Lingua dei Segni

I Diversamente Comici arrivano a Genova!

04/07/2012
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Grazie all’associazione culturale Lunaria, che da tempo ridà vita a piazza San Matteo organizzando spettacoli teatrali, tornano a Genova i Diversamente Comici, il duo teatrale composto da Giuditta Cambieri e Francesco  D’Amico, che presenterà lo spettacolo “Se mi ami fammi un segno… ho finito le pile!”.

Basta fare un giro su youtube per accorgersi che il divertimento è assicurato, ma cercherò comunque di parlarne un po’.

Intanto, per chi non li conoscesse, parte della “diversità” del gruppo sta nel fatto che Francesco è sordo dalla nascita. Può leggere le labbra e parlare in italiano (non a caso il vecchio termine “sordomuto” sta venendo finalmente sostituito con il più veritiero “sordo”), ma la lingua che gli è più naturale, e che usa durante tutto lo spettacolo è la Lingua dei Segni Italiana, LIS (che Giuditta gentilmente ci traduce, evitando di escludere quegli udenti che non la hanno ancora imparta).

Da che mondo è mondo, ci sono due modi di scherzare sul diverso (che si tratti differenza di etnia, di religione, di preferenze sessuali o del fisico): quello di chi vuole solo insultare e a cui piace ridere della sofferenza altrui, ghettizzante, che svilisce sia chi viene deriso che chi ride, e quello che invece accoglie tutti, esalta la diversità in senso anche positivo ed è forse il più forte mezzo di integrazione esistente. Perché, si sa, gli esseri umani, quando sono di buon umore, sono molto più inclini a cercare di comprendere gli altri. È inutile dire che l’umorismo dei Diversamente Comici è di questo secondo tipo, ma è bene ricordare che questa differenza esiste.

Grazie all’unione efficace di segni e voce, lo spettacolo non solo riesce a raggiungere tutti, ma esalta ancor di più la ricchezza che può nascere dalla diversità. Con la forza della loro comicità e del loro rapporto col pubblico, estremamente diretto, Giuditta e Francesco riescono a parlare della vita di tutti i giorni senza mai cadere nel banale, dimostrando ancora una volta come con il sorriso si riesca a trasmettere molto di più e meglio che con qualsiasi altro mezzo.


“Se mi ami fammi un segno… Ho finito le pile!” gira attorno alla vita della coppia, piena di incomprensioni, gaffes, e molto altro. Anche se molte delle situazioni verranno facilmente riconosciute da chi, più o meno direttamente, ha avuto a che vedere con la sordità e i sordi (e divertiranno certamente anche chi non è mai entrato in contatto con questo mondo), non si tratta di una coppia di alieni con tematiche del tutto diverse da qualsiasi altra coppia: i temi trattati non solo sono comprensibili a tutti, ma anche vicini a tutti.

Per finire, vi mostro un video di presentazione del duo comico, con anche qualche stralcio di intervista… Per spezzoni di spettacoli dei Diversamente Comici, basta una ricerca su youtube. Nel video qui sotto ci sono poche frasi in italiano che non sono accompagnate da una traduzione in LIS o da sottotitoli, mi permetto di trascriverle sotto (non trascrivo le frasi che sono accompagnate da segni):

(00:10)Francesco: “Io sono nato sordo. Vivo con una famiglia… sordi, anche udenti, tutti e due.”
(00:20)Giuditta: “Io e Francesco, praticamente, ci siamo conosciuti perché io ero la sua insegnante di recitazione a Cinecittà, e lui era l’unico sordo in una classe di udenti. È stato un incontro meraviglioso perché mi sono accorta che era un bene aggiunto alla classe”
(00:30)Giuditta: “Siamo un duo comico. Facciamo cabaret, questo cabaret è particolare per sordi e udenti.”
(01:00)Francesco: “Posso anche parlare, però il modo di esprimere è tutto diverso, perché intanto per esprimere naturalmente. Invece io, sordo, mi esprimo molto meglio con la lingua dei segni, perché è più diretto, più naturale.

Ricapitolando, l’appuntamento è il 19 luglio in Piazza San Matteo (Genova), con i Diversamente Comici e il loro spettacolo ” Se mi ami fammi un segno…ho finito le pile!”. Non perdetevelo!

Biglietto di ingresso a €12 intero e a €10 ridotto (per under 26, over 65, tessera invalidità).
Il prezzo per i soci dell’ENS è di 10 euro .

Pagina di facebook a sostegno dell’evento

Per informazioni rivolgersi a Lunaria Teatro
tel/fax: 010 2477045 – 010 2543450
email:  info@lunariateatro.it
www.lunariateatro.it

Segni in Libertà al SUQ di Genova

18/06/2012
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Questa domenica, 24 giugno, al SUQ allestito nel Porto Antico, l’associazione Mani in Movimento presenta lo spettacolo/laboratorio “Segni in Libertà – Colori in Segni” (trovate qui la pagina Facebook di supporto all’evento). I segni a cui ci si riferisce sono quelli della LIS, la Lingua dei Segni Italiana, ma lo spettacolo sarà godibilissimo anche ad un pubblico che non la conosca, sfruttando a pieno l’espressività di tutto il corpo.

L’associazione Mani in Movimento era già stata ospite del SUQ nel 2011, ottenendo un’ottima accoglienza. Si cercherà quest’anno di proporre uno spettacolo nuovo, fornendo un’ottima occasione per avvicinarsi a un mondo allo stesso tempo vicinissimo e distante, quello dei sordi, visitando allo stesso tempo il SUQ, sempre pieno di cose interessanti.

Lo spettacolo comincerà alle 15, mentre il SUQ sabato e domenica è aperto a partire da mezzogiorno.

In una città tristemente carente di iniziative indirizzate ai giovani, sordi o udenti che siano, l’associazione Mani in Movimento rappresenta un punto di aggregazione importante per i giovani sordi che vivono a Genova, fornendo loro col teatro un potente mezzo espressivo e allo stesso tempo promuovendo iniziative di sensibilizzazione e integrazione.

 Ricapitolando:
Domenica 24 giugno 2012, ore 15:00
Mani in Movimento vi aspetta al SUQ di Genova!

 

Trascrizione dell’intervista a Marco Paolini a “Che Tempo Che Fa”

30/04/2012
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In seguito ad alcune richieste che ho letto in rete di sottotitolare l’intervista a Marco Paolini nel programma “Che Tempo Che Fa”, ho deciso (visto che parla di un tema che mi sta a cuore), di fornire io una trascrizione. Vorrei però che fosse chiaro che programmi come questi dovrebbero essere sottotitolati sempre, almeno nella versione on-line, in cui si ha tempo di farlo per bene. Anche la mia trascrizione non è niente rispetto a dei sottotitoli, che avrebbero permesso a tutti di vedere il volto e i movimenti di Paolini, sostituendone così il tono di voce, impossibile da trascrivere.
Anche se i sordi di cui parla Paolini alla fine dell’intervista sono altri (quelli che un tempo si chiamavano sordomuti e ora per la legge sono “sordi prelinguali”), e sono “solo” uno su mille, la gente che invecchiando perde l’udito prima di perdere la vista e l’intelletto è sempre di più. Rendere disponibili i sottotitoli per tutti non è solo una questione di civiltà, ma la risposta ad un problema sempre più sentito in tutti i paesi moderni, dove la gente non muore giovane e al pieno delle forze, ma può sperare in una rispettabile vecchiaia.

In italia ci sono circa 800.000 persone con disabilità uditive (e non vedo perché a trascrivere queste cose ci sia solo di tanto in tanto qualcuno che lo fa volontariamente, e non qualcosa di sistematico). Prima o poi, se viviamo abbastanza, succederà a tutti noi di perdere l’udito o la vista. Iniziare ad abbattere le barriere portate da questi handicap adesso è il modo migliore per proteggere la nostra vecchiaia.

#######################TRASCRIZIONE################################
E dopo il successo dell’omonimo Ausmerzen spettacolo, è appena uscito il libro “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, edito da Einaudi. E’ qui con noi Marco Paolini!

