dei dimostranti dissero in seguito che gli sembrò di essere attirati in una trappola, essendo stati scortati dalla polizia per parte del ponte prima di venire trattenuti. Il trattamento ricevuto dai manifestanti in questa occasione può in effetti farci capire come mai questo avvenga…

Diventa a questo punto necessaria una precisazione, che non compare nel video originale di knowyourmeme.com: le manifestazioni negli Stati Uniti contano normalmente molti meno partecipanti di quelle a cui siamo abituati in Italia. Nonostante una città come New York conti circa 8 milioni di abitanti, contro i 2,7 milioni di Roma, una manifestazione che raggiunga il migliaio di partecipanti è una grossa manifestazione.

affluenza alle manifestazioni negli Stati Uniti

Organizzati attraverso gruppi di facebook e hashtag di twitter, proteste simili stanno avendo luogo a Boston, Washington DC, Philadelphia, New Jersey, Minneapolis, Austin e Seattle.
Si può dire che il movimento è diventato il primo, fra quelli organizzati on-line, a dare origine a manifestazioni di portata nazionale negli Stati Uniti.

Nonostante il fango che vi viene gettato contro e le accuse di una mancanza di obbiettivi, i partecipanti del movimento Occupy Wall Street sentono di avere uno scopo ben preciso: portare alla fine dell’enorme influenza delle aziende sulle scelte politiche del governo; promuovere un sistema economico che dia vantaggi a più dell’1% della popolazione, ma che piuttosto garantisca giustizia e libertà per tutte le fasce economiche della popolazione.

Know Your Meme sta mantenendo costantemente aggiornata la sua pagina su Occupy Wall Street, su cui potete trovare gli ultimi aggiornamenti.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (3 di 3)

21/08/2011
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Continua da For the Win, parte 2, scena 3 (1 di 3)

Ashok marciò verso la porta, che era fatta di un metallo pesante e di vetro, la aprì, poi fece gesto di entrare con un ampio movimento del braccio. Cercando di sembrare il più dignitosa possibile, Yasmin entrò nell’oscurità della roulotte, che era fresca e odorava di betel, di chai e di candeggina, dove un pigro ventilatore smuoveva l’aria, alzando tracce di polvere.

Questa fu la cosa che notò per prima, non le persone sedute nella stanza sui sofà e le poltrone. Queste persone erano ben sprofondate nei loro posti e sedevano in silenzio, gli occhi persi nelle ombre. Ma dopo un momento iniziarono a spostarsi leggermente, fissandola. Ashok entrò dopo di lei e disse: “Salve! Salve! Sono felice che siate potuti venire tutti!”.

E loro stavano lì, tutti molto più vecchi di lei, molto più vecchi di Ashok. Il più giovane aveva l’età di sua madre, era grasso ed elegante, con grosse mascelle e capelli corti che formavano una frangia intorno alle sue orecchie. C’erano altre tre persone, un altro uomo in un kurta con una papalina da mussulmano e due signore molto anziane nei loro sari, dai quali si poteva vedere la pelle rugosa delle loro pance.

Ashok li presentò uno dopo l’altro, il signor Phadkar del Sindacato dei lavoratori delle acciaierie, il signor Honnenahalli del sindacato dei Lavoratori dei transporti e portuali e le signore Rukmini e Muthappa, entrambe dal Sindacato dei lavoratori tessili. “Queste brave persone sono interessate nel lavoro di Sorellona Nor e così lei mi ha chiesto di portarti a parlare con loro. Signori e signore, questa è Yasmin, una fidata attivista dell’organizzazione IWWWW. E’ qui per rispondere alle vostre domande”.

Tutti la salutarono educatamente, ma sorridevano solo con le labbra, non con gli occhi. Ashok si mise in un angolo dove c’era una teiera di chai e delle tazze, mettendosi a versare masala chai per tutti e portandolo su un vassoio. “Sarò il tuo chaiwallah”, disse. “Tu limitati a parlare”.

La gola di Yasmin era terribilmente secca, ma era velata, così non prese il chai, cosa che rimpianse appena iniziò a parlare.

“Mi pare di capire che il tuo ‘lavoro’ è solo giocare a dei giochi online, giusto?”, disse il signor Honnenahalli, l’uomo grasso che lavorava con il sindacato dei Lavoratori dei Transporti e Portuali.

“Lavoriamo nei giochi, esatto”, disse Yasmin.

“E quindi organizzate della gente che gioca a questi giochi. Perché sarebbero dei lavoratori? A me sembra siano giocatori. Nei trasporti, noi lavoriamo”.

Yasmin scosse la testa da lato a lato e fu felice di essere velata. Si ricordò del suo discorso con Sushant. “Lavoriamo nello stesso senso in cui chiunque altro lavora, suppongo. Abbiamo un capo che ci chiede di lavorare, e questo diventa ricco grazie al nostro lavoro”.

Questo fece sorridere le due vecchie ziette e, anche se la stanza era buia, Yasmin pensò che dovesse trattarsi di un sorriso sincero.

“Sorella”, disse il signor Phadkar, quello con la papalina, “parlaci di questi giochi. Come si giocano?”

Così lei glielo spiegò, partendo da Zombie Mecha, aiutata dal fatto che il signo Phadkar aveva effettivamente visto uno dei molti film basati sul gioco. Ma quando iniziò a parlare delle classi dei personaggi, il livellaggio degli stessi, lo sbloccare gli achievement e così via, vide che gli altri non la seguivano più.

“Suona tutto molto complicato”, disse il signor Honnenahalli dopo che lei aveva parlato per una buona mezz’ora. La sua gola era così secca che le sembrava di aver mangiato una manciata di sabbia e sale. “Chi gioca a questi giochi? Chi ne ha il tempo?”

Questo era qualcosa che lei aveva spesso sentito dire da suo padre, così rispose al signor Honnenahalli ciò che aveva sempre risposto. “Milioni di persone, ricche e povere, uomini e donne, ragazzi e ragazze, in tutto il mondo. Sprendono crore e crore di rupie, ci investono migliaia di ore. E’ un gioco, certo, ma in certe maniere è complicato come la vita reale”.

Il signor Honnenahalli contrasse la faccia con un’espressione acida quanto un limone. “La gente nella vita reale fa cose che contano. Non si limitano a…” gesticolò con la mano, come a mimare un qualche genere di lavoro senza scopo. “Non si limitano a premere pulsanti e a giocare d’immaginazione”.

Sentì che stava arrossendo e fu di nuovo felice di avere il velo. Ashok intervenne in suo aiuto. “Se un umile chaiwallah può intervenire”. Il signor Honnenahalli gli diede un’occhiata ostile, ma annuì. “‘Premere pulsanti e giocare d’immaginazione’ è una frase che descrive diversi importanti settori dell’economia, non ultima l’intera industria finanziaria. Cosa sono le attività bancarie, se non premere pulsanti e chiedere a tutti di lavorare di immaginazione e credere che i risultati avranno un certo valore?”

Le vecchie ziette sorrisero ed il signor Honnenahalli grugnì. “Sei un furbastro, Ashok. Sai sempre essere furbo, ma la furbizia non nutre le persone, né dà loro un miglior contratto di lavoro”.

Ashok annuì come se la cosa non gli fosse mai venuta in mente prima, anche Yasmin era abbastanza certa, dal suo sorriso, che Ashok si aspettava un commento del genere. “Signor Honnenahalli, ci sono più di nove milioni di persone che lavorano in questa industria, per un giro di affari di 500 crore di rupie l’anno. La sua crescita media è del 6% a quadrimestre. E otto delle venti più grandi economie del mondo non sono dei paesi, ma dei giochi, che emettono la propria valuta, che portano avanti le proprie politiche fiscali, che regolano il lavoro con le proprie leggi”.

Il signor Honnenahalli si accigliò, serrò la mascella e alzando le sopracciglia “Hanno delle politiche del lavoro?”.

“Oh, certo”, disse Ashok. “La loro politica in merito è che nessuno può lavorare nei loro mondi senza il loro permesso, che hanno potere assoluto nel decidere le paghe, assumere e licenziare, che possono esiliarti se non gli vai a genio senza bisogno di nessuna altra ragione e che chiunque persona trovata a violare le regole può essere privata di tutte le sue proprietà virtuali ed espulsa senza processo, senza un giudice né una giuria”.

Questo catturò la loro attenzione. Yasmin registrò mentalmente la descrizione. Aveva sentito Sorellona Nor dire cose simile, ma questa descrizione era la più efficace di ogni altra sentita in precedenza. E non si poteva negare l’effetto che aveva avuto nella stanza — tutti i presenti si dondolavano sconvolti e aprivano le bocche come per dire qualcosa, per poi richiuderle.

Alla fine, una delle zie disse “Dimmi, dite che nove milioni di persone lavorano in questi posti: dove? A Bangalore? Pune? Kolkata?”. Queste erano le vecchie città delle industrie informatiche, dove si trovavano le banche telematiche e le aziende tecnologiche.

Ashok annuì “Alcuni di loro lì. Alcuni proprio qui a Mumbai”. Guardò verso Yasmin, chiaramente aspettando che lei dicesse qualcosa.

“Lavoro a Dharavi”, disse. Se lo era immaginata, o i loro nasi si erano davvero tutti arricciati un poco, si erano tutti spostati un po’ all’indietro, lontano da lei, come a sfuggire dall’odore di merda di una ragazza di Dharavi?

“Lavora a Dharavi”, disse Ashok. “Ma solo un milione o due lavorano qui in India. La maggioranza è in Cina, in Indonesia o in Vietnam. Alcuni sono nel Sud america, altri negli Stati Uniti. Ovunque ci sia la tecnologia, ci sono le persone che lavorano nei giochi”.

Ora la zietta si riadagiò indietro sulla sedia. “Capisco”, disse. “Beh, è tutto molto interessante, Ashok, ma cosa abbiamo a che vedere con la Cina? Non siamo in Cina”.

Yasmin scosse la testa. “Il gioco non è in Cina,” disse, come si spiega qualcosa ad un bambino. “Il gioco è ovunque. I giocatori sono tutti nello stesso posto”.

Il signor Phadkar disse, “Non capisci, sorella. I lavoratori in questi posti competono con i nostri lavoratori. Le grosse compagnie vanno in qualsiasi posto la forza lavoro sia economica e poco organizzata. I membri dei nostri sindacati perdono il lavoro a causa di queste gente, perché questa gente non ha abbastanza rispetto di sé per combattere per un salario onesto. Non possiamo competere con i cinesi, gli indonesiani o i vietnamiti — persino i mendicanti qui si aspettano salari migliori di quelli che chiedono loro!”.

