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Epilessia – Come si riconosce e come si cura (trascrizione)

27/03/2013
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Un’amica mi ha chiesto di trascrivere i contenuti di questo video, visto che potrebbe interessare anche ad altri pubblico la traduzione qui. Ne approfitto per ricordare quanto per una parte non piccola della popolazione italiana i sottotitoli siano qualcosa di necessario.
Questo è ancora più vero quando l’argomento trattato è di tipo medico: questo genere di divulgazione è fondamentale, e bisognerebbe permettere che raggiunga quanta più gente possibile.

Luigi Ripamonti: Oggi parliamo di epilessia. Lo facciamo con la professoressa Maria Paola Canevini vice direttore del centro epilessia dell’ospedale San Paolo di Milano, non ché professore associato di neurologia all’università di milano.
Professoressa, cos’è l’epilessia?
Professoressa Canevini: L’epilessia, o meglio “le epilessie” sono tante situazioni diverse in cui all’improvviso le cellule nervose scaricano in maniera anormale, una sorta di corto circuito, determinando una crisi epilettica. Le crisi epilettiche sono tante e diverse.

Ripamonti: Ecco, ma quali sono le caratteristiche delle crisi epilettiche?
Canevini: Possono essere da una sensazione particolare e improvvisa che prova il paziente ad un momento di black-out all’ambiente circostante ad una crisi convlusiva che è quella “di grande male” che conosciamo tutti e che forse è quella che fa più paura.

Ripamonti: Può aiutarci un’attimo ad orientarci in questa distinzione fra piccolo e grande male?
Canevini: Grande male e piccolo male sarebbero utilizzati di più in un tipo particolare di epilessia, ma nella tradizione popolare sono un po’… la crisi di grande male è quella in cui il paziente si irridisce, ha scosse, ha la bava alla bocca, si morsica la lingua, mentre la crisi di piccolo male consiste solo in un piccolo black-out. Qualcosa che, se la persona non è conosciuta bene da chi ha vicino può essere anche impercettibile.

Ripamonti: Anche uno svenimento, qualcuno sta mangiando e all’improvviso cade sul piatto.
Canevini: anche una improvvisa perdita di conoscenza, una caduta, a volte può essere una crisi.

Ripamonti: Ecco, quante persone soffrono di epilessia in Italia?
Canevini: Al contrario di quello che si crede l’epilessia è una malattia molto comune, in Italia sono circa 500.000 le persone che soffrono di epilessia. Sono circa 90.000 in Lombardia, è qualcosa che riguarda tutte le età della vita: a qualsiasi età della vita può cominciare l’epilessia, con forse due picchi di incidenza: uno nell’età infantile e uno nella terza età.

Ripamonti: Ecco, e le cause?
Canevini: Le cause sono le più diverse. Qualsiasi cosa che provochi una lesione del sistema nervoso centrale e del cervello, può determinare l’ epilessia. Quindi possono esserci cause malformative (il cervello che si forma male prima della nascita), la sofferenza alla nascita, tumori, traumi, malattie cerebrovascolari: cioè, l’ictus può provocare l’epilessia.

Ripamonti: Come si cura l’epilessia?
Canevini: Per fortuna abbiamo a disposizione molti farmaci, vecchi e farmaci nuovi. Farmaci nuovi che sono meglio tollerati dai pazienti e riusciamo a controllare completamente le crisi con i farmaci in un 70% circa dei casi assumendo quotidianamente, forse in modo un po’ noioso e un po’ ripetitivo ma assolutamente necessario, i farmaci mattino e sera.

Ripamonti: Ma questi farmaci permettono una buona qualità di vita oppure fanno dormire o cose di questo genere?
Canevini: I famraci non devono causare altri problemi, la qualità della vita di un paziente con epilessia deve essere la stessa della persona che non assume farmaci. Nel senso che i farmaci vecchi davano forse maggiori problemi di concentrazione, problemi di memoria, problemi di sonnolenza. Con i famraci nuovi cerchiamo di ridurre il più possibile questi problemi.