FF: “Che saluto molto e a cui faccio anche molti complimenti per la tua ultima performance televisiva di cui tutti i giornali raccontano, Galileo, Itis Galileo, che è andato in onda il 25 aprile perlappunto. Ma questa sera siamo qui per parlare di questo libro che mostro al pubblico, è edito einaudi e anche questo si rifà all’omonimo spettacolo del 2011, trasmesso anche quello in televisione da la7 da un ex-ospedale psichiatrico. ‘Ausmerzen, vite indegne di essere vissute’ è un libro di cui non è facile parlare perché mano a mano che ci si addentra, insomma, si ha a che fare, come ci è capitato altre volte in questa trasmissione, di rasentare la ‘zona dell’indicibile’, cioè quella… di quel male, assoluto, organizzato e così difficile da… addirittura concepire, pensare, che quando lo si trova compiuto e poi raccontato, nel senso che abbiamo con le orecchie la tua voce, diventa veramente una lettura impegnativa, ardua e per questo necessaria. E allora io vorrei però , azzerando però tutto quello che ho detto e lo spettacolo che qualcuno certamente ha già visto, ricominciare da capo. Vogliamo intanto vedere cosa vuol dire ‘Ausmerzen’ intanto.”
MP: ” Intanto è il bel titolo per una tragedia brutta. E’ una parola dolcissima, è una parola di pastori. Significa “a marzo”, “da marzo” è lingua tedesca. In quel caso è una parola che ha un… indica una azione che va fatta a marzo, cioè prima della transumanza. Ovviamente a nord le pecore si spostano un po’ dopo. Prima della transumanza, gli agnelli e le pecore che non ce la fanno a fare il trasferimento vanno macellati”
FF: “Quindi una selezione che deve essere fatta del bestiame, prima della transumanza”
MP (parlando contemporaneamente a FF): “Nel mondo contadino si uccidono gli animali”
FF: “Che cosa è aktion T4?
MP:Aktion T4 è un progetto realizzato dal governo nazista e subito progettato dopo l’andata al potere di Hitler, ma concretizzato prima della guerra di eliminare, così come nel gregge, tutte le persone più deboli fisicamente, toglierli dalle spese, tutti quelli che sono considerati mangiatori inutili”
FF: “‘Vite indegne di essere vissute’ significa proprio questo, cioè in un momento di crisi economica come quello in cui le finanze devono essere concentrate negli sforzi bellici, c’è la guerra, non c’è da mangiare per tutti, coloro che erano ritenuti indegni di vivere venivano eliminati”
MP: “Sai, quando noi parliamo di nazisti e di secona guerra mondiale, pensiamo che visti i campi di concentramento abbiamo già visto tutto e non abbiamo più voglia, io stesso, voglia di parlare di questo. In qualche modo, questo potrebbe essere un prologo a quello che di orrendo è poi stato fatto durante il conflitto con gli ebrei e con gli oppositori. Però, appunto, come hai detto tu, evocando la parola ‘crisi economica’ o ‘soluzione di problemi interni’, questo in realtà non è il danno collaterale di qualcosa, perché questo è un progettino che nasce nel momento in cui si stabilisce chi ha dignità di vita e chi non ce l’ha. E… e quando questa cosa poi si somma alla difficoltà di far fronte al bilancio e che si considera la nazione come una specie di grande famiglia, ecco che la decisione di chi può stare nelle spese e chi non può stare nelle spese tocca al capofamiglia. Qualcuno decide per gli altri.”
FF: “Vennero sterminate, in questo posto 300.000 persone, attraverso questo progetto. Chi veniva sacrificato? Chi erano le persone da scarificare? Per lo più.”
MP: “Tutti quelli che erano fuori dai parametri.”
FF: “Quindi, disabili…”
MP: “Se io vengo considerato fuori dai parametri sono dentro questa lista. Sì, i disabili.”
FF: “Ma anche, anche bambini irrequiti, per esempio”
MP: “Quello, in qualche modo, dipende dal fatto che all’inizio questa cosa… Un conto è parlarne, come ne parliamo io e te. Un conto è cominciare a farlo. Anche loro non osavano farlo, all’inizio. C’era un pensiero, che conteneva tutto questo, un pensiero che veniva fortemente spinto dalla scienza, che aveva individuato l’ereditarietà, che sembrava la spiegazione di tutto il bene e tutto il male del mondo. E quando gli scienziati diventano sacerdoti di un loro culto, cioè quando loro si mettono due scalini sopra tutti gli altri, per dire ‘tu sì, tu no, perché io ho i numeri’ e questo è quello che ha fatto la scienza, all’inizio del secolo, è con questo che fornivano delle, appunto classifiche. All’inizio… dico, un conto è parlarne in astratto. Un conto è cominciare a farlo. Quando decisero di cominciare a farlo, prima, ma non solo in germania, sterilizzavano. Tutti quelli che non dovevano riprodursi. E questa cosa l’hanno fatta nazioni civili, democrazie, non solo le dittature. E la hanno fatta fino agli anni ’60 in tutte le civili nazioni del nord Europa. L’hanno fatta… I tedeschi fecero questo salto in più, cioè Ausmerzen, e cominciarono con i bambini.”
FF: “Ora, data l’ora in televisione eccetra, useremo alcune cautele. Diciamo che quello che come sempre colpisce è la spietatezza dei sistemi adoperati, perché sono sistemi freddi, tecnici, per l’appunto, talmente tecnici che in realtà erano volti a non colpevolizzare chi li metteva in atto, perché non c’era una determinazione di causa-effetto immediata, perché non è che venissero immediatamente uccisi, ma venivano somministrati farmaci che portavano, per esempio a blocchi respiratori, polmonari, per cui si poteva scrivere che la causa del decesso era un blocco respiratorio. Che ovviamente era stato indotto da quei farmaci. O addirittura diete che… che, insomma… non nutrienti che inducevano alla morte.”
MP: “Fabio, stai dicendo… Io metterei il soggetto, chi deve fare queste cose…”
FF: “Personale medico, infermieri”
MP: “Appunto. Quando parliamo di campi di sterminio…”
FF: “Sono soldati, militari, certo”
MP: “Certo e di una guerra e di un esercito che si comporta così contro dei nemici. Ma in questo caso sono i medici, le infermiere. L’apparato della sanità a cui viene chiesto non più di curare, ma di uccidere”
FF: “Senti, c’è una pagina, pagina 103, che è una lista della spesa. Lista della spesa che viene trovata evidentemente quando il T4 cessa, negli anni successivi viene recuperata questa lista della spesa che spiega esattamente quello che stavamo dicendo, cioè quanto questa cosa fosse tecnica fredda e questa pratica legata al risparmio, al risparmio pratico. Io ti pregherei di leggerla, se vuoi”
MP: “Se ci vedo…
Allora, questa l’hanno trovata in un armadio ad Hatheim, in uno di questi posti dove facevano queste cose.

E’ stato calcolato che fino al 1° settembre 1941 sono stati disinfettati 70275 pazienti.
Calcolando come costo giornaliero 3 marchi e 50, abbiamo fatto risparmiare:
4 milioni 781 mila 339 chili di pane
19 milioni 754 mila 325 chili di patate
Marmellata, margarina, caffè, orzo, zucchero, farina, carne, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 55 milioni 735 mila 055 chilogrammi.
E inoltre 2 milioni 124 mila uova.
L’allontanamento, l’eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per… e poi c’è la cifra.
Condinuando così in dieci anni l’1 percento della popolazione non graverebbe più sulle spese sanitaria.