Il signor Honnenahalli si diede una pacca sulla pancia e annuì. “Noi siamo lavoratori indiani. Rappresentiamo lavoratori indiani. Questi altri lavoratori, quello che gli succede… non è affar nostro”.

Ashok annuì. “Beh, questo va bene per i vostri sindacati ed i loro membri. Ma il sindacato per cui lavora Yasmin…”

Il signor Honnenahalli grugnì, sbattendo le mascelle. “Non è un sindacato”, disse. “E’ una banda di ragazzini che giocano in rete!”.

“Si tratta di decine di migliaia di lavoratori organizzati, solidali l’uno con l’altro”, disse Ashok, quietamente, con il tono con cui un insegnante corregge uno studente. “In quattordici paesi. Guardate, questi giocatori sono già organizzati in gilde. Si tratta già praticamente di sindacati. Vi preoccupate che i lavori per i quali c’è un sindacato in India diventino lavori senza nessuna regolamentazione in Vietnam… beh, ecco come potete fare per organizzare anche i lavoratori in Vietnam! Le aziende sono multinazionali… perché i sindacati dovrebbero rimanere legati ai confini? Cosa vuol dire il confine di uno stato, dopo tutto?”.

“Vuol dire un sacco, se è il confine con il Pakistan. La gente muore per i confini, figliolo. Tu puoi sedertene lì, con la tua educazione universitaria e parlare del fatto che i confini non vogliono dire nulla, ma tutto questo vuole solo dire che non hai la minima idea di cosa vuole un lavoratore indiano. I lavoratori indiani vogliono lavori in India, non per i cinesi o qualsiasi cosa abbiate. Lasciate che siano i cinesi ad organizzare i cinesi”.

“Lo stanno facendo“, esplose Yasmin. “Stanno scioperando in Cina proprio ora. Un’intera fabbrica si è ribellata e la polizia li ha picchiati. E li ho aiutati con la loro linea di picchetto!”

Il signor Honnenahalli stava preparando un’altra sfuriata, ma una delle vecchie ziette poggiò una fragile mano sul suo avambraccio. “Come hai fatto ad aiutare a reggere una linea di picchetto in Cina se sei a Dharavi, figlia?”

E fu così che Yasmin raccontò della storia della battaglia di Mushroom Kingdom, la storia della battaglia di Shenzhen e tutto quello che aveva visto e sentito.

“Scioperi a gatto selvaggio”, disse il signor Honnenahalli. Follia. Nessuna strategia, nessuna organizzazione. Destinati a fallire. Questi lavoratori potrebbero anche non rivedere mai più la luce del giorno”.

“A meno che i loro compagni agiscano in loro difesa”, disse Ashok. “Compagni come Yasmin e il suo gruppo. Volete vedere qualcosa per cui i lavoratori sono pronti a combattere? Basta che andiate ad un Internet Café e lo vedrete. Vedrete chi non è in contatto coi lavoratori. Potete parlare quanto volete dei vostri ‘lavoratori indiani’, ma finché non ci sarà solidarietà fra tutti i lavoratori non sarete in grado di proteggere i vostri preziosi lavoratori indiani“. Stava iniziando a perdere il suo sangue freddo ora, perdendo quei suoi modi da insegnante. “Questi lavoratori hanno subito un cattivo trattamento da parte dei loro datori di lavoro e hanno scioperato. I loro posti di lavoro possono venire spostati — in Vietnam, in Cambogia, a Dharavi — e il loro sciopero spezzato. Non capite? Abbiamo finalmente gli stessi mezzi dei capi! Per il proprietario di una fabbrica, tutti i posti sono la stessa cosa, non c’è differenza se una camicia viene cucita qui o lì, fin tanto che possa essere caricata in un container e spedita quando è finita. Ma ora anche per noi tutti i posti sono lo stesso! Possiamo andare ovunque semplicemente sedendoci ad un computer. Per quarant’anni, le cose sono peggiorate e peggiorate per i lavoratori… ora è il momento di cambiare”.

Yasmin si ritrovò a sorridere sotto il velo. Ecco, Ashok, cantagliele! Ma poi vide le facce della gente nella stanza: di pietra e senza cuore.

“Queste sono belle parole”, disse una delle ziette. “Onestamente. E’ una bella visione. Ma i miei lavoratori non hanno computer. Non vanno negli Internet Café. Tingono tessuti tutto il giorno. Quando i loro posti di lavoro vanno all’estero, non possono dar loro la caccia coi tuoi computer”.

“Possono anche loro entrare negli Webbly!”, disse Yasmin. “Questo è il bello. Quelli che lavorano nei giochi possono andare ovunque, organizzare ovunque. In qualsiasi posto siano i vostri lavoratori, ci siamo anche noi! Possiamo andare in qualsiasi posto, nessuno può chiuderci fuori. Possiamo organizzare i tintori ovunque, tramite i giochi”.

Il signor Honnenahalli. “lo immaginavo. E quando tutto è finito, e gli Webbly organizzeranno i lavoratori in tutto il mondo, cosa accadrà ai nostri sindacati? Si scioglieranno? O verremo assorbiti. Oh, sì, capisco molto bene. Un’ottimo affare da ogni punto di vista. Certamente a voi Webbly piace giocare”.

Ashok e Yasmin iniziarono a parlare contemporaneamente, poi si fermarono entrambi, guardandosi. “Non è così”, disse Yasmin. “Vogliamo aiutarvi. Non vogliamo prendere il potere”.

Il signor Honnenahalli disse “Forse non tu, ma forse qualcun altro sì. Puoi parlare per tutti? Dici che non hai nemmeno mai incontrato questa tua Sorellona Nor, né i suoi luogotenenti, il Possente Qualcosa e Justbob”.

“Li ho incontrati dozzine di volte”, disse Yasmin con calma.

“Oh, certo. Nel gioco. Qual’è quella vecchia battuta americana? Su internet, nessuno sa che sei un cane. Forse questi tuoi amici sono persone anziane, o bambini piccoli. Forse sono nell’Internet Café accanto al tuo a Dharavi. Internet è piena di bugie e trucchi e spazzatura, sorellina…” la schiena di lei si irrigidì. Una cosa era venire chiamata ‘sorella’, ma ‘sorellina’ non era molto amichevole. Mostrava disprezzo. “E chi può dire che tu non sia caduta in una di queste trappole?”

Ashok alzò una mano. “Forse è tutto un sogno, allora. Forse tutti voi siete invenzioni della mia immaginazione. Perché dovremmo credere a qualcosa, se questo è lo standard a cui dobbiamo adeguarci? Ho parlato con Sorellona Nor molte volte, e con molti altri membri dell’IWWWW in tutto il mondo. Tu rappresenti due milioni di lavoratori edili… Quanti di loro tu hai incontrato di persona? Come fai a sapere che loro sono reali?”

“Tutto questo non ci porterà da nessuna parte”, disse una delle ziette. “Sei stato davvero gentile a farci visita, Ashok, ad anche tu, Yasmin. E’ stato molto cortese da parte vostra dirci cosa stavate facendo. Grazie.”

“Aspettate”, disse Ashok. “Non può finire così! Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto… la vostra solidarietà. C’è appena stato il nostro primo sciopero e il nostro comitato direttivo è offline e assente…” Yasmin girò la testa a sentire queste parole. Cosa voleva dire? “E abbiamo bisogno di aiuto: fondi per lo sciopero, supporto amministrativo, assistenza legale…”

“E’ fuori questione”, disse il signor Honnenahalli.

“Lo temo anch’io”, disse il signor Phadkar. “Scusa, fratello. Il nostro manifesto non ci permette di intervenire negli altri sindacati… e di sicuro non nel genere di organizzazioni che tu rappresenti”.

“E’ impossibile”, disse una delle ziette, la bocca serrata e triste. “Questo non è il genere di cosa che facciamo”.

Ashok andò dalla teiera e si mise a fare altro chai. “Beh, sono spiacente di avervi fatto sprecare tempo”, disse. “Sono certo che troveremo un modo di risolvere le cose”.

Tutti si fissarono, poi il signor Honnenahalli si alzò con un respiro affannoso, raccogliendo una ventiquattrore troppo piena che era ai suoi piedi e lasciando il piccolo edificio. Il signor Phadkar lo seguì, sorridendo dolcemente alle ziette e tentando un saluto in direzione di Yasmin. Lei non incrociò il suo sguardo. Una delle ziette si alzò e provò a dire qualcosa ad Ashok, ma lui la allontanò. Tornò indietro dalla sua compagna e la aiutò ad alzarsi sui suoi vecchi piedi incerti. La coppia strinse le spalle di Yasmin prima di andarsene.

Una volta che la porta si fu richiusa dietro di loro, Ashok si girò e sibilò con rabbia ‘bainchoad‘ alla stanza. Yasmin aveva sentito dire parole peggiori di questa ogni giorno, sia nelle strade di Dharavi che nella stanza dei computer mentre l’esercito stava combattendo, e sentirla da questo ragazzo delicato la fece quasi ridere. Ma aveva sentito un suono soffocato nella sua voce, come se lui si stesse sforzando di non piangere e questo le aveva tolto la voglia di sorridere. Si sciolse l’hijab, fissandolo nuovamente intorno al collo, permettendo al volto di rinfrescarsi nella corrente di aria afosa smossa dal ventilatore. Superò Ashok e prese una tazza di tè, bevendolo il più velocemente possibile, godendosi il calore bagnato contro la sua gola secca e dolorante. Ora che la sua faccia era libera dall’hijab poteva sentire il forte puzzo di vecchi sputi di betel e vide che la base delle mura scrostate aveva macchie rosa di vecchi sputi.

“Ashok”, disse, con la voce che usava per mantenere la disciplina nell’esercito. “Ashok, guardami. Cosa era questo… questo incontro? Perché ero qui?”

Lui si sedette nella poltrona che aveva occupato il signor Phadkar e sorseggiò il proprio chai.

“Oh, ho lasciato che ne venisse fuori un casino”, disse.

“Ashok”, disse lei, con una nota dura nella voce. “Lamentati dopo. Adesso parla. Per cosa mi hai trascinato attraverso mezza Mumbai?”

