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Referendum del 12-13 giugno perché votare

10/06/2011
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Io vado a votare, passaparolaMancano pochi giorni al referendum del 12-13 giugno, e le televisioni (tranne ovviamente La7 e rai 3) fanno il possibile per ignorare l’evento, nonostante la sua importanza.

C’è poco che si possa fare oltre al parlare con il maggior numero possibile di persone, ricordando loro di andare a votare, rubando un po’ di tempo alla spiaggia (il fatto che il referendum sia la seconda settimana di giugno sicuramente non aiuterà a raggiungere il quorum).

Ma perché il referendum è così importante?

Volendo evitare discussioni prettamente di parte, un referendum non ha necessariamente un colore politico, l’importanza del referendum è che questo tocca diversi aspetti importanti della vita di tutti.

Qui trovi tutte le informazioni su come si svolgerà il voto.

Affidamento dei servizi pubblici locali (scheda rossa), permesso ai privati di determinare il prezzo dell’acqua (scheda gialla)

Nonostante entrambe questi quesiti vengano di solito considerati soltanto per l’impatto sul servizio idrico pubblico, il primo coinvolge tutti i servizi pubblici locali, come ad esempio la raccolta dei rifiuti.

Questi due quesiti, forse i più importanti del referendum vanno a toccare tutta la popolazione, rendendo in pratica l’acqua più costosa per tutti, per due motivi:

  • Passa il principio per il quale il costo totale della gestione idrica debba pesare su chi usa l’acqua, senza contributi pubblici: le tasse non si abbasseranno, ma non ci pagheremo più parte della nostra bolletta.
  • Cosa ancora più scandalosa, i privati che parteciperanno nella gestione dell’acqua avranno una rendita garantita, senza rischi, del 7% del loro investimento. Ciò vuole dire in pratica che non avranno nessun interesse all’ottenere un buon servizio e allo stesso tempo verranno pagati con i nostri soldi. Soldi che per la maggior parte non andranno ai comuni o agli enti pubblici (che per legge dovranno avere quote inferiori a una certa percentuale) e che quindi verrebbero almeno in parte reinvestiti per il bene comune, ma a singoli privati.

Inoltre, cosa forse ancora più grave, si tolgono ai cittadini tutte le possibilità di protesta e di controllo che questi hanno con i beni pubblici: mentre quando qualcosa è pubblico è facile organizzare proteste che spingano gli organi politici che se ne occupano a venire incontro ai cittadini (se non altro per non perdere troppi voti), simili proteste contro entità private hanno già trovato come unica risposta denunce in tribunale.
Questo è quanto successo al comitato Gestione Corretta Rifiuti, che  lotta contro la costruzione di un inceneritore da parte di Iren in Emilia. Dove un ente pubblico avrebbe dovuto confrontarsi col rifiuto dei cittadini, Iren ha semplicemente denunciato il comitato in quanto la campagna di boicottaggio che aveva lanciato ledeva l’immagine della azienda. Per quanto sia abbastanza certa la vittoria del comitato in tribunale, un processo è una spesa ingente per un gruppo di privati cittadini, ma una bazzecola per una grossa entità quale Iren, che può tranquillamente permettersi di spendere qualche decina di migliaia di euro in avvocati. Questo tipo di intimidazione, tipico dei colossi privati, diventerà più frequente se il referendum non avrà successo. E il problema non è solo l’intimidazione: ma anche il fatto stesso che nessuno avrà interesse ad ascoltare tali proteste.

Volete avere la possibilità di lamentarvi (e venire ascoltati) se qualcuno decidesse di costruire un inceneritore vicino a casa vostra? In molte regioni italiane questo è ancora possibile, ma se questo referendum non raggiungerà il quorum, non lo sarà più.

Nucleare (scheda grigia)

Il nucleare è un tema difficile da trattare, soprattutto per la grande dose di emotività che suscita.
Purtroppo i rischi del nucleare (anzi, i danni certi dovuti al nucleare) non sono piccoli. L’Italia non si è ancora liberata dei rifiuti nucleari prodotti nei dieci anni precedenti al disastro di Chernobyl e al successivo referendum che ha bloccato il nucleare in Italia. Attualmente la gestione di tali rifiuti pesa ancora sugli introiti dello stato. In nessun posto al mondo vi è un sito di stoccaggio definitivo.
Ero piccola, ma ricordo ancora le rivolte di Scanzano  Jonico del 2003, quando il consiglio dei ministri designò lì un posto di stoccaggio per le scorie radioattive in italia.

Una argomentazione che viene spesso portata avanti da molti politici a favore del nucleare è che siamo già circondati da paesi che utilizzano energia nucleare: secondo loro, insomma, staremo già accollandoci i rischi del nucleare senza averne i benefici. Ci sono diversi motivi per cui questo è falso.

  • Non abbiamo né i costi né i rischi legati ai rifiuti nucleari delle centrali, problema che non ha trovato soluzione in nessuna parte del mondo: per ora non esiste ancora una “discarica permanente” per questi rifiuti, che rimangono in posti di stoccaggio non definitivi.
  • Non rischiamo di dover evacuare tutti gli abitanti in un raggio di 10-20 km da una centrale nucleare se dovesse avvenire un disastro, come è successo ai giapponesi. Prendete un qualsiasi punto dell’Italia e immaginatevi cosa vuol dire evacuare tutte le persone che vivano a meno di 20 km da quel punto.
  • Infine, i paesi intorno a noi, dopo il disastro di Fukushima (che, nonostante non se ne parli più molto, non è per niente rientrato: la Tepco promette che le cose rientreranno in un anno, ma le strategie fino ad ora adottate sono state inutili), stanno valutando seriamente di abbandonare il nucleare. Considerando che ci vogliono circa 10 anni a costruire una centrale nucleare, potremmo davvero trovarci ad averle quando il resto dell’Europa sarà passato ad altro.

Le centrali nucleari non sono sicure e non lo sono mai state. Un incidente in una centrale nucleare ha effetti devastanti nella zona circostante, effetti che durano per millenni. Fukushima ce l’ha ricordato, ma non è l’unica centrale ad avere dato problemi. Su scala molto minore andate a vedere l’incidente in una centrale nucleare in Egitto il 4 giugno.

Legittimo impedimento (scheda verde)

In questo quesito del referendum si va a toccare la recente legge che allarga i casi in cui le persone che ricoprono alcune cariche politiche (Presidente del Consiglio e Ministri) possono ricorrere all’utilizzo del legittimo impedimento posticipando lo svolgimento di un processo, che viene mantenuta invariata votando NO e abrogata votando SI.

Il legittimo impedimento era già previsto nel codice di procedura penale prima di questa legge. Infatti, nel nostro sistema processuale il diritto dell’imputato di partecipare al processo e di difendersi deve essere sempre garantito (anche se la sua presenza non è obbligatoria). Perciò è previsto che se si trova “nell’assoluta impossibilità” di essere presenteall’udienza “per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento” il giudice rinvia l’udienza. Ovviamente, un impegno professionale per quanto serio nonè un’assoluta impossibilità. Ma se l’imputato è il presidente del consiglio o un ministro, dice la legge dell’aprile 2010, un impegno connesso all’esercizio delle funzioni che la legge gli attribuisce in tale sua veste costituisce legittimo impedimento.

La risposta a questo quesito referendario non tocca tanto le nostre vite di tutti i giorni quanto quella del Presidente del Consiglio Berlusconi (e eventuali Ministri che si trovino in futuro a dovere affrontare dei processi). C’è chi dice che la quantità di processi contro Berlusconi sia sintomo di un”accanimento” della magistratura nei suoi confronti. E’ un giustificazione singolare in un paese che ha un sistema processuale estremamente garantista, soprattutto quando l’imputato ha i mezzi per ottenere una difesa efficiente, in grado di sollevare eccezioni paralizzanti, per le quali non visono antidoti nel nostro codice processuale.

In breve, bloccare i processi è già abbastanza facile. Vogliamo davvero che venga minato il principio di uguaglianza davanti alla legge per rendere questa cosa, ad alcune persone, ancora più facile?