FF: “Senti, hai detto prima che gli assassini sono medici, infermieri, persino suore ma come era possibile che non si accorgessero… come è possibile, te lo sei chiesto, che non si accorgessero del significato delle loro azioni, di quello che stavano facendo? Cioè, cosa era successo perché si arrivasse ad accettare quelle disposizioni lì? Anche perché poi le cose sono continuate persino dopo la guerra. Anche quando Berlino è stata liberata è continuata ancora questa pratica, per un anno circa…”
MP: “Sì. Le idee, all’inizio, sono piccole. Io e te ne parliamo con un certo senso di orrore. Ma dipende: nei manicomi finivano… non abbiamo usato la parola manicomi, quindi…. All’inizio, ho detto: ‘hanno iniziato uccidendo i bambini’. Perché erano nati da poco e pensavano che la gente non aveva ancora fatto a tempo ad affezionarvisi. Hanno ucciso circa 5 mila bambini con il consenso dei genitori, che venivano ingannati. A loro si diceva che ‘il bambino ha una malattia incurabile, ma lo stato, la medicina nuova, ha trovato una soluzione. E’ un po’ rischiosa. Volete che ci proviamo?’ Se tu hai un figlio per il quale ti è stato detto che dovrai tribolare e soffrire per tutta la vita e qualcuno con l’inganno ti dice ‘c’è una cura, c’è un po’ di rischio, volete?’. Firmavano, quei genitori. Quella firma serviva a togliere il figlio dalle spese. Poi passarono dai manicomi, a pulire, a togliere dalle spese i manicomi. Ma nei manicomi… appunto, finiva gente che aveva troppi fratlli, che non aveva dei mezzi, che aveva malattie o aspetti fisici poco gradevoli… Nei manicomi c’era una popolazione molto eterogenea, era facile finirci. E quindi lì si trattava comunque di mettere insieme una serie di persone non tutte simpatiche, come quella bella faccia di Lossa che c’è a un certo punto nel libro. Alcuni non erano così simpatici.”
FF: “Ernest Lossa è un bambino di cui si racconta in Ausmerzen, un bambino molto simpatico, ma un po’ vivace che rubava le mele per esempio…”
MP: “Sì, quello che avrebbe avuto bisogno di un’insegnante di sostegno”
FF: “Sì, questo bambino qua ed p uno dei bambini sacrificati…” [è circa il minuto 12, appare la foto del bambino. Comincia un forte applauso] “…Sacrificati” [l'applauso continua]
FF: “Come vi dicevo, insomma è un libro che rasenta, sfiora, racconta, in qualche modo, l’indicibile. Dico sfiora perché l’indicibile non si può dire, si può provare a delinearlo, ma alla fine non… non ci sono le parole per dirlo. Alla fine del tuo racconto tu dici: ‘non basta essere d’accordo sul passato, su quanto è accaduto, sul passato da condannare, ma anche pensare al futuro’. Tu da dove partiresti per pensare al futuro dopo esserti spinto in questo racconto?”
MP: “Io mi sono posto il problema di cosa avrei fatto io. Non sono così sicuro che mi sarei accorto di cosa stava accadendo. Non sono così sicuro che, accorgendomene, non mi sarei alla fine abituato. Perché alla fine, quando fanno una cosa del genere, ci sono un piccolo gruppo di persone fieramente convinte, un piccolo gruppo di persone fieramente contrarie, e ce ne sono tanti che non se ne accorgono o che dicono che non hanno capito quello che stava succedendo. Diventa normale, questa è la sensazione. Allora ho scritto con questo punto di vista, chiedendomi se non ci sia qualcosa, che stia già cominciando ad accadere, di cui non mi accorgo. Ho provato a ragionare su se sono davvero attento ai segni di quello che mi sta attorno: se posso rasserenarmi e rassicurare e considerare tutto quanto normale o se in questa normalità non ci siano dei parametri.”
FF: “Marco Paolini è in tournè in questi giorni con Itis Galileo, domani sarai [Nota della trascrittrice: seguono le date degli spettacoli, non li trascrivo, si possono trovare in rete]. però prima di lasciarci ti abbiamo chiesto di leggere un brano da Ausmerzen, puoi presentarlo, introdurlo, così ti capiamo meglio?”
MP: “Sì è un brano che parla di dove sono nate queste idee, che non sono nate in Germania.”
FF: “Hanno a che fare con la Belle Époque, vero? Cioè con la fine dell’800″
MP: “Sì, volevo raccontarvi un uomo. Un uomo che, se io dico il telefono, l’uomo che ha inventato il telefono…”
FF: “Noi diciamo Meucci, ma in realtà…”
MP: “Noi diciamo Meucci, ma gli americani dicevano Bell. Adesso hanno imparato a dire Meucci anche loro. Però Bell anche noi sappiamo chi è. E io volevo raccontarvi un momento di questo personaggio straordinario, però ve lo leggo.

Alexander Graham Bell è un uomo di chiara fama e molti meriti; viene considerato a lungo l’inventore del telefono (anche se, giustamente, per noi italiani, e anche per il senato degli Stati Uniti dal 2002, quello è Meucci). Il suo lavoro nella scienza e le sue invenzioni lo fanno considerar un padre della nazione uno dei cento più grandi britannici e americani di tutti i tempi. Anche le più stringate biografie su internet non possono occupare meno di quattro pagine per elencarne tutte le scoperte.
Bell, che era di origine scozzese, diventò cittadino americano, diventò ricco, famoso, con la sua compagnia telefonica, e fu fra i principali sostenitori del movimento eugenetico in America.

Matha’s Vineyard è un’isoletta dell’Atlantico del nord. E’ abbastanza famosa per varie ragioni: John Belushi è sepolto lì. Spielberg, lì, nel’75 ha girato Lo squalo. Poco tempo dopo che la compagnia telefonica Bella aveva cominciato a cablare l’America, Bell si recò lì per delle ricerche sulla sordità. All’epoca un quarto degli abitanti dell’isola ne erano affetti. E per ragioni pratiche il linguaggio dei segni era usato da tutti e tutti lo capivano. [Alza gli occhi, smette di leggere, guarda verso il pubblico] Se sei in un’isola di pescatori, usare il linguaggio dei sordi fra una barca e l’altra ti aiuta. Poi il prete si lamentava perché in chiesa, praticamente, non è che parlassero, però, insomma… comunicavano. [torna a leggere] Bell si convinse la sordità era ereditaria e chiamò quella di Martha’s Vineyard ‘variante peggiorativa della razza umana‘. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] E’ questa l’eugenetica, mettere i parametri: chi è normale e chi no. [Torna a leggere] Propose di proibire ai sordi di sposarsi, perché non si riproducessero. Propose di chiudere le scuole pubbliche per i sordi perché inutili, anzi, dannose, perché rendevano più normale la malattia. Anche il lettore meno attento non può non cogliere il nesso: sordi contro soldi. Lo scienziato Bell non può che lottare contro la peggior malattia che ci può essere per l’industriale Bell che vende telefoni. I sordi si oppongono al progresso e lui si oppone ai sordi. Ma non è così semplice. Alxander Bell conosceva a fondo il problema della sordità. Sua madre era sorda, suo padre professore di dizione. Aveva inventato un metodo di lettura delle labbra e di articolazione delle parole per permettere ai sordomuti di comunicare. Anche Bell aveva insegnato ai sordomuti: professore di Psicologia vocale e di dizione all’Università di Boston.
Sua moglie Mabel era sordomuta ed era una sua ex-allieva. La sua invenzione del telefono deriva da ricerche di Bell di un apparecchio per fare comunicare anche i sordomuti. Quindi non si può dire che il problema non gli stesse a cuore. Tuttavia, per Bell, i sordi non dovevano avere figli. Nonostante ciò, da Mabel, ebbe tre figli. Tutti e tre senza problemi di udito. La felice circostanza avrebbe dovuto almeno farlo dubitare della sua certezza del carattere ereditario della sordità. Infatti solo certi tipi di sordità sono ereditari. Ma su questo Bell non ebbe ripensamenti. Di lui si conoscono progetti mirabili e lungimiranti, un carattere gentile e affettuoso e saldi principi eugenetici. Sapeva naturalmente che se i principi da lui invocati fossero stati applicati prima alla sua famiglia, né lui né i suoi figli, sarebbero nati, tuttavia continuava la sua battaglia. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] Perché non ci fanno un film su uno così? [Torna a leggere] Bell è un esempio straordinario di come senza un fanatismo apparente, in nome di un bene supremo per la società, si accettino danni collaterali per le persone, facendoli apparire un costo sociale ragionevole.
Bell è un padre, padrone, ma gentiluomo”
FF: “Grazie a Marco Paolini, la lettura è tratta da Ausmerzen, edito da Enaudi, di Marco Paolini”

Il segno dell’integrazione – Trascrizione da Radio 3 Scienza

06/03/2012
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E’ andata oggi in onda su Radio 3 una intervista ad Olga Capirci (qui la sua pagina all’ISCT) riguardo al riconoscimento della LIS, Lingua dei Segni Italiana. Trascrivo tutto per permettere di leggere nel dettaglio la trasmissione, ma vi segnalo anche l’articolo “Lo strano no della Camera alla Lingua dei Segni“.

Per chi può sentire, qui c’è la registrazione della trasmissione radio “Il segno dell’integrazione“.
L’intervista ad Olga Capirci è a partire dal minuto 12.

Per chi può fare tutto tranne sentire, qui c’è la trascrizione (segnalazioni di refusi sono ben accette):

Radio 3 Scienza

Buongiorno, buongiorno da Pietro Greco e benvenuti a Radio 3 Scienza.