“Ho lavorato a questo incontro per mesi, sin da quando Sorellona Nor me lo ha chiesto. Le ho detto che pensavo che i sindacati qui avrebbero potuto appoggiare gli Webbly, che avrebbero visto la potenza di un movimento globale dei lavoratori che potesse organizzare ogni paese allo stesso tempo. A lei piacque l’idea e, a partire da quel momento, ho iniziato a parlare ai dirigenti dei sindacati di qui, cercando di portarli a vederne il potenziale. Con i membri dei loro sindacati ad aiutarci — e quelli del nostro ad aiutare loro — potremmo cambiare il mondo. Cambiarlo così”. Fece schioccare le dita. “Ma poi è scoppiato lo sciopero e Sorellona Nor mi ha detto che aveva bisogno di aiuto subito, altrimenti questi compagni sarebbero finiti in prigione per sempre, o peggio. Ha detto che pensava tu saresti stata in grado di aiutarmi e che dovevamo parlarne prima di venire qui, ma poi, quando stavo guidando per venire da te…” Si interruppe, bevve del chai, fisso attraverso le sporche finestre schermate i terreni curati degli studi cinematografici. “Mi ha chiamato Il Possente Krang. Sono stati picchiati. Malamente. Tutti e tre, anche se Krang è riuscito a fuggire. Sorellona Nor è in ospedale, priva di coscienza. Il Possente Krang ha detto di pensare che a farli attaccare sia stato il proprietario di una delle fabbriche cinesi… Stanno diventando più vili, minacciandoci sempre di più. E hanno un sacco di contatti a Singapore”.

Yasmin finì il suo chai. I capelli le prudevano per la polvere e il sudore e lei allungò un dito per grattarsi, dove un rivolo di sudore stava gocciolando giù dalla sua testa. “Ok”, disse. “E cosa speravi di ottenere da queste persone anziane?”.

“Denaro”, disse. “Supporto. I giornalisti danno loro ascolto. Se i membri dei loro sindacati chiedessero giustizia per i lavoratori a Shenzhen, si fossero radunati ai consolati cinesi in tutta l’India…” gesticolò con le mani. “Non ne sono sicuro, a dire il vero. Doveva succedere tutto fra settimane, avendo il tempo di parlargli personalmente molto di più, capendo cosa volevano, cosa potevamo dare loro. Non doveva succedere nel bel mezzo di uno sciopero”. Fisso tristemente il pavimento.

Yasmin pensò a Sushant, alle sue paure di abbandonare l’esercito di Mala. Fin tanto che c’erano dei soldati come lui dall’altra parte, gli Webbly non sarebbero stati in grado di bloccare gli scioperi in gioco. Quindi. Quindi doveva fermare l’esercito di Mala. Fermare tutti gli eserciti. I soldati che combattevano per i capi erano dalla parte sbagliata. Lo avrebbero dovuto capire.

“E se noi aiutassimo noi stessi?”, disse.. “Che succederebbe se diventassimo così forti da costringere gli altri sindacati ad unirsi a noi?”

“Sì, ‘e se’, ‘e se’. E’ così facile giocare a ‘e se’. Ma non mi immagino come questo possa succedere”.

“Penso che possiamo trovare altri combattenti nei giochi. Possiamo proteggere ogni sciopero”.

“Beh, quello va bene per i giochi, ma non aiuta i giocatori. Sorellona Nor è ancora in ospedale. Gli Webbly a Shenzhen sono ancora in carcere”.

“Tutto ciò che posso fare è quello che posso fare”, disse Yasmin. “Cosa puoi fare tu? Cosa fanno gli economisti?”

Lui sembrava triste. “Andiamo all’università e impariamo un sacco di matematica. Usiamo la matematica per cercare di predire cosa faranno grossi numeri di persone con il loro denaro e la loro manodopera. Poi proviamo a trovare dei consigli su come influenzare il tutto”.

“E questo è quello che fai della tua vita?”.

“Sì, suppongo suoni dannatamente inutile, vero? Forse questo è il motivo per cui voglio prendere i giochi così seriamente… non sono meno immaginari di qualsiasi altra cosa io faccia. Ma sono diventato un economista perché niente ha senso senza l’economia. Perché i miei genitori sono poveri? Perché i nostri cugini in America così ricchi? Perché l’America dovrebbe mandare la sua spazzatura in India? Perché l’India dovrebbe mandare il suo legname in America? Perché alla gente importa qualcosa dell’oro?

“Questa domanda è quella più strana. L’oro è una cosa così inutile, sai? E’ pesante, non è buono per farci niente… E’ troppo malleabile per dei gioielli che durino a lungo. Per fare degli anelli andrebbe meglio l’acciaio inossidabile”. Diede un colpetto con un intricato anello, che portava sulla mano sinistra, al bracciolo di legno bella poltrona. “Non ce n’è molto, è ovvio. Tutto l’oro che sia mai stato tirato fuori dal terreno formerebbe un cubo con lati più corti di un campo da tennis”. Yasmin aveva visto delle immagini di campi da tennis, ma non era del tutto certa di quanto fossero grandi. Non molto, suppose. “Lo tiriamo fuori da un buco nel terreno e poi lo rimettiamo in un altro buco nel terreno, una cassaforte da qualche parte, e lo chiamiamo denaro. Sembrava una cosa ridicola.

“Ma tutti sanno che l’oro ha valore. Come hanno fatto a trovarsi tutti d’accordo su questa cosa? E’ qui che ho iniziato ad essere affascinato dalla questione. Perché l’oro e il denaro hanno un rapporto molto stretto. Un tempo il denaro era solo un modo comodo per portare in giro l’oro. Il governo riempiva un buco nel terreno d’oro e stampava dei pezzi di carta che dicevano ‘questo foglio vale questo numero di grammi d’oro’. Così invece di dover portare con noi del pesante oro per fare la spesa, possiamo portare semplice carta moneta.

“E’ divertente, vero? Tiriamo via l’oro da dei buchi nel terreno, lo pesiamo, e lo rimettiamo in un altro buco nel terreno! A cosa serve l’oro? Beh, mette un limite a quanto denaro un governo può emettere. Se devono stampare altro denaro, devono prima trovare un modo per ottenere altro oro”.

“Perché è importante quanto denaro stampa una nazione?”, chiese Yasmin.

“Beh, immagina che il governo decida di stampare una crora di rupie per ogni persona in India. Saremmo ricchi, giusto?”.

Yasmin ci pensò per un momento. “No, ovviamente no. Tutto diventerebbe più caro, giusto?”.

Lui annuì con vigore. Stava di nuovo parlando come un insegnante. “Molto bene”, disse. “Questa è l’inflazione: più denaro rende tutto più caro. Se l’inflazione accadesse in maniera equa, non sarebbe così male. Pensa a se la tua paga venisse raddoppiata da un giorno all’altro, e così tutti i prezzi… Ti andrebbe tutto bene, perché potresti comprare tutto quello che compravi il giorno prima, anche se ‘costa’ il doppio. Ma c’è un problema con tutto questo. Sai quale è?”.

Yasmin ci pensò. “Non lo so”. Ci pensò ancora. Ashok la guardava annuendo e lei si sentì come se si trattasse di qualcosa di ovvio. “Non lo so e basta”.

“Un suggerimento”, disse lui. “I risparmi”.

Lei ci pensò un altro po’. “I risparmi. Se tu hai del denaro da parte, non raddoppierebbe insieme agli stipendi, giusto?”. Scosse la testa. “Però non vedo perché dovrebbe essere un problema. Abbiamo un po’ di denaro da parte, ma si tratta di poche migliaia di rupie. Se gli stipendi aumentassero, le riavremmo presto dai nuovi guadagni”.

Lui sembrò sorpreso, poi rise. “Scusami”, disse. “Hai ragione. Ma ci sono delle persone e delle aziende nel mondo che hanno un sacco di risparmi. La gente ricca deve avere crore di rupie… Questi risparmi dimezzerebbero dal giorno alla notte. O un ospedale può aver messo da parte molte crore per costruire una nuova ala. O un governo o un sindacato potrebbero avere crore di rupie messe da parte per le pensioni. Cosa succederebbe se lavorassi un intera vita per una pensione di duemila rupie al mese e poi, un anno prima di poter iniziare a riceverla, venisse ridotta a metà?”-

Yasmin non conosceva nessuno che avesse una pensione, ma ne aveva sentito parlare. “Non lo so”, disse. “Continueresti a lavorare, suppongo”.

“Non stai rendendomi le cose facili”, disse Ashok. “Lasciamela mettere in questa maniera: ci sono un sacco di persone potenti e ricche che sarebbero molto arrabbiate se l’inflazione spazzasse via i loro risparmi. Ma i governi sono molto tentati dall’inflazione. Immagina di stare combattendo una guerra molto costosa, di avere bisogno di comprare i carri armati e pagare i soldati, lanciare aeroplani nel cielo e fare in modo che i missili continuino ad essere sfornati dalle fabbriche. E’ tutta roba costosa. Devi pagare per tutto questo, in qualche modo. Potresti prendere in prestito il denaro…”

“I governi prendono denaro in prestito?”

“Oh sì, sono degli incredibili mendicanti! Lo prendono in prestito da altri governi, da aziende… Persino dalla gente che governano. Ma se non è probabile che tu vinca la guerra… o se la vittoria ti lascerebbe senza un quattrino… è improbabile che qualcuno ti presterà volontariamente del denaro per combatterla. Ma i governi non hanno bisogno di basarsi su pagamenti volontari, giusto?”.

Yasmin poteva capire dove si stava arrivando. “Possono semplicemente tassare le persone”.

“Corretto”, disse lui. “Se tu non fossi così chiaramente una ragazza assennata, ti suggerirei una carriera come economista, Yasmin! Ok, quindi i governi possono semplicemente alzare le tasse. Ma la gente che deve pagare troppe tasse difficilmente voterà di nuovo per te alle prossime elezioni. E se sei un dittatore, niente fa spuntare rivoluzionari così in fretta quanto tasse sfrenate. Così le tasse hanno un uso limitato per pagare una guerra”.

“Che è il motivo per cui ai governi piace l’inflazione, giusto?”

“Corretto di nuovo! Per prima cosa, i governi possono stampare un sacco di denaro che possono usare per comprare missili, carri armati e così via, nel frattempo prendendo in prestito tutto il denaro che possono, il più velocemente possibile. Poi, quando i prezzi e le paghe salgono e salgono — diciamo, di cento volte — di colpo è veramente facile ripagare tutto quel denaro che si è preso in prestito. Magari ci volevano le tasse pagate da un migliaio di lavoratori per ottenere una crore di rupie prima dell’inflazione, e ora bastano quelle di uno. Ovviamente, la persona che ti ha prestato il denaro è nei guai, ma per allora hai vinto la guerra, hai vinto le elezioni e tutto questo senza azzoppare il tuo paese coi debiti. Bravo”.