Queste non sono tutte le argomentazioni a favore del referendum, ma semplicemente alcune delle più importanti e alcune di quelle su cui c’è meno informazione. Secondo me, già questo dovrebbe essere sufficiente a motivare chiunque a rinunciare a un po’ del suo tempo per il bene di tutti… e proprio.

E tu, andrai a votare?

Ha aperto le porte en.newfractals.net

09/06/2011
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English version of the blog

E’ da diverso tempo che voglio aprire una versione inglese di newfractals (tranquilli, continuerò a postare qui con la stessa frequenza di adesso!), ma non riuscivo a trovare nulla adatto alle mie esigenze.

Ho passato prima qualche tempo a chiedermi cosa fosse meglio fra qTranslate e WPML…
WPML mi permetteva di gestire dei sottodomini, cosa che preferivo, purtroppo WPML è a pagamento (e non avevo voglia di pagare per qualcosa senza essere sicura al 100% del fatto che fosse adatta al sito).
qTranslate ha un vantaggio rispetto a WPML: il contenuto delle varie traduzioni di un post sono “immagazzinate” nel post stesso. Solo quella nella lingua che si sta usando viene visualizzata… Questo però mi preoccupava: se avessi deciso di smettere di utilizzare qTranslate dopo aver scritto un numero consistente pagine/post con traduzione rischiavo di dover faticare molto per conservare il mio lavoro e non “rompere” il sito.

Inoltre ero abbastanza certa di non avere il tempo e le capacità per scrivere ogni singolo post in entrambe le lingue (e per alcuni post e alcune pagine non aveva senso: pensate a tutte le traduzioni dall’inglese che sto facendo). E’ vero che questo non è necessario per nessuno dei due plugin, ma mi sembra siano stati entrambi ottimizzati avendo questo utilizzo in mente.

Alla fine l’altro ieri ho deciso di provare una strada del tutto differente. Avrei semplicemente aperto un altro blog in un sottodominio di newfractal.net.
Avrei potuto semplicemente installare un’altra volta WordPress in una nuova cartella, ma avevo sentito parlare del fatto che, a partire da WordPress 3.0, era stato incluso in WordPress WordPress MU, per cui era adesso possibile creare e gestire Network di blog dalla stessa installazione di WordPress.
Inutile dire che ho deciso di seguire la strada del Network.

La procedura è descritta qui: Create a Network (pagina in inglese).
Se avete anche anche solo un po’ di esperienza informatica dovreste essere in grado di  seguire le istruzioni abbastanza semplicemente. Io, prendendomela molto comoda, ci ho messo un’oretta… Ora che l’ho fatto una volta direi che sarei in grado di rifarlo in meno di un quarto d’ora, considerando che il mio problema principale è stato che non sapevo ancora bene cosa si potesse fare, e come, con cPanel.

Se state per tentare la stessa procedura leggete questo consiglio: La cosa che mi ha salvato un sacco di lavoro e grattacapi è stata esportare il mio blog (oltre al fare un backup regolare) prima di iniziare: quando ho finito di creare il network, infatti, tutti i link dalla pagina principale ai post erano spezzati. E’ bastato importare nuovamente il mio blog per correggere tutti i link. Questione di secondi. Facendo questo però sono state raddoppiate tutte le voci dei menu, cosa che comunque ho corretto in un paio di minuti.

Ora posso creare con pochissimi click nuovi sottodomini e  blog/siti basati su WordPress, tutto dalla stessa pagina. In ogni sottodominio posso gestire separatamente gli utenti e i permessi agli utenti, per cui non solo ho la mia versione inglese di newfractals, ma posso, per esempio, lasciare aprire ad un amico un blog con indirizzo <nomeblog>.newfractals.net e lasciarglielo gestire.
E, ovviamente, potrei creare simili blog io stessa… ma uno (più la sua versione inglese!) è già abbastanza lavoro ^_^

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 8

08/06/2011
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Continua da For the Win, scena 7

Questa scena è dedicata a Borders, il gigante della vendita di libri in tutto il globo che puoi trovare in città in tutto il mondo — non dimenticherò mai quando sono entrato in un gigantesco Borders in Orchard Road a Singapore e ho trovato uno scaffale pieno dei miei libri! Per molti anni, il Borders di Oxford Street a Londra ha ospitato le serate dedicate alla fantascienza di Pat Cadigan, dove autori locali ed in visita leggevano i loro lavori, parlavano di fantascienza e incontravano i loro fan. Quando sono in una qualche strana città (cosa che capita spesso) e ho bisogno di un buon libro per il mio successivo viaggio in aereo, sembra sempre esserci un Borders, pieno di ottime scelte — sono di parte quando si parla del Borders a Union Square a San Francisco.

Borders worldwide

Se vuoi diventare ricco senza costruire niente o fare niente che serva o sia desiderato da qualcuno, devi essere veloce.

Il termine tecnico per questo è arbitraggio (arbitrage). Immagina di vivere in un appartamento e sta nevicando così forte che nessuno vuole uscire per andare al minimarket. La vicina che vive nell’appartamento alla tua sinistra, la signora Hungry, vuole una banana e sarebbe pronta a pagare 0.50$ per averla. Il tuo vicino sulla destra, il signor Full, ha una dispensa piena di banane, ma sta facendo fatica a pagare la bolletta del telefono questo mese, così venderà tutte le banane che ti vuoi comprare per 0.30$.

Potresti pensare che ciò che un buon vicino farebbe sarebbe chiamare la signora Hungry e dirle del signor Full, lasciando che loro si accordino sull’affare. Se hai pensato questo, dimenticati di poter diventare ricco senza fare qualcosa di utile.

Se sei un arbitraggista (arbitrageur), allora pensi alla deplorevole ignoranza dei tuoi vicini come ad una opportunità. Compri tutte le banane del signor Full, poi ti affretti verso la casa della signora Hungry con le tue mani tese. Per ogni banana che compra, tu guadagni 0.20$. Questo è chiamato arbitraggio.

L’arbitraggio è un modo di guadagnarsi da vivere ad alto rischio. Cosa succede se la signora Hungry cambia idea? Rimani con le banane, ecco cosa.

O cosa succede se un altro arbitraggista arriva prima di te alla casa della signora Hungry, riempie il suo appartamento di più banane di quante ne possa mai desiderare? Un’altra volta, sei rimasto bloccato con un sacco di banane e nessun posto in cui metterle (anche se una piccola quantità di orifizi vengono in mente da soli).

Nel mondo reale, gli arbitraggisti non vanno in giro trasportando banane. Comprano e vendono usando computer collegati fra loro, guardando tutti gli ordini insoluti (“offerte”) e le domande e, quando trovano qualcuno disposto a pagare di più per qualcosa di quanto qualcun altro sta chiedendo per quella stessa cosa, arraffano ciò che viene offerto sottoprezzo, rincarano il prezzo e infine lo vendono.

E tutto questo accade molto, molto velocemente. Se devi battere gli altri arbitraggisti con le tue merci, essere in grado di arrivare al compratore prima che questo cambi idea, devi andare più veloce del pensiero. Letteralmente. Nell’arbitraggio non si tratta di un essere umano che sorveglia degli schermi per cercare differenze di prezzo.

No, l’arbitraggio è tutto fatto da sistemi automatici. Questi piccoli automi del commercio vagano per i mercati uniti dai vari network, cercando opportunità per l’arbitrage, comprando qualcosa e vendendolo in meno di un microsecondo. Un buon sito di arbitraggio realizza un miliardo di transizioni al giorno, o più, spremendo qualche centesimo da ciascuna di esse. Un miliardo di volte pochi centesimi è un sacco di soldi. Se hai un veloce cluster di computer, un buon ingegnere del software, e una brillante connessione alla rete, puoi tirare fuori dieci o dodici milioni di dollari al giorno.

Non male, considerando che tutto quello che hai fatto è stato sfruttare il fatto che c’era una persona in un posto che voleva comprare qualcosa e una persona in un altro che voleva venderla. Non male, considerando che se te e gli altri arbitraggisti come te scompariste domani, l’economia e il mondo non se ne accorgerebbero neanche. Nessuno vuole o desidera il vostro “servizio”, ma è comunque un bel modo per diventare ricchi.

