Informatica

Occupy Wall Street, può un meme cambiare il mondo?

02/12/2011
By

Di recente ho trovato un video del famoso sito knowyourmeme.com, che di solito tratta degli aspetti più divertenti della cultura di internet, riguardo al movimento di protesta Occupy Wall Street.

Il sito ha deciso infatti che, vista l’importanza della situazione (e l’indissolubile legame del movimento con i social network) era il caso di rispolverare la vecchia definizione di “meme”, data da Dawkins… Ma, aspettate.

Invece di scrivere un articolo su questo video, ho deciso di fare un esperimento un po’ diverso. Ho tradotto il video e ho rimaneggiato un po’ la traduzione per farne un buon post, per tutti quelli di voi che non riescono a seguirlo in inglese. Se questo esperimento vi piace, vi prego di farmelo sapere nei commenti.

Trovate il video originale in fondo al post.

Know Your Meme: Occupy Wall Street

Can a meme change our nation?

Sentendo la parola meme normalmente vengono in mente video virali, immagini di demotivational e lolcats e inside joke. Ma, secondo la definizione di Richard Dawkins, creatore del termine, un meme è:

“Un idea, un comportamento o stile che si diffonde da persona a persona all’interno di una cultura”

Cosa succede quando video virali e immagini non sono dei memi in se stessi, ma piuttosto parti di un’idea più grande? Un’idea che si sta rapidamente diffondendo? Può un meme cambiare la nostra nazione?

 

 

Gente che protesta

Occupy Wall Street è una serie di proteste tuttora in corso a New York ed in altre città degli Stati Uniti, che mirano a risolvere il problema della disuguaglianza economica e l’influenza delle lobby aziendali su Washington e sulla politica.
Per lo più coordinate tramite i social network, senza un organizzatore centrale, le dimostrazioni e i flash-mob sono iniziati il 17 settembre del 2011.

Piazza TahrirIl 13 luglio il magazine di contro-cultura Adbusters, con base a Toronto, postò un’articolo dal titolo #OCCUPYWALLSTREET, che chiamava 20.000 persone a riunirsi nella lower Manhattan, per chiedere al presidente Obama o ad una commissione presidenziale di interrompere l’influenza dei soldi delle lobby nelle politiche di Washington.
Secondo il post sul blog, la campagna di flash-mob di Adbusters fu ispirata dal successo delle proteste di piazza Tahrir, in Egitto, a gennaio.

Fra luglio e agosto le voci riguardanti la protesta si diffusero tramite i social network, con gli hashtag #occupywallstreet e #s17 su twitter ed un evento su facebook che si riempì di migliaia di persone che diedero la propria adesione.

Nel frattempo, su Tublr, un blog con un unico argomento “WE ARE THE 99 PERCENT” venne lanciato per ispirare chi stava progettando di unirsi alla manifestazione del 17 settembre.
Il blog mostrava cittadini americani di svariata estrazione sociale, che mostravano le loro storie personali di problemi economici e battaglie, uniti dallo slogan “Noi siamo il 99%”.
“99%” è un numero simbolico, che rappresenta l’idea che la ricchezza dei ricchi, l’1% della popolazione, è ormai stata troppo a lungo la principale influenza sulle politiche governative. Questo a svantaggio del resto dell’America, il 99%.
Il numero non è usato solo simbolicamente, ma è anche un modo per dare forza alla gente comune.
Il 17 settembre 2011 un gruppo di manifestanti che si stima essere intorno al migliaio si è radunato nella lower Manhattan, nonostante le barricate che circondavano la Borsa di New York.

Due donne spruzzate con spray al peperoncino urlano

In netto contrasto con la mobilitazione che era avvenuta nella rete, la manifestazione ricevette poca copertura mediatica nella sua prima settimana, ma questo cambiò il 24 settembre, quando i dimostranti nel distretto finanziario marciarono verso nord, verso i quartieri alti.
La folla fu affrontata da poliziotti del dipartimento di polizia di New York, portando a dozzine di arresti. Nella mischia, due manifestanti donne vennero spruzzate con spray al peperoncino, cosa che venne filmata in un video che si diffuse velocemente su youtube .
Molti si scandalizzarono per questa dimostrazione di violenza eccessiva e inappropriata alla situazione.
Il video fece scattare la risposta dei “vigilantes” del web. I membri di Anonymous pubblicarono sul web l’identità degli ufficiali di polizia.

Potete trovare una buona versione di questo video, con commenti scritti e fermo-immagine, qui, su youtube.

A questo punto si contavano centinaia di migliaia di tweets all’ora con l’hashtag #occupywallstreet.
Rafforzati nei numeri, il 2 ottobre circa 1.500 persone cercarono di marciare sul ponte di Brooklyn, incontrando una dura opposizione della polizia più di 700 dimostranti vennero arrestati per violazione della legge sull’occupazione delle strade. Molti dei dimostranti dissero in seguito che gli sembrò di essere attirati in una trappola, essendo stati scortati dalla polizia per parte del ponte prima di venire trattenuti. Il trattamento ricevuto dai manifestanti in questa occasione può in effetti farci capire come mai questo avvenga…

Diventa a questo punto necessaria una precisazione, che non compare nel video originale di knowyourmeme.com: le manifestazioni negli Stati Uniti contano normalmente molti meno partecipanti di quelle a cui siamo abituati in Italia. Nonostante una città come New York conti circa 8 milioni di abitanti, contro i 2,7 milioni di Roma, una manifestazione che raggiunga il migliaio di partecipanti è una grossa manifestazione.

affluenza alle manifestazioni negli Stati Uniti

Organizzati attraverso gruppi di facebook e hashtag di twitter, proteste simili stanno avendo luogo a Boston, Washington DC, Philadelphia, New Jersey, Minneapolis, Austin e Seattle.
Si può dire che il movimento è diventato il primo, fra quelli organizzati on-line, a dare origine a manifestazioni di portata nazionale negli Stati Uniti.

Nonostante il fango che vi viene gettato contro e le accuse di una mancanza di obbiettivi, i partecipanti del movimento Occupy Wall Street sentono di avere uno scopo ben preciso: portare alla fine dell’enorme influenza delle aziende sulle scelte politiche del governo; promuovere un sistema economico che dia vantaggi a più dell’1% della popolazione, ma che piuttosto garantisca giustizia e libertà per tutte le fasce economiche della popolazione.

Know Your Meme sta mantenendo costantemente aggiornata la sua pagina su Occupy Wall Street, su cui potete trovare gli ultimi aggiornamenti.

Corso di Artificial Intelligence della Stanford University tenuto online

11/10/2011
By

E’ iniziato ieri un meraviglioso corso di Intelligenza Artificiale organizzato dalla Stanford University, che durerà 10 settimane ed è seguito da più di 145.000 allievi registrati in tutto il mondo.
E’ possibile seguirlo interamente on-line, forse è ancora possibile “iscriversi” (se si è iscritti vengono dati alcuni compiti da consegnare settimanalmente e due esami, uno a metà corso e uno finale. Si ottiene un attestato di partecipazione e in base ai risultati si viene messi in una classifica), in ogni caso dubito che la possibilità di iscriversi duri ancora per molti giorni.
Sono già state pubblicate le prime lezioni, una di introduzione e una sul Problem Solving.
Il corso sembra davvero interessante e ben fatto e vi consiglio di seguirlo e addirittura iscrivervi, se sarà ancora possibile farlo quando leggerete questo post.

Questa è la pagina del corso: Introduction to Artificial Intelligence.
Potrei scrivere un articolo più approfondito in futuro, pubblico questo in fretta e furia per dare più possibilità di iscrizione a chi non ne avesse già sentito parlare.

(In questo momento, 11/10/2011, 10:45 ora italiana è ancora possibile iscriversi. Questa è la pagina per farlo.)

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (3 di 3)

21/08/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 3 (1 di 3)

Ashok marciò verso la porta, che era fatta di un metallo pesante e di vetro, la aprì, poi fece gesto di entrare con un ampio movimento del braccio. Cercando di sembrare il più dignitosa possibile, Yasmin entrò nell’oscurità della roulotte, che era fresca e odorava di betel, di chai e di candeggina, dove un pigro ventilatore smuoveva l’aria, alzando tracce di polvere.

Questa fu la cosa che notò per prima, non le persone sedute nella stanza sui sofà e le poltrone. Queste persone erano ben sprofondate nei loro posti e sedevano in silenzio, gli occhi persi nelle ombre. Ma dopo un momento iniziarono a spostarsi leggermente, fissandola. Ashok entrò dopo di lei e disse: “Salve! Salve! Sono felice che siate potuti venire tutti!”.

E loro stavano lì, tutti molto più vecchi di lei, molto più vecchi di Ashok. Il più giovane aveva l’età di sua madre, era grasso ed elegante, con grosse mascelle e capelli corti che formavano una frangia intorno alle sue orecchie. C’erano altre tre persone, un altro uomo in un kurta con una papalina da mussulmano e due signore molto anziane nei loro sari, dai quali si poteva vedere la pelle rugosa delle loro pance.

Ashok li presentò uno dopo l’altro, il signor Phadkar del Sindacato dei lavoratori delle acciaierie, il signor Honnenahalli del sindacato dei Lavoratori dei transporti e portuali e le signore Rukmini e Muthappa, entrambe dal Sindacato dei lavoratori tessili. “Queste brave persone sono interessate nel lavoro di Sorellona Nor e così lei mi ha chiesto di portarti a parlare con loro. Signori e signore, questa è Yasmin, una fidata attivista dell’organizzazione IWWWW. E’ qui per rispondere alle vostre domande”.

Tutti la salutarono educatamente, ma sorridevano solo con le labbra, non con gli occhi. Ashok si mise in un angolo dove c’era una teiera di chai e delle tazze, mettendosi a versare masala chai per tutti e portandolo su un vassoio. “Sarò il tuo chaiwallah”, disse. “Tu limitati a parlare”.

La gola di Yasmin era terribilmente secca, ma era velata, così non prese il chai, cosa che rimpianse appena iniziò a parlare.

“Mi pare di capire che il tuo ‘lavoro’ è solo giocare a dei giochi online, giusto?”, disse il signor Honnenahalli, l’uomo grasso che lavorava con il sindacato dei Lavoratori dei Transporti e Portuali.

“Lavoriamo nei giochi, esatto”, disse Yasmin.

“E quindi organizzate della gente che gioca a questi giochi. Perché sarebbero dei lavoratori? A me sembra siano giocatori. Nei trasporti, noi lavoriamo”.

Yasmin scosse la testa da lato a lato e fu felice di essere velata. Si ricordò del suo discorso con Sushant. “Lavoriamo nello stesso senso in cui chiunque altro lavora, suppongo. Abbiamo un capo che ci chiede di lavorare, e questo diventa ricco grazie al nostro lavoro”.

Questo fece sorridere le due vecchie ziette e, anche se la stanza era buia, Yasmin pensò che dovesse trattarsi di un sorriso sincero.

“Sorella”, disse il signor Phadkar, quello con la papalina, “parlaci di questi giochi. Come si giocano?”

Così lei glielo spiegò, partendo da Zombie Mecha, aiutata dal fatto che il signo Phadkar aveva effettivamente visto uno dei molti film basati sul gioco. Ma quando iniziò a parlare delle classi dei personaggi, il livellaggio degli stessi, lo sbloccare gli achievement e così via, vide che gli altri non la seguivano più.

“Suona tutto molto complicato”, disse il signor Honnenahalli dopo che lei aveva parlato per una buona mezz’ora. La sua gola era così secca che le sembrava di aver mangiato una manciata di sabbia e sale. “Chi gioca a questi giochi? Chi ne ha il tempo?”

Questo era qualcosa che lei aveva spesso sentito dire da suo padre, così rispose al signor Honnenahalli ciò che aveva sempre risposto. “Milioni di persone, ricche e povere, uomini e donne, ragazzi e ragazze, in tutto il mondo. Sprendono crore e crore di rupie, ci investono migliaia di ore. E’ un gioco, certo, ma in certe maniere è complicato come la vita reale”.

Il signor Honnenahalli contrasse la faccia con un’espressione acida quanto un limone. “La gente nella vita reale fa cose che contano. Non si limitano a…” gesticolò con la mano, come a mimare un qualche genere di lavoro senza scopo. “Non si limitano a premere pulsanti e a giocare d’immaginazione”.

Sentì che stava arrossendo e fu di nuovo felice di avere il velo. Ashok intervenne in suo aiuto. “Se un umile chaiwallah può intervenire”. Il signor Honnenahalli gli diede un’occhiata ostile, ma annuì. “‘Premere pulsanti e giocare d’immaginazione’ è una frase che descrive diversi importanti settori dell’economia, non ultima l’intera industria finanziaria. Cosa sono le attività bancarie, se non premere pulsanti e chiedere a tutti di lavorare di immaginazione e credere che i risultati avranno un certo valore?”

Le vecchie ziette sorrisero ed il signor Honnenahalli grugnì. “Sei un furbastro, Ashok. Sai sempre essere furbo, ma la furbizia non nutre le persone, né dà loro un miglior contratto di lavoro”.

Ashok annuì come se la cosa non gli fosse mai venuta in mente prima, anche Yasmin era abbastanza certa, dal suo sorriso, che Ashok si aspettava un commento del genere. “Signor Honnenahalli, ci sono più di nove milioni di persone che lavorano in questa industria, per un giro di affari di 500 crore di rupie l’anno. La sua crescita media è del 6% a quadrimestre. E otto delle venti più grandi economie del mondo non sono dei paesi, ma dei giochi, che emettono la propria valuta, che portano avanti le proprie politiche fiscali, che regolano il lavoro con le proprie leggi”.

Il signor Honnenahalli si accigliò, serrò la mascella e alzando le sopracciglia “Hanno delle politiche del lavoro?”.

“Oh, certo”, disse Ashok. “La loro politica in merito è che nessuno può lavorare nei loro mondi senza il loro permesso, che hanno potere assoluto nel decidere le paghe, assumere e licenziare, che possono esiliarti se non gli vai a genio senza bisogno di nessuna altra ragione e che chiunque persona trovata a violare le regole può essere privata di tutte le sue proprietà virtuali ed espulsa senza processo, senza un giudice né una giuria”.

Questo catturò la loro attenzione. Yasmin registrò mentalmente la descrizione. Aveva sentito Sorellona Nor dire cose simile, ma questa descrizione era la più efficace di ogni altra sentita in precedenza. E non si poteva negare l’effetto che aveva avuto nella stanza — tutti i presenti si dondolavano sconvolti e aprivano le bocche come per dire qualcosa, per poi richiuderle.

Alla fine, una delle zie disse “Dimmi, dite che nove milioni di persone lavorano in questi posti: dove? A Bangalore? Pune? Kolkata?”. Queste erano le vecchie città delle industrie informatiche, dove si trovavano le banche telematiche e le aziende tecnologiche.

Ashok annuì “Alcuni di loro lì. Alcuni proprio qui a Mumbai”. Guardò verso Yasmin, chiaramente aspettando che lei dicesse qualcosa.

“Lavoro a Dharavi”, disse. Se lo era immaginata, o i loro nasi si erano davvero tutti arricciati un poco, si erano tutti spostati un po’ all’indietro, lontano da lei, come a sfuggire dall’odore di merda di una ragazza di Dharavi?

“Lavora a Dharavi”, disse Ashok. “Ma solo un milione o due lavorano qui in India. La maggioranza è in Cina, in Indonesia o in Vietnam. Alcuni sono nel Sud america, altri negli Stati Uniti. Ovunque ci sia la tecnologia, ci sono le persone che lavorano nei giochi”.

Ora la zietta si riadagiò indietro sulla sedia. “Capisco”, disse. “Beh, è tutto molto interessante, Ashok, ma cosa abbiamo a che vedere con la Cina? Non siamo in Cina”.

Yasmin scosse la testa. “Il gioco non è in Cina,” disse, come si spiega qualcosa ad un bambino. “Il gioco è ovunque. I giocatori sono tutti nello stesso posto”.

Il signor Phadkar disse, “Non capisci, sorella. I lavoratori in questi posti competono con i nostri lavoratori. Le grosse compagnie vanno in qualsiasi posto la forza lavoro sia economica e poco organizzata. I membri dei nostri sindacati perdono il lavoro a causa di queste gente, perché questa gente non ha abbastanza rispetto di sé per combattere per un salario onesto. Non possiamo competere con i cinesi, gli indonesiani o i vietnamiti — persino i mendicanti qui si aspettano salari migliori di quelli che chiedono loro!”.

Il signor Honnenahalli si diede una pacca sulla pancia e annuì. “Noi siamo lavoratori indiani. Rappresentiamo lavoratori indiani. Questi altri lavoratori, quello che gli succede… non è affar nostro”.

Ashok annuì. “Beh, questo va bene per i vostri sindacati ed i loro membri. Ma il sindacato per cui lavora Yasmin…”

Il signor Honnenahalli grugnì, sbattendo le mascelle. “Non è un sindacato”, disse. “E’ una banda di ragazzini che giocano in rete!”.

“Si tratta di decine di migliaia di lavoratori organizzati, solidali l’uno con l’altro”, disse Ashok, quietamente, con il tono con cui un insegnante corregge uno studente. “In quattordici paesi. Guardate, questi giocatori sono già organizzati in gilde. Si tratta già praticamente di sindacati. Vi preoccupate che i lavori per i quali c’è un sindacato in India diventino lavori senza nessuna regolamentazione in Vietnam… beh, ecco come potete fare per organizzare anche i lavoratori in Vietnam! Le aziende sono multinazionali… perché i sindacati dovrebbero rimanere legati ai confini? Cosa vuol dire il confine di uno stato, dopo tutto?”.

“Vuol dire un sacco, se è il confine con il Pakistan. La gente muore per i confini, figliolo. Tu puoi sedertene lì, con la tua educazione universitaria e parlare del fatto che i confini non vogliono dire nulla, ma tutto questo vuole solo dire che non hai la minima idea di cosa vuole un lavoratore indiano. I lavoratori indiani vogliono lavori in India, non per i cinesi o qualsiasi cosa abbiate. Lasciate che siano i cinesi ad organizzare i cinesi”.

“Lo stanno facendo“, esplose Yasmin. “Stanno scioperando in Cina proprio ora. Un’intera fabbrica si è ribellata e la polizia li ha picchiati. E li ho aiutati con la loro linea di picchetto!”

Il signor Honnenahalli stava preparando un’altra sfuriata, ma una delle vecchie ziette poggiò una fragile mano sul suo avambraccio. “Come hai fatto ad aiutare a reggere una linea di picchetto in Cina se sei a Dharavi, figlia?”

E fu così che Yasmin raccontò della storia della battaglia di Mushroom Kingdom, la storia della battaglia di Shenzhen e tutto quello che aveva visto e sentito.

“Scioperi a gatto selvaggio”, disse il signor Honnenahalli. Follia. Nessuna strategia, nessuna organizzazione. Destinati a fallire. Questi lavoratori potrebbero anche non rivedere mai più la luce del giorno”.

“A meno che i loro compagni agiscano in loro difesa”, disse Ashok. “Compagni come Yasmin e il suo gruppo. Volete vedere qualcosa per cui i lavoratori sono pronti a combattere? Basta che andiate ad un Internet Café e lo vedrete. Vedrete chi non è in contatto coi lavoratori. Potete parlare quanto volete dei vostri ‘lavoratori indiani’, ma finché non ci sarà solidarietà fra tutti i lavoratori non sarete in grado di proteggere i vostri preziosi lavoratori indiani“. Stava iniziando a perdere il suo sangue freddo ora, perdendo quei suoi modi da insegnante. “Questi lavoratori hanno subito un cattivo trattamento da parte dei loro datori di lavoro e hanno scioperato. I loro posti di lavoro possono venire spostati — in Vietnam, in Cambogia, a Dharavi — e il loro sciopero spezzato. Non capite? Abbiamo finalmente gli stessi mezzi dei capi! Per il proprietario di una fabbrica, tutti i posti sono la stessa cosa, non c’è differenza se una camicia viene cucita qui o lì, fin tanto che possa essere caricata in un container e spedita quando è finita. Ma ora anche per noi tutti i posti sono lo stesso! Possiamo andare ovunque semplicemente sedendoci ad un computer. Per quarant’anni, le cose sono peggiorate e peggiorate per i lavoratori… ora è il momento di cambiare”.

Yasmin si ritrovò a sorridere sotto il velo. Ecco, Ashok, cantagliele! Ma poi vide le facce della gente nella stanza: di pietra e senza cuore.

“Queste sono belle parole”, disse una delle ziette. “Onestamente. E’ una bella visione. Ma i miei lavoratori non hanno computer. Non vanno negli Internet Café. Tingono tessuti tutto il giorno. Quando i loro posti di lavoro vanno all’estero, non possono dar loro la caccia coi tuoi computer”.

“Possono anche loro entrare negli Webbly!”, disse Yasmin. “Questo è il bello. Quelli che lavorano nei giochi possono andare ovunque, organizzare ovunque. In qualsiasi posto siano i vostri lavoratori, ci siamo anche noi! Possiamo andare in qualsiasi posto, nessuno può chiuderci fuori. Possiamo organizzare i tintori ovunque, tramite i giochi”.

Il signor Honnenahalli. “lo immaginavo. E quando tutto è finito, e gli Webbly organizzeranno i lavoratori in tutto il mondo, cosa accadrà ai nostri sindacati? Si scioglieranno? O verremo assorbiti. Oh, sì, capisco molto bene. Un’ottimo affare da ogni punto di vista. Certamente a voi Webbly piace giocare”.

Ashok e Yasmin iniziarono a parlare contemporaneamente, poi si fermarono entrambi, guardandosi. “Non è così”, disse Yasmin. “Vogliamo aiutarvi. Non vogliamo prendere il potere”.

Il signor Honnenahalli disse “Forse non tu, ma forse qualcun altro sì. Puoi parlare per tutti? Dici che non hai nemmeno mai incontrato questa tua Sorellona Nor, né i suoi luogotenenti, il Possente Qualcosa e Justbob”.

“Li ho incontrati dozzine di volte”, disse Yasmin con calma.

“Oh, certo. Nel gioco. Qual’è quella vecchia battuta americana? Su internet, nessuno sa che sei un cane. Forse questi tuoi amici sono persone anziane, o bambini piccoli. Forse sono nell’Internet Café accanto al tuo a Dharavi. Internet è piena di bugie e trucchi e spazzatura, sorellina…” la schiena di lei si irrigidì. Una cosa era venire chiamata ‘sorella’, ma ‘sorellina’ non era molto amichevole. Mostrava disprezzo. “E chi può dire che tu non sia caduta in una di queste trappole?”