[... passiamo al minuto 12:00]

P.G. “Nei giorni scorsi la commissione cultura della camera, la settima commissione, ha detto no, sostanzialmente, al riconoscimento della Lingua dei Segni, la lingua che, tra virgolette, “parlano” le persone sorde e, ovviamente, mute. Perché era in discussione questa legge, e soprattutto perché la commissione cultura ha detto no e quali conseguenze ci saranno? Di tutto questo ne parliamo con Olga Capirci, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma ed esperta, appunto, di Lingua dei Segni Italiana
Buongiorno…”

O.G: “Buongiorno”

P.G.: “… buongiorno Olga Capirci, ci dice, ci racconta un po’ cosa è successo alla commissione cultura della camera e che cos’è la lingua dei segni?”Foto di Olga Capirci

O.G. “Sì, dunque, la storia parte un po’ più lontana nel tempo, con… Prima c’è stata la risoluzione del parlamento europeo, nel 1988, addirittura, che ha richiesto, diciamo, agli stati membri di riconoscere le lingue dei segni delle proprie nazioni, parliamo già al plurale perché la lingua dei segni non è un’unica lingua dei segni, ma sono tante lingue dei segni diverse, parlate dalle comunità dei sordi, italiane, francesi e spagnole proprio come lo sono le nostre lingue normali, proprio perché stiamo parlando di lingue storico-naturali che hanno le stesse funzioni delle lingue vocali, che possiedono delle strutture complesse, che non dipendono dalle lingue vocali parlate nell’ambiente che condividono. Quindi, per esempio, l’italiano e la lingua dei segni italiana hanno delle strutture diverse che sono, nel caso della lingua dei segni, particolarmente adatte proprio alla modalità in cui queste lingue si esplicano, cioè alla modalità visivo-gestuale. Quindi sono lingue che hanno una loro grammatica che si attua e si manifesta nello spazio, con dei movimenti che riguardano non solo le mani, ma un po’ tutto il corpo. Però sono allo stesso tempo analizzabili e sono state ampiamente analizzate e studiate secondo gli stessi principi linguistici delle lingue parlate.
Ritornando alla storia e al nostro iter, c’è stata, ancora più importante, la convenzione ONU che riguarda proprio i diritti delle persone disabili, che è stata appunto poi ratificata in Italia nel marzo 2009 e che espressamente, in più punti e in più articoli richiama la necessità di tutelare e promuovere le lingue dei segni sulla base del proprio del riconoscimento della specifica identità culturale e linguistica delle persone sorde.
Tutti gli stati parte, o parti, come viene detto in termini legislativi, sono richiamati ad applicare, secondo principi contenuti nella costituzione, noi sappiamo che dobbiamo applicare queste leggi. E’ successo in Italia, purtroppo… Diciamo, per dare un po’ l’idea, che il riconoscimento delle lingue dei segni è già presente in cinquanta paesi nel mondo e in quasi tutti i paesi dell’unione europea. E’ l’italia che è rimasta, diciamo, un po’ indietro in questo iter. Il senato aveva comunque approvato una legge per il riconoscimento della lingua dei segni già nel 16 marzo 2011, con un titolo anche più pieno “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”. Dopodiché, come sappiamo, dal senato passa alla camera. E’ passato parecchio tempo perché da marzo 2011 siamo arrivati ad oggi, al 15 febbraio 2012, in cui, dopo che la commissione affari sociali ha riconosciuto, ha promulgato, un testo che, lo voglio dire, già snaturava un po’ il testo del senato. Perché in realtà dal titolo era già stato tolto il riconoscimento della lingua italiana dei segni, e veniva un po’ appaiata ad altre tecniche: cioè c’era la lingua dei segni e tecniche informatiche, tecniche di altro genere.

P.G. “Non veniva riconosciuta come lingua, ma solo come tecnica espressiva”

O.C. “Eh, sì, sì, appunto. Questo già ha sollevato un grande dibattito nelle comunità dei sordi, ma anche di noi ricercatori, che abbiamo grandemente appoggiato, parliamo anche di Tullio de Mauro, parliamo anche di grandi nomi dell’Università italiana che hanno dato appoggio a questa giusta causa portata avanti dall’associazione dei sordi perché si parla di Lingua, si parla di Identità, si parla di Cultura e non di una tecnica. Una lingua non può mai essere una tecnica.
Nonostante ciò, la commissione della camera, giustamente diceva il conduttore, la commissione Cultura, Scienza ed Istruzione, ha dato questo parere contrario. Ma quello che più offende, sinceramente, proprio il mio essere studiosa, al di là di tutte le conoscenze, è la motivazione. La motivazione dice: ‘più che includere i non udenti nella società, questo utilizzo della lingua dei segni, piuttosto porterebbe ad escluderli, precludendo loro di esprimersi attraverso la stessa lingua circolante’. Io credo che questo sia uno schiaffo a chiunque abbia del buon senso. Cioè è come dire, mi veniva in mente proprio stamattina, mentre pensavo a questa trasmissione, è come dire che se noi riconosciamo che il cinese è una lingua. precludiamo ai bambini cinesi che vivono a Roma di essere inclusi nella nostra società. Come se loro parlassero il cinese non potrebbero parlare anche l’italiano. Cioè noi viviamo in una società che è multietnica e multiculturale, lo vediamo tutti.”

P.G.: “sì, sì”

O.C. “E’ la nostra ricchezza, io credo. Il riconoscimento della lingua, ma dell’identità, della cultura di tutti questi popoli che non devono essere omologati nella maggioranza, cioè non torniamo veramente troppo troppo indietro nel tempo. Non siamo dei colonizzatori: c’è il rispetto e c’è la vicinanza. Oltre tutto, poi, per parlare in termini più tecnici e scientifici sappiamo poi che il bilinguismo è una ricchezza. Ogni bambino che viene esposto…”

P.G. “Sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista cognitivo?”

O.C. “Certo, è una ricchezza sociale, come stiamo dicendo, ma anche cognitiva. Anche nel linguaggio. I bambini che crescono bilingui, secondo studi condotti e pubblicati su riviste prestigiose come Nature, non stiamo parlando insomma di piccole riviste, quindi un vaglio importante, ci dicono che anche il bilinguismo fra lingua dei segni e lingua parlata piuttosto che ostacolare… cioè, l’acquisizione di una lingua dei segni da parte di un bambino sordo non ostacola il processo di acquisizione della lingua vocale. Ma non solo non lo ostacola: lo favorisce! Perché, così come per altri bilinguismi fra lingue vocali, potenzia le abilità cognitive del bambino, potenzia anche la sua predisposizione ad acquisire altre lingue. Questo lo abbiamo fatto anche noi qui in Italia, no?”

P.G. “Certo”

O.C. “Una sperimentazione anche dell’insegnamento della lingua dei segni a bambini udenti delle scuole elementari e si è visto che anche lì come dare un po’ di lingua dei segni ai bambini udenti potesse potenziare le loro abilità. Quindi mi sembra veramente brutta questa contrapposizione. Quello che volevo dire è che anche nella realtà dei fatti non esistono sordi solo segnanti e sordi solo parlanti. Noi vediamo davanti agli occhi quotidianamente sordi che utilizzano la lingua dei segni e che parlano in diversi contesti, con diversi interlocutori. Così come le altre comunità che convivono qui con la nostra. Quindi contrapporre queste due lingue è non solo falso, ma anche ideologicamente falso. Perché è sotto gli occhi di tutti, e non solo di noi studiosi, che è diversa la realtà dei fatti, soprattutto in Italia.

P.G. “Quindi, se ho ben capito, la commissione cultura della camera è entrata nel merito scientifico e dice che la lingua dei segni non è un fattore di inclusione, ma addirittura un fattore di esclusione. E dice il contrario di quanto dice la comunità scientifica, e dei risultati a cui è giunta la comunità scientifica. E’ così?”

O.G. “Certo, è proprio questo il punto. Non si può prescindere dai risultati pubblicati su riviste prestigiose, da una comunità scientifica che su questo è unanime, ma a livello internazionale, usciamo fuori anche dalla sola Italia. Quindi, si può dire tutto, ma non si può negare la scienza, o contrapporre un sapere ad un parere.”

P.G. “Ecco, lei diceva che la lingua dei segni è importante per i sordi perché aumentano le loro capacità cognitive, le loro capacità di espressione, le loro capacità di integrazione. Ma sarebbe anche importante per le persone che parlano normalmente perché… abitua al gesto? Cioè, qualifica anche l’espressione gestuale?”