La cosa migliore dell’arbitraggio è che non hai bisogno di sapere niente di ciò che stai comprando o vendendo per diventare ricco. Che si tratti di banane o di una spada vorpal, tutto ciò che ti serve sapere di ciò che stai comprando è che qualcuno qui vuole comprarle per più di quanto sia il prezzo a cui qualcuno le vende . Buona cosa, davvero — se devi chiudere l’accordo in meno di un microsecondo, non c’è tempo per sedersi e cercare su google qualche informazione di dubbia provenienza sulla merce.

E la merce è piuttosto stramba. Parti dal fatto che un sacco di cose non esistono nemmeno — spade vorpal, martelli di grabthar, il gold di un migliaio di mondi immaginari.

Ora considera il fatto che la gente commercia ben più che il gold: gli Dei del gioco vendono ogni genere di buffa valuta. Che ne pensi di questo:

Offerti: obbligazioni di Svartalfaheim Warriors, del valore di 100.000 gold, che ti potranno essere pagati a partire da sei mesi da oggi. Questo non è neanche vero denaro finto — è la promessa di vero denaro finto in qualche momento del futuro. Tienilo nel mercato per un paio di mesi, ragazzo, e guarda come va. Ci sarà un commerciante che ti pagherà il 5% in più di quanto valeva ieri — sta scommettendo che il gioco diventerà più popolare in qualche momento fra oggi e sei mesi da oggi, così il valore dei beni in gioco salirà a sua volta.

O forse sta scommettendo sul fatto che gli Dei del gioco si limiteranno ad alzare il prezzo di ogni cosa e renderanno più difficile abbattere mostri per prenderne l’oro, facendo fuggire tutti tranne i giocatori hard-core, che pagherebbero qualsiasi cosa per mettere le proprie mani su quei beni.

Oppure è un’idiota.

O forse pensa che tu sei l’idiota e che gli ricomprerai tutto per il 10% in più domani, supponendo che lui sappia qualcosa che tu non sai.

E se pensi che questo sia strano, eccone qui una ancora migliore:

La Coca-Cola ti vende un’obbligazione a sei mesi di 100.000 gold di Svartalfaheim Warriors, ma sei preoccupato della possibilità che diminuisca di valore fra oggi e il D-Day, il giorno in cui l’obbligazione maturerà. Così cerchi un altro operatore e gli chiedi un qualche tipo di assicurazione: gli offri 1,50$ per assicurare la tua obbligazione. Se il valore dell’obbligazione sale, lui si tiene il dollaro e mezzo, e tu ti tieni i profitti dell’obbligazione. Se il valore dell’obbligazione scende, lui ti paga la differenza. Se questa è più di un dollaro e mezzo, lui ci perde.

Questa in pratica è una polizza di assicurazione. Se vai da una compagnia di assicurazione e chiedi una assicurazione sulla vita, loro faranno una scommessa su quanto è probabile che tu stia per schiattare, e ti faranno pagare abbastanza perché, in media, ne facciano un profitto (a patto che abbiano calcolato in maniera accurata la tua probabilità di morte). Per cui se l’operatore a cui stai chiedendo un’assicurazione sul gold di Svartalfaheim Warriors pensa che questo gioco stia per crollare, potrebbe farti pagare 10$, o 100$.

Fin qui tutto bene, giusto?

Ora è qui dove le cose diventano ancora più assurde. Segui il discorso.

Immagina che ci sia una terza parte in questa transazione, qualcuno non direttamente coinvolto, con una pentola piena d’oro, che stia cercando di capire cosa farsene. Ti vede comprare un’assicurazione per 1,50$ — se Svartalfaheim Warriors ha successo, perdi i tuoi 1,50$, se va peggio, ti verrà pagata la differenza.

Dopo che hai concluso l’accordo, questa terza parte, essendo una qualche sorta di ghoul, va da chi ti ha assicurato e gli dice: “Ehi, che ne pensi di questo: voglio fare la stessa scommessa che hai appena accettato da quel tipo. Ti darò 1,50$ e se l’obbligazione sale tu te li tieni, se perde valore me li restituisci e mi paghi la differenza. In sostanza, questa persona scommette che la tua obbligazione è spazzatura e che forse lui può trovare un compratore.

Ora ha piazzato questa scommessa, che non vale niente se la tua obbligazione sale, e che ha un qualche valore sconosciuto se invece l’obbligazione scende. E sai cosa fa di questa scommessa?

La vende.

La impacchetta e trova qualche babbeo che vuole comprare questa scommessa da 1,50$ per più degli 1,50$ che perderebbe se l’obbligazione salisse. E il babbeo la compra e poi lui la rivende, sempre ad un prezzo maggiore. E prima che tu lo sappia, l’obbligazione per 100.000 gold di Svartalfaheim Warriors che tu hai comprato per 15$ ha accumulato scommesse per 1.000$.

E questo è il genere di cosa che un arbitraggista compra e vende. Non porta banane dal signor Full alla signora Hungry — compra e vende scommesse su polizze assicurative su promesse di oro immaginario.

E questa è ciò che lui considera essere un onesta giornata di lavoro.

Bel lavoro se puoi trovarlo.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 9 di For the Win

Domani è il IPv6 Day

07/06/2011
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World IPv6 DayOggi solo un post molto breve, per ricordarvi che domani, 8 giugno 2011 è il World IPv6 Day.

Cosa è l’IPv6?

Immaginate di avere un gran numero di “scatole” a cui appiccicate sopra una bella “etichetta” con un numero progressivo, immaginate di decidere che ogni etichetta abbia una lunghezza limitata. Se le scatole sono abbastanza numerose arriverete ad un momento il cui la lunghezza delle vostre “etichette” non sarà più sufficiente per scriverci il numero della stessa. La soluzione al problema è avere etichette più grandi che posson contenere numeri più grandi e quindi etichettare un numero maggiore di “scatole”. Sostituite “scatola” con “sito internet” ed etichetta con “indirizzo IP” e avete un’idea della situazione.
Naturalmente non è tutto così semplice, cambiare “lunghezza dell’etichetta” nel caso degli indirizzi IP è un po’ meno banale di appiccicar sopra a vecchie scatole nuovi pezzettini di carta, soprattutto perché bisogna fare in modo che tutti i siti passino dalla vecchia classificazione alla nuova senza, ad esempio, causare interruzioni ai loro servizi. Bisogna essere certi che quando questo cambiamento avverrà il nuovo protocollo sarà ben conosciuto e tutti sappiano come usarlo (tutti quelli che lo devono sapere, si intende… per l’utente non cambierà nulla).

Ovviamente ci sarà un periodo di transizione in cui sia l’IPv4 che l’IPv6 verranno utilizzati contemporaneamente. Ci vorrà comunque ancora un po’ per arrivare a questo.

Cosa è il World IPv6 Day?

E’ la giornata (l’8 giugno), in cui molti colossi di internet, fra cui Google, Facebook, Zynga, YouTube, NASA, Mozilla, Cisco, Mastercard  (persino la Blizzard abiliterà su alcuni reami di World of Warcraft la possibilità di connettersi tramite IPv6. Ecco l’annuncio della Blizzard), testeranno il protocollo IPv6 ospitando i propri siti web sia tramite il protocollo IPv4 (per non renderli inagibili alle molte persone che non sono ancora in grado di connettersi all’IPv6), sia in IPv6, per testare il suo funzionamento.

Campfire

100 anni dopo, questa storia rimane terrificante --non perché l'indirizzo è nel blocco del local network, ma perché l'assassino usa ancora l'IPv4.

Qui c’è la lista dei partecipanti. A leggerla si trovano i nomi più disparati, dall’Università di Harvard a Urban Dictionary

Il primo segno di presenza italiana arriva dal Linux Club Zogno, ma fortunatamente l’Università di Pisa e quella di Torino dimostrano che l’importanza dell’IPv6 non è stata colta soltanto dagli appassionati (che, per definizione, su queste cose sono avanti). Ci sono alcuni altri nomi italiani, ma sembrano davvero pochi rispetto a quanti dovrebbero avere l’interesse e i mezzi per partecipare.