Ashok alzò una mano. “Forse è tutto un sogno, allora. Forse tutti voi siete invenzioni della mia immaginazione. Perché dovremmo credere a qualcosa, se questo è lo standard a cui dobbiamo adeguarci? Ho parlato con Sorellona Nor molte volte, e con molti altri membri dell’IWWWW in tutto il mondo. Tu rappresenti due milioni di lavoratori edili… Quanti di loro tu hai incontrato di persona? Come fai a sapere che loro sono reali?”

“Tutto questo non ci porterà da nessuna parte”, disse una delle ziette. “Sei stato davvero gentile a farci visita, Ashok, ad anche tu, Yasmin. E’ stato molto cortese da parte vostra dirci cosa stavate facendo. Grazie.”

“Aspettate”, disse Ashok. “Non può finire così! Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto… la vostra solidarietà. C’è appena stato il nostro primo sciopero e il nostro comitato direttivo è offline e assente…” Yasmin girò la testa a sentire queste parole. Cosa voleva dire? “E abbiamo bisogno di aiuto: fondi per lo sciopero, supporto amministrativo, assistenza legale…”

“E’ fuori questione”, disse il signor Honnenahalli.

“Lo temo anch’io”, disse il signor Phadkar. “Scusa, fratello. Il nostro manifesto non ci permette di intervenire negli altri sindacati… e di sicuro non nel genere di organizzazioni che tu rappresenti”.

“E’ impossibile”, disse una delle ziette, la bocca serrata e triste. “Questo non è il genere di cosa che facciamo”.

Ashok andò dalla teiera e si mise a fare altro chai. “Beh, sono spiacente di avervi fatto sprecare tempo”, disse. “Sono certo che troveremo un modo di risolvere le cose”.

Tutti si fissarono, poi il signor Honnenahalli si alzò con un respiro affannoso, raccogliendo una ventiquattrore troppo piena che era ai suoi piedi e lasciando il piccolo edificio. Il signor Phadkar lo seguì, sorridendo dolcemente alle ziette e tentando un saluto in direzione di Yasmin. Lei non incrociò il suo sguardo. Una delle ziette si alzò e provò a dire qualcosa ad Ashok, ma lui la allontanò. Tornò indietro dalla sua compagna e la aiutò ad alzarsi sui suoi vecchi piedi incerti. La coppia strinse le spalle di Yasmin prima di andarsene.

Una volta che la porta si fu richiusa dietro di loro, Ashok si girò e sibilò con rabbia ‘bainchoad‘ alla stanza. Yasmin aveva sentito dire parole peggiori di questa ogni giorno, sia nelle strade di Dharavi che nella stanza dei computer mentre l’esercito stava combattendo, e sentirla da questo ragazzo delicato la fece quasi ridere. Ma aveva sentito un suono soffocato nella sua voce, come se lui si stesse sforzando di non piangere e questo le aveva tolto la voglia di sorridere. Si sciolse l’hijab, fissandolo nuovamente intorno al collo, permettendo al volto di rinfrescarsi nella corrente di aria afosa smossa dal ventilatore. Superò Ashok e prese una tazza di tè, bevendolo il più velocemente possibile, godendosi il calore bagnato contro la sua gola secca e dolorante. Ora che la sua faccia era libera dall’hijab poteva sentire il forte puzzo di vecchi sputi di betel e vide che la base delle mura scrostate aveva macchie rosa di vecchi sputi.

“Ashok”, disse, con la voce che usava per mantenere la disciplina nell’esercito. “Ashok, guardami. Cosa era questo… questo incontro? Perché ero qui?”

Lui si sedette nella poltrona che aveva occupato il signor Phadkar e sorseggiò il proprio chai.

“Oh, ho lasciato che ne venisse fuori un casino”, disse.

“Ashok”, disse lei, con una nota dura nella voce. “Lamentati dopo. Adesso parla. Per cosa mi hai trascinato attraverso mezza Mumbai?”

“Ho lavorato a questo incontro per mesi, sin da quando Sorellona Nor me lo ha chiesto. Le ho detto che pensavo che i sindacati qui avrebbero potuto appoggiare gli Webbly, che avrebbero visto la potenza di un movimento globale dei lavoratori che potesse organizzare ogni paese allo stesso tempo. A lei piacque l’idea e, a partire da quel momento, ho iniziato a parlare ai dirigenti dei sindacati di qui, cercando di portarli a vederne il potenziale. Con i membri dei loro sindacati ad aiutarci — e quelli del nostro ad aiutare loro — potremmo cambiare il mondo. Cambiarlo così”. Fece schioccare le dita. “Ma poi è scoppiato lo sciopero e Sorellona Nor mi ha detto che aveva bisogno di aiuto subito, altrimenti questi compagni sarebbero finiti in prigione per sempre, o peggio. Ha detto che pensava tu saresti stata in grado di aiutarmi e che dovevamo parlarne prima di venire qui, ma poi, quando stavo guidando per venire da te…” Si interruppe, bevve del chai, fisso attraverso le sporche finestre schermate i terreni curati degli studi cinematografici. “Mi ha chiamato Il Possente Krang. Sono stati picchiati. Malamente. Tutti e tre, anche se Krang è riuscito a fuggire. Sorellona Nor è in ospedale, priva di coscienza. Il Possente Krang ha detto di pensare che a farli attaccare sia stato il proprietario di una delle fabbriche cinesi… Stanno diventando più vili, minacciandoci sempre di più. E hanno un sacco di contatti a Singapore”.

Yasmin finì il suo chai. I capelli le prudevano per la polvere e il sudore e lei allungò un dito per grattarsi, dove un rivolo di sudore stava gocciolando giù dalla sua testa. “Ok”, disse. “E cosa speravi di ottenere da queste persone anziane?”.

“Denaro”, disse. “Supporto. I giornalisti danno loro ascolto. Se i membri dei loro sindacati chiedessero giustizia per i lavoratori a Shenzhen, si fossero radunati ai consolati cinesi in tutta l’India…” gesticolò con le mani. “Non ne sono sicuro, a dire il vero. Doveva succedere tutto fra settimane, avendo il tempo di parlargli personalmente molto di più, capendo cosa volevano, cosa potevamo dare loro. Non doveva succedere nel bel mezzo di uno sciopero”. Fisso tristemente il pavimento.

Yasmin pensò a Sushant, alle sue paure di abbandonare l’esercito di Mala. Fin tanto che c’erano dei soldati come lui dall’altra parte, gli Webbly non sarebbero stati in grado di bloccare gli scioperi in gioco. Quindi. Quindi doveva fermare l’esercito di Mala. Fermare tutti gli eserciti. I soldati che combattevano per i capi erano dalla parte sbagliata. Lo avrebbero dovuto capire.

“E se noi aiutassimo noi stessi?”, disse.. “Che succederebbe se diventassimo così forti da costringere gli altri sindacati ad unirsi a noi?”

“Sì, ‘e se’, ‘e se’. E’ così facile giocare a ‘e se’. Ma non mi immagino come questo possa succedere”.

“Penso che possiamo trovare altri combattenti nei giochi. Possiamo proteggere ogni sciopero”.

“Beh, quello va bene per i giochi, ma non aiuta i giocatori. Sorellona Nor è ancora in ospedale. Gli Webbly a Shenzhen sono ancora in carcere”.

“Tutto ciò che posso fare è quello che posso fare”, disse Yasmin. “Cosa puoi fare tu? Cosa fanno gli economisti?”

Lui sembrava triste. “Andiamo all’università e impariamo un sacco di matematica. Usiamo la matematica per cercare di predire cosa faranno grossi numeri di persone con il loro denaro e la loro manodopera. Poi proviamo a trovare dei consigli su come influenzare il tutto”.

“E questo è quello che fai della tua vita?”.

“Sì, suppongo suoni dannatamente inutile, vero? Forse questo è il motivo per cui voglio prendere i giochi così seriamente… non sono meno immaginari di qualsiasi altra cosa io faccia. Ma sono diventato un economista perché niente ha senso senza l’economia. Perché i miei genitori sono poveri? Perché i nostri cugini in America così ricchi? Perché l’America dovrebbe mandare la sua spazzatura in India? Perché l’India dovrebbe mandare il suo legname in America? Perché alla gente importa qualcosa dell’oro?

“Questa domanda è quella più strana. L’oro è una cosa così inutile, sai? E’ pesante, non è buono per farci niente… E’ troppo malleabile per dei gioielli che durino a lungo. Per fare degli anelli andrebbe meglio l’acciaio inossidabile”. Diede un colpetto con un intricato anello, che portava sulla mano sinistra, al bracciolo di legno bella poltrona. “Non ce n’è molto, è ovvio. Tutto l’oro che sia mai stato tirato fuori dal terreno formerebbe un cubo con lati più corti di un campo da tennis”. Yasmin aveva visto delle immagini di campi da tennis, ma non era del tutto certa di quanto fossero grandi. Non molto, suppose. “Lo tiriamo fuori da un buco nel terreno e poi lo rimettiamo in un altro buco nel terreno, una cassaforte da qualche parte, e lo chiamiamo denaro. Sembrava una cosa ridicola.

“Ma tutti sanno che l’oro ha valore. Come hanno fatto a trovarsi tutti d’accordo su questa cosa? E’ qui che ho iniziato ad essere affascinato dalla questione. Perché l’oro e il denaro hanno un rapporto molto stretto. Un tempo il denaro era solo un modo comodo per portare in giro l’oro. Il governo riempiva un buco nel terreno d’oro e stampava dei pezzi di carta che dicevano ‘questo foglio vale questo numero di grammi d’oro’. Così invece di dover portare con noi del pesante oro per fare la spesa, possiamo portare semplice carta moneta.

“E’ divertente, vero? Tiriamo via l’oro da dei buchi nel terreno, lo pesiamo, e lo rimettiamo in un altro buco nel terreno! A cosa serve l’oro? Beh, mette un limite a quanto denaro un governo può emettere. Se devono stampare altro denaro, devono prima trovare un modo per ottenere altro oro”.

“Perché è importante quanto denaro stampa una nazione?”, chiese Yasmin.

“Beh, immagina che il governo decida di stampare una crora di rupie per ogni persona in India. Saremmo ricchi, giusto?”.

Yasmin ci pensò per un momento. “No, ovviamente no. Tutto diventerebbe più caro, giusto?”.

Lui annuì con vigore. Stava di nuovo parlando come un insegnante. “Molto bene”, disse. “Questa è l’inflazione: più denaro rende tutto più caro. Se l’inflazione accadesse in maniera equa, non sarebbe così male. Pensa a se la tua paga venisse raddoppiata da un giorno all’altro, e così tutti i prezzi… Ti andrebbe tutto bene, perché potresti comprare tutto quello che compravi il giorno prima, anche se ‘costa’ il doppio. Ma c’è un problema con tutto questo. Sai quale è?”.

Yasmin ci pensò. “Non lo so”. Ci pensò ancora. Ashok la guardava annuendo e lei si sentì come se si trattasse di qualcosa di ovvio. “Non lo so e basta”.

“Un suggerimento”, disse lui. “I risparmi”.

Lei ci pensò un altro po’. “I risparmi. Se tu hai del denaro da parte, non raddoppierebbe insieme agli stipendi, giusto?”. Scosse la testa. “Però non vedo perché dovrebbe essere un problema. Abbiamo un po’ di denaro da parte, ma si tratta di poche migliaia di rupie. Se gli stipendi aumentassero, le riavremmo presto dai nuovi guadagni”.

Lui sembrò sorpreso, poi rise. “Scusami”, disse. “Hai ragione. Ma ci sono delle persone e delle aziende nel mondo che hanno un sacco di risparmi. La gente ricca deve avere crore di rupie… Questi risparmi dimezzerebbero dal giorno alla notte. O un ospedale può aver messo da parte molte crore per costruire una nuova ala. O un governo o un sindacato potrebbero avere crore di rupie messe da parte per le pensioni. Cosa succederebbe se lavorassi un intera vita per una pensione di duemila rupie al mese e poi, un anno prima di poter iniziare a riceverla, venisse ridotta a metà?”-

Yasmin non conosceva nessuno che avesse una pensione, ma ne aveva sentito parlare. “Non lo so”, disse. “Continueresti a lavorare, suppongo”.

“Non stai rendendomi le cose facili”, disse Ashok. “Lasciamela mettere in questa maniera: ci sono un sacco di persone potenti e ricche che sarebbero molto arrabbiate se l’inflazione spazzasse via i loro risparmi. Ma i governi sono molto tentati dall’inflazione. Immagina di stare combattendo una guerra molto costosa, di avere bisogno di comprare i carri armati e pagare i soldati, lanciare aeroplani nel cielo e fare in modo che i missili continuino ad essere sfornati dalle fabbriche. E’ tutta roba costosa. Devi pagare per tutto questo, in qualche modo. Potresti prendere in prestito il denaro…”

“I governi prendono denaro in prestito?”

“Oh sì, sono degli incredibili mendicanti! Lo prendono in prestito da altri governi, da aziende… Persino dalla gente che governano. Ma se non è probabile che tu vinca la guerra… o se la vittoria ti lascerebbe senza un quattrino… è improbabile che qualcuno ti presterà volontariamente del denaro per combatterla. Ma i governi non hanno bisogno di basarsi su pagamenti volontari, giusto?”.

Yasmin poteva capire dove si stava arrivando. “Possono semplicemente tassare le persone”.

“Corretto”, disse lui. “Se tu non fossi così chiaramente una ragazza assennata, ti suggerirei una carriera come economista, Yasmin! Ok, quindi i governi possono semplicemente alzare le tasse. Ma la gente che deve pagare troppe tasse difficilmente voterà di nuovo per te alle prossime elezioni. E se sei un dittatore, niente fa spuntare rivoluzionari così in fretta quanto tasse sfrenate. Così le tasse hanno un uso limitato per pagare una guerra”.

“Che è il motivo per cui ai governi piace l’inflazione, giusto?”

“Corretto di nuovo! Per prima cosa, i governi possono stampare un sacco di denaro che possono usare per comprare missili, carri armati e così via, nel frattempo prendendo in prestito tutto il denaro che possono, il più velocemente possibile. Poi, quando i prezzi e le paghe salgono e salgono — diciamo, di cento volte — di colpo è veramente facile ripagare tutto quel denaro che si è preso in prestito. Magari ci volevano le tasse pagate da un migliaio di lavoratori per ottenere una crore di rupie prima dell’inflazione, e ora bastano quelle di uno. Ovviamente, la persona che ti ha prestato il denaro è nei guai, ma per allora hai vinto la guerra, hai vinto le elezioni e tutto questo senza azzoppare il tuo paese coi debiti. Bravo”.

Yasmin meditò sulla questione. Trovò che era incredibilmente facile seguire il discorso di Ashok… Tutto ciò che doveva fare era pensare a cosa era accaduto ai prezzi dei beni di gioco nei diversi giochi in cui aveva giocato, che salivano e scendevano, e poteva vedere facilmente come l’inflazione avrebbe lavorato a beneficio di alcuni giocatori e non di altri. “Ma i governi non devono usare per forza l’inflazione per vincere guerre, giusto?” Pensò ai politici che erano venuti a Dharavi, rovistando per trovare voti fra la gente che viveva lì. Pensò alle loro promesse. “Puoi usare l’inflazione anche per costruire scuole, ospedali, quel genere di cose. Poi, quando il debito dovesse raggiungerti, potresti semplicemente usare l’inflazione per spazzarlo via. Otterresti un sacco di voti in quella maniera, ne sono certa”.

“Oh sì, questo è l’altro lato della questione. I governi cercano sempre di venire rieletti con le pistole o con il burro… o entrambe le cose. Puoi certamente ottenere un sacco di voti comprando un sacco di ospedali e scuole con l’inflazione, ma l’inflazione è come i cibi pieni di grassi… In un modo o nell’altro, finisci per pagarne il prezzo. Una volta che arriva l’iperinflazione , nessuno può pagare gli insegnanti, le infermiere o i dottori, così le elezioni successive probabilmente saranno quelle che concluderanno la tua carriera.

“Ma la tentazione è forte, molto forte. Ed è qui che arriva l’oro. Puoi immaginare come?”.

Yasmin ci pensò un altro po’. Oro, inflazione; inflazione, oro. Le Rimbalzavano in testa. Poi lo capì. “Non puoi fare altro denaro, a meno che tu non abbia più oro, giusto?”.

Lui era raggiante. “Fantastica!”, disse. “E’ esatto. Questo è ciò che alla gente ricca piace dell’oro. Impone una disciplina, è un poliziotto nella tesoreria, e ferma il governo dalla tentazione di finanziare le sue follie con del denaro falso. Se hai un sacco di risparmi, vuoi disciplinare le abitudini di un governo di stampare denaro, perché ogni rupia che stampano svaluta la tua ricchezza. Ma nessun governo ha abbastanza oro da coprire il denaro che hanno stampato. Alcuni governi riempiono le proprie casseforti con altre cose di valore, come i dollari o gli euro”.

“Quindi i dollari e gli euro sono basati sull’oro, giusto?”

“Per niente! No, sono garantiti dalle altre valute, da piccoli pezzi di metallo, da sogni e vanterie. Così alla fine, non si basano su nulla!”.

“E’ come il denaro di gioco!”, disse lei.

“Di nuovo bravissima! Persino l’oro non si basa più sull’oro! La maggior parte delle volte, quando compri dell’oro nel mondo reale, compri solo un certificato che dice che possiedi una qualche barra d’oro in una qualche cassaforte in una qualche parte del mondo. Il postino non ti porta un mattoncino d’oro nella cassetta della posta. Ed ecco lo sporco segreto dell’oro: c’è più oro disponibile tramite certificati di deposito di quanto ne sia mai stato estratto”.

“Come è possibile?”.

“Come pensi sia possibile?”.

“Qualcuno stampa dei certificati che non corrispondono veramente a dell’oro?”

“Questa è una buona teoria. Questo è quello che penso accada. Pensa di avere una cassaforte piena d’oro a Hong Kong. Diciamo mille barre. Vendi le mille barre d’oro tramite il mercato dei certificati e chiudi la porta. Ora, un po’ di tempo dopo, qualcuno — una guardia, uno degli amministratori della banca — entra nella cassaforte e ne esce con dieci barre d’oro prese da metà di una pila. Vende queste dieci barre nel mercato dei metalli, e queste finiscono in una banca in Svizzera, che stampa dei certificati per questo oro e li rivende. Poi, un giorno, un amministratore della banca Svizzera si serve con dieci barre di quella banca, e le vende a sua volta. Prima che tu lo sappia, le tue dieci barre d’oro sono state vendute a cento persone differenti”.

“E’ l’inflazione!”.

Lui applaudì. “La migliore delle allieve! Esatto. C’è un detto, in fisica, ‘Ci sono tartarughe fino in fondo’. Lo conosci? Viene dalla storia di un fisico inglese, Bertrand Russell, che tenne una conferenza sull’universo, su come la Terra ruoti intorno al sole e così via. E una piccola vecchia signora del pubblico disse ‘Sono tutte stupidaggini! Il mondo è piatto e si trova sopra la schiena di una tartaruga!’ E Russell disse, ‘Se è così, su cosa si poggia la tartaruga?’ e la nonnina rispose, ‘Non puoi fregarmi, figliolo, ci sono tartarughe fino in fondo!’. In altre parole, ciò su cui si basa l’illusione si basa a sua volta su un’illusione, che a sua volta si basa su un’illusione. Si suppone che una buona valuta sia garantita dall’oro, ma l’oro stesso non esiste. La cattiva valuta non è garantita dall’oro, è garantita da altre valute, e queste non esistono. Alla fine della storia, su cosa si basano tutte queste cose, sai dirmelo?”

“Sulla credulità”, disse Yasmin. “O paura, giusto? Paura che se smetti di credere nel denaro, non sarai più in grado di comprare niente. Questo è identico al denaro di gioco! Ricordo quella volta in cui su Zombie Mecha iniziarono a fare pagare dei buff che un tempo erano gratuiti, da un giorno all’altro, e tutti i giocatori se ne andarono. La gente che era rimasta era così disperata, vagava in giro cercando di vendere il loro gold e le loro armi, offrendole a prezzi che erano bassi comparati a quelli di pochi giorni prima. E’ stato come se tutti avessero smesso di credere in Zombie Mecha e quindi avesse smesso di esistere! E poi il gioco smise di fare pagare quei buff,la gente tornò a giocare e i prezzi tornarono ad alzarsi”.

“La chiamiamo ‘fiducia’”, disse Ashok. “Se hai ‘fiducia’ nell’economia, puoi usare il suo denaro. Se non hai fiducia nell’economia, vuoi allontanartene e liberartene. E ci sono tartarughe fino in fondo. Non c’è quasi niente che valga qualcosa, a parte la fiducia. Vai ad una acciaieria qui a Mumbai e troverai uomini che rischiano la propria vita, lavorando fra i fuochi dell’inferno a piedi nudi, senza elmetti né guanti, fondendo l’acciaio per fare grossi dischi metallici per coprire gli accessi alle fogne in America. Perché lo fanno? Perché gli vengono date delle rupie… che non valgono nulla se non hai fiducianel loro valore. E perché gli vengono date delle rupie? Perché qualcuno — il capo — pensa che otterrà dei dollari per i suoi dischi di acciaio. Quanto valgono i dollari?”

“Nulla?”

Nulla! A meno che tu non creda in essi. E che mi dici dei dischi… che hanno di buono? Sono della dimensione sbagliata per gli accessi alle fogne di Mumbai. Potresti fonderli di nuovo e farne qualcos’altro, ma, a parte questo, sono solo dei biscotti dannatamente grossi che non hanno nessuna utilità. Quindi perché succede tutto questo?”

Yasmin disse, “Oh, questo è semplice. Davvero non lo sai?”

“E’ semplice? Per favore, dimmelo. Non è semplice per me, e ho studiato queste cose per tutta la mia vita”.

“Succede tutto perché è un gioco!”

Lui apparve offeso. “Forse è un gioco per i ricchi e i potenti… ma non è divertente per nessuno dei poveri, dei lavoratori e dei risparmiatori che si trovano dalla parte sbagliata”.

“I giochi non devono essere divertenti, devono solo essere, non so, interessanti? No, essere in grado di catturarti! Ci sono così tante volte che mi trovo a giocare e giocare e non posso smettere neanche se è diventato veramente noioso e ripetitivo. ‘Solo un’altra quest’, mi dico ‘Uccido solo un altro mob’. E poi ancora, ‘Solo un altro, solo un altro, solo un altro’. La cosa importante di un gioco non è quanto è divertente, ma quanto è facile iniziare a giocare e quanto è difficile smettere”.