O.C. “Sì, guardi, io mi occupo poi in realtà anche di studi sulla gestualità coverbale e ci sono anche in questo campo tantissime ricerche, ne è proprio stata pubblicata una recentemente su Science, che dicono come una gestualità potenziata, anche nei bambini udenti, che non hanno altri disturbi, può favorire i processi di apprendimento. Sono state fatte ricerche di come se da parte degli insegnanti e da parte del bambino stesso, viene favorita una comunicazione gestuale, favorisce, ad esempio, l’apprendimento della matematica o di concetti complessi. C’è, addirittura, un progetto portato avanti da tanti anni in America che si chiama Baby Signs: viene data l’opportunità alle mamme di bambini udenti, anche qui senza altri disturbi, di insegnare ai loro bambini alcuni segni base, da qui il ‘Baby Signs’, i primi segni che i bambini sordi utilizzano. Perché si è visto che questo, cioè il dare anche questo segno, che è una gestualità anche più codificata, favorisce nel bambino poi l’acquisizione del lessico: cioè questi bambini poi parlano più precocemente ed hanno più parole nel loro vocabolario. Cioè tutto il linguaggio, dico io, dobbiamo un po’ uscire fuori, le nuove ricerche lo dimostrano, è multimodale. Anche noi parlanti utilizziamo le mani, il corpo, per comunicare”

P.G. “Giusto”

O.C. “E quindi dare vigore a questa cosa, che è naturale per tutti gli uomini, favorisce lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio e anche, siccome il gesto è proprio legato anche alla costruzione dei significati, dei concetti e del pensiero, favorisce proprio una maggiore chiarezza nella…”

P.G. “Ecco, Federico da Parma un nostro ascoltatore ci dice ‘la gestualità è stata la nostra prima lingua, poi si aggiunse il suono, parola di Barts, più canali si attivano e meglio è’”

O.C. “Ah…”

P.G. “Eheh”

O.C. “E’ bellissimo, sì. Perché infatti ci sono state e sono state riprese anche recentemente, ma diciamo che già nel 1700-1800 le maggiori teorie, diciamo così, sull’evoluzione del linguaggio proprio del genere umano vedevano il gesto all’inizio del linguaggio. Era un po’ il contrario della gestualità coverbale di oggi: cioè inizialmente si pensa che i primi primati utilizzassero come forma di linguaggio vero e proprio, con già una propria sintassi e grammatica, le mani, il corpo, la comunicazione gestuale. E il linguaggio parlato erano voci, diciamo le componenti vocali, soltanto che servivano per attrarre l’attenzione, per accompagnare il gesto. Poi dopo c’è stato questo passaggio nella fase evolutiva che noi diciamo un po’ questa origine filogenetica poi viene quasi ripercorsa in maniera ontogenetica nella crescita del bambino. Il bambino, tutti i bambini, inizialmente comunicano attraverso le mani, attraverso i gesti, il vocale sono solamente vocalizzi, suoni, che accompagnano i gesti e man mano il bambino poi passa invece a produrre le prime parole, ma il gesto non scompare, continua ad accompagnarle.

P.G. “Quindi è come se il bambino ripercorresse la storia dell’uomo”

O.C. “Eh, sì, noi sappiamo che l’ontogenesi non può ricapitolare la filogenesi, è un po’ una forzatura, ma in un certo senso possiamo trovare però delle corrispondenze e delle affinità, capire la storia dell’umanità attraverso il percorso del bambino che sta acquisendo.

P.G. “E quando acquisice il linguaggio parlato poi dimentica la gestualità o no?”

O.C. “Ecco, no, assolutamente. Lo vediamo: noi adulti gesticoliamo, io in particolare gesticolo molto, a il gesto…”

P.G. “Anche noi napoletani”

O.C. “Ecco, sì, i napoletani, c’è un bellissimo libro di De Iorio del 1800 ‘L’arte del gesticolare dei napoletani’, ma Munari anche fece un libretto molto carino che era un dizionario dei gesti italiani ad uso degli stranieri, perché riteneva che per uno straniero che viene in Italia se vuole imparare l’italiano deve capire anche i gesti. Quindi è sotto gli occhi di tutti. Ma nel bambino, in tutte le fasi dello sviluppo, il gesto non solo accompagna il vocale, ma aiuta a superare degli stati particolari e quindi assume dei ruoli diversi a seconda delle fasi, ma sempre dei ruoli molto di supporto anche nello sviluppo della comunicazione e in quello che il bambino può esprimere.”

P.G. “Bene, per concludere, Olga Capirci, possiamo fare un invito alla… non tutto è già stato scritto… alla Camera dei Deputati?

O.C. “Assolutamente, perché si può anche non tener conto di questo parere negativo della commissione cultura, in teoria. La commissione Affari Sociali potrebbe comunque andare avanti, o comunque speriamo che invece si ridiscuta con un testo anche migliorato forse, che ci piacerebbe anche di più.”

P.G. “Quindi con molto rispetto per il Parlamento noi facciamo questo invito.”

O.C. “Certo”

P.G. “Grazie allora ad Olga Capirci, ricordo ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, del CNR di Roma.”

Corso LIS base a Genova

24/02/2012
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Sta finalmente per partire il corso LIS di primo livello della cooperativa Alba, presso il circolo Zenzero di Genova.

Si tratta dello stesso corso che ho seguito io negli ultimi mesi, e ho fortemente voluto che arrivasse anche a Genova, dove ormai da diverso tempo non si organizzavano corsi di Lingua dei Segni Italiana. L’insegnante (sordo), Claudio Baj, è di una bravura che è difficile descrivere a parole (o a segni) e riesce con naturalezza non solo ad insegnare la LIS, ma, cosa forse più difficile, a fare entrare gli allievi  nel giusto ordine di idee per avere una vera comunicazione… Non solo con i sordi, penso, ma con chiunque.

E’ difficile da spiegare, ma credo che il problema sia che diamo troppo per scontata la nostra lingua madre: la comunicazione nella vita di tutti i giorni è così facile che non dobbiamo neanche prestarci veramente attenzione. Il Corso di LIS della cooperativa Alba, fin dalle prime lezioni (e forse soprattutto in quelle), oltre ad insegnare la LIS restituisce alla comunicazione l’attenzione che questa merita.

Le informazioni sul corso sono tutte qui: http://www.babacova.com/wp/blog/2012/02/23/corso-lis-base-a-genova/

LIS: Come ottenere più visibilità?

22/02/2012
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Questi sono solo alcuni miei pensieri personali, ma l’argomento è così importante che mi sento in dovere di pubblicarli per fare qualche proposta. Per favore, scrivete nei commenti tutto quello che pensate (anche e soprattutto se non siete d’accordo), che sicuro discutere seriamente della questione aiuta.

E’ da qualche giorno che su facebook rimbalza l’idea dello “sciopero dei sordi”: per una giornata, andiamo in giro e parliamo in LIS, o in italiano, rifiutandoci però di leggere le labbra, lamentandoci che chi ci è di fronte “parla male”. Divertente, ma non mi sembra possa aiutare molto la causa della LIS: cosa penserà la gente che vi vede? Che siete sordi segnanti e non sapete leggere le labbra. Un po’ come dare ragione a chi, alla Camera, non vuole riconoscere la LIS.

Se però l’idea di questo “sciopero della labiolettura” vi piace, c’è una soluzione semplice. Prima voglio farvi un esempio.
Immaginiamo che un piccolo gruppo di persone, senza dire nulla, vada in stazione e si metta sui binari dei treni. Cosa pensereste? Che sono stupidi o ubriachi. Se però queste persone hanno degli striscioni, distribuiscono volantini e cantano cori, lamentandosi di qualcosa, capite che è una protesta. Potete non essere d’accordo, ma capite perché lo fanno.

La soluzione, se proprio si vuole fare uno sciopero della labiolettura può essere questa: non lamentatevi che la persona davanti a voi parla male (magari è un poverino che sarebbe anche dalla vostra parte se sapesse cosa sta succedendo, non c’è bisogno di insultare). Preparate invece un volantino o un biglietto, stampatelo. Un esempio potrebbe essere questo volantino per spiegare lo “sciopero”.

Stampatene tante copie, e lasciatene sempre una a chi sembra stupito dal vostro comportamento.
Se non fate lo “sciopero della labiolettura”, cancellate semplicemente la seconda riga del titolo (“Sono in sciopero, oggi non leggo le labbra. Per favore, scrivi!”) e avete comunque già un volantino da distribuire per qualsiasi occasione… Potete direttamente scaricare e usare questo altro volantino, o crearne uno voi.