Potete testare quanto la vostra connessione sia pronta all’arrivo dell’IPv6 con questo tester della fastweb, oppure su questo sito dedicato proprio all’IPv6 Day. Non preoccupatevi risulta che non siete ancora pronti: quello di domani è un test generale e si potrà navigare anche usando l’IPv4, probabilmente non vi accorgerete nemmeno della differenza.

Se volete informarvi di più e l’inglese non vi spaventa, qui c’è un’ottima pagina di FAQ dell’Internet Society sul World IPv6 Day.

Fateci sapere se avete avuto problemi durante la giornata, e cosa pensate dell’iniziativa!

Ricorsione e frattali

06/06/2011
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Turandot luzzati

Turandot non è certo la regina di questa storiella, ma quest'immagine è troppo bella per essere esclusa dal post.

Oggi voglio parlare di un argomento molto legato ai frattali: la ricorsione.
Una regola ricorsiva è necessaria alla creazione di un frattale, ma non basta che qualcosa sia ricorsivo perché sia anche frattale.

Perché la ricorsione non è sufficiente?

Un esempio è la famosa storiella:

C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:

“C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:

“C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:

“C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:

“C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:

…”

E’ difficile immaginarsi qualcosa di più ricorsivo, ma è comunque decisamente impossibile considerare questa storiella “frattale”.

Ciò che manca è il trovare, rimpicciolito, il tutto nella parte.

Consideriamo il mio precedente post su alberi e frattali. Lì viene dato il seguente schema per creare un semplice albero frattale.

  1. Disegna un ramo in verticale (il tronco)
  2. In cima ad ogni ramo (da cui non partano già altri rami) disegna due rami lunghi e spessi la la metà del ramo originario, separati fra loro da un angolo di 40°
  3. Ritorna alla istruzione 2. e continua da lì

Mentre nella nostra storia lo schema è:

  1. C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla regina “Raccontami una storia!”. E la regina incominciò:
  2. Apri virgolette e inserisci il punto 1.

Vediamo che la differenza fra questi due set di istruzioni è proprio la mancanza del rimpicciolimento.

Perché la ricorsione è necessaria?

Set di JuliaLa ricorsione è necessaria perché vogliamo arrivare a raggiungere, almeno in una direzione, l’infinito: infatti, se ogni parte può essere ingrandita per diventare uguale al tutto (e contenere quindi se stessa), allora non solo la ricorsione è la soluzione ovvia: (un albero dentro un albero dentro un albero…), ma è anche l’unica possibile.

Raggiungere l’infinito non è semplice. L’unico modo per farlo (e ovviamente solo in teoria, non nella pratica) è avere una o più istruzioni e ripeterle, a loro volta, all’infinito.
[Ora che ho scritto questo passerà di qui un matematico e mi correggerà... la matematica pura ha davvero degli strumenti strani]
La magia dei frattali sta proprio in cosa può nascere da regole semplici, se queste vengono applicate più e più volte allo stesso oggetto. E la magia dei frattali non sta solo nel loro bellissimo aspetto, ma in come possono aiutarci a descrivere fenomeni complessi e caotici.

Il modo in cui i frattali compaiono nello studio dei sistemi dinamici e nella teoria del caos sarà materia di altri post in futuro. Datemi solo il tempo di riordinare gli appunti dell’anno scorso!

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 7

05/06/2011
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Continua da For the Win, scena 6

Questa scena è dedicata a Books of Wonder, di New York, la più antica ed ampia libreria per ragazzi a Manhattan. Si trova a soli pochi isolati di distanza dagli uffici della Tor Books nel Flatiron Building, e ogni volta che vado lì per incontrarmi con la gente della Tor, vado a fare un salto alla Books of Wonder per esaminare la loro offerta di libri per ragazzi nuovi, usati e rari. Sono un grande collezionista di edizioni rare di Alice nel Paese delle Meraviglie, e Book of Wonders non manca mai di entusiasmarmi con qualche splendida edizione limitata di Alice. Alla Books of Wonder organizzano un sacco di eventi per ragazzi e c’è una delle atmosfere più invitanti che abbia mai sperimentato in una libreria.

Books of Wonder: 18 West 18th St, New York, NY 10011 USA +1 212 989 3270

Mala era nel mondo di gioco con un piccolo party raidante, solo pochi della sua armata. Era tardi — era passata la mezzanotte — e la signora dibyendu aveva lasciato la gestione dell’Internet Café al suo nipote idiota. In questi giorni, l’Internet Café rimaneva aperto ogni volta che Mala e la sua armata volevano usarlo, fosse giorno oppure notte, e c’erano sempre dei soldati che gareggiavano per l’onore di scortare Generale Robotwallah a casa una volta finito. Ammaji… Ammaji aveva un nuovo bel appartamento, con due intere stanze, e una di queste era solo per Ammaji, sua per dormirci senza i rumori e il rigirarsi dei due figli. C’erano posti a Dharavi dove dieci o quindici persone avrebbero volentieri condiviso una stanza di quelle dimensioni, dormendo sui propri cappotti… o l’uno sull’altro. Ammaji aveva un materasso, portato da lei da un forte giovane dal bazar di Chor, trasportandolo con sé sul tetto del treno della linea marittima nel caldo dell’ora di punta.

Ammaji non si lamentava quando Mala giocava fin dopo mezzanotte.

“Ce ne sono altri, laggiù”, disse Sushant. Aveva due anni più di lei, era il più alto di tutti loro, con i capelli corti e un sorriso folle che le faceva venire in mente la faccia di un cane a cui si sia accarezzata la pancia fino a portarlo all’estasi.

Ed eccoli qui, tre mecha in un triangolo, colpendo metodicamente gli zombie sulla testa, spargendo i loro cervelli marci e lasciandoli cadere in pile sempre più grandi. Alla fine, in gioco avrebbe mandato dei ghoul per trascinare via i corpi, ma per ora, erano impilati fino ad arrivare al torso dei mecha.

“Li ho sotto tiro”, disse Yasmin, con i mirini che si bloccavano sul bersaglio. Questo era un nuovo genere di missione per loro: spazzare via questi piccoli trii di mecha che grindavano[1] zombie. Il signor Banerjee aveva dato loro questo compito una volta che i combattenti più aggressivi erano stati praticamente sterminati dalla sua armata. Secondo il signor Banerjee, questi gruppi di tre mecha erano sotto il controllo di un solo giocatore, qualcuno che veniva pagato per livellare[1] il mecha di base fino al livello 4 o 5, per poi venderli all’asta a giocatori ricchi. Sempre in gruppi di tre, sempre grindando zombie, sempre in questa parte del mondo, come una piaga.

“Fuoco”, disse lei, e l’arma a impulsi sparò anelli di forza concentrici nell’aria. I nemici si paralizzarono, i loro sistemi centrali distrutti e, mentre Mala guardava, gli zombie iniziarono a sciamare sopra i loro mecha, ricoprendoli, lavorando senza pausa su di loro, finché non riuscirono a trovare il modo di entrare. Una nebbia rossa si sparse nell’aria mentre smembravano i piloti.

“Ben fatto”, disse lei, stiracchiandosi la schiena, leccando le ultime gocce di una coppa di chai che si era ormai raffreddato al suo lato. Il nipote idiota della signora Dibyendu era all’ingesso dell’Internet Café, a piedi nudi, sputando betel sulla strada il cui odore dolciastro arrivava fino a lei. Stava per essere assalita dal sonno, quindi era il momento di andare. Si girò per dirlo al suo esercito, quando le sue cuffie si riempirono del tuonare di mecha in arrivo, di un sacco di mecha in arrivo.

Rimise il didietro sulla sedia e si girò, le dita che volavano sulla tastiera, gli occhi fissi sullo schermo. I mecha nemici stavano arrivando in una configurazione megamecha, quindici — no, venti — di loro uniti insieme a formare un robot così grande che lei sembrava un moscerino al confronto.

“A me!”, gridò, “In formazione!”. I suoi soldati tornarono alle loro tastiere, il suo esercitò iniziò la propria sequenza megamecha, ma ci voleva troppo e non erano abbastanza e, nonostante combatterono coraggiosamente, il gigantesco nemico li fece a pezzi, sollevando ogni robot da guerra, guardando al suo interno mentre strappava l’armatura e lasciava cadere il pilota che si contorceva in mezzo alla marea di zombie che si stava innalzando ai suoi piedi. Troppo tardi, Mala ricordò la sua strategia, ricordò come era stato quando lei aveva sempre comandato la forza più debole, la posizione difensiva che avrebbe dovuto far assumere al suo esercito nel momento stesso in cui aveva visto quanto era in inferiorità numerica.