Yasmin meditò sulla questione. Trovò che era incredibilmente facile seguire il discorso di Ashok… Tutto ciò che doveva fare era pensare a cosa era accaduto ai prezzi dei beni di gioco nei diversi giochi in cui aveva giocato, che salivano e scendevano, e poteva vedere facilmente come l’inflazione avrebbe lavorato a beneficio di alcuni giocatori e non di altri. “Ma i governi non devono usare per forza l’inflazione per vincere guerre, giusto?” Pensò ai politici che erano venuti a Dharavi, rovistando per trovare voti fra la gente che viveva lì. Pensò alle loro promesse. “Puoi usare l’inflazione anche per costruire scuole, ospedali, quel genere di cose. Poi, quando il debito dovesse raggiungerti, potresti semplicemente usare l’inflazione per spazzarlo via. Otterresti un sacco di voti in quella maniera, ne sono certa”.

“Oh sì, questo è l’altro lato della questione. I governi cercano sempre di venire rieletti con le pistole o con il burro… o entrambe le cose. Puoi certamente ottenere un sacco di voti comprando un sacco di ospedali e scuole con l’inflazione, ma l’inflazione è come i cibi pieni di grassi… In un modo o nell’altro, finisci per pagarne il prezzo. Una volta che arriva l’iperinflazione , nessuno può pagare gli insegnanti, le infermiere o i dottori, così le elezioni successive probabilmente saranno quelle che concluderanno la tua carriera.

“Ma la tentazione è forte, molto forte. Ed è qui che arriva l’oro. Puoi immaginare come?”.

Yasmin ci pensò un altro po’. Oro, inflazione; inflazione, oro. Le Rimbalzavano in testa. Poi lo capì. “Non puoi fare altro denaro, a meno che tu non abbia più oro, giusto?”.

Lui era raggiante. “Fantastica!”, disse. “E’ esatto. Questo è ciò che alla gente ricca piace dell’oro. Impone una disciplina, è un poliziotto nella tesoreria, e ferma il governo dalla tentazione di finanziare le sue follie con del denaro falso. Se hai un sacco di risparmi, vuoi disciplinare le abitudini di un governo di stampare denaro, perché ogni rupia che stampano svaluta la tua ricchezza. Ma nessun governo ha abbastanza oro da coprire il denaro che hanno stampato. Alcuni governi riempiono le proprie casseforti con altre cose di valore, come i dollari o gli euro”.

“Quindi i dollari e gli euro sono basati sull’oro, giusto?”

“Per niente! No, sono garantiti dalle altre valute, da piccoli pezzi di metallo, da sogni e vanterie. Così alla fine, non si basano su nulla!”.

“E’ come il denaro di gioco!”, disse lei.

“Di nuovo bravissima! Persino l’oro non si basa più sull’oro! La maggior parte delle volte, quando compri dell’oro nel mondo reale, compri solo un certificato che dice che possiedi una qualche barra d’oro in una qualche cassaforte in una qualche parte del mondo. Il postino non ti porta un mattoncino d’oro nella cassetta della posta. Ed ecco lo sporco segreto dell’oro: c’è più oro disponibile tramite certificati di deposito di quanto ne sia mai stato estratto”.

“Come è possibile?”.

“Come pensi sia possibile?”.

“Qualcuno stampa dei certificati che non corrispondono veramente a dell’oro?”

“Questa è una buona teoria. Questo è quello che penso accada. Pensa di avere una cassaforte piena d’oro a Hong Kong. Diciamo mille barre. Vendi le mille barre d’oro tramite il mercato dei certificati e chiudi la porta. Ora, un po’ di tempo dopo, qualcuno — una guardia, uno degli amministratori della banca — entra nella cassaforte e ne esce con dieci barre d’oro prese da metà di una pila. Vende queste dieci barre nel mercato dei metalli, e queste finiscono in una banca in Svizzera, che stampa dei certificati per questo oro e li rivende. Poi, un giorno, un amministratore della banca Svizzera si serve con dieci barre di quella banca, e le vende a sua volta. Prima che tu lo sappia, le tue dieci barre d’oro sono state vendute a cento persone differenti”.

“E’ l’inflazione!”.

Lui applaudì. “La migliore delle allieve! Esatto. C’è un detto, in fisica, ‘Ci sono tartarughe fino in fondo’. Lo conosci? Viene dalla storia di un fisico inglese, Bertrand Russell, che tenne una conferenza sull’universo, su come la Terra ruoti intorno al sole e così via. E una piccola vecchia signora del pubblico disse ‘Sono tutte stupidaggini! Il mondo è piatto e si trova sopra la schiena di una tartaruga!’ E Russell disse, ‘Se è così, su cosa si poggia la tartaruga?’ e la nonnina rispose, ‘Non puoi fregarmi, figliolo, ci sono tartarughe fino in fondo!’. In altre parole, ciò su cui si basa l’illusione si basa a sua volta su un’illusione, che a sua volta si basa su un’illusione. Si suppone che una buona valuta sia garantita dall’oro, ma l’oro stesso non esiste. La cattiva valuta non è garantita dall’oro, è garantita da altre valute, e queste non esistono. Alla fine della storia, su cosa si basano tutte queste cose, sai dirmelo?”

“Sulla credulità”, disse Yasmin. “O paura, giusto? Paura che se smetti di credere nel denaro, non sarai più in grado di comprare niente. Questo è identico al denaro di gioco! Ricordo quella volta in cui su Zombie Mecha iniziarono a fare pagare dei buff che un tempo erano gratuiti, da un giorno all’altro, e tutti i giocatori se ne andarono. La gente che era rimasta era così disperata, vagava in giro cercando di vendere il loro gold e le loro armi, offrendole a prezzi che erano bassi comparati a quelli di pochi giorni prima. E’ stato come se tutti avessero smesso di credere in Zombie Mecha e quindi avesse smesso di esistere! E poi il gioco smise di fare pagare quei buff,la gente tornò a giocare e i prezzi tornarono ad alzarsi”.

“La chiamiamo ‘fiducia’”, disse Ashok. “Se hai ‘fiducia’ nell’economia, puoi usare il suo denaro. Se non hai fiducia nell’economia, vuoi allontanartene e liberartene. E ci sono tartarughe fino in fondo. Non c’è quasi niente che valga qualcosa, a parte la fiducia. Vai ad una acciaieria qui a Mumbai e troverai uomini che rischiano la propria vita, lavorando fra i fuochi dell’inferno a piedi nudi, senza elmetti né guanti, fondendo l’acciaio per fare grossi dischi metallici per coprire gli accessi alle fogne in America. Perché lo fanno? Perché gli vengono date delle rupie… che non valgono nulla se non hai fiducianel loro valore. E perché gli vengono date delle rupie? Perché qualcuno — il capo — pensa che otterrà dei dollari per i suoi dischi di acciaio. Quanto valgono i dollari?”

“Nulla?”

Nulla! A meno che tu non creda in essi. E che mi dici dei dischi… che hanno di buono? Sono della dimensione sbagliata per gli accessi alle fogne di Mumbai. Potresti fonderli di nuovo e farne qualcos’altro, ma, a parte questo, sono solo dei biscotti dannatamente grossi che non hanno nessuna utilità. Quindi perché succede tutto questo?”

Yasmin disse, “Oh, questo è semplice. Davvero non lo sai?”

“E’ semplice? Per favore, dimmelo. Non è semplice per me, e ho studiato queste cose per tutta la mia vita”.

“Succede tutto perché è un gioco!”

Lui apparve offeso. “Forse è un gioco per i ricchi e i potenti… ma non è divertente per nessuno dei poveri, dei lavoratori e dei risparmiatori che si trovano dalla parte sbagliata”.

“I giochi non devono essere divertenti, devono solo essere, non so, interessanti? No, essere in grado di catturarti! Ci sono così tante volte che mi trovo a giocare e giocare e non posso smettere neanche se è diventato veramente noioso e ripetitivo. ‘Solo un’altra quest’, mi dico ‘Uccido solo un altro mob’. E poi ancora, ‘Solo un altro, solo un altro, solo un altro’. La cosa importante di un gioco non è quanto è divertente, ma quanto è facile iniziare a giocare e quanto è difficile smettere”.

“Aha. Ok, questo ha senso. Cosa, in particolare, rende difficile fermarsi?”.

“Oh, un sacco di piccole cose. Per esempio, in Zombie Mecha, se smetti di giocare senza andare ad una base Mecha, diventi ‘affaticato’. Se sei affaticato, quando torni in gioco sei meno efficiente e guadagni meno punti per le stesse uccisioni e per andare negli stessi dungeon. Così ti dici, ‘Ok, per oggi ne ho abbastanza, è il momento di tornare ad una base’. E ti metti a correre verso una base, che non è mai troppo vicina alla zona in cui fai le quest, ma, sulla strada, trovi una nuova quest, una quest veloce che dà degli ottimi premi. Fai la quest. Ora vai di nuovo verso la base, ma, di nuovo, ti ritrovi in una quest. La nuova quest è un po’ più lunga di quello che sembrava, ed ora è passato ancora più tempo. Alla fine raggiungi la base, ma hai giocato così tanto che sei quasi passato di livello… Quindi sarebbe un peccato smettere ora, quando uccidere pochi mostri a caso ti porterebbe al livello successivo, permettendoti di comprare dell’equipaggiamento migliore e addestrare certe abilità alla base. Per cui ti metti a dare la caccia ad un po’ di mostri intorno all’entrata della base. Finalmente passi di livello, compri un po’ di nuove armi, e hai anche sbloccato molte nuove quest. Queste quest ti vengono date quando arrivi nella base, ed alcune sembrano davvero interessanti. E a questo punto alcuni dei tuoi amici ti hanno raggiunto, così potete formare un gruppo tutti insieme e fare le quest, cosa più veloce e più divertente che farle da soli. Per quando finalmente riesci a fermarti sono passate tre, a volte quattro, ore da quando avevi deciso di smettere”.

“Questo succede spesso?”

“Oh, sì. A me succede molte volte ogni settimana. Ed io non gioco nemmeno per i punti… gioco per aiutare il sindacato! Più giochi, più sembra sensato continuare a giocare. Tutta questa questione di dollari, rupie e dischi di acciaio… giochiamo a questo gioco tutto il tempo, vero? Quindi è ovvio che funzioni. Tutti ci giocano perché tutti ci hanno giocato per tutta la loro vita”.

“Capisco perché Sorellona Nor mi ha detto di parlare con te”, disse lui. “Sei davvero una ragazza intelligente”.

Lei guardò verso il basso.

“Cosa facciamo riguardo Sorellona Nor?”.

“Lei pensa che dobbiamo trovare il denaro e il supporto per gli scioperanti. Io penso che lei abbia bisogno di denaro e supporto. Dice di stare bene, ma è in ospedale e sembra che sia stata picchiata duramente”.

“Come facciamo ad aiutarla da qui? Sono così lontani”. Yasmin nel frattempo pensava: Il lato opposto di Mumbai rispetto a dove vivo per me è lontanissimo… La Cina potrebbe anche essere sulla Luna o in Mushroom Kingdom. “E come facciamo a sapere che Sorellona Nor è al sicuro dove si trova adesso?”.