Ripamonti: Ecco, una domanda: cosa fare in caso di crisi epilettica? Io ricordo che si diceva ancora “non permettete al malato che si morda la lingua”,
cose di questo genere, terrorismo di varia natura. Cosa bisogna fare?
Canevini: Bisogna fare poco e niente: bisogna guardare quanto tempo dura la crisi. La crisi di grande male, la crisi convulsiva, è una crisi in cui non bisogna bloccare i movimenti della persona colpita, non bisogna metterle niente in bocca, non bisogna cercare di aprire la bocca al paziente. Bisogna solo intervenire nel caso il paziente si sia fatto male, ad esempio cadendo a terra.

Ripamonti:
Grazie professoressa, arrivederci a tutti.

Cultura sorda o cultura segnante?

09/08/2012
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Su una cosa sono completamente d’accordo con la Fiadda l’APIC e il comitato genitori disabili uditivi.

Questi gruppi, oltre ad opporsi al riconoscimento della LIS, si oppongono al concetto di “cultura sorda, dicendo che non si può definire una appartenenza culturale solo in base ad un deficit fisico. In effetti, al giorno d’oggi non definiamo l’appartenenza culturale neanche in base all’etnia: se un ragazzo africano viene adottato da dei genitori italiani e cresciuto lontano dal suo paese lo consideriamo “italiano” non “senegalese”, “somalo” e via discorrendo… senza guardare il colore della sua pelle (almeno, così dovremmo fare).

Proviamo a ragionare sulla appartenenza culturale dei sordi.

Sappiamo che è sordo, ma non sappiamo se è segnante.

Ci sono dei sordi che odiano la LIS. Uno di loro ha commentato su questo sito qualche tempo fa. I loro genitori li hanno convinti che se avessero imparato la LIS adesso non saprebbero parlare e quelli di loro che avevano residui uditivi migliori (o che hanno reagito meglio all’impianto cocleare) sono riusciti a cavarsela nel mondo udente e non vogliono avere niente a che fare con i sordi segnanti.

Ci sono degli udenti che amano la LIS. Alcuni hanno i genitori sordi, altri no. Possono avere lavori legati alla sordità (interpreti, assistenti alla comunicazione, ricercatori, etc…), oppure no, ma tutti hanno amici sordi, si emozionano per le vittorie della LIS e si arrabbiano quando qualcuno dice che si tratta solo di un “Linguaggio Mimico Gestuale”. Si sentono partecipi della comunità sorda segnante, anche se non sono sordi. Ci sono persino udenti che preferiscono segnare che parlare.

Chi di loro è più sordo?

Negli Stati Uniti hanno risolto il problema facendo la distinzione fra deaf (con la d minuscola) e Deaf (con la D maiuscola). Anche un udente, in teoria, può essere “Deaf”, perché con la D maiuscola si indica l’identità culturale sorda, non il deficit uditivo. Questa modo di distinguere fra “sordi d’orecchio” e “sordi di cultura” presenta quattro problemi:

  • Non è chiaro finché non te lo spiegano: una persona che non sappia nulla di sordità non riesce a capire la differenza solo leggendo la parola. E sono le persone che non sanno nulla di sordità quelle a cui dobbiamo rivolgerci se vogliamo pari diritti.
  • La differenza fra deaf e Deaf può essere ambigua nella lingua scritta (se inizio una frase con la parola “deaf” devo usare la maiuscola perché sono a inizio frase) e non può essere trasmessa nella lingua parlata (le due parole si pronunciano alla stessa maniera).
  • Anche se è facile chiamare Deaf un sordastro, ai più risulta strano chiamare Deaf un udente (anche se viene da una famiglia in cui tutti sono sordi, vive in mezzo ai sordi e fa l’interprete).
  • Non può essere usata in Italia:  in inglese si usa la lettera maiuscola per indicare appartenenza etnica/culturale (“I’m Italian”), mentre in italiano no (Sono italiano).