Troppo tardi. Un istante dopo, il suo mecha era stato afferrato dal nemico, sollevato fino alla sua faccia, e mentre veniva avvicinato la sua console cambiò ed un leggero clacson suonò: il robot stava cercando di infiltrare il suo sistema di comando, di interfacciarsi con esso, di pwnarlo[1]. Questo era un altro gioco all’interno del gioco, il gioco hacka-e-sii-hackato [come in "hacking", NdT], e lei era molto brava in questo gioco. Si trattava di risolvere una serie di enigmi logici, risolverli più velocemente del nemico, e lei cliccò e digitò mentre cercava il modo di costruire un ponte con dei blocchi di dimensione irregolare, mentre cercava il modo di aprire una serratura i cui perni dovevano venire cliccati in una certa maniera per far sì che il meccanismo funzionasse, mentre cercava…

Non era stata abbastanza veloce. Il suo esercito si raccolse intorno alla sua console ormai bloccata, il nemico ormai all’interno del suo mecha, controllandolo dal bootloader al lanciafiamme.

“Ciao”, disse una voce nelle sue cuffie. Questo era qualcosa che potevi fare quando controllavi l’armatura di un altro giocatore: potevi prendere il controllo delle sue comunicazioni. Lei pensò di togliersi le cuffie e passare agli altoparlanti così che il suo esercito potesse sentire a sua volta, ma una qualche premonizione la fermò. Questo nemico si era dato da fare per parlare a lei, in persona, così avrebbe ascoltato che cosa aveva da dire.

“Il mio nome è Sorellona Nor”, disse lei, ed era una lei, una voce di donna, no, una voce di ragazza… forse qualcosa a metà strada fra le due. Il suo hindi aveva uno strano accento, come gli attori cinesi che aveva visto al cinema. “E’ stato un piacere combattere contro di te. La tua gilda è stata molto brava. Ovviamente, noi siamo stati migliori.” Mala udì delle voci, dal suono stridulo, esultare e realizzò che c’erano dozzine di nemici sul canale di chat, tutti quanti in ascolto. Ciò che aveva scambiato per rumore statico nel canale era, in effetti, dozzine di nemici, da qualche parte nel mondo, che respiravano nei loro microfoni mentre la donna parlava.

“Siete davvero dei buoni giocatori”, disse Mala, sussurrando perché solo il microfono potesse sentire.

“Non sono solo una giocatrice, né lo sei tu, mia cara”. C’era qualcosa da sorella in quella voce, neanche un briciolo di quella gongolante competitività che Mala aveva provato nei confronti dei giocatori che aveva battuto in passato. Nonostante tutto, Mala si ritrovò a sorridere un poco. Mosse il mento da lato a lato — Oh, sei una intelligente, continua — e i suoi soldati, intorno a lei, fecero lo stesso gesto.

“So perché combatti. Pensi che sia un lavoro onesto, ma ti sei mai fermata a considerare il perché qualcuno ti dovrebbe pagare per attaccare altri lavoratori nel gioco?”

Mala fece andare via il proprio esercito, indicando la porta. Quando fu sola, disse “Perché rovinano il gioco per gli altri giocatori. Interferiscono”.

Il gigantesco mecha scosse la testa lentamente. “Sei davvero così cieca? Pensi che il gruppo che ti paga lo faccia perché si preoccupano del fatto che il gioco sia divertente? Oh, cara mia…”

La mente di Mala corse all’impazzata. Era come risolvere uno di quegli enigmi. Ovviamente al signor Banerjee non importava niente degli altri giocatori. Ovviamente non lavorava per il gioco. Se avesse lavorato per il gioco, avrebbe potuto semplicemente sospendere gli account dei giocatori che Mala combatteva. La soluzione si affacciò nella sua mente “Sono rivali d’affari, quindi?”.

“Oh, si, sei intelligente come ho pensato dovessi essere. Si, esatto. Sono rivali d’affari. Da qualche parte, c’è un gruppo di giocatori identico a loro, pagati per livellare mecha, o farmare gold[1], o ottenere terre, o qualsiasi altra cosa che possa trasformare il loro lavoro in denaro. E a chi credi vada questo denaro?”

“Al mio capo”, disse lei. “E ai suoi capi. E’ così che funziona”. Tutti lavoravano per qualcuno.

“E ti sembra giusto?”

“Perché no?”, disse Mala. “Lavori, crei qualcosa o fai qualcosa, e la persona per cui lo fai ti paga per il tuo lavoro. Questo è il mondo, è come funziona”

“Cosa fa la persona che ti paga per guadagnarsi qualcosa dal tuo lavoro?”

Mala ci pensò. “Trova il modo per trasformare quel lavoro in denaro. Mi paga per quello che faccio. Queste sono domande stupide, sai?”.

“Lo so”, disse Sorellona Nor. “Sono le domande stupide che hanno alcune delle risposte più sorprendenti ed interessanti. La maggior parte della gente non pensa mai a farsi le domande stupide. Sai che cosa è un sindacato?”

Mala ci pensò. C’erano sindacati in tutta Mumbai, ma nessuno a Dharavi. Aveva sentito molta gente parlarne. “Un gruppo di lavoratori”, disse lei. “Che fanno sì che i loro capi li paghino di più”. Pensò a tutto quello che aveva sentito. “Impediscono agli altri lavoratori di prendere il loro lavoro. Vanno in sciopero”.

“Questo è quello che i sindacati fanno. Ma non è ciò che sono. Dimmi questo: se tu andassi dal tuo capo e chiedessi più soldi, meno ore di lavoro e migliori condizioni lavorative, cosa pensi direbbe?”

“Riderebbe e mi manderebbe via”, disse Mala. Questa era una domanda incredibilmente stupida.

“Hai quasi certamente ragione. Ma se tutti i lavoratori andassero da lui e chiedessero la stesa cosa? Cosa succederebbe se, ovunque andasse, i lavoratori gli dicesse ‘Questo è quanto valiamo’ e ‘Non verremo trattati in questo modo’ e ‘Non puoi toglierci i nostri lavori a meno che non ci sia una valida ragione per farlo’? Cosa succederebbe se tutti i lavoratori, ovunque, pretendessero questo trattamento?”.

Mala scossa la tessa. “E’ un’idea ridicola. C’è sempre qualcuno più povero che accetterà il lavoro. Non importa. Non può funzionare”. Si rese conto di essere furiosa. “E’ stupido!”.

“Ammetto che sia abbastanza improbabile”, disse la donna, e c’era un inconfondibile tono divertito nella sua voce. “Ma pensa per un momento al tuo datore di lavoro. Sai dove sono i suoi datori di lavoro? Sai dove sono i giocatori che stai combattendo? Dove sono i loro clienti? Sai dove sono io?”

“Non vedo come questo possa avere importanza…”

“Oh, importa. Importa perché nonostante tutte queste persone siano sparse in giro per il mondo, non c’è una vera distanza fra di esse. Chiacchieriamo come se fossimo vicine, ma io sono a Singapore, tu sei in India. Dove? Delhi? Kolkata? Mumbai?”.

“Mumbai”, ammise lei.

“Non parli come se fossi di Mumbai”, disse lei, “Hai un meraviglioso accento. Uttar Pradesh?”.

Mala fu sorpresa di sentire lo stato in cui era nata e in cui si trovava il suo villaggio indovinate così facilmente. “Si”, disse. Era una ragazza del villaggio, era il Generale Robotwallah e questa donna l’aveva inquadrata molto velocemente.

“Questo gioco ha il suo quartier generale in America, in una città chiamata Atlanta. La corporazione è registrata a Cipro, in Europa. I giocatori sono di ogni parte del mondo. Quelli che stavi combattendo sono in Vietnam. Stavamo facendo un’adorabile conversazione prima che tu arrivassi e li facessi a pezzi. Siamo ovunque, ma siamo tutti qui. Chiunque il tuo capo potesse mai pagare per fare il tuo lavoro finirebbe qui, e noi potremmo trovare quei lavoratori e parlargli. Ovunque il tuo capo vada, i suoi lavoratori verranno tutti a lavorare qui. E qui potremmo chiacchierare come stiamo facendo adesso, e spiegare loro che mondo potremmo avere, se tutti i lavoratori cooperassero per proteggere gli interessi gli uni degli altri.”