“Entrambe sono delle buone domande”, disse. “E’ frustrante. Sono così vicini quando siamo tutti online, ma così lontani quando dobbiamo fare qualcosa che coinvolga il mondo fisico”. Iniziò a camminare. “Queste sono le cose che sa fare bene Sorellona Nor. Lei vede un modo per collegare il mondo virtuale e quello reale, per spostare idee e denaro dall’uno all’altro”.

“Forse allora dovremmo solo concentrarci sui giochi? Sono la parte che sappiamo come usare”.

“Ma queste persone sono nei guai nel mondo reale”, disse Ashok, stringendo le mani a pugno.

Yasmin si ritrovò a ridacchiare, poi a ridere, ridere sul serio. Era così ovvio!

“Oh, Ashok”, disse lei, “Oh sì, lo sono di sicuro”.

E lei sapeva esattamente cosa fare in merito.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 4 (1 di 2)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di queste scene, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Dharavi – Smistare e Riciclare

16/08/2011
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Il mestiere tipico di Dharavi che viene citato di più in For the Win è certamente quello dello smistamento dei rifiuti. Nel libro viene soprattutto citato lo smistamento della plastica, al quale si dedica, all’inizio del libro, l’intera famiglia di Mala.

Dharavi si era svegliata, passandole accanto come se lei fosse un sasso in un fiume, pressandosi su di lei da entrambi i lati. Uomini con pale e carretti, ragazzi con enormi sacchi di iuta su ciascuna spalla, pieni di lerce bottiglie di plastica dirette verso qualche casa di smistamento… (For the Win, di Cory Doctorow)

Photo by Meanest Indian/Meena Kadri

I sacchi vengono poi ammassati vicino agli edifici in cui si effettua lo smistamento.
[qui trovate una foto dei sacchi pronti per lo smistamento, a Dharavi, che non posso postare per questioni di copyright ma che è visibile da tutti su Flikr]

Se girate nelle gallerie da cui sono state prese queste immagini troverete quelle di diversi gruppi di bambini, che a volte stanno giocando con qualche asse o oggetto che i genitori avrebbero dovuto smistare. Troviamo più volte riferimenti in For the Win al fatto che sia Mala che il più piccolo Gopal aiutano la madre a smistare la plastica. Nonostante questo, entrambi riescono ad andare a scuola… Questa è una situazione piuttosto diffusa a Dharavi, dove molti bambini riescono comunque ad avere un’istruzione di base.

Photo by Meanest Indian/Meena Kadri

Ammaji e Gopal erano svegli e in attività. Ammaji era andata a prendere l’acqua e stava facendo colazione sul fornelletto a gas, e Gopal aveva la camicia della sua uniforme scolastica e i pantaloncini. La scuola di Dharavi a cui lui andava durava mezza giornata, il che gli dava un po’ di tempo per giocare e fare i compiti e poi qualche ora per lavorare accanto ad Ammaji nella fabbrica. (For the Win, di Cory Doctorow)

I posti dove vengono portati i sacchi sono delle “fabbriche”, spesso grandi una sola stanza (sto traducendo così il termine “factory” trovato nel libro, anche se penso dovrò trovarne uno migliore), dove avviene lo smistamento.

Photo by Tobias Leeger

Una volta smistata, la plastica viene ridotta in piccoli frammenti.

Photo by Anne Gaëlle Rico

In questa foto possiamo vedere due uomini che in posa accanto ad una macchina che serve proprio a tale scopo questo lavoro.

Notate la valanga di piccole scaglie di plastica ai piedi della macchina. Queste andranno ulteriormente smistate, per separare i tipi diversi di plastica che si possono trovare anche in uno stesso oggetto (o in oggetti simili).

Il riciclaggio di rifiuti, prevalentemente stranieri, è un lavoro diffusissimo a Dharavi. Considerando che Dharavi conta un numero di abitanti che si stima essere fra i 600.000 e il milione, si può solo a stento immaginare l’immane quantità di lavoro che viene svolta nello slum, che è il secondo più grande di tutta l’Asia.

Molti dicono, in effetti, che il termine “slum” è riduttivo nel descrivere Dharavi, visto sia l’enorme numero di abitanti ed il vibrante tessuto urbano, nato spontaneamente, che comprende sia le piccole “fabbriche” che posti di lavoro più ampi, sia negozi e mercati… Ed anche, come si è detto, diverse scuole.

Lei, sua madre e suo fratello dormivano insieme in una piccola stanza sopra la fabbrica per il riciclaggio della plastica del signor Kunal, a Dharavi, l’enorme baraccopoli nella parte nord della città. Durante il giorno, la stanza era usata per differenziare la plastica in una dozzina di vasche — la plastica arrivava da un’infinita processione di grossi sacchi di iuta che venivano riempiti ai moli. Le navi andavano in America, in Europa e in Asia piene di beni prodotti in India e ritornavano piene di spazzatura, plastica che i raccoglitori di Dharavi separavano, pulivano, fondevano e trasformavano in sfere che venivano spedite alle fabbriche così che potessero venire usate per fare oggetti da rispedire in America, Europa e Asia. (For the Win, di Cory Doctorow)

Photo by Anne Gaëlle Rico

Nella stessa fabbrica in cui vediamo in funzione il macchinario della foto precedente, le scaglie di plastica vengono smistate, in questo caso da donne.

Si tratta di un lavoro noioso, ma sicuro: con l’enorme produzione di rifiuti delle parti più ricche del mondo (di cui sempre un maggior numero viene riciclato) e la continua richiesta di materie prime a basso costo, la crisi colpisce questo settore meno di altri.

Il vero rischio sta non nella precarietà del lavoro, ma nei fumi tossici della plastica che permeano le zone di Dharavi in cui si svolge il riciclaggio…
Che difficilmente possono essere catturati in una fotografia, ma che ricorrono nelle descrizioni di Dharavi fatte da Cory Doctorow in For the Win, e probabilmente non solo in quelle.

Ovviamente, i fumi non sono solo un problema di chi lavora direttamente la plastica, ma di tutte le persone che vivono intorno a queste miuscole ed attivissime “fabbriche”.

Le piccole scaglie di plastica possono apparire molto diverse fra loro, visto che il loro aspetto e il loro colore (come ogni altra loro proprietà) dipendono dalla plastica utilizzata in partenza, che è varia quanto tutta la plastica che ci circonda.

Photo by Senorhorst Jahnsen/Rabanito

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (2 di 3)

14/08/2011
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Continua da For the Win, parte 2, scena 3 (1 di 3)

Dove andare ora? Era stanca, affamata, arrabbiata ed esausta. A casa? Era ancora pomeriggio, per cui sua madre e i suoi fratelli erano tutti al lavoro o a scuola. Quel vuoto… la spaventava. Non era abituata a stare da sola. Non era una condizione naturale a Dharavi. Aveva molta sete, il vento soffiava i fumi della plastica nei suoi occhi e sulla sua faccia, inaridendo gola e narici. Nel Café della signora Dibyendu ci sarebbe stato del chai, la signora Dibyendu gliene avrebbe dato una tazza e le avrebbe dato a credito un po’ di tempo sul computer, perché la signora Dibyendu stava cercando disperatamente di salvare il suo locale dalla bancarotta, ora che l’esercito l’aveva abbandonato.

Il nipote idiota della signora Dibyendu le diede una tazza di chai a malavoglia. Non aveva imparato nulla dal pestaggio selvaggio di Mala. Rimaneva ancora troppo vicino, faceva ancora “Eve-teasing”  con la sua banda di poco di buono. Yasmin sapeva che lui desiderava ardentemente vendicarsi di Mala, e che Mala non girava mai dopo il tramonto senza tre o quattro dei ragazzi più grossi dell’esercito. Era una cosa che la rendeva furiosa. Non importava quando Mala la avesse ferita, aveva comunque il diritto di andare in giro vicino a casa sua senza timore di questo idiota. Le labbra di lui ormai erano permanentemente arricciate in un ghigno, grazie alla cicatrice che il piede di Mala aveva lasciato dietro di sé.

Yasmin si sedette al computer, loggandosi. Era certa che il nipote idiota usasse ogni genere di malware per spiare quello che facevano sui computer, ma lei aveva comprato un token di autenticazione in uno dei negozi sui margini di Dharavi, era fantastico, la loggava con una password diversa ogni volta, così che il suo account di PayPal e quelli dei giochi fossero al sicuro.

Senza pensare, riprese la sua solita routine. Loggò su Minerva, cercò missioni di protezione degli Webbly nei mondi in cui giocava. Ma non c’era nessuna missione ad aspettarla. I feed degli Webbly erano infuocati di discorsi sullo sciopero a Shenzhen, voci sul numero degli arrestati, sul numero di sparatorie. Guardava i discorsi scorrere davanti a lei inerme, chiedendosi da dove venissero tutte queste voci. Tutti sembravano sapere qualcosa che lei non conosceva. Come facevano a sapere queste cose?

Un messaggio diretto apparve sul suo schermo. Era da un estraneo, ma era in uno dei gruppi di affinità Webbly più interni, il che voleva dire che Sorellona Nor, Il Possente Krang o Justbob lo aveva manualmente approvato. Chiunque poteva unirsi al cerchio esterno degli Webbly, ma erano molti pochi ad essere in quello interno .

> Ciao, puoi leggermi?

Era una frase completa, con punteggiatura, e la domanda era la più stupida che si potesse immaginare. Era il genere di messaggio che poteva mandarle suo padre. Seppe immediatamente che era in comunicazione con un adulto, e uno che non giocava.

> si

> La nostra comune amica S.N. mi ha chiesto di contattarti. Sei a Mumbai, giusto?

Ebbe un attimo di esitazione. Questa era una maniera di scrivere molto da adulto, molto da non-giocatore. Forse era qualcuno che lavorava per i nemici? Ma Mumbai era grande quanto tutto il mondo. Dire di essere “A Mumbai” era di poco più specifico che dire “In India” o “Sulla Terra”.

> si

> Dove sei? Posso passare a prenderti? Devo parlarti.

> stiamo parlando ora lol

> Cosa? Oh, capisco. No, ho bisogno di PARLARE con te. Queste sono questioni ufficiali. S.N. mi ha chiesto specificamente di mettermi in contatto con te.

Lei inghiottì un altro paio di sorsate di chai, svuotando la tazza.

> ok

> Splendido. Dove posso passare a prenderti?