“Aha. Ok, questo ha senso. Cosa, in particolare, rende difficile fermarsi?”.

“Oh, un sacco di piccole cose. Per esempio, in Zombie Mecha, se smetti di giocare senza andare ad una base Mecha, diventi ‘affaticato’. Se sei affaticato, quando torni in gioco sei meno efficiente e guadagni meno punti per le stesse uccisioni e per andare negli stessi dungeon. Così ti dici, ‘Ok, per oggi ne ho abbastanza, è il momento di tornare ad una base’. E ti metti a correre verso una base, che non è mai troppo vicina alla zona in cui fai le quest, ma, sulla strada, trovi una nuova quest, una quest veloce che dà degli ottimi premi. Fai la quest. Ora vai di nuovo verso la base, ma, di nuovo, ti ritrovi in una quest. La nuova quest è un po’ più lunga di quello che sembrava, ed ora è passato ancora più tempo. Alla fine raggiungi la base, ma hai giocato così tanto che sei quasi passato di livello… Quindi sarebbe un peccato smettere ora, quando uccidere pochi mostri a caso ti porterebbe al livello successivo, permettendoti di comprare dell’equipaggiamento migliore e addestrare certe abilità alla base. Per cui ti metti a dare la caccia ad un po’ di mostri intorno all’entrata della base. Finalmente passi di livello, compri un po’ di nuove armi, e hai anche sbloccato molte nuove quest. Queste quest ti vengono date quando arrivi nella base, ed alcune sembrano davvero interessanti. E a questo punto alcuni dei tuoi amici ti hanno raggiunto, così potete formare un gruppo tutti insieme e fare le quest, cosa più veloce e più divertente che farle da soli. Per quando finalmente riesci a fermarti sono passate tre, a volte quattro, ore da quando avevi deciso di smettere”.

“Questo succede spesso?”

“Oh, sì. A me succede molte volte ogni settimana. Ed io non gioco nemmeno per i punti… gioco per aiutare il sindacato! Più giochi, più sembra sensato continuare a giocare. Tutta questa questione di dollari, rupie e dischi di acciaio… giochiamo a questo gioco tutto il tempo, vero? Quindi è ovvio che funzioni. Tutti ci giocano perché tutti ci hanno giocato per tutta la loro vita”.

“Capisco perché Sorellona Nor mi ha detto di parlare con te”, disse lui. “Sei davvero una ragazza intelligente”.

Lei guardò verso il basso.

“Cosa facciamo riguardo Sorellona Nor?”.

“Lei pensa che dobbiamo trovare il denaro e il supporto per gli scioperanti. Io penso che lei abbia bisogno di denaro e supporto. Dice di stare bene, ma è in ospedale e sembra che sia stata picchiata duramente”.

“Come facciamo ad aiutarla da qui? Sono così lontani”. Yasmin nel frattempo pensava: Il lato opposto di Mumbai rispetto a dove vivo per me è lontanissimo… La Cina potrebbe anche essere sulla Luna o in Mushroom Kingdom. “E come facciamo a sapere che Sorellona Nor è al sicuro dove si trova adesso?”.

“Entrambe sono delle buone domande”, disse. “E’ frustrante. Sono così vicini quando siamo tutti online, ma così lontani quando dobbiamo fare qualcosa che coinvolga il mondo fisico”. Iniziò a camminare. “Queste sono le cose che sa fare bene Sorellona Nor. Lei vede un modo per collegare il mondo virtuale e quello reale, per spostare idee e denaro dall’uno all’altro”.

“Forse allora dovremmo solo concentrarci sui giochi? Sono la parte che sappiamo come usare”.

“Ma queste persone sono nei guai nel mondo reale”, disse Ashok, stringendo le mani a pugno.

Yasmin si ritrovò a ridacchiare, poi a ridere, ridere sul serio. Era così ovvio!

“Oh, Ashok”, disse lei, “Oh sì, lo sono di sicuro”.

E lei sapeva esattamente cosa fare in merito.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 4 (1 di 2)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di queste scene, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Giro di vite contro gli hacker

17/08/2011
By
A scuola ormai difficilmente si arriva a studiare storia fino alla seconda guerra mondiale, che viene lasciata a documentari ed interessi personali.
Ma esiste una storia ancor più recente e di cui si parla molto meno: la storia del Cyberspazio. Una materia che forse studieranno i nipoti dei nostri nipoti, anni che hanno plasmato molto di quello che ci circonda, ma di cui sentiamo raccontare solo frammenti.Fortunatamente Bruce Sterling, uno dei padri fondatori del Cyberpunk, ha deciso che raccontare questa storia era così importante e interessante da poter abbandonare per un breve tempo la fantascienza e dedicarsi invece al passato prossimo. La nascita degli hacker, e prima ancora dei phreaker, quando la frontiera del Cyberspazio era ancora il telefono e non internet.Giro di vite contro gli hacker. Legge e disordine sulla frontiera elettronica ripercorre tutto questo partendo dall’invenzione del telefono fino ai primissimi anni ’90 (il libro stesso è del 1993, ma non lasciatevi ingannare: rimane estremamente attuale anche adesso), mostrando ancora una volta come Bruce Sterling sia un ottimo scrittore, che riesce a manteneresi imparziale anche in temi delicati come questi: interessante come il libro sia stato elogiato sia da alcune di quelle che erano figure di spicco della comunità hacker, sia da esperti di sicurezza informatica.

Il libro si concentra su diversi importanti avvenimenti a cavallo fra gli anni ottanta e novanta, fra cui:

  • L’operazione Sundevil e attacchi contro la Legion of Doom e simili gruppi di hacker

L’operazione Sundevil fu una operazione dei servizi segreti degli Stati Uniti che portò a incursioni in una quindicina di diverse città, tre arresti e la confisca di numerosissimi computer e supporti informatici, l’8 maggio del 1990.
I seguenti processi portarono alla creazione della Eletronic Frontier Foundation

  • Il raid contro la Steve Jackson Games

Avvenuto in quanto uno degli impiegati della Steve Jackson Games, Loyd Blankenship era uno degli obbiettivi del “giro di vite” di cui parla il libro.
Loyd, più noto come The Mentor, è l’autore di Conscience of a Hacker/Hacker Manifesto

  • Il processo contro “Knight Lightning” (uno dei primi giornalisti di Phrack)

“Colpevole” di avere diffuso un memorandum, ottenuto da altri, sul funzionamento del 911 (il numero telefonico per le emergenze statunitense)…
L’accusa chiedeva, fra le altre cose, un rimborso di oltre 75.000 dollari per il fatto.

  • La nascita della Electronic Frontier Foundation

Questi ed altri eventi descritti dal libro portano alla nascita della Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione internazionale non profit per la tutela della diritti digitali e della libertà di parola in internet.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (2 di 3)

14/08/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 3 (1 di 3)

Dove andare ora? Era stanca, affamata, arrabbiata ed esausta. A casa? Era ancora pomeriggio, per cui sua madre e i suoi fratelli erano tutti al lavoro o a scuola. Quel vuoto… la spaventava. Non era abituata a stare da sola. Non era una condizione naturale a Dharavi. Aveva molta sete, il vento soffiava i fumi della plastica nei suoi occhi e sulla sua faccia, inaridendo gola e narici. Nel Café della signora Dibyendu ci sarebbe stato del chai, la signora Dibyendu gliene avrebbe dato una tazza e le avrebbe dato a credito un po’ di tempo sul computer, perché la signora Dibyendu stava cercando disperatamente di salvare il suo locale dalla bancarotta, ora che l’esercito l’aveva abbandonato.

Il nipote idiota della signora Dibyendu le diede una tazza di chai a malavoglia. Non aveva imparato nulla dal pestaggio selvaggio di Mala. Rimaneva ancora troppo vicino, faceva ancora “Eve-teasing”  con la sua banda di poco di buono. Yasmin sapeva che lui desiderava ardentemente vendicarsi di Mala, e che Mala non girava mai dopo il tramonto senza tre o quattro dei ragazzi più grossi dell’esercito. Era una cosa che la rendeva furiosa. Non importava quando Mala la avesse ferita, aveva comunque il diritto di andare in giro vicino a casa sua senza timore di questo idiota. Le labbra di lui ormai erano permanentemente arricciate in un ghigno, grazie alla cicatrice che il piede di Mala aveva lasciato dietro di sé.

Yasmin si sedette al computer, loggandosi. Era certa che il nipote idiota usasse ogni genere di malware per spiare quello che facevano sui computer, ma lei aveva comprato un token di autenticazione in uno dei negozi sui margini di Dharavi, era fantastico, la loggava con una password diversa ogni volta, così che il suo account di PayPal e quelli dei giochi fossero al sicuro.

Senza pensare, riprese la sua solita routine. Loggò su Minerva, cercò missioni di protezione degli Webbly nei mondi in cui giocava. Ma non c’era nessuna missione ad aspettarla. I feed degli Webbly erano infuocati di discorsi sullo sciopero a Shenzhen, voci sul numero degli arrestati, sul numero di sparatorie. Guardava i discorsi scorrere davanti a lei inerme, chiedendosi da dove venissero tutte queste voci. Tutti sembravano sapere qualcosa che lei non conosceva. Come facevano a sapere queste cose?

Un messaggio diretto apparve sul suo schermo. Era da un estraneo, ma era in uno dei gruppi di affinità Webbly più interni, il che voleva dire che Sorellona Nor, Il Possente Krang o Justbob lo aveva manualmente approvato. Chiunque poteva unirsi al cerchio esterno degli Webbly, ma erano molti pochi ad essere in quello interno .

> Ciao, puoi leggermi?

Era una frase completa, con punteggiatura, e la domanda era la più stupida che si potesse immaginare. Era il genere di messaggio che poteva mandarle suo padre. Seppe immediatamente che era in comunicazione con un adulto, e uno che non giocava.

> si

> La nostra comune amica S.N. mi ha chiesto di contattarti. Sei a Mumbai, giusto?

Ebbe un attimo di esitazione. Questa era una maniera di scrivere molto da adulto, molto da non-giocatore. Forse era qualcuno che lavorava per i nemici? Ma Mumbai era grande quanto tutto il mondo. Dire di essere “A Mumbai” era di poco più specifico che dire “In India” o “Sulla Terra”.

> si

> Dove sei? Posso passare a prenderti? Devo parlarti.

> stiamo parlando ora lol

> Cosa? Oh, capisco. No, ho bisogno di PARLARE con te. Queste sono questioni ufficiali. S.N. mi ha chiesto specificamente di mettermi in contatto con te.

Lei inghiottì un altro paio di sorsate di chai, svuotando la tazza.

> ok

> Splendido. Dove posso passare a prenderti?

Lei deglutì nuovamente. Quando erano andati alla spiaggia, sua madre era stata molto chiara su questo punto: Non dire a nessuno che sei di Dharavi. per i Mumbaikar, Dharavi è l’inferno, un posto di tormento eterno, e quelli che ci vivono sono dei mostri. Questo adulto suonava molto rispettabile. Forse avrebbe pensato che Dharavi era l’inferno e l’avrebbe lasciata stare.

> ragazza di dharavi

> Un momento.

Ci fu una lunga pausa. Yasmin si chiese se lui stesse cercando di mettersi in contatto con Sorellona Nor, per dirle che il suo guerriero era una ragazzina degli slum, che era meglio cercare qualcun altro che li aiutasse.

> Conosci questo posto?

Le mandò l’immagine della moschea di Dharavi, alta e imponente, che incombeva sopra tutto il quartiere mussulmano.

> certo!!

> Sarò lì fra un’ora. Questo sono io.

Un’altra immagine. Questa non era di un uomo di mezza età in giacca e cravatta, come si sarebbe aspettata, ma di un giovane, poco sopra i vent’anni, con gel nei capelli e una giacca di cuoio, pantaloni alla moda e neri stivali da motociclista.

> Puoi darmi il tuo numero di telefono? Ti chiamo quando sono vicino.

> lol

> Scusa? Che vuoi dire?

> ragazza di dharavi — niente telefono per me

Aveva avuto un telefono quando era nell’Armata di Mala. Tutti avevano avuto un telefono. Ma era la prima cosa ad essersene andata via quando aveva lasciato l’esercito. Lo teneva ancora in un cassetto, non riusciva a sopportare l’idea di venderlo, ma non funzionava più come telefono, anche se a volte lei lo usava come calcolatrice (con suo disappunto, tutti i giochi che ci aveva scaricato si erano spenti nel momento stesso in cui era stata disconnessa dal servizio telefonico).

> Scusa, scusa. Certo. Troviamoci lì fra un’ora, allora.

Il cuore le batté forte in petto. Incontrare uno strano uomo, andare a fare qualche segreto incarico… Era il genere di cosa che finiva sempre in tragedie terribili, denigrazione e omicidio, nelle storie. E fra un’ora sarebbe stato…

> non si può alla moschea

Sarebbe stato nel bel mezzo dell’Asr, la preghiera pomeridiana, e la moschea sarebbe stata piena degli amici di suo padre. Sarebbe bastato che uno di loro la vedesse con questo strano uomo, con il gel nei capelli, un hindu a giudicare dal rakhi sul suo polso, che si intravedeva da sotto la manica della sua giacca di cuoio. Suo padre sarebbe impazzito.

> invece incontrami alla stazione di mahim dalle barriere di protezione.

Ci fu una pausa. Poi un’altra immagine: due ragazzi a cavallo di una grossa barriera di cemento di fronte alla stazione. Era dove lei e i suoi fratelli avevano aspettato mentre sua madre stava facendo i biglietti.

> Qui?

> si

> O.k. allora. Sarò su uno scooter Tata 620

Un’altra immagine di un piccolo scooter amorevolmente elegante, con un orgoglioso serbatoio porpora sulla sua intelaiatura cromata.

> sarò li

Diede la sua tazza al nipote idiota, senza neanche vedere la smorfia sulla sua faccia mentre avanzava velocemente, nella strada, poi fino a casa per cambiarsi e mettere un po’ di cose in una borsa prima che sua madre o i suoi fratelli tornassero a casa. Non sapeva dove stava andando o quanto a lungo sarebbe stata via, e l’ultima cosa che voleva era dover spiegare tutto questo a sua madre. Avrebbe lasciato un biglietto, uno dei suoi fratelli lo avrebbe letto a sua madre. Scrisse “Sono via per questioni di sindacato. Torno presto. Baci” e ciò doveva bastare, perché, dopo tutto, era tutto ciò che sapeva.

Nella lunga camminata fino alla stazione di Mahim, passò in continuazione da uno stato di estrema eccitazione ad uno di estremo panico. Tutto questo era folle, certo, ma era l’unica cosa che le era rimasta. Se Sorellona Nor garantiva per quest’uomo — maledizione! Non sapeva neanche il suo nome! — allora chi era Yasmin per dubitare di lui?

Mentre si avvicinava ai bordi di Dharavi, i vicoli si allargarono a diventare strade, larghe abbastanza da permettere a dei ragazzini magri e scalzi di giocare a cricket scavando delle piccole buche. Le urlarono contro delle cose “che offendevano la decenza”, come le definiva la sua maestra, la signora Hossain, quando dei ragazzacci si affollavano davanti alla scuola ed urlavano insulti alle ragazze mentre queste uscivano dalla classe. Ma sapeva come ignorarli e, in ogni caso, aveva preso il lathi di suo fratello Abdur, che stava usando come bastone da passeggio. Aveva legato la sciarpa di sotto di un hijab sulla sua cima, in maniera da farlo sembrare più innocuo. A scuola avevano fatto dei giochi ginnici con dei bastoni simili ai lathi, ma senza la punta in ferro. Nonostante ciò, era certa di essere in grado di brandirlo in maniera da incutere abbastanza paura da spaventare qualsiasi malintenzionato che le incrociasse la strada. Fu solo una volta arrivata alla stazione che si rese conto di non aver idea di come portarlo sul piccolo scooter.

Aveva portato con sé il proprio cellulare, solo per poter leggere l’ora, e adesso un’ora era passata e non c’erano segni dell’uomo con il gel nei corti capelli. Passarono altri venti minuti. Era abituata a questo: niente a Dharavi era in perfetto orario, tranne i richiami per le preghiere dalla moschea, i canti dei galli nel mattino, e l’adunata dell’esercito di Mala, che era sempre precisamente alla stessa ora, con dure punizioni per i ritardatari.

I treni andavano e venivano. Riconobbe alcuni uomini che conosceva: amici di suo padre che lavoravano nella vera Mumbai, che l’avrebbero riconosciuta se non fosse stato per l’hijab che lei aveva tirato in alto e bloccato in maniera da coprirle il naso. Era estremamente conscia degli sguardi dei ragazzi hindu. Ufficialmente, hindi e mussulmani non andavano d’accordo. In realtà, conosceva tanti hindu quanti mussulmani a Dharavi, nell’esercito, a scuola. I suoi genitori insistevano a chiamare la città “Bombay”, il vecchio nome della città prima che i feroci nazionalisti hindu lo cambiassero, proclamando che l’India era per gli hindu e solo per gli hindu. Lei e la sua gente potevano pure tornarsene in Bangladesh, in Pakistan o una qualsiasi delle roccaforti mussulmane dove erano la maggioranza della popolazione, lasciando l’India ai veri indiani.

Per lo più questa cosa non la toccava, perché, per lo più. incontrava solamente persone che la conoscevano e che lei conosceva — o persone che erano completamente virtuali e a cui importava di più se lei era un orco oppure un elfo del fuoco che se era mussulmana. Ma qui, sui margini del mondo conosciuto, lei era una ragazza con un hijab, una apertura che lasciava vedere solo gli occhi, un vestito modesto ed un solido bastone e tutti la stavano fissando.

Si mantenne impegnata pensando a come avrebbe potuto attaccare o difendere la stazione usando un numero di sistemi di armamento di giochi diversi. Se fossero stati tutti zombie, avrebbe piazzato i suoi Mecha lì, lì e lì, usando la zona infossata dei binari come un canale attraverso il quale attirare i combattenti nemici a portata di lanciafiamme. Se si fosse trattato di combattimenti su motociclette, avrebbe creato un cerchio in quella direzione con le automobili, là con le moto e avrebbe piazzato il camion-della-morte lì. Questi pensieri la fecero sorridere, un sorriso nascosto al sicuro del suo hijab.

Ed ecco l’uomo, che arrivava nello spiazzo con la sua motocicletta verde, ripulendo la polvere della strada dai suoi occhiali con un lembo della camicia prima di rimetterli nella giacca. Si guardò intorno nervosamente, osservando la gente fuori dalla stazione… lavoratori che fluivano in una direzione e nell’altra, bambini con le mani tese, alcuni che trasportavano bambini più piccoli. Persino fra i rumori della folla, Yasmin poteva sentire il loro pianti tristi ed esperti.

Portò la mano al mento e controllò che la spilla le tenesse ben fisso l’hijab al suo posto, poi si avvicinò al motociclista, attraversando i mendicanti come se non fossero stati lì. Quelli si allontanavano dal suo lathi come le mosche schivano una mano alzata. Il ragazzo era così sconvolto dai mendicanti che gli ci volle un minuto per notare la ragazzina velata di fronte a lui, che stringeva un metro e mezzo di bastone con la punta metallica.

“Yasmin?” il suo hindi era come quello di una star dei fillum. Da vicino era davvero carino, con denti dritti, dei piccoli baffetti ben tagliati ed un naso ed un mento solidi.

Lei annuì.

Lui guardò il suo lathi. “Ho alcuni cavi elastici”, disse. “Penso che potremmo attaccarlo sul lato della moto. E ti ho portato un casco.”

Lei annuì di nuovo. Non sapeva cosa dire. Lui si mosse verso il portabagagli chiuso sul retro della moto, spingendo via un piccolo bambino mendicante che stava mettendo le mani sul lucchetto, poggiò il pollice sul meccanismo di riconoscimento dell’impronta digitale. Si aprì di scatto e lui iniziò a rovistarci dentro, tirando fuori un casco che sembrava qualcosa uscito da un anime, aerodinamico, con complicati disegni carichi di colori giallo e rosa in bassorilievo sulla superficie. Sul davanti del casco c’era un adesivo di Sai Baba, il santo su cui mussulmani e indù andavano d’accordo. Yasmin pensò che fosse un buon segno — anche se era un ragazzo indù, le aveva portato un casco che lei poteva indossare senza andare contro l’Islam.

Lei prese il casco da anime di Sai Baba, notando che l’adesivo era olografico e che Sai Baba si girava per guardarla dritto negli occhi mentre lo sollevava. Era più pesante di quanto sembrasse, con uno spesso rivestimento interno. Nessuno a Dharavi indossava il casco in moto — e anche il ragazzo non ne stava indossando uno. Ma guardando lo stretto sellino, Yasmin pensò a cosa dovesse essere caderne mentre viaggiava a 70 chilometri all’ora in qualche strada di Mumbai e decise di essere felice che lui glielo avesse portato. Così annuì una terza volta e lo sollevò sopra la testa. Si infilò lentamente, la testa che si apriva la strada come una mano intrappolata in un lenzuolo, spingendo fino a riuscire ad infilarselo. Così si ritrovò dentro il casco, i suoni intorno a lei erano smorzati e distanti, la vista tinta di giallo dalla visiera a specchio. Provò a toccarsi la testa — la quale sembrava avrebbe dondolato in avanti sotto il peso del casco se avesse dovuto girarla troppo velocemente — trovò il blocco della visiera e la sollevò. I suoni divennero leggermente più acuti e chiari.

Nel frattempo, il ragazzo aveva attaccato il lathi al lato della moto, divertendo i mendicanti bambini, che avevano offerto consigli e prese in giro ridendo. Aveva un po’ di corde elastiche che aveva estratto dal portabagagli della moto e le aveva avvolte più volte intorno al bastone, trovando posti sull’intelaiatura cromata della moto dove fissarne i ganci, controllando di poter girare il manubrio. Alla fine grugnì, si alzò, ripulì le mani dalla polvere sui jeans e si voltò verso di lei.

“Pronta?”

Yasmin fece un profondo respiro, infine parlò: “Dove stiamo andando?”

“Andheri”, rispose. “Vicino agli studi cinematografici”

Lei annuì come se sapesse dove si trovassero. In un certo senso, ovviamente, lo sapeva: c’erano un sacco di film sull’età d’oro della produzione di film, quando Andheri era stato il posto giusto, alla moda e ribollente di vita. Ma molti di quei film erano su come il sole di Andheri era tramontato, con tutte le grosse case produttrici di film che se ne andavano via. Come sarebbe stato al giorno d’oggi?