Detto questo, volevo fare io qualche proposta per aumentare la visibilità della LIS:

Vediamoci in piazza
Questa è facile da organizzare in quasi qualunque città. Basta scegliere un giorno, meglio se tutte le settimane, in cui si va a chiacchierare in 5-10 persone nella piazza principale della vostra città (o un parco molto frequentato)… Potete scegliere di farlo solo se c’è bel tempo, tanto se c’è brutto tempo la gente in giro è poca e serve meno.
Se vi trovate particolarmente bene e avete un pomeriggio della settimana in cui molti possono, può diventare un evento fisso, ad esempio potrebbe diventare una abitudine farlo tutti i mercoledì in cui c’è bel tempo.
State lì con i vostri amici chiacchierando in LIS. Potete stampare un po’ di volantini e darli a chi vi fissa incuriosito.

Lezione in piazza
Qui ci vuole un po’ più di preparazione: un corso di LIS può tenere una o più lezioni (se il tempo è bello) in un luogo molto frequentato della vostra città (una piazza o un parco). Per “lezioni” si possono intendere due cose:

  1. Organizzare una lezione di LIS, per gente che studia già la LIS. Vanno bene normali lezioni del corso, pensate per gli allievi dello stesso. Non preoccupatevi se chi passa non capisce (ma fate in modo che ci sia almeno una persona a distribuire volantini che spieghino cosa state facendo) e fate una lezione per i veri allievi di un vero corso di LIS.
  2. Organizzare una lezione aperta al pubblico sulle basi della LIS. Potrebbe essere una lezione breve, che insegni le basi della grammatica (per fare vedere che la LIS ha una grammatica diversa dall’italiano), un paio di formule di cortesia (“Grazie”, “Scusa”) e una o due frasi che rendano molto chiara la differenza con l’italiano (“Io abito a “, se ci sono dei bambini: “Quanti anni hai?” e così via). Se è abbastanza breve può essere ripetuta un paio di volte in un pomeriggio.
  3. Organizzare una lezione “con argomento diverso dalla LIS”, con un interprete che la traduca in LIS o in italiano. Lo scopo è mostrare a tutti gli udenti di passaggio che si può parlare di argomenti astratti e complicati in LIS. Può essere sulla storia della città, sulla storia dei sordi, sulle innovazioni della scienza… Fate voi, decidete a seconda di chi potete trovare per tenere la lezione.

 

C’è un’altra cosa che penso andrebbe fatta, in tutte queste occasioni, ma che mi vergogno un po’ a proporre.

Bisognerebbe avere alcune persone, sorde, disposte a parlare italiano se serve. Immagino che alla maggior parte di queste cose prenderanno parte anche degli udenti segnanti, ma se uno dei problemi è chiarire che “il gesto non uccide la parola”, mi spiace, ma va dimostrato. Non parlo di lunghi discorsi. Basta una frase o due, anche solo dire “Certo che so parlare”, per poi passare nuovamente a segnare (facendosi tradurre da un’interprete, se c’è, spiegando perché si vuole comunque poter usare la LIS).

Ricordo una intervista a Marlee Matlin, la famosa attrice sorda che ha vinto l’Oscar per la sua parte in “Figli di un Dio Minore”. Ovviamente c’era un interprete e l’intervistatrice le chiede: “Spiegami una cosa, se io e te volessimo uscire una sera a cena…” e Marlee Matlin, l’ha interrotta, parlando inglese, dicendo chiaramente “Non abbiamo bisogno di lui”, indicando l’interprete. E poi ha continuato, in lingua dei segni: “Posso leggere le tue labbra, anche con quel tuo accento del…” e dice di dove ha l’accento la presentatrice, ora non me lo ricordo. Con sole quattro parole (“We don’t need him”) ha chiarito che l’interprete è un sostegno prezioso, ma che lei è una persona indipendente, che non ha bisogno di qualcuno che la segua quando va a fare la spesa per tradurla quando vuole dire “voglio un chilo di arance”.

In maniera simile, bisogna fare in modo che gli udenti abbiano chiaro il seguente concetto: “La LIS permette ai sordi di esprimersi facilmente e pienamente, ma non li ghettizza, non impedisce la loro integrazione: perché i sordi possono essere bilingui. Essere costretti ad usare solo la lingua parlata rende più difficile l’integrazione, perché rende difficile la trasmissione della cultura e apre la strada a tantissimi malintesi, ma nella vita di tutti i giorni i sordi bilingui possono cavarsela perfettamente usando la lingua più adatta ad ogni situazione”

Questo è qualcosa che aiuta moltissimo la nostra causa. E posso capire che non tutti abbiano voglia di mettersi in mostra per dimostrare a qualche curioso di poter parlare (segnanti o oralisti, c’è qualcuno che non sia mai stato preso in giro, magari da bambino, per come parlava? E’ normale essere stufi di dover sempre dimostrare qualcosa)… Per questo basta che ci siano alcune persone che lo facciano, persone che si sentano a loro agio a scambiare qualche frase con uno sconosciuto, giusto per chiarire che i sordi segnanti sono sordi, non sordomuti.

Impianto cocleare e lingua dei segni

02/02/2012
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Essere completamente sinceri ha un prezzo: a qualcuno le tue opinioni non piaceranno.

Ma quando ho letto la storia di Leah, nata con una sordità profonda, ho sentito il bisogno di tradurla in italiano, per permettere a tutti di vedere come strade che sembrano alternative possono in realtà convergere e dare vita a risultati meravigliosi…

Si potrebbe dire molto sugli impianti cocleari, che come ogni operazione medica hanno i loro rischi e i loro vantaggi, e si potrebbe dire molto sulle lingue dei segni, che sono vere e proprie lingue, non semplice mimica. Purtroppo sembra che su questi argomenti ci siano molte accuse reciproche e poca discussione… E, ancor peggio, vengono viste come due strade inconciliabili, con il risultato che chi sceglie di seguire la strada dell’impianto cocleare nega ai suoi figli la possibilità di apprendere rapidamente e naturalmente la lingua dei segni, lingua su cui la comunicazione può appoggiarsi fin da subito, senza alcun rischio di ritardi cognitivi per il bambino. Mentre chi è contro l’impianto cocleare spesso non si informa quanto dovrebbe in merito.

Fortunatamente, niente è riuscito a fermare i genitori di Leah. Ecco la loro storia:


Dall’originale: My Two Cents: Cochlear Implants

Un tempo mi sentivo triste per i bambini che avevano un impianto cocleare. È così.

Quando li vedevo mi si spezzava il cuore perché credevo davvero che i loro genitori, semplicemente, non capissero la sordità. Giudicavo questi genitori. Assumevo che i genitori stessero cercando un modo veloce per riparare qualcosa che secondo me non aveva bisogno di essere riparato. Dicevo cose del tipo. “Non farei mai QUESTO al mio bambino”. Aaron ed io abbiamo discusso sul dare a Leah la possibilità di scegliere, e abbiamo deciso che avrebbe potuto scegliere di farsi un impianto cocleare quando avesse avuto 18 anni.

Pensiamo che Leah sia nata sorda profonda. Non abbiamo scoperto la sua sordità fino a quando aveva 14 mesi. Quando le fu diagnosticata iniziammo a segnare con lei immediatamente. Sembrava la scelta ovvia, insomma, era sorda. Non ci siamo mai lasciati convincere che segnare l’avrebbe fatta parlare più tardi. Molte persone ci hanno avvertiti che Leah avrebbe potuto non imparare mai a parlare se noi avessimo segnato con lei. Ho sempre riso e detto: “È sorda, potrebbe non imparare a parlare comunque!” . La mia preoccupazione non era per la capacità di mia figlia di dire parole. Volevo per lei molto più di questo! Volevo una connessione e una comunicazione completa con mia figlia. Volevo che fosse in grado di ragionare in maniera critica.

Quando Leah aveva sette anni non usava più gli apparecchi acustici, perché, come diceva lei: “Non funzionano! Non mi aiutano, mi danno solo prurito alle orecchie.” Erano un paio di anni che non usava gli apparecchi, quando, all’età di sette anni, mia figlia mi chiese un impianto cocleare.

Diciamo solo che c’erano un po’ di cose che dovevo riuscire a superare… oh, come ad esempio realizzare che alcune delle persone là fuori avrebbero giudicato me, proprio come io avevo giudicato così facilmente gli altri (Ahia! Ahia! Ahia! Non è qualcosa che detesti?)

Leah oggi è vissuta con l’impianto cocleare per sette anni, la stessa quantità di tempo in cui non lo ha avuto.