Lei deglutì nuovamente. Quando erano andati alla spiaggia, sua madre era stata molto chiara su questo punto: Non dire a nessuno che sei di Dharavi. per i Mumbaikar, Dharavi è l’inferno, un posto di tormento eterno, e quelli che ci vivono sono dei mostri. Questo adulto suonava molto rispettabile. Forse avrebbe pensato che Dharavi era l’inferno e l’avrebbe lasciata stare.

> ragazza di dharavi

> Un momento.

Ci fu una lunga pausa. Yasmin si chiese se lui stesse cercando di mettersi in contatto con Sorellona Nor, per dirle che il suo guerriero era una ragazzina degli slum, che era meglio cercare qualcun altro che li aiutasse.

> Conosci questo posto?

Le mandò l’immagine della moschea di Dharavi, alta e imponente, che incombeva sopra tutto il quartiere mussulmano.

> certo!!

> Sarò lì fra un’ora. Questo sono io.

Un’altra immagine. Questa non era di un uomo di mezza età in giacca e cravatta, come si sarebbe aspettata, ma di un giovane, poco sopra i vent’anni, con gel nei capelli e una giacca di cuoio, pantaloni alla moda e neri stivali da motociclista.

> Puoi darmi il tuo numero di telefono? Ti chiamo quando sono vicino.

> lol

> Scusa? Che vuoi dire?

> ragazza di dharavi — niente telefono per me

Aveva avuto un telefono quando era nell’Armata di Mala. Tutti avevano avuto un telefono. Ma era la prima cosa ad essersene andata via quando aveva lasciato l’esercito. Lo teneva ancora in un cassetto, non riusciva a sopportare l’idea di venderlo, ma non funzionava più come telefono, anche se a volte lei lo usava come calcolatrice (con suo disappunto, tutti i giochi che ci aveva scaricato si erano spenti nel momento stesso in cui era stata disconnessa dal servizio telefonico).

> Scusa, scusa. Certo. Troviamoci lì fra un’ora, allora.

Il cuore le batté forte in petto. Incontrare uno strano uomo, andare a fare qualche segreto incarico… Era il genere di cosa che finiva sempre in tragedie terribili, denigrazione e omicidio, nelle storie. E fra un’ora sarebbe stato…

> non si può alla moschea

Sarebbe stato nel bel mezzo dell’Asr, la preghiera pomeridiana, e la moschea sarebbe stata piena degli amici di suo padre. Sarebbe bastato che uno di loro la vedesse con questo strano uomo, con il gel nei capelli, un hindu a giudicare dal rakhi sul suo polso, che si intravedeva da sotto la manica della sua giacca di cuoio. Suo padre sarebbe impazzito.

> invece incontrami alla stazione di mahim dalle barriere di protezione.

Ci fu una pausa. Poi un’altra immagine: due ragazzi a cavallo di una grossa barriera di cemento di fronte alla stazione. Era dove lei e i suoi fratelli avevano aspettato mentre sua madre stava facendo i biglietti.

> Qui?

> si

> O.k. allora. Sarò su uno scooter Tata 620

Un’altra immagine di un piccolo scooter amorevolmente elegante, con un orgoglioso serbatoio porpora sulla sua intelaiatura cromata.

> sarò li

Diede la sua tazza al nipote idiota, senza neanche vedere la smorfia sulla sua faccia mentre avanzava velocemente, nella strada, poi fino a casa per cambiarsi e mettere un po’ di cose in una borsa prima che sua madre o i suoi fratelli tornassero a casa. Non sapeva dove stava andando o quanto a lungo sarebbe stata via, e l’ultima cosa che voleva era dover spiegare tutto questo a sua madre. Avrebbe lasciato un biglietto, uno dei suoi fratelli lo avrebbe letto a sua madre. Scrisse “Sono via per questioni di sindacato. Torno presto. Baci” e ciò doveva bastare, perché, dopo tutto, era tutto ciò che sapeva.

Nella lunga camminata fino alla stazione di Mahim, passò in continuazione da uno stato di estrema eccitazione ad uno di estremo panico. Tutto questo era folle, certo, ma era l’unica cosa che le era rimasta. Se Sorellona Nor garantiva per quest’uomo — maledizione! Non sapeva neanche il suo nome! — allora chi era Yasmin per dubitare di lui?

Mentre si avvicinava ai bordi di Dharavi, i vicoli si allargarono a diventare strade, larghe abbastanza da permettere a dei ragazzini magri e scalzi di giocare a cricket scavando delle piccole buche. Le urlarono contro delle cose “che offendevano la decenza”, come le definiva la sua maestra, la signora Hossain, quando dei ragazzacci si affollavano davanti alla scuola ed urlavano insulti alle ragazze mentre queste uscivano dalla classe. Ma sapeva come ignorarli e, in ogni caso, aveva preso il lathi di suo fratello Abdur, che stava usando come bastone da passeggio. Aveva legato la sciarpa di sotto di un hijab sulla sua cima, in maniera da farlo sembrare più innocuo. A scuola avevano fatto dei giochi ginnici con dei bastoni simili ai lathi, ma senza la punta in ferro. Nonostante ciò, era certa di essere in grado di brandirlo in maniera da incutere abbastanza paura da spaventare qualsiasi malintenzionato che le incrociasse la strada. Fu solo una volta arrivata alla stazione che si rese conto di non aver idea di come portarlo sul piccolo scooter.

Aveva portato con sé il proprio cellulare, solo per poter leggere l’ora, e adesso un’ora era passata e non c’erano segni dell’uomo con il gel nei corti capelli. Passarono altri venti minuti. Era abituata a questo: niente a Dharavi era in perfetto orario, tranne i richiami per le preghiere dalla moschea, i canti dei galli nel mattino, e l’adunata dell’esercito di Mala, che era sempre precisamente alla stessa ora, con dure punizioni per i ritardatari.

I treni andavano e venivano. Riconobbe alcuni uomini che conosceva: amici di suo padre che lavoravano nella vera Mumbai, che l’avrebbero riconosciuta se non fosse stato per l’hijab che lei aveva tirato in alto e bloccato in maniera da coprirle il naso. Era estremamente conscia degli sguardi dei ragazzi hindu. Ufficialmente, hindi e mussulmani non andavano d’accordo. In realtà, conosceva tanti hindu quanti mussulmani a Dharavi, nell’esercito, a scuola. I suoi genitori insistevano a chiamare la città “Bombay”, il vecchio nome della città prima che i feroci nazionalisti hindu lo cambiassero, proclamando che l’India era per gli hindu e solo per gli hindu. Lei e la sua gente potevano pure tornarsene in Bangladesh, in Pakistan o una qualsiasi delle roccaforti mussulmane dove erano la maggioranza della popolazione, lasciando l’India ai veri indiani.

Per lo più questa cosa non la toccava, perché, per lo più. incontrava solamente persone che la conoscevano e che lei conosceva — o persone che erano completamente virtuali e a cui importava di più se lei era un orco oppure un elfo del fuoco che se era mussulmana. Ma qui, sui margini del mondo conosciuto, lei era una ragazza con un hijab, una apertura che lasciava vedere solo gli occhi, un vestito modesto ed un solido bastone e tutti la stavano fissando.

Si mantenne impegnata pensando a come avrebbe potuto attaccare o difendere la stazione usando un numero di sistemi di armamento di giochi diversi. Se fossero stati tutti zombie, avrebbe piazzato i suoi Mecha lì, lì e lì, usando la zona infossata dei binari come un canale attraverso il quale attirare i combattenti nemici a portata di lanciafiamme. Se si fosse trattato di combattimenti su motociclette, avrebbe creato un cerchio in quella direzione con le automobili, là con le moto e avrebbe piazzato il camion-della-morte lì. Questi pensieri la fecero sorridere, un sorriso nascosto al sicuro del suo hijab.

Ed ecco l’uomo, che arrivava nello spiazzo con la sua motocicletta verde, ripulendo la polvere della strada dai suoi occhiali con un lembo della camicia prima di rimetterli nella giacca. Si guardò intorno nervosamente, osservando la gente fuori dalla stazione… lavoratori che fluivano in una direzione e nell’altra, bambini con le mani tese, alcuni che trasportavano bambini più piccoli. Persino fra i rumori della folla, Yasmin poteva sentire il loro pianti tristi ed esperti.

Portò la mano al mento e controllò che la spilla le tenesse ben fisso l’hijab al suo posto, poi si avvicinò al motociclista, attraversando i mendicanti come se non fossero stati lì. Quelli si allontanavano dal suo lathi come le mosche schivano una mano alzata. Il ragazzo era così sconvolto dai mendicanti che gli ci volle un minuto per notare la ragazzina velata di fronte a lui, che stringeva un metro e mezzo di bastone con la punta metallica.

“Yasmin?” il suo hindi era come quello di una star dei fillum. Da vicino era davvero carino, con denti dritti, dei piccoli baffetti ben tagliati ed un naso ed un mento solidi.

Lei annuì.

Lui guardò il suo lathi. “Ho alcuni cavi elastici”, disse. “Penso che potremmo attaccarlo sul lato della moto. E ti ho portato un casco.”

Lei annuì di nuovo. Non sapeva cosa dire. Lui si mosse verso il portabagagli chiuso sul retro della moto, spingendo via un piccolo bambino mendicante che stava mettendo le mani sul lucchetto, poggiò il pollice sul meccanismo di riconoscimento dell’impronta digitale. Si aprì di scatto e lui iniziò a rovistarci dentro, tirando fuori un casco che sembrava qualcosa uscito da un anime, aerodinamico, con complicati disegni carichi di colori giallo e rosa in bassorilievo sulla superficie. Sul davanti del casco c’era un adesivo di Sai Baba, il santo su cui mussulmani e indù andavano d’accordo. Yasmin pensò che fosse un buon segno — anche se era un ragazzo indù, le aveva portato un casco che lei poteva indossare senza andare contro l’Islam.

Lei prese il casco da anime di Sai Baba, notando che l’adesivo era olografico e che Sai Baba si girava per guardarla dritto negli occhi mentre lo sollevava. Era più pesante di quanto sembrasse, con uno spesso rivestimento interno. Nessuno a Dharavi indossava il casco in moto — e anche il ragazzo non ne stava indossando uno. Ma guardando lo stretto sellino, Yasmin pensò a cosa dovesse essere caderne mentre viaggiava a 70 chilometri all’ora in qualche strada di Mumbai e decise di essere felice che lui glielo avesse portato. Così annuì una terza volta e lo sollevò sopra la testa. Si infilò lentamente, la testa che si apriva la strada come una mano intrappolata in un lenzuolo, spingendo fino a riuscire ad infilarselo. Così si ritrovò dentro il casco, i suoni intorno a lei erano smorzati e distanti, la vista tinta di giallo dalla visiera a specchio. Provò a toccarsi la testa — la quale sembrava avrebbe dondolato in avanti sotto il peso del casco se avesse dovuto girarla troppo velocemente — trovò il blocco della visiera e la sollevò. I suoni divennero leggermente più acuti e chiari.