“E quando torneremo?”

Lui scosse il capo, pensando “Per stanotte, di certo. Farò in modo che sia così. E alcune persone del sindacato potranno venire con noi e accertarsi che arrivi fino alla porta di casa sana e salva. Ho pensato a tutto”.

“E qual’è il tuo nome?”

Lui la fissò per un attimo, la bocca aperta per la sorpresa. “Ok, non ho pensato a tutto! Sono Ashok. Sai come guidare uno scooter?”

Lei scosse la testa. C’era un sacco di gente che andava su moto e su scooter, in due, tre, o anche quattro alla volta — qualche volta un’intera famiglia, i bambini in braccio alle madri sul retro — ma lei personalmente non c’era mai salita sopra. Stando vicina alla moto di Ashok, adesso, le sembrava qualcosa di inconsistente e, beh, scivoloso, il genere di cosa da cui era più facile cadere che rimanere sopra.

“Ok”, disse lui, agitando il capo, valutando i vestiti di lei. “E’ più difficile col vestito lungo”, disse. “Dovrai sedere con entrambe le gambe da un lato. Si arrampicò sulla moto e le mostrò come, tenendo le ginocchia vicine e pressate contro il lato della moto, torcendo il corpo per guardare in avanti. “Devi stringerti molto forte a me”. Sorrise col suo sorriso da star del cinema.

Yasmin si rese conto di che errore fosse stato il suo. Questo strano uomo. La sua moto. Andarsene a Mumbai, lontano da Dharavi, in un posto strano, per una strana ragione. E ora lui aveva il suo lathi, che non era neanche suo, così se si fosse girata e se ne fosse tornata dentro Dharavi avrebbe dovuto comunque spiegare al fratello dove era finito il lathi, e la nota scritta per sua madre. Così ora stava per finire ammazzata nel traffico di Mumbai con un perfetto sconosciuto andando alla città fantasma preferita da Bollywood.

Tutto questo era senza speranza, ma non quanto essere da sola, fuori dall’esercito, fuori dalla scuola, fuori dagli Webbly. Non quanto lo era essere la povera Yasmin, la ragazza di Dharavi, nata a Dharavi, cresciuta a Dharavi.

Si tirò su sulla moto e Ashok si sedette davanti, con la giacca di cuoio pressata sul suo fianco. Lei cercò di girare le cosce per guardare in avanti e si trovò in una posizione così precaria che per poco non cadde all’indietro.

“Devi tenerti”, disse Ashok, ed i bambini mendicanti fecero dei gesti volgari. Chiudendo gli occhi, lei mise le braccia intorno alla vita di lui, sentendo quanto era magro sotto la giacca alla moda, e unì le dita delle mani all’altezza del suo stomaco. Ora la sua posizione era meno precaria, ma continuava a sentirsi come se dovesse cadere da un momento all’altro… E non aveva nemmeno iniziato a muoversi!

Ashok diede un calcio al cavalletto della moto e accese il motore. Una nuvola di fumi di biodiesel uscì dalla marmitta, con l’odore di vecchio olio da cucina — ovviamente, probabilmente all’inizio era olio da cucina — speziato e stantio. Lo stomaco di Yasmin gorgogliò e lei arrossì sotto il suo hijab, certa che Ashok potesse sentire il rumore del suo stomaco vuoto. Ma lui si limitò a girare la testa e chiedere, “Pronta?”.

“Sì”, disse lei, ma la sua voce venne fuori con uno squittio.

Fecero a malapena cinquanta metri prima che lei gridasse “Ferma! Ferma” nei suoi orecchi. Non era mai stata così spaventata in tutta la sua vita. Si sforzò di sciogliere le dita e portò le mani tremanti al grembo.

“Cosa c’è che non va?”

“Non voglio morire!”, urlò lei. “Non voglio morire sulla tua folle moto in questo folle traffico!”

Lui annuì pensoso. “E’ il vestito,” disse. “Se solo tu potessi sedere a cavalcioni”.

Yasmin tastò le cosce infelice, poi tirò su il vestito, mostrando gli salwar — ampi pantaloni — che indossava sotto di esso. Ashok annuì. “Così andrà bene”, disse. “Ma devi legare i bordi di ogni gamba, così che non rimangano intrappolati nella ruota”. Aprì nuovamente il portabagagli e ne tirò fuori delle fascette di plastica, che lei usò per legarseli alle caviglie.

“Bene, andiamo”, disse Ashok, Yasmin salì sulla la moto, circondandolo di nuovo con le braccia. Lui odorava del suo gel per capelli, di cuoio e di sudore. Yasmin si sentiva come se fosse finita su di un altro pianeta, anche se poteva ancora vedere la stazione di Mahim dietro di se. Si strinse a lui come se ne andasse della propria vita mentre lui dava gas al motore e manovrava nel traffico.

Lei si rese conto che lui prima stava andando piano per lei, guidando con molta precauzione per riguardo alla sua posizione precaria. Ora che lei si sentiva più sicura, lui guidava come il peggior gangster che avesse mai visto in un film di azione. Andava sparato con la piccola moto sul bordo della strada, a lato del traffico lento, che si muoveva a scatti, sempre sull’orlo di finire nel puzzolente canaletto di scolo, essere ucciso da un guidatore che girasse o da una portiera che venisse aperta per sputare del betel sulla strada; o investire uno dei mendicanti che si allineavano sul bordo della strada, bussando ai finestrini e mostrando espressioni tristi ai guidatori imbottigliati nel traffico.

Yasmin aveva guidato un milione di veicoli virtuali nella sua carriera di giocatrice, ad alte velocità, su terreni accidentati. Non era neanche lontanamente la stesa cosa, persino con il casco che filtrava la realtà con la sua imbottitura e il suo visore. Poteva sentire i propri piagnucolii nella testa. Ogni nervo del suo corpo stava urlando Scendi da questo coso finché puoi! Ma la sua mente razionale insisteva sul fatto che questo ragazzo guidava la sua moto per le strade di Mumbai ogni giorno ed era comunque riuscito a sopravvivere.

Inoltre c’erano così tante cose di Mumbai da vedere, mentre passavano velocemente per la strada, e queste erano molto più interessanti che preoccuparsi della propria morte imminente. Mentre sfrecciavano su una strada rialzata, passarono accanto un enorme ponte sospeso, largo otto corsie, tutto di cemento bianco e cavi d’acciaio, che un intricato cartello in hindi e in inglese proclamava orgogliosamente essere il Bandra-Worli Sea Link. Sfrecciarono sulla rampa per salirci, viaggiando vicino alle travi che contornavano il bordo del ponte, sotto di loro, il mare blu splendeva e sembrava così vicino da poterlo quasi raggiungere con la punta delle dita, immergendole nelle onde. L’aria odorava di salmastro e di mare, i soffocanti gas del traffico spazzati via da un vento che colpiva il suo vestito ed i suoi pantaloni, incollandoli al suo corpo. La sua paura svanì mentre attraversavano il ponte e non tornò quando ne ridiscesero, nuovamente a Mumbei, nuovamente nelle strade ingorgate di traffico e di gente. Sterzarono per evitare dei saddhu, uomini consacrati dai corpi nudi coperti di pittura. Sterzarono per evitare dabbahwallah, uomini che consegnavano pranzi fatti in casa da mogli a mariti in tutta la città, con secchi di tiffin attaccati a grosse cornici di legno, bilanciati sopra le loro teste.

Seppe che erano quasi arrivati ad Andheri quando superarono il gigantesco Infinity Mall, girando poi per costeggiare un lungo, antico, muro di mattoni che correva per centinaia di metri, circondando un grosso fondo che doveva essere stato uno degli studi cinematografici. Al di fuori del muro, accanto al canale di scolo, c’era un ribollente mercato di venditori ambulanti, ristoranti all’aria aperta, mendicanti, artigiani e, in mezzo a loro, produttori cinematografici con belle giacche ed occhiali da sole, aggrappati ai loro telefonini mentre andavano per la loro strada. La moto avanzò sterzando in mezzo a tutto questo, evitando una lunga linea di costose automobili senza una sola macchia che correva lungo tutta la lunghezza del muro in una coda senza fine per passare attraverso il posto di blocco della sicurezza all’ingresso.

Yasmin vide tutto questo mentre sfrecciavano per tutta la lunghezza della parete, facendo un giro acuto alla sua fine, seguendola fino ad un ingresso più stretto. Due guardie, con dei fucili incatenati alla cintura, controllavano l’ingresso. Alzarono i fucili quando Ashok si avvicinò, ma quando fu ancora più vicino lo riconobbero e si scostarono, lasciando libera la stretta apertura nel muro, larga a malapena abbastanza per fare passare la moto, nonostante Ashok vi entrò a tutta velocità e Yasmin ansimò quando le sue vesti strusciarono contro il vecchio muro di mattoni.

Attraversare l’ingresso fu come entrare in un altro mondo. Davanti a loro, gli studios si spandevano all’infinito, l’angolo più lontano si perdeva nella nebbia causata dall’inquinamento. Strade e sentieri formavano dei labirinti sul terreno, girando attorno i più grandi edifici che Yasmin avesse mai visto, edifici enormi che sembravano stazioni del treno, o gli hangar per aerei dei film di guerra. Il terreno era tutto coperto di erba curata, frutteti ben ordinati e uomini di fatica che andavano avanti e indietro per svolgere compiti misteriosi con le loro cinture cariche di attrezzi che dondolavano alla loro vita, portando grosse quantità di tubi, legna e tessuti.

Ashok superò gli hangar (dovevano essere gli studi di registrazione dove giravano i film. C’era una buona mappa basata sugli studios cinematografici in Zombie Mecha, dove potevi combattere contro gli zombi attraverso una serie di strutture scenografiche per film) portandoli verso una serie di basse roulotte che abbracciavano il muro alla loro sinistra. Ognuna aveva una palizzata in miniatura di fronte a se, con un piccolo giardino fiorito, così ordinato e pulito che all’inizio Yasmin pensò che i fiori dovessero essere finti.

In fine Ashok fece rallentare la moto e la fermò. Il rumore del motore continuava a rimbombarle nelle orecchie e continuava a sentire il tremito della moto nelle sue gambe e nel suo fondo schiena. Yasmin sciolse la presa intorno alla vita di Ashok e scese dalla moto, inciampando nel lathi e cadendo a terra nell’erba. Arrossendo si rialzò in piedi, incerta, ma dritta.

Ashok le sorrise “Tutto a posto, sorella?”

Lei voleva dire qualcosa di furbo e pungente in risposta, ma non le venne in mente nulla. Le parole le erano state strappate via dalla corsa. Di colpo, si sentì come se fosse in grado solo a malapena di respirare, il tessuto del suo hijab sembrava riempito di polvere e questa le finiva nel naso e nella bocca ogni volta che inalava. Con cura sciolse l’hijab così da scoprire la faccia.

Ashok la guardò con orrore. “Tu… sei solo una bambina!”

Lei si adirò e le parole le tornarono. “Ho quattordici anni… Ci sono ragazze della mia età che hanno marito e figli a Dharavi! Sono un’abile combattente e un comandante. Non sono una bambina!”

Lui arrossì diventando viola e chiuse le mani all’altezza del petto in un gesto di scusa. “Perdonami”, disse. “Ma… Beh, credevo tu avessi diciotto o diciannove anni. Sei alta. Ti ho portato per tutta questa strada e sei, beh, sei una bambina! I tuoi genitori impazziranno per la preoccupazione!”

Lei gli rivolse il suo migliore sguardo duro, quello che usava con i ragazzi dell’esercito per farli comportare bene quando iniziavano a comportarsi troppo, beh, da ragazzi. “Ho lasciato loro un biglietto. E sarò di ritorno stanotte. E sono abbastanza grande da preoccuparmi di queste cose da sola, grazie tante. Ora, mi hai trascinata per mezza India per un qualche proposito misterioso, e sono certa che non sia semplicemente per parlarmi della mia vita familiare”.

Lui si riprese e sorrise di nuovo. “Scusa, scusa. Hai ragione, siamo qui per un meeting. E’ importante. Gli Webbly non hanno mai avuto molti contatti con i veri sindacati, ma ora che Nor è nei guai, mi ha chiesto di occuparmi della sua causa con i sindacati di qui. Ci sono degli incontri come questo in tutto il mondo, oggi. In Cina e in Indonesia, in Pakistan, Messico e Guatemala. La gente che ci sta aspettando là dentro… sono leader di veri sindacati, rappresentanti del sindacato dei lavoratori tessili, dei lavoratori delle acciaierie, persino il sindacato dei Lavoratori dei Transporti e Portuali… i sindacati più grossi di Mumbai. Con il loro supporto, gli Webbly avrebbero accesso a denaro, gente per le linee di picchetto, influenza e potere. Ma non sanno nulla di quello che fai… Non hanno mai giocato a niente. Pensano che internet serva per le e-mail e per la pornografia. Così tu sei qui — noi siamo qui — per spiegare loro queste cose”.

Lei deglutì un paio di volte. C’erano così tante cose in tutto questo che non capiva… e quello che capiva non la rendeva affatto felice. Per esempio, questa storia dei veri sindacati: gli Webbly erano un vero sindacato! Ma c’erano cose più pressanti che la sua irritazione, per esempio: “Cosa intendi con ‘noi siamo qui per spiegare’? Sei un giocatore?”.

Lui scosse la testa mestamente “Non ho la pazienza per farlo. Sono un economista. Un economista del lavoro. Ho passato un sacco di tempo con SN, lavorando ad una strategia con lei”.

Yasmin non era del tutto certa di cosa fosse un economista, ma sentiva che ammetterlo avrebbe minato ulteriormente la sua credibilità con questo uomo che l’aveva chiamata bambina. “Ho bisogno del mio lathi”, disse lei.

“Non hai bisogno di un lathi a questo meeting”, disse Ashok. “Nessuno ci attaccherà”

“Qualcuno lo ruberà”

“Questa non è Dharavi”, rispose lui. “Nessuno lo ruberà”.

Questo fece scattare qualcosa dentro di lei. Lei poteva parlare dei problemi di Dharavi. Lei era una ragazza di Dharavi. Ma questo estraneo non aveva nessun diritto di parlar male della sua casa. “Ho bisogno del mio lathi nel caso dovessi spaccarti il cranio per insegnarti a parlar male di casa mia”, disse lei, digrignando i denti.

“Scusa, scusa”. Si acquattò accanto alla moto e iniziò a togliere le corde elastiche che bloccavano il lathi. Anche Yasmin si inginocchiò ed iniziò a liberarsi delle fascette di plastica che le stringevano i pantaloni alle caviglie, ma queste si potevano solo chiudere, non aprire. Ashok guardò verso di lei da sopra i cavi elastici.

“Devi tagliarle”, disse. “Ecco, un secondo”. Cercò nella tasca dei pantaloni e ne tirò fuori un coltello a farfalla che aprì con uno scatto. Prese con gentilezza la banda di plastica sulla sua caviglia destra e infilò la lama fra questa e la sua gamba. Lei trattenne il fiato mentre lui tagliava la plastica, per poi passare all’altra caviglia. Lui la guardò. I loro occhi si incontrarono e lei distolse lo sguardo.

“Stai attento”, gli disse, nonostante lui avesse già finito. Lui le passo il lathi. Lei lo prese con le dita intorpidite, facendolo quasi cadere, per poi riafferrarlo con più forza.

“Ok”, disse lui. “Ok”. Scosse la testa. “La gente là dentro non sa niente di te o di cosa fai. Sono un po’, sai, all’antica”. Sorrise, come se stesse ricordando qualcosa. “Molto all’antica, in alcuni casi. E non sono molto bravi coi bambini. Coi giovani, volevo dire”. Alzò entrambe le mani mentre lei alzava il suo lathi. “Volevo solo avvertirti”. La guardò per un attimo. “Forse potresti coprirti di nuovo il volto?”

Yasmin ci pensò su per un momento. Ovviamente non voleva coprirsi la faccia. Voleva entrare semplicemente come sé stessa. Perché non poteva farlo? Ma indossare l’hijab aveva i suoi vantaggi, ed uno era che nessuno ti avrebbe chiesto perché coprivi la tua faccia. Ashok aveva chiaramente creduto che lei fosse molto più vecchia finché non se l’era sciolto.

Senza parole, portò il tessuto a coprirle il volto, legandolo. Lui alzò i pollici con approvazione e disse, “Perfetto! Sono brava gente, devi sapere. Davvero brava gente. Vogliono essere dalla nostra parte”. Ashok deglutì, pensò un altro po’, scosse leggermente la testa da lato a lato. “Ma forse non lo sanno ancora”.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (3 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di questa scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (1 di 3)

31/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 2

Questa scena è dedicata a Booksmith, di San Francisco, collocato nel leggendario vicinato di Haight-Ashbury, a sole poche porte di distanza da “Ben and Jerry’s”, all’angolo esatto fra Haight e Ashbury. La gente del Booksmith sa davvero come gestire eventi con la partecipazione di autori famosi. Quando vivevo a San Francisco, andavo lì in continuazione per sentire parlare incredibili scrittori (William Gibson fu indimenticabile)- Producono anche delle piccole trading cards come quelle dei giocatori di baseball, per ciascun autore — ne ho due in ricordo delle due volte che sono andato io a parlare da loro.

Booksmith: 1644 Haight St. San Francisco CA 94117 USA +1 415 863 8688

Yasmin non vedeva più Mala. Se non eri della banda, il “Generale Robotwalla” non voleva parlarti.

E Yasmin non voleva più essere nella banda.

Anche lei aveva ricevuto una visita da Sorellona Nor. Quello che diceva la donna aveva senso. Loro facevano tutto il lavoro, ma non prendevano quasi nulla del denaro che guadagnavano. Questo non era vero solo nei giochi — i suoi genitori avevano passato l’intera vita a sgobbare per altri e questi altri erano diventati sempre più ricchi, mentre loro erano rimasti a Dharavi

Il signor Banerjee aveva pagato l’esercito di Mala più di quanto qualsiasi altro bambino degli slum potesse guadagnare, questo era vero, e venivano anche pagati per giocare ai loro giochi, il che era sembrato un miracolo… all’inizio. Ma più Yasmin ci pensava, meno miracoloso sembrava il tutto. Sorellona Nor le aveva mostrato delle immagini, mentre erano sul gioco, dei lavoratori a cui stavano rovinando il lavoro. Alcuni erano in Indonesia, altri in Tailandia, alcuni in Malesia, altri in Cina. Un sacco di loro era in India, In Sri Lanka, in Pakistan, e in Bangladesh, da cui venivano i suoi genitori. Le assomigliavano. Assomigliavano ai suoi amici.

E anche loro stavano solo cercando di guadagnare dei soldi. Stavano solo cercando di aiutare le proprie famiglie, nella stessa maniera in cui lo aveva fatto l’esercito di Mala. “Non devi per forza fare del male agli altri lavoratori per sopravvivere”, le aveva detto Sorellona Nor. “Possiamo tutti prosperare insieme”.

Giorno dopo giorno, Yasmin si era insinuata nel caffè della signora Dibyenduprima che l’Esercito si riunisse — non dalla signora Dibyendu, ma in un nuovo Internet Café poco più in là sulla strada, vicino al collettivo del papadam delle donne — e aveva chiacchierato con Sorellona Nor e ascoltato le sue storie su come avrebbero potuto andare le cose.

Non ne aveva mai parlato con nessun altro nell’esercito. Per quanto ne sapevano, lei era il leale luogotenente di Mala, solida e affidabile. Lei doveva mantenere la disciplina nei ranghi, il che voleva dire impedire ai ragazzi di litigare troppo ed impedire alle ragazze di formare gruppetti contrapposti che mormoravano e sibilavano l’uno contro l’altro. Per loro lei era un severo, formidabile combattente, qualcuno a cui obbedire incondizionatamente in battaglia. Non poteva avvicinarsi loro e dire “Avete mai pensato di combattere per i lavoratori anziché contro di loro?”

Non importava quando Sorellona Nor lo avrebbe voluto.

“Yasmin, loro ti ascoltano, la, loro ti amano e guardano a te come ad un esempio. Lo dici tu stessa”. Il suo Hindi aveva uno strano accento ed era insaporito di parole inglesi e cinesi. Ma c’erano un sacco di accenti buffi a Dharavi, dialetti e lingue provenienti da tutta la Madre India.

Alla fine, acconsentì. Non a parlare con i soldati, ma a parlare con Mala, che era stata sua amica fin da quando Yasmin l’aveva trovata mentre stava trasportando un grosso sacco di iuta dal negozio del signor Bhatt fino a casa, con il suo fratellino. Sembrava smarrita e spaventata, nelle strade di Dharavi. Lei e Mala erano state inseparabili da quel momento in poi, e Yasmin era sempre stata in grado di dirle qualsiasi cosa.

“Buon giorno, Generale”, disse, mettendosi affianco a Mala mentre questa camminava verso il pozzo comunale con un secchio d’acqua in ciascuna mano. Prese un secchio da Mala e strinse la mano ora libera in una stretta fraterna.

Mala sorrise e strinse a sua volta. Il sorriso fu come quello della vecchia Mala, la Mala che esisteva prima che arrivasse il Generale Robotwallah. “Buon giorno, Luogotenente”. Mala era carina quando sorrideva, i suoi occhi seri pieni di birboneria, i piccoli denti quadrati tutti in mostra. Quando sorrideva in questo modo, Yasmin sentiva di avere una sorella.

Parlarono a bassa voce mentre aspettavano di usare il pozzo, passandosi informazioni sulle proprie famiglie. La madre di Mala aveva incontrato un uomo alla fabbrica del signor Bhatt, un uomo i cui genitori erano arrivati a Mumbai una generazione prima, ma dello stesso villaggio. Era cresciuto ascoltando storie della vita nel villaggio e poteva starsene ad ascoltare la ammaji di Mala raccontare storie di quella terra promessa per tutto il giorno. Era gentile, aveva una risata poderosa e Mala approvava. La nani di Yasmin, ovvero sua nonna, era in contatto con un fiammiferaio di Londra e stava minacciando Yasmin di trovarle un marito laggiù, anche se i suoi genitori non ne volevano neanche sentir parlare.

Una volta che ebbero l’acqua, Yasmin aiutò Mala a portarla fino a casa sua, ma si fermò prima che ci arrivassero, al riparo dello scivolo sospeso in cui i lavoratori facevano scivolare le casse da una fabbrica al secondo piano fino ai portatori a terra. La fabbrica non aveva ancora aperto, per cui in quel momento era tutto tranquillo.