Ho scoperto che uno dei PIÙ GRANDI errori che continuano a essere presenti quando si parla di scelte che riguardano la sordità è l’idea che la Lingua dei Segni e l’impianto cocleare si escludano l’un l’altro. Non è vero. In realtà, l’esperienza della mia famiglia è stata proprio che l’impianto cocleare di Leah ha avuto successo proprio perché lei era già fluente nella Lingua dei Segni Americana* quando ha ricevuto l’impianto E perché noi abbiamo continuato a segnare con lei. Non abbiamo mai smesso di segnare (*Leah era anche già brava a leggere e scrivere in inglese, all’epoca)

Quando qualcuno ottiene un impianto cocleare c’è un periodo di tempo di aggiustamento, mentre il soggetto inizia a comprendere i suoni del mondo che lo circonda. Avere già una lingua completa (la Lingua dei Segni) per comunicare con Leah in questo periodo si è dimostrato di valore incalcolabile. Avevamo una piena e completa comunicazione con la nostra bambina mentre questa faceva esperienza del mondo del suono, che può a volte fare paura. Sì, il nostro ENT ci disse di smettere immediatamente di segnare con Leah dopo l’operazione di impianto, cosa che mi lasciò perplessa. “Leah è stata appena sottoposta ad una grossa operazione chirurgica e volete che noi ci rifiutiamo di comunicare mentre si riprende? Il suo impianto non verrà acceso per settimane e voi volete che noi smettiamo di comunicare con lei?” A me questa sembra una qualche forma di abuso su minori. Non abbiamo mai smesso di segnare con Leah, e non smetteremo mai.

Leah è fra le persone il cui impianto cocleare ha funzionato meglio, e pensiamo che questi siano alcuni dei fattori che l’anno aiutata ad usarlo in maniera così efficace.

  1. Leah ha scelto di farsi fare l’impianto, non è qualcosa che le è stato imposto. Era abbastanza grande da controllare le impostazioni e abbastanza grande da chiedere di essere “ri-mappata” quando era pronta per altri suoni. Abbiamo visto l’impianto cocleare come un altro mezzo per aiutare Leah a comunicare, non come l’unico mezzo.
  2. Leah era già bilingue quando ha ricevuto l’impianto. Comprendeva la Lingua dei Segni e il suo inglese scritto era eccezionale. Leggeva meglio dei bambini della sua stessa età. Con l’aggiunta dell’impianto cocleare poteva semplicemente concentrarsi sull’acquisire e migliorare le sue capacità di ascolto e di pronuncia, perché ora poteva effettivamente sentire. Non stava cercando di imparare l’inglese tramite l’impianto cocleare, aveva già un ottimo inglese e doveva solo concentrarsi su come suonava l’inglese e come fare lei stessa questi suoni.
  3. Ci siamo sempre concentrati sui punti di forza di nostra figlia. Prima dell’impianto, non le abbiamo fatto fare logopedia. Perché? Semplice. Perché Leah non poreva sentire :-) Non avevamo bisogno che lei imparasse come dire le parole in maniera di connettersi e comunicare, perché tutti avevamo imparato come segnare. Parlare è un’abilità che tuo figlio può imparare in qualsiasi momento della tua vita.
    Il “parlare” non è una lingua. “Parlare” è un modo per trasmettere una lingua.
    L’inglese è una lingua, la Lingua dei Segni Americana è una lingua, ma il “parlare” in sé… “parlare” è un’abilità.E’ importante che un bambino sordo impari la sua prima lingua prima di compiere tre anni, se possibile. Se non possono sentire, non sprecare il tuo tempo e il suo cercando di insegnargli una lingua parlata e ascoltata. Dato che Leah non poteva sentire l’Inglese non abbiamo cercato di insegnarglielo parlando. Lo ha imparato leggendo e scrivendo.
    (Se hai un figlio sordo, per favore, leggi il punto 3 finché non te ne convinci. Non rimanere bloccato con l’idea che “vuoi solo che tuo figlio parli”. Fidati di me, non vuoi solo quello. Vuoi molto di più per i tuoi bambini!)
  4. La lingua non rallenta la lingua. La paura di segnare è ridicola e pensare che un bambino non parlerà solo perché prima ha segnato è altrettanto assurdo che dire, “Non lasciare che tuo figlio gattoni, o non imparerà mai a camminare”. I bambini gattonano prima di camminare, e segnano prima di parlare. Se tuo figlio ha le potenzialità per imparare a parlare, lo farà anche se tu comunichi con lui tramite la Lingua dei Segni. Se invece ha qualche ritardo nell’acquisizione del linguaggio o altro deficit che gli impedirà di parlare, allora ringrazia il cielo che stai segnando con lui e dandogli un mezzo per essere compreso. Se l’apprendimento del linguaggio di tuo figlio è in ritardo, non è in ritardo perché avete segnato… è qualcosa di completamente diverso, perché la comunicazione non fa mai ritardare la comunicazione.

La tecnologia spesso cambia e a volte addirittura fallisce. Gli impianti cocleari possono essere rigettati da chi li riceve. L’impianto potrebbe guastarsi o semplicemente non funzionare mai. Le pile si scaricano e le parti si rompono. Il software può venire cancellato per errore. La Lingua dei Segni non si guasta mai, le sue batterie non si scaricano, puoi usarla mentre nuoti, non hai mai bisogno di “accenderla” o faticare a trovarla nel mezzo della notte. La Lingua dei Segni può bagnarsi senza guastarsi ed è sempre a portata di dita.

Leah sarà sempre sorda. La sua prima lingua è l’ASL, la Lingua dei Segni Americana. Ha imparato l’inglese come seconda lingua leggendo e scrivendo. Con il suo impianto cocleare, Leah ha imparato come pronunciare parole e comprendere l’inglese quando qualcuno le parlava. È una bambina che ha tutto.

Se state prendendo in considerazione la possibilità di fare un impianto cocleare a vostro figlio, questa è la mia raccomandazione: non mettete tutte le uova in un solo cesto. Date a vostro figlio OGNI possibilità di comunicare. Dategli tutti gli strumenti possibili! Gli impianti cocleari non funzionano per tutti i bambini, gli impianti non hanno sempre successo e non dovrebbero essere dipinti come una “cura” per la sordità. In maniera simile, gli apparecchi acustici non funzionano per tutti i bambini, non hanno sempre successo e non dovrebbero essere dipinti come una “cura” per la sordità. Potreste voler ragionare sul fatto che la sordità non ha bisogno di una cura.

Leah ha visto di recente il suo ENT, lo stesso che ci aveva chiesto di smettere di segnare con lei sette anni fa. Lui le ha chiesto se lei vorrebbe farsi l’impianto anche all’altro orecchio, visto che ce l’ha solo ad uno. Lei lo ha guardato e gli ha detto: “Dimmi, cosa pensi che potrebbe fare per me?”. Lui ha sorriso e le ha detto: “In realtà non molto, te la cavi così bene. Leah, penso che dovresti salvare l’altro tuo orecchio per il futuro. Nella tua vita vedrai incredibili scoperte nella medicina”.

Il mio piccolo consiglio: la Lingua dei Segni dovrebbe essere la prima scelta per un bambino sordo, qualsiasi siano le opzioni addizionali che vorrete seguire.


Sulle mie labbra, non con le mie mani

04/12/2011
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Quando qualcosa di positivo e che ti piace entra nella tua vita, più il tuo interesse è palese e più le persone che ti vogliono bene ti aiuteranno a saperne di più e ad indicarti libri, film, risorse che lo riguardano.

“Sulle mie labbra”: breve recensione del film

E’ così che, qualche tempo fa, ho visto il film “Sulle mie labbra”, che parla di una donna sorda alle prese con un rientro complicato nella normalità: riesce ora a sentire piuttosto bene grazie a due apparecchi acustici, tanto da poter rispondere al telefono, e se ti ha di fronte integra l’udito (comunque non ottimale) con la lettura delle labbra.
L'attrice si mette un apparecchio acusticoCarla , questo il suo nome, ha un lavoro, dove la gente non sa con precisione che è sorda dalla nascita, ma non perde occasione per trattarla male e dire su di lei cose volgari e cattive… Quando credono che lei non li sente, non sapendo che lei è in grado di leggere estremamente bene il labbiale anche se sono troppo distanti perché li possa sentire.

Il film è un film francese. E con questo non sto descrivendo solo la provenienza geografica, ma anche tutti i pregi e i difetti di un film francese: è lungo, con molte scene lente e ripetitive e può stancare se non ci si è abituati. Un altra cosa che può essere vista come un difetto è il fatto che vuole raccontare diverse storie contemporaneamente, di cui molte rimangono senza una vera conclusione e alcune rimangono solo accennate e mai approfondite.