Come si può superare il problema in italiano, per avere una definizione di cultura legata alla sordità accettabile?

Sappiamo che è segnante, ma non sappiamo se è sorda.

La risposta ci viene data dallo stesso disegno legge per il riconoscimento della LIS che vorremo: a definire una minoranza linguistico culturale è la lingua parlata da questa minoranza. Non il colore degli occhi, della pelle o quanto bene ci sentono. La lingua che vogliamo sia riconosciuta è la LIS, la Lingua dei Segni Italiana. Ci sono sordi segnanti e sordi che invece non segnano.

I sordi che non segnano non fanno parte della “minoranza linguistico culturale” che usa la LIS. Se impareranno la LIS un giorno potranno farne parte, ma se non vogliono la LIS e non vogliono fare parte di una “minoranza linguistico culturale” non c’è motivo di confondere la gente parlando di “cultura sorda”. Perché non parliamo invece di “cultura segnante”?

Se parliamo di “cultura segnante” nessuno potrà accusarci di voler ghettizzare i sordi. Nessuno potrà accusarci di voler imporre un’etichetta ai sordi non-segnanti, che non vogliono avere niente a che fare con la LIS. Trasmetteremo un messaggio più chiaro, che tutti potranno capire. Coinvolgeremo gli udenti che vogliono essere coinvolti e non spaventeremo i genitori udenti di bambini sordi: non stiamo strappandogli i loro figli per portarli in un mondo “sordo” in cui loro non possono entrare, ma stiamo invitandoli tutti ad entrare in una grande famiglia che li accetta, in una comunità segnante in cui nessuno è escluso.

Cosa ne pensate?

La parola alla LIS

24/07/2012
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Si può costruire un servizio su un problema sociale complesso e controverso riportando esclusivamente le ragioni di una sola voce? E’ quello che “Repubblica.it” ha fatto con un articolo di Marta Rizzo del 16 luglio “I non udenti contro la lingua dei segni ‘Non sentire non vuol dire non parlare’”.

Come si evince dal suo stesso nome, il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi (CNGFDU), a cui viene data voce nell’articolo, non rappresenta la totalità dei sordi ed anzi, è principalmente composto da udenti. Il CNGFDU stesso afferma di essere nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge n. 4207 che prevede il riconoscimento della lingua dei segni (LIS) che ci viene richiesto dalla convenzione ONU del 2009 per i diritti dei disabili, sottoscritta anche dall’Italia.

L’articolo ignora completamente sia la principale associazione di tutela dei diritti dei sordi, ovvero l’Ente Nazionale Sordi (ENS), sia molteplici realtà locali  (per voler citare solo due fra le moltissime realtà presenti sul territorio nazionale  ricordo l’associazione di genitori Vedo Voci, attiva da diciotto anni nel territorio di Biella e che ha attivamente sostenuto un progetto di scuola bilingue, quella di Cossato, che attualmente viene invidiato da tutta l’Europa, l’università di lingue di Venezia Ca’ Foscari, che offre diversi curriculum specifici riguardanti la LIS: un master in linguistica, uno sulla traduzione e interpretariato). Nessuno vuole “negare la parola” ai sordi. Molti studi in campi che spaziano dalla linguistica alle neuroscienze, per non parlare della semplice (ma ricca!) esperienza quotidiana dimostrano che l’acquisizione precoce della LIS potenzia le capacità linguistiche anche per quanto riguarda l’italiano parlato: imparare la LIS non trasforma i sordi in “sordomuti”, come sembra pensare il CNGFDU. Vale la pena di ricordare che vi è tutta una branca della logopedia, detta “bimodale”, che utilizza la parte della lingua dei segni come punto d’appoggio per l’insegnamento dell’italiano.

Ecco come invece si esprime il CNR di Roma in supporto alla LIS (il link porta alla loro lettera di supporto).

Nonostante questo, vediamo i contestatori del riconoscimento della LIS ignorare completamente la possibilità che un sordo possa essere bilingue e conoscere sia la LIS che l’italiano, condizione che invece accomuna la grande maggioranza dei sordi.