“Sorellona Nor mi ha chiesto di parlarti, Mala”.

Mala si irrigidì ed il suo sorriso scomparve. Nei suoi occhi c’era uno sguardo duro, lo sguardo del Generale Robotwallah. “Cosa ti ha detto?”

“Le stesse cose che ha detto a te, immagino. Che la gente contro cui combattiamo sono dei lavoratori, come noi. Che possiamo vivere senza fare del male ad altra gente. Che possiamo lavorare con loro, coi lavoratori in ogni luogo…”

Mala alzò la mano, il comando del Generale per ottenere silenzio nella centrale operativa. “L’ho sentito, l’ho sentito. E cosa, pensi che abbia ragione? Vuoi abbandonare tutto e tornare a come eravamo prima? Tornare a scuola, tornare al lavoro, tornare a non avere soldi, non avere cibo ed essere spaventati tutto il tempo?”

Yasmin non ricordava di essere stata sempre spaventata e la scuola non era stata così male, giusto? “Mala”, disse, cercando di placarla “Volevo solo parlare con te di questa cosa. Tu ci hai salvato, hai salvato tutti noi dell’Esercito, ci hai portati fuori dalla miseria, verso le ricchezze e il lavoro. Ma lavoriamo e lavoriamo per il signor Banerjee, per i suoi capi, come i nostri genitori lavorano per dei capi, come i bambini contro cui combattiamo nel gioco lavorano per dei capi e stavo solo pensando… ” Riprese fiato. “Penso di avere più cose in comune con i lavoratori di quante non ne abbia con i capi. Che, forse, se tutti quanti ci unissimo insieme, e chiedessimo un accordo migliore da tutti loro…”

Gli occhi di Mala fiammeggiarono. “Vuoi guidare l’Esercito, è così? Vuoi portarci in questa tua missione per diventare amici di tutti, unirci per combattere contro il signor Banerjee e i capi, contro il signor Bhatt che possiede la fabbrica e contro la gente che possiede il gioco? E come combatterai, piccola Yasmin? Vuoi capovolgere l’intero mondo così che alla fine sia giusto e gentile con tutti?”

Yasmin si ritrasse, ma prese un profondo respiro e guardò nei terribili occhi del Generale. “Cosa c’è di così sbagliato con la gentilezza, Mala? Cosa c’è di così orribile nel sopravvivere senza danneggiare altre persone?”

Le labbra di Mala si contorsero in una smorfia di puro disgusto. “Non lo sai ancora, Yasmin? Non te ne sei ancora resa conto? Guardati attorno” Fece un ampio gesto col secchio d’acqua, quasi colpendo una vecchia signora che stava muovendosi lentamente accanto a loro, portando a sua volta dei secchi d’acqua. “Guardati attorno! Lo sai che ci sono delle persone in tutto il mondo che hanno delle belle automobili, mangiano bene, hanno servitori e cameriere? Ci sono persone in tutto il mondo che hanno dei bagni, Yasmin, che hanno l’acqua corrente in casa e che hanno ciascuno una propria camera con un bel letto in cui dormire! Pensi che quelle persone rinunceranno ai loro bei letti, alle loro belle case e automobili per te? E se non rinunciano loro, da dove potranno arrivarci queste cose? Quanti letti e quante automobili ci sono al mondo? Ce ne sono abbastanza per tutti noi? In questo mondo, Yasmin, non c’è abbastanza per tutti. Questo vuole dire che ci saranno degli sconfitti e dei vincitori, come in ogni gioco, e tu puoi decidere se vuoi essere un vincitore o un perdente.”

Yasmin mormorò qualcosa.

“Cosa?”, le urlò Mala. “Che stai dicendo, ragazza? Parla così che ti possa sentire!”

“Non penso che sia così. Penso che possiamo essere gentili con le altre persone e che loro saranno gentili con noi. Penso che possiamo rimanere uniti, come un team, come l’Esercito, e lavorare tutti insieme per rendere il mondo un posto migliore”.

Mala fece una risata, che suonava forzata e Yasmin pensò di aver visto delle lacrime negli occhi della sua amica. “Sai cosa succede quando ti comporti così, Yasmin? Trovano un modo per distruggerti. Per costringerti a diventare un animale. Perché loro sono degli animali. Vogliono vincere e se tu offri loro una mano, loro ti taglieranno via le dita. Devi essere un animale per sopravvivere”.

Yasmin scosse la testa, negando ogni cosa.”Non è vero, Mala! I nostri vicini, qui, loro non sono animali. Sono persone. Sono brave persone. Non abbiamo niente, ma comunque cooperiamo. Ci aiutiamo l’un l’altro…”

“Oh, certo, magari puoi farti un piccolo gruppo di amici qui, gente che dovrebbero guardarti negli occhi se dovessero cercare di giocarti un brutto tiro. Ma il mondo è grande. Pensi che quegli amici di Sorellona Nor a Singapore, In Cina, in America, in Russia… Credi che loro ci penserebbero due volte prima di distruggerti? In Africa, in…”. Mosse il braccio in un gesto ampio, a includere tutti i paesi di cui non conosceva il nome, pieni di branchi di lavoratori predatori, pronti a prendere loro il loro lavoro. “Ascolta: te ne importa davvero così tanto dei cinesi e dei russi e di tutte queste altre persone? Ti toglieresti il pane di bocca per darlo a loro? Per un branco di stranieri che non si degnerebbero di sputarti addosso se stessi morendo bruciata?”

Yasmin credeva di conoscere la sua amica, ma queste cose non assomigliavano a niente che Mala avesse detto prima. Da dove veniva tutto questo patriottismo indiano? “Mala, i giochi a cui giochiamo appartengono a degli stranieri. Chi se ne frega se sono stranieri? Non è abbastanza il fatto che siano persone? Non eri tu quella che si arrabbiava per lo stupido sistema di caste e diceva che tutti avevano diritto all’uguaglianza?”

“Diritto!” Mala sputò la parola come fosse una bestemmia. “A chi importa a cosa hai diritto, se non puoi ottenerlo. Riempiti la pancia col diritto. Dormi su un letto di diritto. Guarda cosa si ottiene dall’avere diritto!”

“Quindi il tuo Esercito si interessa solo a prendere qualsiasi cosa possa, anche se questo vuol dire fare del male a delle altre persone?”

Mala si drizzò ancora di più. “Esatto, il mio esercito, Yasmin. Il mio esercito! E tu non ne fai più parte. Non ti dar pena di tornare, perché, perché…”

“Perché non sono più tua amica né tua luogotenente”, disse Yasmin. “Lo capisco, Generale Robotwallah. Ma il tuo esercito non durerà per sempre, mentre la nostra amicizia avrebbe potuto farlo, se per te fosse contata di più. Mi spiace che tu faccia questa decisione, Generale Robotwallah, ma spetta a te. E’ il tuo karma.” Poggiò a terra il secchio d’acqua e si girò, andandosene via, la schiena dritta, aspettando che Mala le saltasse sulla schiena e la facesse finire nel fango, aspettando che lei corresse per abbracciarla e chiedere scusa. Arrivò fino all’incrocio successivo, in una strada stretta in mezzo ad altre fabbriche di riciclaggio della plastica e fece in modo di guardare dietro di sé mentre girava, facendo finta di stare schivando un paio di capre portate da un anziano uomo tamil.

Mala stava dritta come un soldato, gli occhi brucianti fissi su di lei, che la trafissero per un momento, la bloccarono, così che dovette davvero impegnarsi a schivare le capre. Quando guardò di nuovo indietro, il Generale si era allontanato, le braccia magre tese nel trasporto dei secchi d’acqua.

Sorellona Nor le aveva detto di essere comprensiva.

“E’ ancora tua amica”, disse la donna. La sua voce emanava dal gigantesco robot che faceva da guardia ad un gruppo di gold-farmers Webbly che stavano raidando metodicamente una vecchia armeria, uccidendo gli zombie e prendendo il denaro e le armi che apparivano ogni volta che ripetevano il dungeon. “Forse non lo sa, ma è dal lato dei lavoratori. L’altro lato, il lato dei boss, quelli la useranno per i suoi servigi, ma non la lasceranno mai entrare nel loro campo. La cosa migliore che può sperare è di diventare un cagnolino coccolato, una piccola quantità di utili muscoli in affitto. Non penso che le basterà, e tu?”

Ma non era di molto conforto. In una mattina, Yasmin aveva perso la sua migliore amica ed il suo lavoro. Iniziò ad andare di nuovo a scuola, ma nei sei mesi passati era rimasta indietro e ora gli insegnanti volevano che rimanesse indietro di un anno e si sedesse fra gli studenti del quarto anno, cosa che per lei era imbarazzante. Era sempre stata una buona studentessa e la umiliava doversi sedere coi ragazzini più giovani — e, a rendere le cose peggiori, era alta per la sua età, quindi torreggiava sopra tutti loro. Poco a poco, smise di andare a scuola.

I suoi genitori erano oltraggiati, ovviamente. Ma lo erano stati anche quando Yasmin si era unita all’esercito. All’epoca suo padre l’aveva picchiata per dieci giorni filati, mentre lei si rifiutava di piangere, rifiutava di lasciare che la sua volontà venisse spezzata. Alla fine, erano stati vinti dalla sua testardaggine. E, ovviamente, dal denaro che aveva portato a casa.

Yasmin poteva occuparsi dei suoi genitori.

L’Internet Café della signora Dibyendu era un posto triste ora che l’Esercito se ne era andato. Mala era riuscita a costringere il signor Banerjee a cedere su questo punto e lo aveva considerato un enorme dimostrazione di forza in cui lei aveva prevalso. Ma Yasmin pensava che Mala non ce l’avrebbe mai fatta se la signora Dibyendu non fosse stata così desiderosa di sbarazzarsi dell’Esercito.

Yasmin però dubitava che la signora Dibyendu avesse anticipato l’effetto che la partenza dell’Esercito avrebbe avuto sul suo piccolo negozio. Una volta che l’Esercito se ne fu andato, ogni ragazzino di Dharavi lo seguì — nessuno che avesse meno di trent’anni metteva piede nel suo Café. Nessuno eccetto Yasmin, che ora sedeva lì tutto il giorno, combattendo per i lavoratori.

“Sei molto brava”, le aveva detto Justbob. Justbob era la luogotenente di Sorellona Nor, e il suo hindi era terribile, per cui comunicavano in un inglese spezzato che ciascuna di esse comprendeva a malapena. Nonostante ciò, il gioco di Justbob era aggressivo e solo un pelo sotto l’essere del tutto spericolato, completamente privo di paura. Mentre giocava, Justbob gridava degli spaventosi urli di battaglia in tamil ed in cinese, cosa che faceva ridere Yasmin persino mentre le veniva la pelle d’oca. A Justbob piaceva incaricare Yasmin delle scelte strategiche mentre lei guidava armate di difensori provenienti da tutto il mondo, difendendo i lavoratori da gente come Mala.

“Grazie”, disse Yasmin, inviando uno squadrone a fintare contro il fianco sinistro di un un’unità di venti incrociatori di arrugginite automobili da battaglia rese simili a ricci dalle mitragliatrici e lanciagranate che avevano addosso. Giocava soprattutto a Mad Max: Autoduel and Civilization, in questi giorni, evitando Zombie Mecha e gli altri giochi in cui Mala ed il suo Esercito la facevano da padroni. Autoduel andava di moda adesso, unito ad un reality show in cui dei folli uomini bianchi combattevano l’uno contro l’altro nei deserti australiani con delle auto assassine uguali a quelle in gioco.

L’esercito nemico si bevve la finta, spostandosi in un ampio arco per mostrare le armi montate davanti a loro ai piccoli e veloci scout in motocicletta. Questi dovevano essere sembrati dei bersagli facili: le veloci moto da cross non potevano reggere nessun vero armamento o armatura, così ogni guidatore era limitato ad utilizzare armi a mano, soprattutto Uzi automatici, spargendo sventagliate di proiettili metallici contro i grugni pesantemente corazzati del nemico, che ricambiò il fuoco con le mitragliatrici, montate su tripodi, e con i lanciagranate .

Ma mentre si giravano finirono in una doppia fila di mine che Yasmin aveva piazzato di nascosto all’inizio della battaglia. Poi, mentre le automobili saltavano e cozzavano le une contro le altre, i dragoni di Justbob entrarono dal lato sinistro, lo splendido furgone da battaglia da quello destro — un pesante RV a due pieni corazzato con un’armatura a tre strati, su cui si aprivano numerose feritoie, dalle quali si poteva sparare con una batteria di lanciafiamme e armi balistiche automatiche, la maggior parte delle quali sparava proiettili di uranio impoverito che passavano attraverso le auto nemiche come fossero di burro. Non era difficile fuggire dal furgone da battaglia, ma non c’era nessun posto in cui il nemico potesse fuggire, e, pochi minuti dopo, tutto quello che era rimasto dei nemici erano petrolio in fiamme e corpi orrendamente mutilati.

Yasmin allargò la visuale e spostò il suo tre-ruote intorno ad una duna fino a dove il party di lavoratori continuava indisturbato a lavorare, facendo scavi in una città sepolta piena di bestie mutanti, saccheggiando le sue ricche riserve di munizioni e tesori d’arte per la decima volta quel giorno. Yasmin non poteva veramente parlare con loro — erano di un qualche posto in Cina chiamato Fujian e, in ogni caso, erano occupati. Avevano abbandonato i loro boss e avevano formato una cooperativa di lavoro, dividendosi equamente gli introiti, ma si erano fortemente indebitati comprando i computer per fare ciò. Da quello che Yasmin era riuscita a capire, i loro familiari potevano venire feriti, persino uccisi, se non riuscivano a pagare una rata, perché avevano preso denaro in prestito da dei criminali.

Sarebbe stata una bella cosa se avessero avuto accesso ad una migliore fonte di denaro, ma certamente non poteva trattarsi di Yasmin. I soldi che le dava l’Esercito erano finiti poche settimane dopo aver lasciato Mala, e nonostante la IWWWW la pagava un po’ per fare la guardia alla gente del sindacato, non era molto, soprattutto rispetto alla gran quantità di denaro che il signor Banerjee elargiva con indifferenza.

Almeno non stava facendo del male ad altra povera gente per sopravvivere. Gli stupidi si cui si era appena sbarazzata sarebbero stati pagati anche se avevano perso. E poi doveva ammetterlo: era divertente. C’era una vera emozione nel giocare al gioco, giocarci bene, avendo questa armata di gente che seguiva la sua guida per cooperare e diventare un’arma invincibile.

Poi, Justbob scomparve. Non scrisse neanche un frettoloso “gtg”, semplicemente non era più dall’altro capo del microfono. E c’erano rumori di qualcosa che veniva distrutto, grida in un linguaggio che Yasmin non conosceva. Urla distanti.

Yasmin accese Minerva, il social network preferito dagli Webbly, come faceva un migliaio di volte al giorno. Minerva era stato sviluppato per i giocatori, ed aveva ogni genere di belle dashboard che mostravano i mondi in cui si trovavano i tuoi amici, che genere di battaglie stavano combattendo e così via. Era facile perdersi in Minerva, cadendo in una trance di click scorrendo gli screenshot di battaglie famose, leggendo gli insulti e le vanterie fra le gilde, discussioni accese sul metodo migliore per fare un certo livello — e gli interminabili scambi di colpi tra gold-farmer. Una cosa che adorava di Minerva era il traduttore automatico, il cui database includeva ogni genere di abbreviazioni e slang usati dai giocatori. Sapeva che Kekekekeke era l’equivalente coreano di LOL e un milione di altre cose di dialetti vitali. Questo rendeva Minerva specialmente utile per il network globale delle gilde degli Webbly, cooperative di lavoratori, locali e clan.

La sua dashboard era impazzita. Webbly da tutto il mondo stavano tweettando riguardo a qualcosa che stava succedendo in Cina, un grosso sciopero da parte di un gruppo di gold-farmer che si erano rivoltati contro i loro boss e che ora stavano facendo picchetto fuori dalle loro fabbriche. I giocatori di tutto il mondo stavano andando in un posto su Mushroom Kingdom per bloccare un qualche genere di exploit che questi stavano utilizzando prima di iniziare a scioperare. Yasmin non aveva mai giocato a Mushroom Kingdom, quindi non sarebbe stata di nessuna utilità lì — dovevi sapere un sacco di cose riguardo alle armi e alla fisica di gioco, come anche dei tipi di personaggi, prima di poter combattere efficientemente. Ma a giudicare da quello che poteva vedere, c’erano più che abbastanza Webbly disponibili su ogni shard per riempire il vuoto.

Seguì i messaggi man mano che arrivavano, guardò le avanzate e le ritirate, le vittorie e le sconfitte, aspettando sulle spine la fine della battaglia che sarebbe arrivata quando i GM avessero scoperto che stava succedendo qualcosa, bannando quindi tutti gli account. Quella era l’arma segreta di tutte le battaglie: chiunque che avesse fatto la spia agli impiegati delle compagnie che gestivano i mondi poteva distruggere entrambe le fazioni in lotta, distruggendo i loro account e il loro loot in un istante. Nessuno poteva permetterselo — e nessuno poteva neanche permettersi di combattere in battaglie così grandi da attirare l’attenzione dei GM.

Ma, nonostante ciò, ecco lì gli Webbly, a centinaia, che rischiavano i loro account e i loro mezzi di sussistenza per rimandare indietro i sicari che stavano cercando di spezzare lo sciopero. Il sangue di Yasmin cantava: eccola, eccola qui la cosa di cui Sorellona Nor aveva parlato: Solidarietà! Una ferita ad uno è una ferita a tutti! Siamo tutti nella stessa squadra… e rimaniamo uniti.

C’erano anche video e immagini dello sciopero nel mondo reale — magri ragazzi cinesi che sbattevano gli occhi come gufi alla luce del sole, nelle strade lontane di una terra distante, in piedi con le braccia unite di fronte a delle porte di vetro, cantando slogan in cinese. I passanti li guardavano con tanto d’occhi, li indicavano o ridevano. Molti di coloro che passavano di lì per caso erano ragazze, intorno ai vent’anni, molto ben vestite, con acconciature alla moda, gonne corte, bluse ben stirate e capelli lucenti. Li fissavano, e qualcuna di loro si avvicinò persino a parlare ai ragazzi, che si beavano della loro attenzione. Yasmin sapeva come funzionavano le cose fra ragazzi e ragazze e la maniera in cui si comportavano gli uni con le altre… non aveva forse già visto e usato quella conoscenza quando era luogotenente di Mala?

E ora sempre più ragazze stavano unendosi ai ragazzi — non proprio unendosi, ma piuttosto affollandosi attorno a loro, formando capannelli, parlando fra di loro. Ed ecco che arrivò anche la polizia, un sacco di foto della polizia che fecero sprofondare il cuore di Yasmin. Poteva vedere, con il suo occhio da stratega, come le posizioni in cui i poliziotti si erano disposti avrebbero funzionato in una carica contro gli scioperanti, chiudendo loro ogni via di fuga, inscatolandoli e intrappolandoli quando la polizia avesse colpito.

Ora le foto arrivarono più lentamente, ora i video si fermarono. Mani guantate raggiungevano gli obbiettivi e portavano via gli apparecchi di registrazione, coprendone le lenti. L’ultimo rumore che si sentì fu di urla, rabbiose, spaventate, di dolore…

E ora i messaggi in fondo allo schermo iniziarono ad impazzire ancora di più, messaggi dai picchetti in Cina sulle cariche della polizia, e ci fu un momento surreale in cui a Yasmin sembrò di leggere di nuovo di una battaglia in gioco, ambientata in un mondo ispirato alla Cina industriale, un posto che le era estraneo quanto Zombie Mecha o Mad Max. Ma questa era gente reale, che si azzuffava con la vera polizia, che veniva colpita da veri manganelli. L’immaginazione di Yasmin le fornì la visione di gente che urlava, che si contorceva, calpestandosi l’un l’altro, con la stessa ricchezza di dettagli che c’era nei giochi. Era una scena familiare, ma non erano zombie ad essere catturati nella mischia, a cadere sotto le manganellate, ma giovani, pallidi ragazzi cinesi e belle ragazze cinesi alla moda.

E poi i messaggi scomparvero, mentre tutti sulla scena si zittirono. Continuavano ad arrivare messaggi impazziti da tutto il mondo, qualcuno dicendo che la polizia cinese poteva scollegare tutti i cellulari di una città o di una zona locale se volevano. Così forse c’era ancora della gente che faceva le riprese e scriveva. Forse non erano stati tutti arrestati e portati via.

Yasmin nascose la faccia fra le mani e respirò pesantemente. La signora Dibyendu le gridò qualcosa, forse preoccupata. Era impossibile capirlo al di sopra del suono del fluire del sangue nelle orecchie e il martellante battito del cuore.

Là fuori, Webbly in tutto il mondo stavano combattendo per un mondo migliore per la gente povera, e a cosa serviva? Come poteva la sua solidarietà aiutare quelle persone in Cina? Come potevano loro aiutare lei quando ne avesse avuto bisogno? Dove erano Sorellona Nor, Justbob e Il Possente Krang quando ne aveva bisogno?

Barcollò nella luce del giorno, sbattendo le palpebre, pensando a quei magri ragazzi cinesi e alla polizia schierata strategicamente intorno a loro. Di colpo, le strade e i vicoli familiari di Dharavi le sembrarono sinistri e claustrofobici, come se ci fosse gente che la osservava ad ogni angolo, pronta ad attaccarla. Dopo tutto, era solo una ragazza, una ragazzina, non un possente guerriero o un generale.

I suoi piedi traditori la guidarono lungo la strada, a girare un angolo, dietro il piazzale dove le donne della cooperativa stavano stendendo i loro papadam nel sole, fino al nuovo Café dove combattevano Mala e il suo esercito. Erano lì, adesso, il suono del gioco turbolento riempiva l’aria come fumo, come la tentazione degli odori di una cucina, che fanno venire l’acquolina in bocca.

Cosa è che stavano urlando? Si trattava di una qualche battaglia che avevano combattuto — una battagli su Mushroom Kingdom. Una battaglia contro gli Webbly. Ovvio. Loro erano i migliori. Chi altro avresti voluto assoldare per combattere le armate degli Webbly? Sentì un dolore allo stomaco, e la terra sembrò fuggire lontano da lei, mancandole da sotto i piedi. Era sola adesso, davvero sola, la nemica dei suoi vecchi amici. Non c’era nessuno accanto a lei, eccetto alcune persone lontane in una terra distante e che lei non aveva mai conosciuto… che lei probabilmente non avrebbe mai conosciuto.