Mala continuava a scuotere la testa. “Ti distruggerebbero e basta. Assolderebbero un esercito come il mio. E’ un’idea stupida”.

Il gigantesco megamecha la sollevò fino alla propria faccia, dove i suoi denti masticavano e sferragliavano. “Pensi che ci sia un esercito che ci possa battere?”.

Mala pensò che forse il suo esercito poteva farcela, se ci fossero stati tutti, se fossero stati preparati. Poi pensò a quanto dura era una battaglia contro queste bestie giganti. “Forse no. Forse potete fare quello che dite di poter fare”. Ci pensò un altro po’. “Ma nel frattempo, non avremmo un lavoro.”

La gigantesca faccia metallica annuì. “Si, questo è vero. All’inizio potresti trovarti a non avere la tua paga. E magari i tuoi compagni lavoratori potranno contribuire per aiutarti un poco. Questa è un’altra cosa che fanno i sindacati. E’ chiamato sussidio. Ma alla fine, tu, io tutti noi, ci godremmo un mondo dove veniamo pagati quanto ci serve per vivere, dove lavoriamo con condizioni accettabili e dove i posti in cui lavoriamo sono decenti. Tutto questo non merita un piccolo sacrificio?”

Eccoci al punto, “Tu mi chiedi di fare dei sacrifici. Perché dovrei fare dei sacrifici? Siamo poveri. Combattiamo per poco, perché abbiamo ancora di meno. Perché pensi che dovremmo fare dei sacrifici? Perché tu non ti sacrifichi?”

“Oh, sorella, tutti noi abbiamo fatto dei sacrifici. Capisco che tutto questo per te è molto nuovo, e che ci vorrà un po’ di tempo per abituartici. Sono certa che ci rivedremo di nuovo, un giorno. Dopo tutto, giochiamo tutti nello stesso mondo qui, non è vero?”

Mala realizzò che il respirare che aveva sentito, le altre voci sul canale di chat, era cessato. Per un breve periodo di tempo, c’erano state solo Mala e la donna che la chiamava ‘sorella’”.

“Qual’è il tuo nome?”

“Mi chiamo Nor-Ayu”, disse lei. “Ma mi chiamano ‘Sorellona Nor’. In tutto il mondo mi chiamano così. Come ti devo chiamare?”

Mala stava quasi per dire il proprio nome, ma si fermò. Al suo posto, disse “Generale Robotwallah”.

“Un ottimo nome”, disse Sorellona Nor. “E’ stato un piacere conoscerti”. E con queste parole, il mecha gigante la lasciò a terra e se ne andò, schiacciando gli zombie sotto ai suoi piedi.

Mala si alzò e sentì diversi scricchiolii dalle sue ossa e sulla sua schiena. Era rimasta seduta per, uhm, ore.

Girò la testa da un lato e dall’altro per sgranchirsi il collo e vide il nipote idiota della signora Dibyendu che la guardava. Il suo labbro inferiore era intriso di puzzolente saliva mischiata al betel, e la guardava con una chiarezza di intenzioni che le fece contorcere le interiora.

“Sei rimasta qui da sola per me”, disse lui, con un grosso ghigno sulla faccia. I suoi denti erano marroni. Non era realmente un idiota: non aveva un vero problema cerebrale, in ogni caso. Ma era davvero duro di comprendonio e lento, con una forza brutale che la signora Dibyendu descriveva sempre come la sua “speciale fermezza”. Mala pensò che si trattava solo di un teppista. Lo aveva visto camminare nelle strette strade di Dharavi. Non cedeva mail passo alle donne o agli anziani, costringendoli a girargli attorno anche quando questo significava passare sul fango o cose peggiori. E masticava betel tutto il tempo. Un sacco di gente masticava betel, era come fumare, ma sua madre detestava questa abitudine e e le aveva detto così tante volte che era un’abitudine infima e sporca che Mala non poteva non pensar male dei masticatori di betel.

Lui la guardava con gli occhi iniettati di sangue. Di colpo lei si sentì molto vulnerabile, nella maniera in cui si sentiva sempre nei primi tempi a Dharavi. Lei fece un passo a destra, e lui fece un passo nella stessa direzione. Quello era un punto di non ritorno: ora che le aveva bloccato la via d’uscita, aveva annunciato la sua intenzione di farle del male. Questa era strategia militare di base. Lui aveva fatto la prima mossa, quindi aveva l’iniziativa, ma aveva anche mostrato le sue intenzioni velocemente, quindi…

Lei fintò a sinistra e lui ci cascò. Mala abbassò la testa come un toro e lo colpì nel mezzo del torso. Essendo lui già sbilanciato, cadde di schiena. Lei non smise di muoversi, non guardò dietro di se, continuò semplicemente a correre, immaginandosi un toro in carica, passandogli sopra mentre raggiungeva la porta senza fermarsi. Un tallone lo colpì alla scatola toracica, un altro si appoggiò sulla sua faccia, andando sulle labbra e il naso. Mala avrebbe desiderato di sentire il crunch di qualcosa che si rompeva, ma ciò non successe.

Fu fuori dalla porta in un istante, nell’aria fredda della buia, buia notte di Dharavi. Intorno a lei, il suono dei ratti che correvano sui tetti e il distante rumore delle strade. E molti altri suoni, meno identificabili, suoni che avrebbero potuto essere prodotti da gente nascosta nell’ombra intorno a loro. Discorsi soffocati. Un treno distante.

Di colpo, mandare via il suo esercito non le sembrò più essere stata una buona idea.

Dietro di lei, sentì un suono di minaccia molto più chiaro. Il nipote idiota che attraversava la porta fracassandola, le sue scarpe che colpivano la strada di terra battuta. Lei scivolò in un vicolo fra due edifici, poco più largo di lei, e i suoi piedi finirono in un qualche genere di liquido tiepido che mandò un odore orribile alle sue narici. Il nipote idiota le passò oltre nella notte. Lei rimase ferma. Lui tornò indietro, cercandola in ogni direzione.

Ed eccola lì ferma, ad aspettare che lui si arrendesse, cosa che lui non avrebbe fatto. Correva avanti e indietro. Era diventato lui il toro, arrabbiato, privo di stanchezza, stupido. Sentì la voce di lui raschiargli in gola. Lei aveva il telefono cellulare in mano, mentre con l’altra schermava la luce traditrice che questo emetteva dal piccolo schermo. Erano le 12:47 adesso, e non era mai stata da sola a quest’ora in tutti i suoi 14 anni di vita.

Avrebbe potuto mandare un sms a qualcuno nel suo esercito… Sarebbero venuti a prenderla, giusto? Se erano svegli, o se i loro cellulari li svegliavano. Nessuno però era sveglio a quest’ora. E come spiegare il tutto? Cosa dire?

Si sentì un’idiota. Si sentì piena di vergogna. Avrebbe dovuto prevedere questo, avrebbe dovuto essere il generale, avrebbe dovuto usare una strategia. Invece, era rimasta in trappola.

Poteva aspettare. Tutta la notte, se necessario. Non c’era bisogno di lasciare che il suo esercito conoscesse la sua debolezza. Il nipote idiota si sarebbe stancato o il sole sarebbe sorto, era lo stesso per lei.

Attraverso le sottili mura delle case ai suoi due lati, si sentiva russare. L’odore orribile risaliva dal liquido sotto di lei nel rigagnolo e qualcosa di viscido si stava muovendo fra i suoi piedi. Le bruciava la pelle. I ratti scorrazzavano sopra la sua testa, facendo lo stesso suono che fa la pioggia sui tetti di latta. Stupida, stupida, stupida, era il suo mantra, che si ripeteva in continuazione nella sua mente.

Il toro si stava stancando. Al passaggio successivo ansimava profondamente, e ad ogni respiro mandava l’orribile puzza del betel davanti a sé, come l’odore dolciastro della putrefazione. Poteva aspettare che passasse un’altra volta, poi correre via.