E la conoscenza della LIS non facilita solo l’apprendimento dell’italiano, ma permette anche ai bambini e ragazzi sordi di non rimanere indietro rispetto ai loro compagni udenti. Garantisce infatti una trasmissione chiara e corretta delle conoscenze, senza la quale è difficile assicurare l’apprendimento anche dei più basilari contenuti scolastici.

La convenzione ONU del 2009 sui diritti delle persone con disabilità è stata sottoscritta anche dall’Italia e che richiede espressamente il riconoscimento delle lingue dei segni nazionali a tutti gli stati membri. Inutile dire che l’Italia non ha ancora fatto quanto richiesto. Siamo fra gli ultimi: solo altri 4 paesi europei non riconoscono la loro lingua dei segni nazionale, mentre ve ne sono tre che addirittura la riconoscono all’interno della propria costituzione.

Anche all’estero vi sono moltissime figure di rilievo che ne sostengono l’importanza. Citarli tutti, a partire dal linguista Noam Chomsky, ma è il neurologo Oliver Sacks, che dedica nel suo libro “Vedere voci” alcune parole proprio alla situazione italiana:

“Ho incontrato molti ricercatori italiani sordi che mi hanno colpito per la straordinaria vivezza del loro ingegno e per la loro competenza. Negli Stati Uniti avrebbero potuto conseguire il dottorato ed avere un lavoro ben retribuito, in posizioni di ricerca; in Italia sono costretti a guadagnarsi da vivere come possono e quando riescono a fare ricerca (spesso senza essere pagati), lo fanno per passione, come dilettanti.”

Il libro fa anche luce su un’altra delle tragedie che possono colpire i ragazzi sordi che non hanno avuto la possibilità di apprendere una lingua (dei segni o parlata) in tenera età: oltre ai terribili danni psicologici e sociali che derivano dal non riuscire ad avere una piena comunicazione con i propri genitori, esiste un “periodo critico” per l’apprendimento del linguaggio: un bambino che non sia ancora in grado di parlare, scrivere o segnare entro i 6-7 anni di età, nella maggior parte dei casi non riuscirà mai più ad apprendere pienamente nessuna delle tre cose. Si tratta di un deficit comunicativo del tutto indotto e nella maggior parte dei casi irreparabile, che va ad aggiungersi ai problemi di comunicazione che la sordità già porta con se.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di cosa è la lingua dei segni per i bambini sordi. Non bisogna dimenticarsi però che è anche la lingua di una comunità piuttosto ampia, alla base di una cultura che ha e tramanda una sua storia, si riconosce come avente una identità propria e ha sviluppato espressioni artistiche come la poesia in LIS. Circa una persona su mille nasce sorda (per dare un senso a questo numero, prima del fascismo, un italiano su mille era ebreo) e altri diventano sordi in seguito. In questo secondo caso imparare una lingua dei segni non è la scelta più comune, ma non è neanche rara come potrebbe sembrare. A questi si aggiungono gli udenti che utilizzano la lingua dei segni e si sentono partecipi della comunità sorda italiana (interpreti, ma anche genitori e familiari di sordi). Queste persone, che vivono nel nostro paese, chiedono che la loro lingua e la loro cultura vengano riconosciute, e non viste solo come un “ripiego” di chi non può avere di meglio, come se fossero solamente un fallimento della medicina. Per altro, la già citata convenzione ONU del 2009, richiede anche agi stati membri di proteggere la cultura sorda e segnante.

Non si tratta di definire una “minoranza culturale” in base a un deficit, anche se il termine “cultura sorda” può farlo pensare. Di questa comunità segnante fanno parte solo i sordi (e gli udenti) che desiderano farne parte. Come nessun cinese è costretto dallo stato italiano a riconoscersi nella comunità cinese, né ad imparare il cinese come lingua, così il riconoscimento della presenza di una minoranza linguistico-culturale segnante in Italia (cosa che è, nei fatti, una realtà), non va a toccare chi di quella comunità non fa parte.