Scoraggiata, si girò, diretta verso casa. Suo padre era via per qualche giorno, in viaggio a Pune per posare un pavimento, per lavoro. Lavorava in una fabbrica di piastrelle adesive, dove stampavano finta pietra su dei quadrati di vinile dal retro adesivo, che potevano essere installati facilmente nelle torri di uffici nella zona industriale di Pune. C’erano sempre piastrelle in giro per casa e Yasmin non le aveva mai degnate di attenzione, finché non aveva iniziato a giocare con Mala. Un giorno si era presa un colpo quando si era accorta che le strane irregolarità intorno ai bordi delle piastrelle, nelle sottili “vene di marmo” erano le stesse sbavature di compressione che ottenevi quando la grafica di un gioco iniziava a perdere i colpi. Venivano chiamati “artefatti JPEG”, nei forum. Era come se le piccole imperfezioni che rendevano i giochi leggermente irrealistici stessero infiltrandosi nel mondo reale.

Quella sensazione era con lei, mentre si allontanava dal Café come un fantasma, ma venne riportata alla realtà da qualcuno che le batteva sulla spalla. Si girò di scatto, trasalendo, sentendo per qualche ragione che qualcuno le stava per tirare un pugno.

Ma si trattava di Sushant, il più alto dei ragazzi dell’esercito di Mala, che non aveva mai strepitato e combattuto come gli altri ragazzi, ma che invece aveva sempre fissato intensamente lo schermo, come se desiderasse poterci fuggire dentro. Yasmin si trovò a fissarlo proprio sotto i suoi occhi e lui scosse il capo in un gesto di scusa e le sorrise timidamente.

“Mi era sembrato di averti vista passare”, disse. “E ho pensato…” abbassò lo sguardo.

“Hai pensato cosa?” disse lei. Le parole vennero fuori dure, con una rabbia che non sapeva di provare fino a quel momento.

“Ho pensato che potevo venire fuori e…” si fermò.

“Cosa? Cos’è che pensi, Sushant?” Ora era lei che scuoteva la testa da un lato all’altro e si sporse verso di lui, i nasi vicinissimi. Poteva sentire l’odore del bahji di spinaci che lui aveva mangiato a pranzo.

Lui si ritrasse, spalancando gli occhi. Yasmin si rese conto che era terrorizzato. Si rese conto che lui probabilmente aveva corso un bel rischio soltanto per essere venuto fuori a parlarle. La disciplina era tutto nell’esercito di Mala. Non era forse stato proprio l’incarico di Yasmin quello di mantenere la disciplina?

“Scusami”, disse, indietreggiando. “E’ bello rivederti, Sushant. Hai mangiato?” Era una formalità, perché sapeva che lui lo aveva fatto, ma era quello che si dice ad un amico quando ci si incontra, a Dharavi, a Mumbai… Forse in tutta l’India, per quel che ne sapeva Yasmin.

Lui sorrise di nuovo, un piccolo sorriso timido ed esitante. Era da spezzare il cuore a vederlo. Yasmin si rese conto che non gli aveva mai parlato molto quando era la luogotenente di Mala. Non aveva mai avuto bisogno di blandirlo o parlargli duramente per fargli fare il suo lavoro, per cui lo aveva praticamente ignorato. “Ho pensato di uscire e salutarti perché manchi a tutti noi. Speravo che tu e Mala poteste…” esitò di nuovo, e Yasmin si rese conto di aver serrato involontariamente la mascella in una espressione caparbia ed arrabbiata.

“Mala ed io abbiamo scelto strade diverse”, disse, facendo uno sforzo cosciente per suonare calma. “E’ definitivo. Vanno bene le cose per lei e per voi?”

Lui annuì. “Vinciamo ogni battaglia”.

“Congratulazioni”.

“Ma ora… ultimamente… ho passato del tempo a pensare…”

Lei aspettò che lui dicesse qualcos’altro. Il momento di silenzio si allungò. Gli adulti passavano loro accanto e lei si rese conto che probabilmente pensavano che lui la stesse corteggiando, visto che erano un ragazzo e una ragazza. Se qualcuno diceva qualcosa a suo padre…

Ma non le importava più. Suo padre era lontano, ad installare artefatti JPEG in un parco IT a Pune. Lei non aveva più l’esercito né amici, né andava più a scuola. Nulla poteva più importarle.

“Ho parlato coi tuoi amici”, disse lui alla fine.

“I miei amici?”. Non sapeva di averne.

“Gli Webbly. Il tuo nuovo esercito. Vengono da me quando combatto, mi mandano messaggi privati. All’inizio li ignoravo, ma ultimamente ho fatto un sacco di turni come sentinella ed ho avuto un sacco di tempo per pensare. E mi hanno mandato delle fotografie… la gente a cui stavo facendo del male. Bambini come me e te, in tutto il mondo. E mi ha fatto pensare”. Si fermò, inumidendosi le labbra. “Al karma. Al fare male a della gente per vivere. A tutte le cose che dicono. Non penso di voler fare questa cosa per sempre. O di poter farla per sempre.”

Yasmin era senza parole. C’erano davvero altre persone, proprio qui a Dharavi, proprio qui nell’esercito di Mala, che si sentivano come lei? Non aveva mai immaginato qualcosa del genere. Ma eccolo qui.

“Lo sai che l’esercito di Mala ti paga dieci volte di più di quello che puoi ottenere con gli Webbly, giusto?”

“Per ora”, disse lui. “E’ questo il punto, giusto? Chee! Se combattiamo ora, possiamo alzare la paga di chiunque lavora per vivere invece di possedere per vivere, giusto?”

“Non avevo mai pensato alla divisione in questa maniera. Al possedere cose per vivere, intendo”

La timidezza di lui scomparve. Stava chiaramente godendosi la possibilità di parlare con qualcuno di questo. “Tutto quanto si basa sul conflitto fra il possedere e il lavorare. Qualcuno deve organizzare le cose, suppongo… Non esisterebbe Zombie Mecha se qualcuno non avesse messo insieme un sacco di persone a lavorare su tutto quel codice. Qualcuno deve pagare i Game Master e fare tutte quelle cose. Capisco questa cosa. Ha senso. Mia madre lavora nel negozio di tinte per tessuti della signora Dotta. Qualcuno deve comprare le tinture, la stoffa, comprare le tinozze e gli strumenti, provvedere alla vendita una volta che tutto è concluso, altrimenti mia madre non avrebbe un lavoro. Mi sono sempre fermato qui, pensando, ok, se la signora Dotta fa tutto quel lavoro, e questo crea un lavoro per mia madre, perché non dovrebbe venire pagata per questo?”

“Ma ora penso che non ci sia nessun motivo per cui il lavoro della signora Dotta debba essere più importante del lavoro di mia madre. Ammaji non avrebbe un lavoro senza la fabbrica della signora Dotta, ma la signora Dotta non avrebbe una fabbrica senza il lavoro di ammaji, giusto?” alzò il mento in un gesto di sfida.

“Hai ragione”, disse Yasmin. Era nervosa per il fatto di essere assieme a questo ragazzo in pubblico, ma doveva ammettere che era eccitante sentire tutte queste cose dette da lui.

“Allora perché la signora Dotta ha il diritto di licenziare mia madre, ma mia madre non ha il diritto di licenziare la signora Dotta? Se dipendono l’una dall’altra, perché una delle due ha sempre il permesso di comandare, mentre l’altra deve limitarsi a chiedere dei favori?”

Yasmin sentiva come era emozionato, ma sapeva che nel discorso mancava qualcosa. “Però non è forse vero che la signora Dotta si prende tutti i rischi? Non deve forse trovare il denaro per dare inizio alla fabbrica, e non lo perde se la fabbrica viene chiusa?

“E ammaji non rischia a sua volta di perdere il lavoro? Non rischia di ammalarsi per i fumi e gli agenti chimici nelle tinture? Non c’è niente di eterno, perfetto o naturale in tutto questo! E’ solo qualcosa che abbiamo accettato tutti: i capi comandano, invece di essere semplicemente un altro genere di lavoratore che contribuisce con un altro genere di lavoro!”

“Ed è questo che pensi otterrai dagli Webbly? La fine dei capi?”

Lui guardò verso il basso, arrossendo. “No”, disse. “No, non lo penso. E’ troppo da chiedere. Ma forse i lavoratori possono ottenere accordi migliori. Questo è ciò di cui parla Sorellona Nor, giusto? Una buona paga, degli ambienti di lavoro migliori, giustizia? Non venire licenziati solo perché non sei d’accordo con il capo?”

O il generale, pensò Yasmin. Ad alta voce, disse “Quindi lascerai l’esercito? Vuoi diventare un Webbly?”

Lui guardò ancora più verso il basso. “Sì”, disse, alla fine. “Prima o poi. Continuo a rigirarmi il pensiero nella mente. Non so se sono ancora pronto”. Si arrischiò ad alzare lo sguardo verso di lei. “Non penso di essere coraggioso quanto te”.

Dentro di lei montò una rabbia tremenda, bruciante e irrazionale. Come osava parlare del suo “coraggio”? Stava solo usandolo come scusa per continuare a diventare ricco con l’esercito di Mala. Lui comprendeva così bene cosa era sbagliato e cosa andava fatto. Lo capiva meglio di Yasmin! Ma non voleva abbandonare i suoi confort e le sue amicizie. Questa non era codardia, era avidità. Era troppo avido per rinunciare a queste cose.

Lui doveva aver visto tutto questo nella sua faccia, perché fece un altro passo indietro e alzò le mani. “Non vuol dire che non lo farò, un giorno… Ma non so che bene me ne verrebbe dal farlo oggi, da solo. Cosa cambierebbe se smettessi di combattere nell’esercito di Mala? Lei è solo un generale con un esercito in mezzo a centinaia nel mondo, e io sono solo un combattente nell’esercito. Io…” esitò. “Che senso ha abbandonare così tanto se non è abbastanza da cambiare le cose?”

Yasmin ribolliva di rabbia, che la divorava come un acido, ma lei si morse la lingua, perché c’era in lei una piccola voce che diceva: “Sei soprattutto arrabbiata perché credevi di avere un amico, qualcuno che ti avrebbe tenuto compagnia, ed è venuto fuori che tutto quello che voleva fare era confessarsi con te ed avere il tuo perdono”. Ed era vero. Era più arrabbiata per la sua solitudine che per la codardia di lui, o avidità o qualsiasi cosa fosse.

“Ora. Devo. Andare.” Disse, scandendo le parole, mantenendo la rabbia fuori dalla sua voce in uno sfoggio di pura forza di volontà.

Non aspettò che lui alzasse gli occhi, semplicemente si girò e camminò, camminò, camminò, attraverso le familiari strade di Dharavi, senza andare da nessuna parte, ma cercando lo stesso di fuggire, come un animale in catene che misura a lunghi passi lo spazio che gli resta. Lei era incatenata — incatenata dalla sua nascita e dalle circostanze. La sua famiglia avrebbe potuto essere ricca. Avrebbero potuto essere di una casta elevata. Avrebbe potuto essere in un altro paese — in America, in Cina, a Singapore, in una qualsiasi di queste terre distanti. Ma era qui, e non aveva nessun controllo su questo. C’era un intero mondo là fuori e questo era il posto in cui era stata messa dal fato.

Non avrebbe cambiato il mondo. Non sarebbe andata in nessuno di quei posti. Non aveva neanche mai lasciato Dharavi, tranne una volta con sua madre, quando questa portò Yasmin e suo fratello in treno a vedere una spiaggia, dove era caldo e sabbioso, dove era troppo pericoloso fare il bagno, così erano rimasti lì sulla spiaggia e avevano camminato lungo una strada di negozietti dove non potevano permettersi di comperare nulla, fino a quando non avevano aspettato di nuovo l’autobus per tornare a casa. Yasmin aveva visto i multiversi dei giochi, ma non aveva mai visto nemmeno Mumbai.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (2 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di questa scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Aggiornamenti sulla traduzione di For the Win

29/07/2011
By

Per tutti quelli di voi che seguono la traduzione di For the Win, di Cory Doctorow, ci sono alcune novità riguardo la traduzione della prossima scena….

La prima cosa che devo dirvi è che questa è estremamente lunga. Così lunga che non la tradurrò tutta in una volta. Per darvi una idea, fino ad ora tutte le scene, escluse le più brevi, duravano circa 3500-4500 parole (escluse ultime tre scene tradotte: la scena su Lu e la sua esperienza a Shilong New Town (sopra le 5400 parole), la scena su Sorellona Nor (sopra le 5700 parole) e la scena su Connor Prikkel (quasi 6700)).

La prossima scena, la terza della seconda parte del libro, conta circa 17.300 parole.
E’ una cifra enorme, che non posso certo tradurre in una settimana, considerando soprattutto che non sono pagata per questo.

Quindi, dividerò la scena in tre parti:

  • ~ 6000 parole (attualmente un po’ sopra le 6200)
  • ~ 5000 parole
  • ~ 6000 parole

Ho già identificato i punti in cui “separare” la scena. Si tratta effettivamente di parti che possono essere divise piuttosto bene – si svolgono in posti diversi ed in presenza di personaggi diversi (eccettuato quello che viene seguito dall’intera scena, ovviamente).
I finali di ciascuna “sezione” non vi deluderanno, ma potrebbero deludervi gli incipit, visto che non sono stati fatti per essere, appunto, degli incipit, ma semplicemente dei collegamenti all’interno di una stessa scena.
Mi spiace per questo, ma non posso farci niente: una volta che tutto sarà tradotto e messo in fila sarà sicuramente molto migliore delle tre parti separate.

La seconda cosa che tengo a dirvi è che, nonostante mi sia ripromessa di tradurre una scena (o parte di una scena, come in questo caso) ogni settimana, probabilmente la prima o la seconda settimana di agosto non riuscirò a mantenere questo impegno.

Farò del mio meglio per farcela, ma non posso garantirlo, anche perché la prossima settimana non sarò a casa.  Si tratta però solo di una piccola (e, spero concorderete, meritata) pausa, che non inciderà fortemente sul lavoro nel suo complesso.

Dopo questo brevissimo periodo di pubblicazioni incerte si concluderà anche la revisione della prima parte del romanzo, con tanto di pubblicazione della stessa in vari formati (.pdf, .ePub, .odt, .doc)… Se siete rimasti in pari con la traduzione fino a questo momento forse vi interessa poco, ma può essere un ottimo modo per iniziare a leggere For the Win per chi ha scoperto questo sito più tardi.

Backup su Windows 7 e cifre decimali

28/07/2011
By

Ho appena “scoperto” (o meglio: altri la conoscono, ma io solo da ieri), una svista di Windows 7 così incredibile che mi ha lasciato a bocca aperta per vari minuti.

Ieri, mentre usavo il mio computer windows (sì, lo ammetto: ne ho uno) mi è apparso il seguente messaggio:

Senza farmi prendere dal panico (per altro la maggior parte dei miei file importanti sono anche su varie chiavette USB o su gmail, su cui li mando a me stessa) per prima cosa faccio un’altra copia delle cose che reputo importanti su un’ulteriore chiavetta, poi mi dedico a fare un backup completo su un hard disk esterno appena comprato.

E qui le cose iniziano a farsi strane.

Avendo fretta e non avendo un altro programma di backup installato (di solito faccio il backup di singoli file importanti, non di tutto quanto), ho deciso di usare semplicemente il programma di “Backup e Ripristino ” di Windows.
Insomma, fare una copia dei miei dati in un altro hard-disk non sarà così difficile, no?

E invece evidentemente lo era. Purtroppo non ho salvato nessuna immagine, ma questo è ciò che ho ottenuto provando ad utilizzare “Backup e Ripristino ” di Windows:

Errore interno.
parametro non corretto 0×80070057

Cerco su google l’errore e scopro l’impensabile.

Da cosa è dato l’errore

L’errore è dato dal fatto che nelle impostazioni “Paese e Lingua”, essendo italiana, sto usando come separatore decimale la virgola e non il punto.

Questo è quanto dice la Microsoft sul answers.microsoft.com italiano, ma c’è una discussione a cui ha partecipato decisamente più gente su social.technet.microsoft.com (in inglese), che è quella dove è stata data per la prima volta la soluzione riportata nella parte italiana. Il messaggio completo in cui viene descritto come aggirare l’errore è il seguente:

Purtroppo non ho avuto modo di controllare se effettivamente il backup stava venendo eseguito in background prima di risolvere il problema come indicato (avevo problemi più pressanti che procurarmi materiale per scrivere questo post).
Se qualcuno avesse modo di controllare non esiti a scriverlo nei commenti!

Passando comunque al “nocciolo” della questione, risulta che per permettere al mio computer di fare il backup devo modificare il separatore decimale, altrimenti “Backup e Ripristino”, interpretando male le virgole chissà dove, non riesce a funzionare.

Insomma, se voglio che:

1:2=0,5

e non:

1:2=0.5

Il mio computer non può fare il backup. Devo arrendermi al punto decimale, o cercarmi un altro programma di backup.

Riassunto della soluzione:

Basta aprire il Pannello di controllo, andare su Paese e Lingua, nella tab “Formati” cliccare su “Impostazioni Aggiuntive…“.
Queste sono le due schermate rilevanti:

Come vedete uno dei primi campi è proprio il separatore decimale.
Cambiatelo dalla virgola al punto.

Ovviamente c’è un’altra soluzione: usare un altro programma per il backup dei vostri dati. In rete ce ne sono tantissimi, gratuiti ed affidabili.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 2

25/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 1

Questa scena è dedicata alla Chapters/Indigo, l’enorme catena canadese. Lavoravo alla Bakka, la libreria fantascientifica indipendente, quando Chapters aprì il suo primo negozio a Toronto e seppi subito che stava succedendo qualcosa di grosso, perché due dei nostri clienti più intelligenti e meglio informati passarono per dirmi che erano stati assunti per curare la sezione di fantascienza. Fin dall’inizio, Chapters ha alzato gli standard di cosa una grossa libreria poteva essere, facendo orari più lunghi, ospitando un caffè gradevole ed un sacco di posti in cui sedere, installando terminali self-service nella libreria ed offrendo un’incredibile varietà di titoli.

Chapters/Indigo

Connor Prikkel qualche volta pensava alla matematica come ad una bella ragazza, il genere di ragazza che sognava di corteggiare, portare a cena, persino sposare. Il tutto mentre sedeva nei posti lontani dalla cattedra in qualsiasi corso che non fosse legato alla matematica, sognando ad occhi aperti. Una bella ragazza come Jenny Rosen, che aveva seguito i suoi stessi corsi durante tutto il liceo, che sembrava sempre conoscere la risposta, di qualsiasi materia si parlasse, che aveva una leggera spolverata di lentiggini attorno al naso ed uno strano mezzo sorriso. Che indossava jeans che si era cucita da sola, t-shirt che aveva modificato, cucendo insieme diverse magliette insieme per fare delle piccole e aderenti mezze camice, scialli elaborati, finti colli alti

Jenny Rosen sembrava avere tutto: bellezza, cervello e, soprattutto, razionalità: non le piaceva il modo in cui le stavano i pantaloni comprati nei negozi, così modificava i propri. Non le piacevano le t-shirt che tutti gli altri indossavano, così le cambiava perché si adattassero al suo gusto. Era divertente, era intelligente e suoi era stato completamente, perdutamente, innamorato di lei dal corso di Inglese dell’anno da sophomore a quello di Storia Americana di quello da senior.

La loro relazione era stata amichevole in quegli anni, nonostante non fossero davvero amici. Gli amici di Connor si interessavano di videogiochi e di computer, gli amici di Jenny erano ragazzi atletici e studenti modello.

E poi, nell’ultimo anno del liceo, le aveva chiesto di uscire per andare al cinema.  Poi lei gli propose di andare a vedere un rally. Poi lui le chiese di lavorare con lui ad un progetto per Storia Americana sui cinesi che avevano lavorato alla costruzione della ferrovia per il quale dovevano andare a Chinatown dopo scuola, e lì si fecero un gigantesco Dim Sum e si sedettero in un parco a parlare per ore, poi smisero di parlare ed iniziarono a baciarsi.

E una cosa portò all’altra, i baci portarono ad altri baci, tutti i loro amici iniziarono a sussurrare: “Hai sentito di Connor e Jenny?” e lei aveva conosciuto i suoi genitori e lui quelli di lei. Tutto sembrava perfetto.

Ma non era perfetto. Tutt’altro.

Nei quattro mesi, due settimane e tre giorni in cui loro furono ufficialmente una coppia, litigarono approssimatamente 2.453.212 volte, ogni volta più duramente. Teoricamente, lui capiva tutto ciò che doveva capire di lei. Le piaceva lo sport. Le piaceva usare il cervello. Le piaceva lo humor. Le piacevano sciocche commedie e musica lenta non cantata.

E così lui pianificava nel dettaglio come darle tutte queste cose, inserendo ciò che a lei piaceva come una variabile in un’equazione, elaborando piani complessi per farglielo avere.

Ma non funzionava mai. Progettava tutto perché potessero andare a vedere una partita di calcio al parco AT&T e lei voleva andare ad un concerto al Cow Palace. La portava a vedere una qualche stramba nuova commedia e lei voleva tornare presto a casa a lavorare ad un compito per cui era in ritardo. Non importava con quanta forza lui cercasse di fare coincidere la realtà con la teoria,  falliva sempre.

Nella profondità del proprio cuore, sapeva che non era colpa di Jenny. Sapeva di avere un qualche difetto che lo spingeva a vivere in un mondo immaginario, al quale pensava qualche volta come alla “terra della teoria”, il paese in cui tutto si comportava come avrebbe dovuto.

Dopo il diploma, durante gli anni passati all’università di Berkeley per laurearsi in matematica pura, il suo master in Signal Processing al Caltech, e il primo anno di un PhD in economia a Standford, ebbe l’occasione di uscire con un sacco di bellissime donne e, ogni volta, si era ritrovato stritolato tra gli ingranaggi del mondo reale e della terra della teoria. Rinunciò alle donne e al suo PhD un bel giorno di ottobre, dicendo al prof. che avrebbe dovuto essere il suo advisor che poteva trovare qualcun altro per insegnare ai suoi corsi di matematica per il primo anno, correggere i loro esami e rispondere alla posta per lui.