Era un buon piano. Un piano che odiava. Lui l’aveva… lui l’aveva minacciata. Lui l’aveva spaventata. Lui doveva pagare. Lei era il Generale Robotwallah, non semplicemente una qualche ragazza dal villaggio. Lei era di Dharavi, dura. Furba.

Lui ansimò superandola e lei scivolò fuori dal vicolo, i piedi che uscivano dal fango con un plop ben udibile. Lui stava ancora guardando nell’altra direzione, non la aveva ancora sentita, le dava le spalle. Gli stupidi ragazzi del suo esercito si picchiavano solo faccia a faccia, parlavano della mancanza di “onore” nel colpire qualcuno alle spalle. L’onore era solo una stupida cosa dei maschi. La vittoria è meglio dell’onore.

Strinse le braccia attorno a se e corse verso di lui, i muscoli delle braccia tesi, le mani all’altezza delle spalle. Lo colpì in alto e continuò a correre, nella stessa maniera in cui aveva fatto prima e lui cadde di nuovo, del tutto impreparato all’assalto alle spalle. Il suono che fece sullo sporco terreno fu simile al suono di una capra caduta morta al macello. Stava cercando di rigirarsi, quando lei tornò indietro e gli corse sopra, saltando e atterrando con entrambi i piedi fangosi sulla sua testa, spingendo la sua faccia nel fango. Lui urlò di dolore, il suono attutito dal terriccio, e poi rimase a terra, stordito.

A questo punto lei tornò nuovamente indietro, si inginocchiò vicino alla sua testa, con la bocca a pochi centimetri da uno degli orecchi pelosi di lui.

“Non sono rimasta indietro per te al Caffè. Stavo facendomi i fatti miei”, disse lei. “Non mi piaci. Non dovresti dare la caccia alle ragazze, altrimenti le ragazze potrebbero girarsi e dare la caccia a te. Hai capito? Dimmi che hai capito, prima che strappi la tua lingua e la usi per pulirtici il culo”. Parlavano così nei canali di gioco tutto il tempo, almeno, i ragazzi lo facevano, lei aveva sempre disapprovato questa cosa. Ma le parole avevano potere, poteva sentirlo nella propria bocca, caldo come il sangue quando ti mordi la lingua.”

“Dimmi che hai capito, idiota!”, sibilò.

“Ho capito”, disse lui, e le parole vennero fuori spezzate, da delle labbra spezzate e da un naso spezzato.

Lei si girò ed iniziò ad andarsene. Lui grugnì dietro di lei, poi urlò “Puttana! Stupida puttana!”.

Lei non ci pensò nemmeno un istante, si limitò ad agire. Si voltò, corse verso il corpo ancora prono di lui, indistinto nell’oscurità, un passo, due passi, come un campione di calcio che stia per calciare un fallo e gli tirò un calcio, l’acqua fetida che sprizzò dalla scarpa zuppa quando il suo piede colpì l’enorme, stupida cassa toracica di lui. Qualcosa fece “snap” lì dentro… forse molte cose e, oh, non era magnifico?

Lui era ogni uomo che l’aveva spaventata, che le aveva urlato dietro schifezze, che aveva terrorizzato sua madre. Era l’autista di corriera che aveva minacciato di abbandonarle al margine della strada se non gli avessero dato altri soldi. Ogni cosa ed ogni persona che l’avesse mai fatta sentire piccola e spaventata, una ragazza del villaggio. Ognuna di queste cose.

Si girò di nuovo. Lui adesso stava afferrandosi il fianco e piagnucolando, piangendo stupide lacrime sulle sue stupide guance, luminose nella untuosa luce lunare che filtrava nella nebbia dei fumi della plastica che era sempre sospesa su Dharavi. Si allontanò per prendere la rincorsa e tornò verso di lui, un passo, due passi, calcio e “crunch“, ecco di nuovo quel soddisfacente suono che veniva dalle sue costole. I singhiozzi gli si raccoglievano in gola e poi prese un grosso, tremante respiro e ululò come un gatto ferito nella notte, urlò così forte che persino qui a Dharavi si accesero delle luci e delle voci si avvicinarono alle finestre.

Fu come se un incantesimo si fosse spezzato. Eccola lì, tremante e zuppa di sudore, ed ecco della gente che cercava di vederla nell’oscurità. Di colpo tutto quello che volle fu essere a casa il più presto possibile, se non ancora più veloce. Era il momento di andarsene.

Corse. Mala adorava correre fra i campi quando era una bambina, coi capelli che volavano dietro di lei, le ginocchia e le braccia che si muovevano freneticamente lungo le strade di terra battuta. Ora correva nella notte, la puzza dell’acqua di scolo che la colpiva al naso ad ogni passo. Delle voci la rincorrevano nella notte, anche se venivano filtrate dal martellare del battito cardiaco nelle sue orecchie e più tardi non poté dire se queste voci erano vere o immaginarie.

Ma alla fine fu a casa e salendo le scale fino all’appartamento al terzo piano che aveva affittato per la sua famiglia. I forti colpi dei suoi passi sulle scale fecero urlare i vicini del piano di sotto, ma lei li ignorò, tirò fuori, impacciata, la chiave, ed entrò.

Suo fratello Gopal guardò verso di lei dal suo materasso, sbattendo le palpebre nell’oscurità, il torso magro nudo. “Mala?”

“E’ tutto OK”, disse lei. “Non è nulla. Dormi, Gopal”.

Lui tornò ad accasciarsi sul letto. Le scarpe di Mala puzzavano. Se le tolse, usando solo la punta delle dita, e le lasciò fuori dalla porta. Forse sarebbero state rubate — anche se dovevi essere davvero disperato per rubare quelle scarpe. Ora i suoi piedi puzzavano. C’era un grosso secchio d’acqua in un angolo e un mestolo. Con cautela, portò il mestolo pieno fino alla finestra, aprì le imposte scricchiolanti e versò lentamente l’acqua sui suoi piedi, tirandone fuori dalla finestra prima uno e poi l’altro. Gopal si mosse di nuovo “Fai silenzio”, le disse, “è ora di dormire”.

Lei lo ignorò. Le mancava ancora il fiato, e la realtà di ciò che aveva fatto stava iniziando a fare breccia dentro di lei. Aveva tirato dei calci al nipote idiota… quanti? due? tre? e qualcosa nel suo corpo aveva fatto “crack” ogni volta. Perché l’aveva bloccata? Perché l’aveva inseguita nella notte? Cosa era che faceva sì che chi era grosso e forte decidesse di fare uno sport del terrorizzare i deboli? Interi gruppi di ragazzi facevano questo alle ragazze e a volte persino a donne adulte… le seguivano, le chiamavano, le toccavano, qualche volta si arrivava persino allo stupro. Lo chiamavano “Eve-teasing” e lo trattavano come un gioco. Non era un gioco, non se eri la vittima.

Perché le avevano fatto fare questo? Perché tutti loro le avevano fatto fare questo? Il suono, “crack”, le aveva dato così tanta soddisfazione in quel momento, e la faceva stare così male adesso. Stava tremando, nonostante la notte fosse calda, una di quelle notti bollenti in cui tutto era viscido per l’afa.

E stava piangendo, anche, il pianto arrivava senza che lei riuscisse a controllarlo, e si vergognava anche di questo, perché era ciò che succedeva ad una ragazza del villaggio, non al Generale Robotwallah.

Mani callose le toccarono le spalle, stringendole. L’odore di sua madre arrivò al suo naso: sudore pulito, spezie, sapone. Forti, secche braccia la circondarono.

“Figlia, oh, figlia, cosa ti è successo?”

E lei voleva dire ad Ammaji tutto, ma tutto ciò che veniva fuori era un pianto. Si girò verso la madre e le premette la testa al seno, con i singhiozzi che arrivavano e arrivavano, ad ondate, sentendosi rivoltare da dentro. Gopal si alzò e si spostò nell’altra camera, silenzioso e spaventato. Lei lo vide, vide tutto da una grande distanza, il suo corpo che sussultava per i singhiozzi, la mente da qualche altra parte, fredda e remota.