Nel frattempo, il ragazzo aveva attaccato il lathi al lato della moto, divertendo i mendicanti bambini, che avevano offerto consigli e prese in giro ridendo. Aveva un po’ di corde elastiche che aveva estratto dal portabagagli della moto e le aveva avvolte più volte intorno al bastone, trovando posti sull’intelaiatura cromata della moto dove fissarne i ganci, controllando di poter girare il manubrio. Alla fine grugnì, si alzò, ripulì le mani dalla polvere sui jeans e si voltò verso di lei.

“Pronta?”

Yasmin fece un profondo respiro, infine parlò: “Dove stiamo andando?”

“Andheri”, rispose. “Vicino agli studi cinematografici”

Lei annuì come se sapesse dove si trovassero. In un certo senso, ovviamente, lo sapeva: c’erano un sacco di film sull’età d’oro della produzione di film, quando Andheri era stato il posto giusto, alla moda e ribollente di vita. Ma molti di quei film erano su come il sole di Andheri era tramontato, con tutte le grosse case produttrici di film che se ne andavano via. Come sarebbe stato al giorno d’oggi?

“E quando torneremo?”

Lui scosse il capo, pensando “Per stanotte, di certo. Farò in modo che sia così. E alcune persone del sindacato potranno venire con noi e accertarsi che arrivi fino alla porta di casa sana e salva. Ho pensato a tutto”.

“E qual’è il tuo nome?”

Lui la fissò per un attimo, la bocca aperta per la sorpresa. “Ok, non ho pensato a tutto! Sono Ashok. Sai come guidare uno scooter?”

Lei scosse la testa. C’era un sacco di gente che andava su moto e su scooter, in due, tre, o anche quattro alla volta — qualche volta un’intera famiglia, i bambini in braccio alle madri sul retro — ma lei personalmente non c’era mai salita sopra. Stando vicina alla moto di Ashok, adesso, le sembrava qualcosa di inconsistente e, beh, scivoloso, il genere di cosa da cui era più facile cadere che rimanere sopra.

“Ok”, disse lui, agitando il capo, valutando i vestiti di lei. “E’ più difficile col vestito lungo”, disse. “Dovrai sedere con entrambe le gambe da un lato. Si arrampicò sulla moto e le mostrò come, tenendo le ginocchia vicine e pressate contro il lato della moto, torcendo il corpo per guardare in avanti. “Devi stringerti molto forte a me”. Sorrise col suo sorriso da star del cinema.

Yasmin si rese conto di che errore fosse stato il suo. Questo strano uomo. La sua moto. Andarsene a Mumbai, lontano da Dharavi, in un posto strano, per una strana ragione. E ora lui aveva il suo lathi, che non era neanche suo, così se si fosse girata e se ne fosse tornata dentro Dharavi avrebbe dovuto comunque spiegare al fratello dove era finito il lathi, e la nota scritta per sua madre. Così ora stava per finire ammazzata nel traffico di Mumbai con un perfetto sconosciuto andando alla città fantasma preferita da Bollywood.

Tutto questo era senza speranza, ma non quanto essere da sola, fuori dall’esercito, fuori dalla scuola, fuori dagli Webbly. Non quanto lo era essere la povera Yasmin, la ragazza di Dharavi, nata a Dharavi, cresciuta a Dharavi.

Si tirò su sulla moto e Ashok si sedette davanti, con la giacca di cuoio pressata sul suo fianco. Lei cercò di girare le cosce per guardare in avanti e si trovò in una posizione così precaria che per poco non cadde all’indietro.

“Devi tenerti”, disse Ashok, ed i bambini mendicanti fecero dei gesti volgari. Chiudendo gli occhi, lei mise le braccia intorno alla vita di lui, sentendo quanto era magro sotto la giacca alla moda, e unì le dita delle mani all’altezza del suo stomaco. Ora la sua posizione era meno precaria, ma continuava a sentirsi come se dovesse cadere da un momento all’altro… E non aveva nemmeno iniziato a muoversi!

Ashok diede un calcio al cavalletto della moto e accese il motore. Una nuvola di fumi di biodiesel uscì dalla marmitta, con l’odore di vecchio olio da cucina — ovviamente, probabilmente all’inizio era olio da cucina — speziato e stantio. Lo stomaco di Yasmin gorgogliò e lei arrossì sotto il suo hijab, certa che Ashok potesse sentire il rumore del suo stomaco vuoto. Ma lui si limitò a girare la testa e chiedere, “Pronta?”.

“Sì”, disse lei, ma la sua voce venne fuori con uno squittio.

Fecero a malapena cinquanta metri prima che lei gridasse “Ferma! Ferma” nei suoi orecchi. Non era mai stata così spaventata in tutta la sua vita. Si sforzò di sciogliere le dita e portò le mani tremanti al grembo.

“Cosa c’è che non va?”

“Non voglio morire!”, urlò lei. “Non voglio morire sulla tua folle moto in questo folle traffico!”

Lui annuì pensoso. “E’ il vestito,” disse. “Se solo tu potessi sedere a cavalcioni”.

Yasmin tastò le cosce infelice, poi tirò su il vestito, mostrando gli salwar — ampi pantaloni — che indossava sotto di esso. Ashok annuì. “Così andrà bene”, disse. “Ma devi legare i bordi di ogni gamba, così che non rimangano intrappolati nella ruota”. Aprì nuovamente il portabagagli e ne tirò fuori delle fascette di plastica, che lei usò per legarseli alle caviglie.

“Bene, andiamo”, disse Ashok, Yasmin salì sulla la moto, circondandolo di nuovo con le braccia. Lui odorava del suo gel per capelli, di cuoio e di sudore. Yasmin si sentiva come se fosse finita su di un altro pianeta, anche se poteva ancora vedere la stazione di Mahim dietro di se. Si strinse a lui come se ne andasse della propria vita mentre lui dava gas al motore e manovrava nel traffico.

Lei si rese conto che lui prima stava andando piano per lei, guidando con molta precauzione per riguardo alla sua posizione precaria. Ora che lei si sentiva più sicura, lui guidava come il peggior gangster che avesse mai visto in un film di azione. Andava sparato con la piccola moto sul bordo della strada, a lato del traffico lento, che si muoveva a scatti, sempre sull’orlo di finire nel puzzolente canaletto di scolo, essere ucciso da un guidatore che girasse o da una portiera che venisse aperta per sputare del betel sulla strada; o investire uno dei mendicanti che si allineavano sul bordo della strada, bussando ai finestrini e mostrando espressioni tristi ai guidatori imbottigliati nel traffico.

Yasmin aveva guidato un milione di veicoli virtuali nella sua carriera di giocatrice, ad alte velocità, su terreni accidentati. Non era neanche lontanamente la stesa cosa, persino con il casco che filtrava la realtà con la sua imbottitura e il suo visore. Poteva sentire i propri piagnucolii nella testa. Ogni nervo del suo corpo stava urlando Scendi da questo coso finché puoi! Ma la sua mente razionale insisteva sul fatto che questo ragazzo guidava la sua moto per le strade di Mumbai ogni giorno ed era comunque riuscito a sopravvivere.

Inoltre c’erano così tante cose di Mumbai da vedere, mentre passavano velocemente per la strada, e queste erano molto più interessanti che preoccuparsi della propria morte imminente. Mentre sfrecciavano su una strada rialzata, passarono accanto un enorme ponte sospeso, largo otto corsie, tutto di cemento bianco e cavi d’acciaio, che un intricato cartello in hindi e in inglese proclamava orgogliosamente essere il Bandra-Worli Sea Link. Sfrecciarono sulla rampa per salirci, viaggiando vicino alle travi che contornavano il bordo del ponte, sotto di loro, il mare blu splendeva e sembrava così vicino da poterlo quasi raggiungere con la punta delle dita, immergendole nelle onde. L’aria odorava di salmastro e di mare, i soffocanti gas del traffico spazzati via da un vento che colpiva il suo vestito ed i suoi pantaloni, incollandoli al suo corpo. La sua paura svanì mentre attraversavano il ponte e non tornò quando ne ridiscesero, nuovamente a Mumbei, nuovamente nelle strade ingorgate di traffico e di gente. Sterzarono per evitare dei saddhu, uomini consacrati dai corpi nudi coperti di pittura. Sterzarono per evitare dabbahwallah, uomini che consegnavano pranzi fatti in casa da mogli a mariti in tutta la città, con secchi di tiffin attaccati a grosse cornici di legno, bilanciati sopra le loro teste.

Seppe che erano quasi arrivati ad Andheri quando superarono il gigantesco Infinity Mall, girando poi per costeggiare un lungo, antico, muro di mattoni che correva per centinaia di metri, circondando un grosso fondo che doveva essere stato uno degli studi cinematografici. Al di fuori del muro, accanto al canale di scolo, c’era un ribollente mercato di venditori ambulanti, ristoranti all’aria aperta, mendicanti, artigiani e, in mezzo a loro, produttori cinematografici con belle giacche ed occhiali da sole, aggrappati ai loro telefonini mentre andavano per la loro strada. La moto avanzò sterzando in mezzo a tutto questo, evitando una lunga linea di costose automobili senza una sola macchia che correva lungo tutta la lunghezza del muro in una coda senza fine per passare attraverso il posto di blocco della sicurezza all’ingresso.

Yasmin vide tutto questo mentre sfrecciavano per tutta la lunghezza della parete, facendo un giro acuto alla sua fine, seguendola fino ad un ingresso più stretto. Due guardie, con dei fucili incatenati alla cintura, controllavano l’ingresso. Alzarono i fucili quando Ashok si avvicinò, ma quando fu ancora più vicino lo riconobbero e si scostarono, lasciando libera la stretta apertura nel muro, larga a malapena abbastanza per fare passare la moto, nonostante Ashok vi entrò a tutta velocità e Yasmin ansimò quando le sue vesti strusciarono contro il vecchio muro di mattoni.

Attraversare l’ingresso fu come entrare in un altro mondo. Davanti a loro, gli studios si spandevano all’infinito, l’angolo più lontano si perdeva nella nebbia causata dall’inquinamento. Strade e sentieri formavano dei labirinti sul terreno, girando attorno i più grandi edifici che Yasmin avesse mai visto, edifici enormi che sembravano stazioni del treno, o gli hangar per aerei dei film di guerra. Il terreno era tutto coperto di erba curata, frutteti ben ordinati e uomini di fatica che andavano avanti e indietro per svolgere compiti misteriosi con le loro cinture cariche di attrezzi che dondolavano alla loro vita, portando grosse quantità di tubi, legna e tessuti.