Se ne andò dal campus di Stanford verso le ricche strade di Palo Alto, dove salì sulla sua macchina e guidò verso il suo nuovo lavoro, come chief economist per la divisione videogiochi della Coca Cola e, finalmente, trovò un mondo reale che coincideva con la meravigliosa eleganza della terra della teoria.

La Coca Cola gestiva o dava in concessione qualcosa fra la dozzina e i trenta mondi di gioco contemporaneamente. Il numero dei giochi saliva o scendeva secondo la brutale, elegante logica delle economie del divertimento.

Un certo ammontare di difficoltà

più

un certo numero dei tuoi amici

più

un certo numero di sconosciuti interessanti

più

un certa quantità di ricompense

più

una certa quantità di opportunità

uguale

divertimento

.

Questa era l’equazione che gli era venuta in mente un giorno all’inizio del secondo semestre del dottorato, un lampo di ispirazione come se Dio gli avesse toccato la mente con un dito. La magia stava nel segno di uguaglianza, subito prima di divertimento, perché una volta che potevi esprimere il divertimento in funzione di altre variabili, potevi stabilire le relazioni fra queste variabili — se riduciamo la difficoltà e il numero di tuoi amici che giocano, possiamo aumentare le ricompense e ottenere lo stesso divertimento?

Questa linea di pensiero lo portò a chiamare il suo advisor per darsi malato e andare dritto a casa, dove digitò, disegnò, scrisse e pensò, pensò, pensò. Chiamò per darsi malato il giorno dopo, il giorno seguente — e poi arrivò il fine settimana, lasciò perdere il telefono, chiuse l’e-mail e i servizi di messaggistica istantanea e lavorò, mangiando quando doveva.

Quando si fu ridotto a cacciarsi ditate di burro in bocca, avendo svuotato il frigo di qualsiasi altra cosa, sapeva ormai di aver trovato qualcosa.

Le chiamò le equazioni di Prikkel e descrivevano in matematica elegante, pura, astratta, la relazione fra tutte le variabili che componevano il divertimento e come il divertimento diventasse denaro, in quanto la gente avrebbe pagato per giocare a giochi divertenti e avrebbe pagato di più per le cose che avevano un valore in quei giochi.

Tecnicamente, avrebbe dovuto mandare la sua ricerca al suo advisor. Aveva firmato un contratto, quando era stato accettato all’università, che dava la proprietà intellettuale di tutte le sue idee all’università, per sempre, in cambio della promessa di poter un giorno aggiungere la sigla “PhD” al suo nome. Non gli era sembrata una buona idea già all’epoca, ma l’alternativa era la solenne porcheria che era il mercato del lavoro, così aveva firmato.

Ma non avrebbe dato questo lavoro a Stanford. Non lo avrebbe dato a nessuno. Lo avrebbe venduto.

Non tornò più al campus, ma piuttosto si connetté ad una pletora di mondi virtuali, graficando il numero di ore che gli servivano per raggiungere certi risultati e comparando i prezzi dei gold in denaro reale nei mercati neri, grigi e bianchi.

Ogni numero si adattava alla perfezione, esattamente dove lui si sarebbe aspettato. Le sue equazioni concordavano con il mondo, e il mondo concordava con le sue equazioni. Aveva finalmente trovato un posto dove l’irrazionale veniva reso comprensibile. E, cosa ancora più importante, poteva manipolare il mondo usando le sue equazioni.

Decise di fare un po’ di acquisti “di fantasia”: dalle sue equazioni, predisse che i gold di MAD Magazine’s Shlabotnik’s Curse erano incredibilmente al di sotto del prezzo che avrebbero dovuto avere. Era un gioco incredibilmente divertente — o, almeno, soddisfaceva l’equazione del divertimento — ma per qualche ragione, il denaro di gioco e gli oggetti venivano venduti per noccioline. Ed ecco che, in 36 ore, il suo denaro immaginario di MAD valeva 130$ di valuta reale immaginaria.

Quindi prese i suoi 130$ e li piazzò in quattro altre valute di gioco, dividendo le sue scommesse. Tre delle quattro fecero jackpot, facendolo arrivare a 200$ immaginari. A questo punto, decise di spendere del denaro vero — sapeva già che non sarebbe tornato al campus, questo voleva dire che presto i soldi della borsa di studio sarebbero scomparsi. Doveva pagare l’affitto mentre cercava un acquirente per le sue equazioni.

Era già soddisfatto della dimostrazione che aveva dato di come poteva predire le variazioni di valore delle valute di gioco, ma ora voleva allargarsi in una delle più folli aree dell’economia di gioco: gli oggetti d’élite, rari oggetti prestigiosi che erano incredibilmente difficili da ottenere in gioco. Alcuni di essi avevano un qualche valore innato — armi e armature potenti, ingredienti per utili sortilegi — ma altri sembravano avere un valore dato puramente dalla rarità o dalla loro novità. Perché un’armatura viola costava dieci volte di più di quella rossa, dato che entrambe avevano esattamente le stesse caratteristiche in gioco?

Ovviamente quella viola era molto più difficile da ottenere. Dovevi comprarla con incredibili quantità di gold — così che i giocatori che avessero visto il tuo personaggio pensassero che avevi giocato tantissimo per poterla ottenere — oppure fare qualcosa di incredibile per ottenerla, come ad esempio partecipare ad un raid da 60 giocatori per uccidere un boss quasi invincibile. Come una griffe di design in un vestito altrimenti poco vistoso, questi oggetti erano di valore perché la gente che li vedeva pensava che fossero costati un sacco, o che fossero difficili da ottenere, e di conseguenza ammiravano di più il loro proprietario. In altre parole, costavano un sacco perché… costavano un sacco!

Fin qui tutto bene — ma potevi usare le Equazioni di Prikkel per prevedere quanto sarebbero costate? Connor pensava di sì. Pensò che potevi usare una formula che combinasse il quoziente di divertimento e il numero di ore necessarie per ottenere l’oggetto, per derivare poi il “valore” di ogni oggetto d’élite, dall’armatura viola alle strisce dorate sulla tua astronave, fino alla torta di crema e banana grande quanto un edificio.

Si, avrebbe funzionato. Connor ne era certo. Iniziò a calcolare il vero valore di molti oggetti d’élite, cercando quali fossero al momento in vendita al di sotto di esso. Ciò che scoprì lo sorprese: mentre la valuta virtuale tendeva a rimanere piuttosto vicina al suo valore reale, con una variabilità del 5%, la distanza fra il valore effettivo e quello calcolato degli oggetti d’élite era gigantesca. Alcuni oggetti venivano comunemente venduti per il 200% o 300% del loro valore reale — quello predetto dalle Equazioni, si intende — e altre venivano vendute per un’inezia.

Neanche per un momento dubitò delle sue equazioni, nonostante una persona più umile o più cauta potrebbe averlo fatto. No, Connor guardò a questa situazione paradossale e la prima cosa che gli venne in mente non fu “Oops”. Fu COMPRA!

E comprò. Comprò qualsiasi cosa che fosse sotto prezzo, in enormi quantità, al punto che dovette creare dei nuovi personaggi secondari in molti mondi, perché i suoi personaggi principali non potevano trasportare tutta la spazzatura sotto costo che stava comprando. Spese un centinaio di dollari — due centinaia — tre centinaia, arraffando beni di gioco, facendo grafici del loro valore nominale. Sulla carta era incredibilmente, indicibilmente, ricco. Sulla carta, poteva permettersi di andarsene dal suo monolocale che era un po’ troppo vicino alla povera e spaventosa East Palo Alto per i suoi gusti suburbani, comprarsi una McMansion da qualche parte nella penisola e darsi agli affari a tempo pieno, passando le sue giornate a comprare armature magiche, zeppeling, hamburger infuocati e le sue serate a ritirare assegni.

Nella realtà, era quasi sul lastrico. La teoria diceva aveva comprato questi beni ad un prezzo follemente inferiore a quello vero. Il mercato diceva altrimenti. Era arrivato a controllare il mercato per diverse generi di meravigliosi gingilli, ma nessuno sembrava interessato a comprarli da lui. Si ricordò di Jenny Rosen e di tutte le maniere che aveva la realtà di scontrarsi con la teoria, e di come queste due a volte smettessero di comunicare l’una con l’altra.

Quando le prime bollette non pagate arrivarono, le infilò sotto la tastiera e continuò a comprare. Non aveva bisogno di pagare la bolletta del suo cellulare. Non aveva bisogno del cellulare per comprare lucertole magiche. Le tasse universitarie? Non era più uno studente, quindi non vedeva perché preoccuparsene — non potevano cacciarlo dall’università. Le rate della macchina? Che gliela requisissero (e lo fecero, una notte, alle 2 del mattino. Lui salutò il vecchio pezzo di ferraglia mentre questo veniva portato via, poi tornò alla sua tastiera). Le bollette delle carte di credito? Finché rimaneva una carta di credito buona, con la quale pagare l’iscrizione ai giochi, le altre non importavano.

Vivere vicino a East Palo Alto aveva i suoi vantaggi: per prima cosa, c’erano dei volontari che distribuivano pacchi di cibo lì, posti in cui poteva mettersi in coda con gli altri poveri e ottenere giganteschi mattoni di formaggio governativo, sacchi di pane del giorno prima, scatole di vegetali irregolari e poco invitanti. Frisse questi ultimi in una giornata e li mise in freezer, poi andò avanti a sandwich di patate e formaggio. Una mattina, realizzò che tutto il suo corpo e qualsiasi cosa ne venisse fuori — l’alito, i rutti, le scoregge, persino l’urina — puzzavano di sandwich al formaggio. Non gli importava. C’erano delle piume di struzzo che doveva comprare.

Arrivò il disastro: perse traccia di quali carte di credito stava ignorando e metà dei suoi account vennero sospesi quando l’iscrizione mensile non venne pagata in automatico. Metà della sua ricchezza, scomparsa. E l’altra carta stava per fare la stessa fine.

Pensò che probabilmente poteva chiamare i suoi genitori, supplicare un po’, comprare un biglietto fino a Petaluma e andare a imbucarsi nella cantina dei suoi a leccarsi le ferite. Diventare un altro fallimento di un paesino, tornato a casa con la coda fra le gambe. Avrebbe avuto bisogno di qualche moneta per chiamare da un telefono pubblico, ovviamente, perché il suo cellulare era ormai un mattoncino inerte, non pagato, infestato da debiti. Fortunatamente per lui, East Palo Alto era il genere di posto dove c’era un sacco di gente così povera da non avere un cellulare, per cui c’erano ancora dei telefoni pubblici.

Si infilò nel letto la mattina di un mercoledì e pensò, Domani, domani li chiamerò.

Ma il giorno dopo non lo fece. E non lo fece venerdì, nonostante ormai non avesse più il formaggio fornito dal governo e non potesse richiederne altro fino a lunedì. Poteva mangiare sandwich di patate, senza formaggio. Non poteva più comprare niente, ma stava ancora tenendo traccia dei vari beni virtuali, guardando cosa veniva venduto e pensando a cosa avrebbe comprato, se solo avesse avuto un po’ più liquidità, un po’ più denaro contante.

Sabato si lavò i denti, perché di tanto in tanto si ricordava di farlo, e le sue gengive sanguinarono, c’erano delle piaghe all’interno della sua bocca e ora era pronto a chiamare i suoi genitori, ma in qualche modo erano le 11 di sera, come era passata velocemente la giornata, e i suoi genitori andavano a dormire alle 9, ogni sera. Li avrebbe chiamati domenica.

E di domenica — di domenica — in quella magica, meravigliosa domenica, di domenica…

IL MERCATO INIZIO’ A MUOVERSI!

Lui era lì, guardando i prezzi dei beni virtuali, registrandoli sul suo foglio di calcolo, quando realizzò che l’oggetto che stava per registrare — una maschera antigas steampunk con un grappolo di grossi cornetti acustici di cuoio e ingranaggi e rivetti di ottone (buona quanto una qualsiasi altra maschera antigas nel mondo appassito ed ecocatastrofico che era Rising Seas, ma infinitamente più figa) — era già stato inserito, settimane prima. In effetti, aveva negoziato la maschera quando il suo valore di mercato era di 0,18$, contro i 4,54$ predetti dalle Equazioni. E ora stava per registrarne il valore di mercato come 1,24$, il che voleva dire che le 750 maschere antigas che aveva in inventario erano passate dal valere 135$ a 930$, con un profitto di 795$.

Ci fu uno strano rumore. Dopo un momento realizzò che si trattava del suo stomaco, che brontolava. Poteva vendere le sue maschere antigas adesso, caricare i 795$ su una delle sue carte di PayPal e mangiare come un re. Forse poteva persino riuscire a ricomprare qualcuno dei suoi account perduti e recuperare i suoi beni di gioco.

Ma Connor non prese in considerazione questa possibilità, neanche per un secondo. Andò al lavandino e riempì tre pentole di acqua e le portò alla sua scrivania, insieme ad una tazza. Riempì la tazza e bevve, la riempì e bevve, riempiendo il suo stomaco di acqua finché questo non smise di lamentarsi. Questa era la California, dopotutto, dove la gente pagava un sacco di soldi per andare ai “ritiri” per fare “banchetti liquidi” e “disintossicarsi”. Così poteva aspettare il cibo per un altro giorno o due… Dopo tutto, le sue Equazioni avevano predetto che queste cose sarebbero arrivate a valere 3.405$. Era solo l’inizio.

E ora le maschere antigas stavano salendo. Si alzò, andò in bagno — i suoi reni stavano davvero facendo una bella palestra — e tornò a controllare i listini sui siti ufficiali e sul mercato nero dove andavano i gold-farmers. Aveva una piccola formula per calcolare il valore di mercato usando i diversi prezzi di questi siti come guida. Qualunque calcolo facesse, il valore di mercato delle maschere antigas stava salendo.

E, sì, il prezzo di alcuni altri suoi beni stava salendo a sua volta. Un cane robotico, da 1,02$ a 1,54$… Ancora piuttosto distante dai 8,17$ che aveva previsto, ma ne aveva circa un migliaio, il che voleva dire che aveva appena guadagnato 1.318,46$, ed era solo l’inizio.

I prezzi salirono e salirono, mentre un bene dopo l’altro prendeva il decollo e Connor iniziò a pensare che i suoi acquisti avessero coinciso con una qualche crisi economica di tutte le economie virtuali, il che spiegava la grande quantità di oggetti deprezzati che aveva trovato in giro. C’era probabilmente una causa interessante per il crollo contemporaneo di tutte quelle economie di gioco, ma era qualcosa che avrebbe dovuto studiare un altro giorno. In questo momento, era più interessato al fatto che tutte queste economie si stavano riprendendo mentre lui se ne stava seduto su montagne di gingilli, Tchotchke ed elefanti bianchi comprati per un nonnulla, e il loro valore stava salendo all’impazzata.

E fu finalmente il momento di convertire un po’ di quei beni in denaro, e un po’ di quel denaro in cibo, affitto e bollette pagate. La sua collezione di tentacoli articolati di Nemo’s Adventure su Ocean Floor stava maturando bene — li aveva comprati a 0,22$, valutava il loro prezzo come 3,21$ e ora si vendevano a 3,27$ — così li vendette tutti, rimpiangendo di averne comprati solo 400. In ogni caso riuscì a tirarne fuori un profitto di 1150$ (dopo averne vendute circa 300 il prezzo era diminuito un po’, mentre l’offerta di tentacoli aumentava e la domanda diminuiva).

Il denaro andò a finire nel suo account di PayPal, che usò per ordinare tre pizze, un gallone di succo d’arancia e dieci scatole di insalata, pagare gli account sospesi e mandare 400$ al proprietario del suo appartamento, a cui doveva 3500$ di affitto per i due mesi passati, insieme ad una lettera supplicante in cui prometteva di pagare il resto in uno o due giorni.

Mentre aspettava le pizze, decise che era meglio che si facesse una doccia, si rasasse e cercasse di fare qualcosa per i suoi capelli, che avevano iniziato a raccogliersi in dreadlock dopo un mese passato senza vedere un pettine neanche da lontano. Alla fine, si limitò a tagliare via i nodi e si vestì con qualcosa di diverso dei suoi sporchi abiti da casa per la prima volta in una settimana — guardando incredulo il modo in cui i suoi pantaloni pendevano sulle sue cosce, come la sua t-shirt cadeva sul suo petto devastato, le costole che sembravano uno xilofono attraverso la sua pelle pallida. Aprì tutte le finestre, conscio del puzzo di corpo non lavato e di aria stagnante filtrata dal computer che c’era nel suo appartamento. Realizzò così che era mattina e ringraziò di essere così fortunato da vivere in una città studentesca, dove potevi ordinare una pizza alle 8.30 AM.

Vomitò dopo aver mangiato la prima pizza, riuscendo a far finire la maggior parte del vomito nella grossa pentola in cui aveva tenuto l’acqua da bere… Grossi pezzettoni di crosta e di peperoni, che puzzavano dell’amaro acido dello stomaco. Non lasciò che questo lo infastidisse. Il suo account di PayPal si stava riempiendo, conteneva adesso 50.000$, e questo era solo l’inizio. Passò alle insalate e al succo di arancia, immaginando che ci sarebbe voluto un po’ prima di riabituarsi al cibo e non aveva il tempo per andare a lungo in bagno. Il suo corpo avrebbe dovuto aspettare. Ordinò una caraffa di caffè da un posto che faceva catering per meeting aziendali, il genere di cosa da cui potevi tirare fuori 80 tazze. Già che c’era ordinò anche un vassoio di verdure tagliate e delle paste.

Vendere stava diventando più semplice. Le economie si stavano riprendendo e, dal tono dei messaggi di ringraziamento che riceveva dai suoi compratori, comprese che c’era una sorta di effetto panico al contrario nell’aria, una sensazione che i giocatori di tutto il mondo stavano iniziando a preoccuparsi che se non avessero comprato questa spazzatura oggi, non sarebbero mai stati in grado di comprarla, perché i prezzi sarebbero saliti e saliti e saliti per sempre.

E fu lì che ebbe il suo secondo grande flash, la seconda volta che Dio sfiorò la sua mente con un dito, con una forza che lo scosse fuori dalla sua sedia e che lo mandò a misurare a grandi passi il suo soggiorno come una tigre, mormorando fra sé e sé.

Una volta, quando stava lavorando al suo Master, aveva partecipato ad uno studio per un amico del dipartimento di economia. Avevano chiuso venticinque studenti laureati in una stanza e avevano dato a ciascuno una fiche da poker. “Potete fare qualsiasi cosa vogliate con queste fiches”, aveva detto il ricercatore che conduceva l’esperimento. “Ma potreste volerle tenere con cura. Ogni ora, puntualmente, aprirò questa porta e darò a ciascuno di voi 20 dollari per ogni fiche di poker che possiede. Lo farò otto volte, nelle prossime otto ore. Poi aprirò la porta un’ultima volta e potrete tornare a casa. A quel punto le vostre fiches saranno prive di valore — anche se potrete tenere tutto il denaro che avrete ottenuto durante l’esperimento”.

Detto questo, sbuffò e roteò gli occhi, rivolto agli studenti, la maggior parte dei quali stava facendo lo stesso. Sarebbero state otto ore davvero lunghe. Dopo tutto, tutti sapevano che il valore di una fiche del poker sarebbe stato di 160$ nella prima ora, 140$ la seconda, 120$ la successiva e così via. A cosa sarebbe servito scambiare una fiche con chiunque altro per meno di quanto valeva?

Per la prima ora, tutti rimasero seduti, parlando di quanto tutto questo fosse noioso. Poi, arrivò lo sperimentatore con un carrello di sandwich e venticinque banconote da 20$. “Fiches da poker, prego”, disse, tutti mostrarono la propria fiche e, uno alla volta, ottennero la loro banconota da 20$ nuova di zecca.

“Passata una, ne mancano altre sette”, disse qualcuno, una volta che lo sperimentatore se ne fu andato. Poca gente prese un sandwich. Aspettarono. Qualcuno flirtava annoiato, o faceva chiacchiere di circostanza. L’ora passava scandita dalle lancette del grosso orologio a muro.

Poi, cinquantacinque minuti dopo l’uscita dell’uomo, un ragazzo, un vero burlone, coi capelli rossi e lentiggini sbarazzine si alzò dal vecchio sofà arancione e andò dalla ragazza più carina del gruppo, una adorabile ragazza cinese coi capelli corti e dei vestiti fatti in casa che a Connor ricordavano Jenny, dicendo, “Mi affitteresti la tua fiche per cinque minuti? Ti pago venti dollari”.

Questo fece scoppiare a ridere l’intera stanza. Era la perfetta dimostrazione dell’assurdità di stare lì seduti, aspettando i venti dollari all’ora. Anche la ragazza cinese rise, e fecero solennemente lo scambio. Ed ecco che cinque minuti entrò lo studente, cinque minuti dopo, con un’altra mazzetta di ventoni e unfrigo portatile pieno di frullati in dei tetrapack. “Fiches da poker, prego”, disse, e il burlone gli mostro le sue due fiches. Tutti sogghignarono rivolti l’uno verso l’altro, come se avessero fregato lo studente. Anche lui sorrise un po’ e diete le due banconote da venti al pel di carota. La ragazza cinese teneva alto il suo biglietto da venti, per far vedere che aveva avuto quanto tutti gli altri. Una volta che il tipo se ne fu andato, il Rosso le ridiede la sua fiche. Lei la mise in tasca e tornò a sedersi in una delle vecchie poltrone polverose.

Bevvero i frullati. Ci furono delle conversazioni sussurrate e sembrò che ci fosse un sacco di gente che stava scambiando le fiches avanti e indietro. Connor rise a vedere questo e non fu l’unico, ma era tutto fatto per divertirsi. Venti dollari era l’affitto per un’ora di una fiche, dopotutto — la somma precisamente e perfettamente razionale.

“Mi daresti la tua fiche da poker per venti minuti per 5$?” A chiederlo era una ragazza fra i più giovani della stanza, forse aveva ventidue anni, con un leggero, acculturato, accento del sud. Era anche molto carina. Guardò l’orologio “Siamo solo alla mezza”, disse Connor. “Che ci guadagni?”.

Lei sorrise “Vedrai”.

Lei tirò fuori una banconota da cinque dollari e la fiche da poker passò di mano. La ragazza carina del sud parlò con un’altra ragazza e, dopo un momento, 10$ passarono di mano, in maniera davvero evidente. “Hey,” iniziò lui, ma la ragazza del sud gli fece l’occhiolino e lui si zittì.

Ansiosamente, guardò l’orologio, aspettando che passassero i venti minuti. “Mi serve la mia fiche”, disse, alla ragazza del sud.