Detto questo, se vi piacciono i film francesi, dovete assolutamente vederlo. La storia principale è interessante, la figura della protagonista riesce a racchiudere in maniera perfetta sia un’enorme forza e quantità di risorse, sia una fragilità altrettanto grande.

La ricerca della normalità

Il vero tema del film è però un tema controverso, che viene presentato in maniera piuttosto neutra, senza che il regista dia veramente risposte: la ricerca della normalità.

Cos’è la ricerca della normalità?

La ricerca della normalità non è un problema solo dei sordi, ma di tutte le minoranze.  E’ una ricerca che può venire affrontata in molte maniere, ma spesso comprende uno stacco netto dalla propria cultura di origine, una negazione della propria diversità. La mia domanda è: è davvero necessario abbandonare le cose che ci rendono ciò che siamo per avere una vita normale?

Il film non si pone questa domanda, la protagonista ha già scelto: lei  non è sorda, “sente poco”. Il tutto per rincorrere una vita lavorativa in cui lavora come una schiava e altri si prendono tutto il merito. Dovrà combattere duramente per riuscire a farsi rispettare… E per ottenere tutto questo, ha passato anni di incredibile solitudine, frequentando poche amiche che sembrano essere tali solo in virtù del fatto che lei fa gratis da baby-sitter ad una di loro, e le presta anche l’appartamento per portarci gli uomini, anche senza preavviso.

E’ veramente necessario, fuori dall’orario lavorativo, evitare gli altri sordi per vedersi invece con persone del genere? Se le sue amiche le fossero veramente amiche potrei anche capirlo, ma è giusto soffrire una solitudine come quella che trasmette il film solo per paura di essere vista segnare?

Ovviamente no, e non è un problema solo dei sordi. Quanti ragazzi di origini ebraiche in questo momento staranno evitando di farsi vedere con gli amici di infanzia, che essendo praticanti sono magari più riconoscibili di loro? Quante persone, al mondo, cercano di nascondere le proprie radici per paura di essere giudicati?

Vi lascio con quella che per me è stata la scena più toccante e triste del film, l’unica in cui si vede usare la LSF (langue des signes française, lingua dei segni francese)… All’inizio, pensavo non avesse bisogno di essere commentata. E’ difficile aggiungere qualcosa a quello che ho detto fino ad ora.

Ma poi, leggendo “Il grido del gabbiano”, dell’attrice sorda Emmanuelle Laborit, ho pensato che fosse importante anche mostrare un esempio positivo di come può essere vissuta la sordità, confrontando proprio la situazione francese di trent’anni fa con quella americana.

Da “Il grido del gabbiano”:

Prima visita all’università. Alfredo Corrado mi spiega che non tutti sono sordi. Se ho questa impressione, è perché ci sono molti insegnanti udenti che parlano il linguaggio dei segni. Come riconoscerli, se nessuno porta un’etichetta in fronte? La cosa non mi sembra necessaria, hanno un’aria così felice, sono talmente a loro agio. Non regna quella reticenza che ho avvertito persino alla scuola di Vincennes. Inconsciamente, la gente si sente a disagio, in Francia, a usare il linguaggio dei segni. Lo avvertivo, quel disagio. Preferiscono nascondersi, come se la cosa fosse un tantino vergognosa. Ho conosciuto sordi che hanno sofferto per tutta l’infanzia di tale umiliazione, e che non si sono impadroniti completamente, neppure ora, della loro lingua. Si intuisce il passato difficile. Forse perché in Francia la lingua dei segni era vietata fino al 1976. Era considerata una sorta di gestualità indecente, provocante, sensuale, che fa ricorso al corpo.
A Washington, invece, nulla di tutto questo. Nessun problema, una favolosa spigliatezza, da parte di tutti. Il linguaggio è praticato normalmente, senza complessi. Nessuno si nasconde o ha vergogna. Anzi, i sordi mostrano una certa fierezza, hanno una loro cultura e una loro lingua, come chiunque altro.

L’alba del pianeta delle scimmie: riflessioni linguistiche

21/10/2011
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Foto di Cesare, protagonista dell'Alba del Pianeta delle ScimmieIl nuovo “L’alba del pianeta delle scimmie”, che molto si discosta dal prequel omonimo de “Il pianeta delle scimmie”, si presta ad alcune considerazioni sull’importanza del linguaggio per noi esseri umani.

“L’alba del pianeta delle scimmie” racconta una storia di fantascienza classica, ben fatta, resa memorabile soprattutto dall’enorme espressività di Cesare, nuovo mostro creato dall’uomo e sfuggito ad ogni controllo, ma solamente per sfuggire al trattamento disumano che deve subire in quanto diverso.

Già nel film “Il pianeta delle scimmie” (basato sull’omonimo romanzo di Pierre Boulle), la vera differenza fra le scimmie, ormai più “evolute” dell’uomo e la razza umana è la capacità di parlare: le scimmie hanno infatti guadagnato la parola, noi invece l’abbiamo persa.

E’ quindi chiaramente comprensibile che questo nuovo prequel voglia raccontarci anche come le scimmie siano riuscite a conquistare la parola, ed è qui che iniziano i misteri… Perché se viene detto chiaramente che Cesare fin da piccolo riesce ad imparare con grandissima facilità la Lingua dei Segni Americana (ASL, American Sign Language) e si veda anche già un orango-tango che comunica nella stessa lingua, il salto fra questa e il parlato sembra dovuto soprattutto ad uno sforzo e ad un allenamento conscio delle scimmie, una volta che queste hanno acquisito tutte un’intelligenza umana.

Gli sguardi sconvolti di chi le sente parlare sono ben meritati: gli scimpanzé (come gli altri primati protagonisti) non hanno corde vocali adatte alla lingua parlata. Non si insegna la lingua dei segni alle scimmie perché “troppo stupide” per imparare quella orale (vorrei ben vedere, le lingue dei segni sono complesse almeno quanto quelle orali), ma perché le scimmie sono mute. Mute, non sorde. Un sordo può, con impegno e fatica, imparare a parlare, un muto, per definizione, no.

Nonostante ciò, la comunicazione è così importante per noi esseri umani che il passaggio da un tipo di lingua che la maggior parte di noi non conoscono alla nostra (grazie al doppiaggio) è un simbolo forte, fortissimo. Abbastanza forte, evidentemente, da fare applicare senza dubbi la “Rule of Cool“: se qualcosa è abbastanza figo, solo gli spettatori più pedanti si lamenteranno della poca verosimiglianza.

E devo ammettere che, nonostante questo mio piccolo appunto, il film mi è piaciuto davvero molto… Probabilmente noto questa cosa solo perché ultimamente non riesco proprio a vedere perché avere una lingua orale dovrebbe essere più importante di averne una segnata. D’altro canto, come già detto, non sarebbe stato veramente un prequel a “Il pianeta delle scimmie” se le scimmie non avessero imparato anche a parlare.

7 indizi per accorgerti di stare parlando in LIS

07/10/2011
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Mi succede molto spesso di leggere un libro in inglese e non essere in grado, pochi minuti più tardi, di ricordarmi in che lingua era scritto (inglese, italiano o spagnolo?). Ora che ho iniziato a imparare la LIS (Lingua dei Segni Italiana), mi chiedo se un giorno avrò la stessa difficoltà a ricordare se qualcosa mi è stata detta in LIS o in italiano (mi auguro di sì, perché vorrebbe dire che l’avrò davvero imparata bene!).

Così ho pensato di provare a scrivere un po’ di indizi che possono aiutare la memoria a distinguere una conversazione in LIS da una conversazione in italiano. Non sono certo un’esperta in materia, ma queste sono le cose che mi aspetterei:

Sette indizi per ricordare se stavi parlando in LIS:

  1. Sei riuscito a comunicare civilmente e senza sforzo affacciandoti da una finestra al secondo piano con qualcuno che era in cortile.
  2. Ti ricordi con certezza se il tuo interlocutore è destro o mancino.
  3. A tavola, riuscivi ad esprimerti meglio mentre masticavi che mentre tagliavi la bistecca.
  4. Similmente, il tuo interlocutore era più comprensibile quando aveva la sigaretta in bocca che quando la toglieva per scuotere la cenere.
  5. Eri in un luogo affollato e rumoroso (metropolitana, discoteca…) e non hai dovuto urlare.
  6. La persona con cui stavi parlando ti ha guardato negli occhi tutto il tempo.
  7. Sei convinto che il tuo interlocutore abbia una bella voce, ma non te la ricordi.
Per ora è tutto, ma sono certa che si possono trovare altre cose da aggiungere.
Che ne pensate?

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