Ashok superò gli hangar (dovevano essere gli studi di registrazione dove giravano i film. C’era una buona mappa basata sugli studios cinematografici in Zombie Mecha, dove potevi combattere contro gli zombi attraverso una serie di strutture scenografiche per film) portandoli verso una serie di basse roulotte che abbracciavano il muro alla loro sinistra. Ognuna aveva una palizzata in miniatura di fronte a se, con un piccolo giardino fiorito, così ordinato e pulito che all’inizio Yasmin pensò che i fiori dovessero essere finti.

In fine Ashok fece rallentare la moto e la fermò. Il rumore del motore continuava a rimbombarle nelle orecchie e continuava a sentire il tremito della moto nelle sue gambe e nel suo fondo schiena. Yasmin sciolse la presa intorno alla vita di Ashok e scese dalla moto, inciampando nel lathi e cadendo a terra nell’erba. Arrossendo si rialzò in piedi, incerta, ma dritta.

Ashok le sorrise “Tutto a posto, sorella?”

Lei voleva dire qualcosa di furbo e pungente in risposta, ma non le venne in mente nulla. Le parole le erano state strappate via dalla corsa. Di colpo, si sentì come se fosse in grado solo a malapena di respirare, il tessuto del suo hijab sembrava riempito di polvere e questa le finiva nel naso e nella bocca ogni volta che inalava. Con cura sciolse l’hijab così da scoprire la faccia.

Ashok la guardò con orrore. “Tu… sei solo una bambina!”

Lei si adirò e le parole le tornarono. “Ho quattordici anni… Ci sono ragazze della mia età che hanno marito e figli a Dharavi! Sono un’abile combattente e un comandante. Non sono una bambina!”

Lui arrossì diventando viola e chiuse le mani all’altezza del petto in un gesto di scusa. “Perdonami”, disse. “Ma… Beh, credevo tu avessi diciotto o diciannove anni. Sei alta. Ti ho portato per tutta questa strada e sei, beh, sei una bambina! I tuoi genitori impazziranno per la preoccupazione!”

Lei gli rivolse il suo migliore sguardo duro, quello che usava con i ragazzi dell’esercito per farli comportare bene quando iniziavano a comportarsi troppo, beh, da ragazzi. “Ho lasciato loro un biglietto. E sarò di ritorno stanotte. E sono abbastanza grande da preoccuparmi di queste cose da sola, grazie tante. Ora, mi hai trascinata per mezza India per un qualche proposito misterioso, e sono certa che non sia semplicemente per parlarmi della mia vita familiare”.

Lui si riprese e sorrise di nuovo. “Scusa, scusa. Hai ragione, siamo qui per un meeting. E’ importante. Gli Webbly non hanno mai avuto molti contatti con i veri sindacati, ma ora che Nor è nei guai, mi ha chiesto di occuparmi della sua causa con i sindacati di qui. Ci sono degli incontri come questo in tutto il mondo, oggi. In Cina e in Indonesia, in Pakistan, Messico e Guatemala. La gente che ci sta aspettando là dentro… sono leader di veri sindacati, rappresentanti del sindacato dei lavoratori tessili, dei lavoratori delle acciaierie, persino il sindacato dei Lavoratori dei Transporti e Portuali… i sindacati più grossi di Mumbai. Con il loro supporto, gli Webbly avrebbero accesso a denaro, gente per le linee di picchetto, influenza e potere. Ma non sanno nulla di quello che fai… Non hanno mai giocato a niente. Pensano che internet serva per le e-mail e per la pornografia. Così tu sei qui — noi siamo qui — per spiegare loro queste cose”.

Lei deglutì un paio di volte. C’erano così tante cose in tutto questo che non capiva… e quello che capiva non la rendeva affatto felice. Per esempio, questa storia dei veri sindacati: gli Webbly erano un vero sindacato! Ma c’erano cose più pressanti che la sua irritazione, per esempio: “Cosa intendi con ‘noi siamo qui per spiegare’? Sei un giocatore?”.

Lui scosse la testa mestamente “Non ho la pazienza per farlo. Sono un economista. Un economista del lavoro. Ho passato un sacco di tempo con SN, lavorando ad una strategia con lei”.

Yasmin non era del tutto certa di cosa fosse un economista, ma sentiva che ammetterlo avrebbe minato ulteriormente la sua credibilità con questo uomo che l’aveva chiamata bambina. “Ho bisogno del mio lathi”, disse lei.

“Non hai bisogno di un lathi a questo meeting”, disse Ashok. “Nessuno ci attaccherà”

“Qualcuno lo ruberà”

“Questa non è Dharavi”, rispose lui. “Nessuno lo ruberà”.

Questo fece scattare qualcosa dentro di lei. Lei poteva parlare dei problemi di Dharavi. Lei era una ragazza di Dharavi. Ma questo estraneo non aveva nessun diritto di parlar male della sua casa. “Ho bisogno del mio lathi nel caso dovessi spaccarti il cranio per insegnarti a parlar male di casa mia”, disse lei, digrignando i denti.

“Scusa, scusa”. Si acquattò accanto alla moto e iniziò a togliere le corde elastiche che bloccavano il lathi. Anche Yasmin si inginocchiò ed iniziò a liberarsi delle fascette di plastica che le stringevano i pantaloni alle caviglie, ma queste si potevano solo chiudere, non aprire. Ashok guardò verso di lei da sopra i cavi elastici.

“Devi tagliarle”, disse. “Ecco, un secondo”. Cercò nella tasca dei pantaloni e ne tirò fuori un coltello a farfalla che aprì con uno scatto. Prese con gentilezza la banda di plastica sulla sua caviglia destra e infilò la lama fra questa e la sua gamba. Lei trattenne il fiato mentre lui tagliava la plastica, per poi passare all’altra caviglia. Lui la guardò. I loro occhi si incontrarono e lei distolse lo sguardo.

“Stai attento”, gli disse, nonostante lui avesse già finito. Lui le passo il lathi. Lei lo prese con le dita intorpidite, facendolo quasi cadere, per poi riafferrarlo con più forza.

“Ok”, disse lui. “Ok”. Scosse la testa. “La gente là dentro non sa niente di te o di cosa fai. Sono un po’, sai, all’antica”. Sorrise, come se stesse ricordando qualcosa. “Molto all’antica, in alcuni casi. E non sono molto bravi coi bambini. Coi giovani, volevo dire”. Alzò entrambe le mani mentre lei alzava il suo lathi. “Volevo solo avvertirti”. La guardò per un attimo. “Forse potresti coprirti di nuovo il volto?”

Yasmin ci pensò su per un momento. Ovviamente non voleva coprirsi la faccia. Voleva entrare semplicemente come sé stessa. Perché non poteva farlo? Ma indossare l’hijab aveva i suoi vantaggi, ed uno era che nessuno ti avrebbe chiesto perché coprivi la tua faccia. Ashok aveva chiaramente creduto che lei fosse molto più vecchia finché non se l’era sciolto.

Senza parole, portò il tessuto a coprirle il volto, legandolo. Lui alzò i pollici con approvazione e disse, “Perfetto! Sono brava gente, devi sapere. Davvero brava gente. Vogliono essere dalla nostra parte”. Ashok deglutì, pensò un altro po’, scosse leggermente la testa da lato a lato. “Ma forse non lo sanno ancora”.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (3 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di questa scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Wenzhou: il miniver in azione in Cina

08/08/2011
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Chi ha letto 1984 ricorderà il miniver, il Ministero della Verità in cui lavora il protagonista: un organo il cui scopo è modificare le notizie dei giornali (passati) per adattare la storia a quanto dichiarato dalle autorità. Forse in Cina non si arriva a tanto, ma “Direttive dal Ministero della Verità” è il nome che viene dato ultimamente alle direttive, appunto, che il Dipartimento di Propaganda Centrale dirama ai vari organi di informazione.

Queste direttive sono state di recente in parte disattese dalla stampa ed anche fortemente osteggiate dai cinesi nell’incidente del 23 luglio in cui sono stati coinvolti due treni ad alta velocità (di cui uno fermo) con un numero di morti che sembra aggirarsi intorno ai 40 e circa 200 feriti. Sia i parenti delle vittime che molti cinesi chiedono che venga fatta chiarezza sulla questione, ma questo non sembra essere negli interessi del governo, che ha speso molto nell’alta velocità e non vuole un ritorno di immagine negativo.

La linea in cui è avvenuto l’incidente è stata costruita in fretta e furia cinque anni fa, e viene ora messa in discussione la sicurezza su tutta l’alta velocità. In questo caso specifico l’incidente è stato causato da una luce di segnalazione che avrebbe dovuto indicare la presenza di un treno fermo (guasto) sui binari, avvertendo il treno successivo di fermarsi. Tale indicazione non era però presente, portando il secondo treno a schiantarsi contro il primo.

Il Ministero delle Ferrovie sembra essere potente in maniera inquietante, ed è stato già implicato nella morte poco chiara di Zhao Wei, uno studente di ventitrè anni. Preso dalla polizia ferroviaria verso le 3 di mattina, i suoi genitori hanno ricevuto una chiamata alle 8 per avvertirli del fatto che il figlio si era gettato da un edificio ed era ora in ospedale.

Tornando a parlare del recente incidente ferroviario, da qui potete leggere le direttive, in inglese: http://chinadigitaltimes.net/2011/07/directives-from-the-ministry-of-truth-wenzhou-high-speed-train-crash/

Mi limito a tradurne alcuni passaggi:

Direttive addizionali per tutti i media centrali: Queste sono le ultime direttive per parlare dell’incidente del treno ad alta velocità a Whenzhou:

  1. Rilasciare il numero dei morti solamente in accordo con le stime diffuse dalle autorità.
  2. Non parlarne frequentemente.
  3. Bisogna invece riportare più storie toccanti, ad esempio donazioni del sangue, servizi di taxi gratuiti, etc.
  4. Non indagare sulle cause dell’incidente; utilizzare le informazioni fornite dalle autorità come standard.
  5. Non riflettere né commentare.

Per finire, viene anche chiesto (più avanti) di scegliere con attenzione la musica con cui le notizie vengono accompagnate.

Sembra che ora le proteste stiano venendo messe nuovamente a tacere, questa volta con successo, dopo che persino alcune importanti testate giornalistiche avevano ignorato o denunciato le direttive.

Dopo la lettura (e ora le traduzione) di For the Win, di Cory Doctorow, mi trovo a notare sempre più le notizie riguardanti la Cina, come si vede anche dal mio precedente articolo sullo sfruttamento dei prigionieri in Cina continuerò quindi a cercare di dare un po’ di notizie su questa immensa nazione.

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