Lei scrollò le spalle “Devi parlarne con lei”, disse, indicando col pollice dietro la schiena, tirando poi fuori dalla borsa, con ostentazione, un romanzo — The Fountainhead — e iniziando a leggerlo. Connor sentì un’emozione complicata: da una parte voleva ridere, dall’altra voleva urlare contro la ragazza. Decise di ridere, conscio dello sguardo della gente su di lui, si avvicinò all’altra ragazza, che era alta e di struttura solida, con uno sguardo da “niente assurdità” che si sposava perfettamente con i suoi vestiti e la sua pettinatura da “niente assurdità”.

“Sì?”, disse lei, quando lui le si avvicinò.

“Hai la mia fiche”, disse lui.

“No”, disse lei. “Non è vero”.

“Ma la fiche che lei ti ha venduto, non era sua: gliela avevo solo prestata”.

“Devi parlarne a lei, allora”, disse la ragazza che aveva la fiche.

“Ma è la mia fiche”, disse lui. “Non poteva vendertela”. Avrebbe anche voluto aggiungere, Sono anche piuttosto intimidito da chiunque abbia faccia tosta da giocare uno scherzo simile. Era la sua immaginazione, o la ragazza del sud stava sorridendo fra se, un piccolo sorriso compiaciuto?

“Non è un mio problema, temo”, disse lei. “Peccato.”

Ora tutti stavano guardandolo con grande attenzione e si sentì arrossire, perdere la calma. Deglutì e cercò di metter su un sorriso convincente. “Già, suppongo che dovrei davvero prestare più attenzione ad a chi mi fido. Mi rivenderesti la mia fiche?”.

“La mia fiche”, disse lei, facendola roteare in aria. Lui fu tentato di provare a prenderla, ma avrebbe potuto portare a un match di wrestling qui, davanti a tutti. Che imbarazzo!

“Sì”, disse. “La tua fiche”.

“Ok”, disse lei. “16$”.

“Affare fatto”, disse, pensando. Ho già guadagnato 45$ qui, posso permettermi di perdere 15$

“Fra sette minuti”, disse lei. Lui guardò l’orologio: erano le 11:54. Fra sette minuti, lei avrebbe preso i 20$ che spettavano a lui. Correzione: che spettavano a lei.

“Non è giusto”, disse lui.

Lei alzò un sopracciglio, così in alto che sembrò stesse per raggiungere i capelli. “Davvero? Io penso che questa fiche valga 120$. 15$ sembra un buon affare per te”.

“Te ne darò venti!”, disse il pel di carota.

“venticinque dollari!” disse qualcun altro, ridendo.

“D’accordo, d’accordo” disse Connor, affrettatamente, arrossendo così violentemente che si sentiva la testa leggera. “15$”.

“Troppo tardi”, disse lei. “Il prezzo ormai è di 25$”

Sentì la stanza ridere, preparandosi a sputar fuori un nuovo prezzo –40$? 60$? — così disse, velocemente “25$” e tirò fuori i soldi dal portafoglio.

La ragazza prese i suoi soldi — come faceva a sapere che gli avrebbe ridato la fiche? Se sentì un’idiota appena i soldi lasciarono la sua mano — e poi arrivò lo sperimentatore. “Ora di pranzo”, chiamò, portando un carrello pieno di insalata in delle scatole, sushi vegetariano e un paio di cestini di pollo fritto. “Fiches da poker, prego”. I biglietti da venti vennero distribuiti.

La ragazza che aveva preso i suoi soldi passò una smodata quantità di tempo a mangiucchiare, poi, finalmente, si girò verso di lui con uno sguardo di finta sorpresa e disse, “Oh, certo, ecco”, dandogli la fiche. Il ragazzo dai capelli rossi ridacchiò.

Beh, quello fu l’inizio del gioco, la cosa che trasformò le successive cinque ore in una delle esperienze più intense ed emotive a cui avesse mai preso parte. I giocatori formarono delle fazioni, compravano dagli altri giocatori, mettevano insieme le proprie risorse. Qualcuno cambiò l’ora sull’orologio a muro, di nascosto, e passarono trenta minuti a discutere su chi avesse l’orologio — da polso o sul cellulare — più accurato, finché il ricercatore entrò con un’altra manciata di biglietti da venti.

Alla sesta ora dell’esperimento, Connor si accorse di colpo che era parte di una minoranza, un solitario in mezzo a due grandi fazioni: una che controllava praticamente tutte le fiches da poker, l’altra che controllava praticamente tutto il denaro. E rimanevano solo due ore, il che voleva dire che una singola fiche valeva 40$.

E poi qualcosa iniziò a colpirlo nelle viscere. Paura. Invidia. Panico. La certezza che, quando l’esperimento fosse finito, sarebbe stato l’unico ad essere povero, l’unico senza una grossa mazzetta di denaro. I più avveduti negli scambi intorno a lui avevano in qualche modo ottenuto posizioni di potere e ricchezza, mentre lui era stato reso esitante dalla sua brutta prima esperienza ed era rimasto fermo mentre tutti gli altri creavano il mercato.

Così decise di iniziare a comprare altre fiches. O vendere la sua fiche. Non gli importava quale delle due cose — voleva solo essere ricco.

Non era l’unico: dopo la settima ora, l’intero mercato era esploso in una furia di vendere e comprare, il che non aveva nessun fottutissimo senso perché ora, ora, tutte le fiches valevano esattamente 20$ l’una, e in pochi minuti sarebbero state del tutto prive di valore. Continuava a ripeterselo, ma si trovò lo stesso a offrire sempre di più per le fiches. Fortunatamente, non era la persona più spaventata della stanza. Quello risultò essere il pel di carota, che inseguiva le fiches come un cocainomane a caccia di una dose, perdendo tutta la calma che aveva all’inizio, dando la caccia alle fiches con denaro e pagherò.

Ma il fatto era questo: il denaro sarebbe stato il re. Il denaro sarebbe ancora stato qui fra un’ora. Le fiches di poker erano come bolle di sapone, pronte ad esplodere. Ma quelli che avevano le fiches erano i re e le regine del gioco, del mercato. In sette brevi ore, erano stati condizionati a pensare alle fiches come a dei bancomat che sputavano fuori banconote da venti e, anche se le loro menti razionali sapevano che non era così, i loro cuori dicevano a tutti di inseguire le fiches.

Alle 4:53, sette minuti prima che la sua fiche sarebbe stata pagata per l’ultima volta, la vendette alla lettrice di The Fountainhead per 35$, sorridendo compiaciuto finché lei non si girò e la vendette al pel di carota per 50$. Il ricercatore entrò nella stanza, diede le sue banconote da venti, li ringraziò e indicò loro l’uscita.

Nessuno guardò gli altri in faccia mentre si separavano. Nessuno offrì a nessuno un numero di telefono, o un indirizzo e-mail o di messaggistica istantanea. Era come se avessero tutti fatto qualcosa di cui si vergognavano, come se avessero preso parte in un pestaggio o il rogo di una strega e ora volessero solamente andarsene. Lontano.

Per anni, Connor si era chiesto di quella mania che aveva preso le persone in quella stanza, persone normalmente sane di mente. Quella mania che aveva trovato posto nei loro cuori, che li aveva guidati come una droga. Cosa lo aveva spinto a qualcosa di così vergognoso?

Ora, mentre guardava il valore dei suoi beni virtuali salire, salire, salire e salire, più in alto di quanto le sue Equazioni avessero predetto, più in alto di quanto qualsiasi persona sana di mente avrebbe desiderato spendere per essi, comprese.

L’emozione che li aveva guidati in quel laboratorio, che guidava gli invisibili acquirenti in giro per il mondo non era avidità.

Era invidia.

L’avidità era prevedibile: se una fetta di pizza è buona, ha senso che il tuo intuito ti dica che cinque o dieci fette sarebbero ancora meglio.

Ma l’invidia non teneva conto di cosa fosse buono per te: riguardava invece cosa qualcun altro pensava fosse buono. Era il diavolo che ti sussurrava nell’orecchio parlando dell’auto del tuo vicino, del suo salario, dei suoi vestiti, della sua ragazza — migliori dei tuoi, più cari dei tuoi, più belli dei tuoi. Era il pugnale che attraversava il tuo cuore e che poteva portarti dalla felicità alla miseria in un secondo, senza cambiare una singola cosa della tua vita. Poteva trasformare la tua vita perfetta in un perfetto disastro, semplicemente comparandola a qualcuno che aveva più cose/cose migliori/cose più belle.

L’invidia era ciò che guidava quella raffica di compra-vendita nel laboratorio. Il pel di carota, che scriveva dei pagherò svuotandosi il portafoglio: lui era stato guidato dalla paura che stava perdendosi qualcosa che tutti gli altri riuscivano ad ottenere. Connor aveva venduto la sua fiche nell’ultima ora perché tutti gli altri sembravano essere diventati ricchi vendendo le loro. Avrebbe potuto tenersi la fiche per otto ore ed uscire da lì con 160$, usare il tempo per studiare, dormicchiare, fare yoga. Ma aveva sentito quella sirena chiamare: Qualcun altro sta diventando ricco, perché tu no?

E ora i mercati stavano correndo e tutto stava aumentando di prezzo. La sua collezione di code di bue rosse (utili alla preparazione dell’incantesimo Rivelazione, in Endtimes), avrebbero dovuto vendere per 4,21$ l’una. Le aveva comprate per 2,21$ l’una. Al momento, il prezzo di mercato era di 14,51$ l’una.

Era folle.

Era meraviglioso.

Connor sapeva che non poteva funzionare. Alla fine, tutto il mercato avrebbe realizzato che questi oggetti si stavano vendendo molto al di sopra del loro valore — esattamente come recentemente si era reso conto che erano sotto prezzo. Le offerte di acquisto sarebbero cessate. L’ultima, più spaventata, persona che aveva comprato qualcosa al di sopra del suo valore reale, non sarebbe stata in grado di rivenderla, rimettendoci.

Razionalmente, suppose di dover vendere per il prezzo predetto dalle sue Equazioni. Qualsiasi cosa più alta era solamente una scommessa sull’irrazionalità degli altri. Ma nonostante ciò… avrebbe davvero fatto meglio a rivendere le sue cinquanta code di bue per 200$, che ad aspettare pochi minuti e venderle per 700$? Non doveva essere tutto o nulla. Divise i suoi beni in due gruppi; mise da parte quelli che gli era costato meno comprare, lasciando che salissero di prezzo quanto potessero. Rappresentavano una scorta a basso rischio, le perdite più economiche da assorbire. Quello che rimaneva, lo vendette nell’istante in cui raggiungeva il valore predetto dalle sue Equazioni.

Vendette molto velocemente i beni del secondo gruppo, rimanendo così a guardare i beni speculativi salire sempre più in alto. Aveva una dozzina di giochi aperti sul suo computer e passava dall’uno all’altro, monitorando le chat, i website correlati, i mercati online, cercando di capire in che direzione si stava andando. Filtrando i tweet e gli status message nei vari social network, sentì una sorta di curiosa familiarità: stavano impazzendo, là fuori, in una maniera quasi identica a come la follia aveva preso il gruppo nell’esperimento con le fiches da poker. Dentro di sé sapevano che le piume di pavone e le armature viola avevano prezzi decisamente troppo alti, ma sapevano anche che qualcuno stava diventando ricco grazie ad esse e che se i prezzi continuavano a salire non sarebbero mai stati in grado di averne una per sé.

Non importava che non ne avessero mai voluta una prima, ovviamente! L’importante non era che ne avevano bisogno o l’adoravano, era l’idea che qualcun altro avrebbe avuto qualcosa che loro non avevano.

Connor aveva fatto la sua seconda scoperta: l’invidia, non l’avidità, era la più grande forza in ogni economia.

(Più tardi, quando Connor stava scrivendo articoli su questo per riviste patinate e viaggiando in tutto il mondo per parlarne, un sacco di gente degli uffici addetti al marketing in tutto il mondo fece notare che loro lo avevano saputo per generazioni, avevano speso secoli producendo pubblicità che miravano in pieno al plesso solare dell’invidia. Era vero, doveva ammettere — ma era anche vero che praticamente ogni economista che avesse mai conosciuto considerava la gente del marketing un branco di frivoli, stupidi, giullari di corte, con poche conoscenze matematiche e li aveva di conseguenza bellamente ignorati)

Guardò l’invidia montare e cercò di imparare a percepirla, di tracciare i sentimenti mentre questi ribollivano. Era difficile — praticamente impossibile, onestamente — perché tutto veniva scritto in luoghi diversi e nessuno aveva scritto i programmi di chat, i giochi, i social network e i siti di tweet per tenere traccia di questo genere di cose. Finì con l’avere una dozzina di finestre del browser aperte, ciascuna con una dozzina di tab, passando dall’una all’altra in una nebbia ad alta velocità, senza esattamente leggere, ma piuttosto scremando, assorbendo il senso di come le cose stavano andando. Poteva percepire il denaro e i pensieri e i beni bilanciati sulle punte delle sue dita, sentire il loro peso che si spostava avanti e indietro.

E così percepì quando le cose iniziarono ad andare male. Fu una serie di indicazioni sottili, un calo nei prezzi del mercato, un tweet di gioia di un giocatore che aveva appena scoperto un mini-boss facile da uccidere con un grosso magazzino pieno di piume di pavone. La bolla d’invidia stava collassando. Qualcuno l’aveva fatta esplodere e l’aria stava uscendo con un sibilo.

VENDERE!

In quel momento, i suoi beni speculativi valevano teoricamente più di quattrocento migliaia di dollari, ma dieci minuti dopo si trattava di soli 250.000$ e in caduta libera. Conosceva anche questa cosa — la paura — la paura che tutti gli altri riuscissero a tirarsene fuori quando i guadagni erano ancora buoni, che la musica si fermasse e fossi tu a rimanere in piedi, che tu fossi la persona più spaventata in una catena di persone terrorizzate che avevano comprato spazzatura ad un prezzo troppo alto perché qualcuno di ancor più spaventato l’avrebbe comprata da te.

Ma Connor poteva innalzarsi sopra la paura, volarci sopra, rivendere metodicamente i suoi beni, a raffica. Ne uscì con 120.000$ contanti, più di 80.000$ che aveva ottenuto con i suoi beni “venduti a prezzo ragionevole”. Ora i suoi account di PayPal si stavano riempiendo di profitti e tutto era finito.

A parte il fatto che non era finita.

Uno dopo l’altro, i suoi account in gioco iniziarono a spegnersi, i suoi personaggi kickati dal gioco, le sue password cambiate. Arrancava per lo sfinimento, le sue mani tremavano mentre digitava e ri-digitava le sue password. E poi si rese conto di una nuova e-mail, dalle quattro compagnie che controllavano i dodici giochi a cui aveva giocato: lo avevano cacciato per violazione dei Termini di Servizio. Nello specifico, aveva “interferito con l’economia di gioco portando avanti uno schema atto a causare panico finanziario”.

“Cosa diavolo significa?”, urlò al suo computer, resistendo l’impulso di lanciare il mouse contro il muro. Era ormai sveglio da quarantotto ore, aveva fatto centinaia di migliaia di dollari in un fine settimana, era stato graziato da una fulminante realizzazione di come funzionava l’economia mondiale. Oh, e aveva provato le sue Equazioni.

Poteva risolvere questo problema più tardi.

Non ce la fece neanche ad arrivare fino al letto. Si accovacciò sul pavimento, in un nido di scatole di pizza e lenzuola e dormì per diciotto ore, finché non venne svegliato dall’ufficiale giudiziario che era venuto a sfrattarlo perché in ritardo di tre mesi sull’affitto.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (1 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti della prossima scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Informarsi in tempi di dittatura: siti oscurati e Tor

19/07/2011
By

Sentiamo spesso parlare di come molti governi del mondo bloccano l’accesso a siti sgraditi “oscurandoli”. Questo è il caso ovviamente della Cina, come si legge più volte in For the Win, ma anche di molti governi del medio oriente.

Proprio perché  in For the Win si legge molto spesso di personaggi che hanno metodi per bucare il “Grande Firewall Cinese”, ho pensato che fosse il caso di parlare di un programma che viene effettivamente usato per fare cose analoghe, e molto di più. Questo programma si chiama Tor e viene già citato in un altro libro di Cory Doctorow, fortunatamente già tradotto in italiano con il nome di “X” (edito Newton Compton. Il titolo inglese era “Little Brother”). Tor viene usato soprattutto da chi vuole rimanere anonimo sul web, cosa di cui parlerò in maggiore dettaglio in un prossimo articolo.

Il problema in realtà si estende un po’  a tutto il mondo (basti pensare alle molte proteste che sono state fatte in Australia in merito). Ovviamente possono esserci motivi validi per oscurare un sito, ma purtroppo non sono solitamente questi a prevalere in certi paesi. In ogni caso, non è dei motivi alla base dell’oscuramento dei siti internet che parleremo oggi, ma piuttosto di cosa viene fatto nei paesi più colpiti da questo problema per aggirare i blocchi governativi.

Ci sono molti modi di accedere ad un sito oscurato. In generale non è difficile trovare un qualche proxy che vada bene… In rete ce ne sono a palate.

Ho però deciso di usare questo post per introdurre qualcosa di più raffinato e che può garantirvi una grandissima privacy (se usato bene). Questo post è solo introduttivo e si concentra soprattutto sull’accedere a siti oscurati, ma, come ho detto, parlerò in post successivi di anonimato in rete e di come usare Tor al meglio.

A scanso di equivoci, questo sito non vuole spingervi a fare niente di illegale: questo articolo è qui solo per approfondire tecniche usate in altri paesi, dove la libertà di informazione è repressa estremamente più che in Italia.

Tor, di cui parlerò, non è un software pensato per usi criminali, anche se sicuramente ci sono persone che vengono considerate criminali dai loro governi per il solo fatto di esprimere la propria opinione e diffondere informazioni non approvate dal regime. L’anonimato fornito da Tor inoltre può venire utilizzato anche da veri criminali, ma non penso sia il caso dei lettori di questo sito.

Tor, The Onion Router

Per prima cosa, vorrei chiarire il seguente punto: Tor non viene utilizzato “solo” per aggirare le restrizioni imposte dai vari governi, ma soprattutto per proteggere il proprio anonimato in rete. Credo di averlo già scritto almeno tre volte, ma so che appena pubblicherò l’articolo qualcuno si lamenterà del fatto che ho parlato di un aspetto “secondario” rispetto a quello dell’anonimato.

Il fatto è che il tema dell’anonimato è  più complesso, soprattutto perché se si vuole essere sicuri di rimanere del tutto anonimi bisogna prendere alcune cautele in più che fare semplicemente partire Tor.
Questo è il motivo per cui ne parlerò in seguito: se si fallisce nel riuscire ad accedere ad un sito oscurato non ci succede niente di male, se si fallisce nel riuscire a rimanere anonimi… Beh, dipende dal motivo per cui si voleva rimanere anonimi.

Come funziona

Per proteggere l’anonimato dei propri utenti, Tor redirige il traffico attraverso una serie di “nodi”, messi a disposizione da utenti in tutto il mondo, modificando a brevi intervalli di tempo il percorso effettuato fra i nodi… Si parla di un cambiamento che avviene circa ogni dieci minuti, ma l’utente può forzare il cambiamento di percorso anche prima.

Bisogna ovviamente notare che il traffico di uscita non è criptato. Per cui se state davvero usando Tor per comunicazioni segrete (come può succedere sia ad una azienda che ad un attivista in un paese in cui è pericoloso esserlo) rimane importante usare altri sistemi di criptazione.

Perché permette di accedere a siti oscurati

Ora, fin qui non sembra che io abbia parlato di siti oscurati, ma in realtà il meccanismo che ho appena descritto riesce facilmente anche a farci accedere a siti oscurati: quello che infatti può essere inaccessibile per un computer in Iran, in Egitto, in Cina (o anche in Italia: qualche sito lo oscuriamo pure noi… Pensate a Piratebay o ai siti di gioco d’azzardo oscurati nel 2006) non lo è necessariamente anche per un computer in un’altra parte del mondo.
Una volta che si entra nel network di Tor non importa se sei in Iran: riuscirai lo stesso ad accedere a Facebook, Twitter e a tutti gli altri servizi che il tuo governo non vuole tenere alla tua portata.

Rimane però un problema: per permettere a tutti di potersi collegare tramite Tor, la lista dei nodi di ingresso deve essere pubblica (altrimenti il tuo computer non saprebbe a cosa collegarsi). Questo vuol dire che un governo dittatoriale può facilmente oscurare direttamente gli ingressi a Tor.
E’ per questo che non tutti i nodi di Tor sono pubblici, ma ce ne sono alcuni  studiati per essere efficaci anche dove il governo agisce attivamente per bloccare gli ingressi a Tor. Questi nodi, chiamati “bridge”, ponti, non sono rivelati solo su richiesta da parte di chi ne abbia bisogno.

Installazione e utilizzo di Tor
(senza prendere tutte le precauzioni necessarie ad essere certi di rimanere anonimi)

Installare Tor è semplicissimo. La pagina da cui potete scaricarlo è questa:

https://www.torproject.org/download/download.html.en

Se non avete voglia di smanettare troppo, le due opzioni che vi interessano sono:

Tor Browser Bundle
Visto il video presente nella pagina del download, servono poche spiegazioni. E’ un bundle che include tutto, anche Firefox, già configurato per navigare usando Tor (dovrete usare quello per collegarvi, non il vostro normale browser).
Non è necessaria nessuna installazione.

Vidalia
Vidalia ha ogni cosa necessaria per usare Tor, eccetto Firefox.
Per collegarsi usando Tor, supponendo voi abbiate Firefox (con Torbutton installato… Se per qualche motivo vi manca ancora aprite (con Firefox) questa pagina: https://www.torproject.org/torbutton/ e installate l’ultima versione “stable”), dovete per prima cosa fare partire Vidalia, aspettare che la barra verde in alto si riempia, premere il vostro Torbutton su Firefox e… fatto.

Un po’ di buona educazione

Tor viene usato da molte persone per motivi anche molto importanti (direi anche “di vita o di morte” se la frase non fosse troppo inflazionata). La banda è limitata. Quindi, se volete provare ad usare Tor, comportatevi civilmente e non usatelo per scaricare grosse quantità di dati che potreste benissimo scaricare in altra maniera.

Ricevi aggiornamenti via e-mail!

For the Win

Condividi!

http://www.wikio.it

Licenza

Licenza Creative Commons
The content on this website is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
Unless otherwise indicated.

Bloggers' Rights at EFF