“Ammaji”, disse alla fine. “C’era un ragazzo.”

La madre la strinse più forte. “Oh, Mala, dolce bambina…”

“No, Ammaji, non mi ha toccato. Ha provato. L’ho fatto cadere a terra. Due volte. E gli l’ho preso a calci e l’ho preso a calci, finché non ho sentito cose che si spezzavano e poi sono corsa a casa.”

“Mala!” sua madre la tenne ad un braccio di distanza. “Chi era lui?” Intendendo dire: Era qualcuno che può venirci a cercare, che può crearci problemi, che può rovinarci qui a Dharavi?

“Era il nipote della signora Dibyendu, quello grosso, quello che crea guai tutto il tempo.”

Le dita di sua madre la strinsero più forte sulle braccia e gli occhi di lei si spalancarono.

“Oh, mala, Mala — oh, no”.

E Mala seppe esattamente cosa sua madre voleva dire con questo, perché era consumata dall’orrore. La loro relazione con il signor Banerjee veniva dalla signora Dibyendu. E l’appartamento, le loro vite, il telefono, i vestiti che indossavano… Tutto veniva dal signor Banerjee. Erano in equilibrio su una pila di relazioni e la signora Dibyendu ne era alla base, tutto era sulle sue spalle. E il nipote idiota poteva convincerla a scuotere le spalle e tutto sarebbe crollato giù: il denaro, la sicurezza, tutto.

Questa era la più grande ingiustizia di tutte, l’ingiustizia che l’aveva spinta a calciare e calciare e calciare: questo stupido ragazzo sapeva che poteva cavarsela con le sue minacce e le sue azioni perché lei non poteva permettersi di fermarlo. Ma lo aveva fermato e non poteva, non voleva, essere dispiaciuta.

“Parlerò col signor Banerjee”, disse. “Ho il suo numero di telefono. Sa che sono una buona lavoratrice… sistemerà le cose. Vedrai, Ammaji, non preoccuparti.”

“Perché, Mala, perché? Non potevi solo correre via? Perché hai dovuto fare male a questo ragazzo?”

Mala sentì la rabbia tornarle dentro. Sua madre, persino sua madre…

Ma capiva. Sua madre voleva proteggerla, ma sua madre non era un generale. Era solo una ragazza del villaggio, ormai cresciuta. Era stata picchiata da troppi ragazzi e da troppi uomini, troppo dolore, povertà e paura. Questo era ciò che Mala era destinata a diventare, qualcuno che fuggiva da chi la attaccava perché non si poteva permettere di farli arrabbiare.

Non lo avrebbe fatto.

Non importava cosa sarebbe successo col signor Banerjee e la signora Dibyendu e il suo nipote idiota, non sarebbe diventata quella persona.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 8 di For the Win

 

Tanti auguri!

05/06/2011
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Oggi è il mio compleanno, (come già preannunciato dal post di ieri, sull’importanza di pagare per avere qualcosa gratis) e ho deciso di farvi un regalo!
Sono rimasta sveglia fino a tardi per finire di tradurre un altra scena di For the Win!
Arriverà fra qualche ora, dopo un po’ di “correzione bozza” a mente fredda…

Aggiornamento: ecco la scena 7 di For the Win

The cake is not a lie!

La mia festa di compleanno, con il mio migliore amico, il Weighted Companion Cube

Pagare per qualcosa che si potrebbe avere gratis

04/06/2011
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The Cake is a Lie!Domani è il mio compleanno ed ho già ricevuto un meraviglioso regalo: l’intera discografia di Jonathan Coulton (di cui ho tradotto su questo sito due canzoni, “Future Soon” e “Want you Gone“). Cosa c’è di strano in tutto questo?
Il semplice fatto che ciò che è stato comprato non è una raccolta di 9 CD (questo il numero), ma la versione digitale di tali CD, che si può scaricare piuttosto facilmente e, soprattutto, legalmente. Tutte le canzoni di Jonathan Coulton, infatti (tranne due scritte appositamente per due videogiochi, Portal e Portal 2), sono distribuite sotto licenza CC-BY-NC… Che, tradotto, vuol dire che chiunque è libero di scaricarle, diffonderle, masterizzarle, usarle in qualsiasi progetto a patto che nessuna di queste cose venga fatte con scopi commerciali.
Insomma, fin tanto che non usi il suo lavoro per guadagnare qualcosa puoi farne quello che vuoi.
E’ facile sostenere questo modello di business mentre si scarica e scarica senza pagare niente, ma perché ci sia gente che continui a fare scelte coraggiose come Jonathan Coulton (ancor più di Cory Doctorow e altri scrittori: molta gente desidera avere un libro cartaceo fra le mani, mentre i lettori mp3 hanno reso i CD più o meno inutili), bisogna che qualcuno la musica la compri ancora.
La notizia buona è che si spende molto meno a comprare l’intera discografia di Jonathan Coulton che a comprare un paio di CD veri: 50$ (sembra incredibile, ma sono soltanto 35€ (circa) con il cambio di oggi). E’ più ecologico e i soldi vanno tutti a chi se li merita.
So volete anche voi fare qualcosa per dimostrare che vendere musica e allo stesso tempo regalarla, questo è il sito di Jonathan Coulton. Se non conoscete ancora molto questo autore, vi consiglio di andare alla pagina delle Listening Suggestions e poi alla pagina dei download, dove potete ascoltare tranquillamente la sua musica senza spendere un centesimo, finché non vi convincete a comprare qualcosa.

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04/06/2011
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In queste recensioni forniremmo anche, quando questo esista, il link ad eventuali edizioni scaricabili gratuitamente (dove questo non infranga il copyright, come nel caso di molti lavori distribuiti sotto licenze Creative Commons).

La mia principale preoccupazione in tutto questo è il fatto che non tutti i libri sono disponibili tramite amazon, per quanto moltissimi lo siano, e non voglio in ogni caso favorire un titolo rispetto ad un altro solo per questa disponibilità.
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[1] Eccettuato quello presente nella traduzione di For the Win, di Cory Doctorow, in quanto riporto il normale link verso Amazon.com e non il link da affiliato del sito.

Content, di Cory Doctorow – Selezione di saggi sulla tecnologia, la creatività, il copyright

03/06/2011
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Content, di Cory DoctorowScrivo per segnalarvi, se non la conoscete già, la possibilità di scaricare gratuitamente dal sito della casa editrice Apogeo la raccolta di saggi di Cory Doctorow “Content”, tradotta in italiano.

Questo testo interessante e divertente è disponibile in formato .mobi e .ePub e contiene non solo saggi, ma trascrizioni di discorsi fatti da Cory Doctorow (e da lui selezionati in una sorta di manifesto del suo pensiero), come il discorso fatto al gruppo di ricerca Microsoft sui DRM, del 2004, con cui apre il libro.

Da segnalare è anche “Perché Hollywood gira un sequel delle guerre di Napster?” dove vengono fra l’altro analizzate le conseguenze della chiusura di Napster e cosa sia successo in seguito alla diffusione on-line di musica. Si passa poi alle simili cause legali intentate contro YouTube.
L’articolo è del 2007, e già si legge:

L’unica ragione per cui esistono barriere alla diffusione di BitTorrent e mythtv è che per nessuno valeva la pena investire in questi progetti al fine di abbatterle. Ma una volta uccisi i concorrenti di questi servizi, state attenti.

Che, considerando ora l’effettiva diffusione di BitTorrent, sembra una frase piuttosto profetica.

Una cosa che ovviamente manca nell’analisi di questo fenomeno è legata all’arrivo delle serie tv in paesi non anglofoni (sì, lo so che non ha niente a che vedere con la musica, ma ha invece molto a che vedere con la diffusione di BitTorrent). Sempre più gente vuole vedere le serie televisive in contemporanea con la loro uscita americana, tanto che in Italia la produzione di sottotitoli per tali serie è quasi immediata.
Un’ottima mossa per “prevenire” questo fenomeno si è vista durante la messa in onda dell’ultima stagione di Lost in Italia, quando l’episodio non doppiato veniva trasmesso a sole poche ore di distanza dalla messa in onda americana, sulla stessa rete che trasmetteva la serie in italiano.

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