Per finire, volevo fare notare una cosa: questa legge, che ci è stata chiesta dall’ONU, non impone a nessuno di utilizzare la LIS, o qualsiasi altra lingua dei segni, con i propri figli. Vi sono altre leggi che si occupano degli aspetti medici legati alla sordità,  e non sembra che un approccio debba escludere l’altro.  Chi sostiene la LIS non è contro lo screening neonatale, la logopedia, gli apparecchi acustici o il progresso medico in genere. Vuole invece garantire ai genitori il diritto di scegliere cosa è meglio per il proprio bambino, e un ulteriore, importante, strumento di integrazione per tutti i sordi che lo vogliano usare.

Il CNGFDU è un comitato nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge per il riconoscimento della LIS, negando questa possibilità di scelta ai genitori che hanno opinioni diverse dalle loro.

Ci si chiede se di fronte ad un problema complesso come quello della sordità la scelta più degna di uno stato democratico sia quella di limitare le scelte dei propri cittadini, escludendo percorsi di riabilitazione e integrazione che sono basati su principi scientifici dimostrati e applicati da anni in tutto il mondo.

I Diversamente Comici arrivano a Genova!

04/07/2012
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Grazie all’associazione culturale Lunaria, che da tempo ridà vita a piazza San Matteo organizzando spettacoli teatrali, tornano a Genova i Diversamente Comici, il duo teatrale composto da Giuditta Cambieri e Francesco  D’Amico, che presenterà lo spettacolo “Se mi ami fammi un segno… ho finito le pile!”.

Basta fare un giro su youtube per accorgersi che il divertimento è assicurato, ma cercherò comunque di parlarne un po’.

Intanto, per chi non li conoscesse, parte della “diversità” del gruppo sta nel fatto che Francesco è sordo dalla nascita. Può leggere le labbra e parlare in italiano (non a caso il vecchio termine “sordomuto” sta venendo finalmente sostituito con il più veritiero “sordo”), ma la lingua che gli è più naturale, e che usa durante tutto lo spettacolo è la Lingua dei Segni Italiana, LIS (che Giuditta gentilmente ci traduce, evitando di escludere quegli udenti che non la hanno ancora imparta).

Da che mondo è mondo, ci sono due modi di scherzare sul diverso (che si tratti differenza di etnia, di religione, di preferenze sessuali o del fisico): quello di chi vuole solo insultare e a cui piace ridere della sofferenza altrui, ghettizzante, che svilisce sia chi viene deriso che chi ride, e quello che invece accoglie tutti, esalta la diversità in senso anche positivo ed è forse il più forte mezzo di integrazione esistente. Perché, si sa, gli esseri umani, quando sono di buon umore, sono molto più inclini a cercare di comprendere gli altri. È inutile dire che l’umorismo dei Diversamente Comici è di questo secondo tipo, ma è bene ricordare che questa differenza esiste.

Grazie all’unione efficace di segni e voce, lo spettacolo non solo riesce a raggiungere tutti, ma esalta ancor di più la ricchezza che può nascere dalla diversità. Con la forza della loro comicità e del loro rapporto col pubblico, estremamente diretto, Giuditta e Francesco riescono a parlare della vita di tutti i giorni senza mai cadere nel banale, dimostrando ancora una volta come con il sorriso si riesca a trasmettere molto di più e meglio che con qualsiasi altro mezzo.


“Se mi ami fammi un segno… Ho finito le pile!” gira attorno alla vita della coppia, piena di incomprensioni, gaffes, e molto altro. Anche se molte delle situazioni verranno facilmente riconosciute da chi, più o meno direttamente, ha avuto a che vedere con la sordità e i sordi (e divertiranno certamente anche chi non è mai entrato in contatto con questo mondo), non si tratta di una coppia di alieni con tematiche del tutto diverse da qualsiasi altra coppia: i temi trattati non solo sono comprensibili a tutti, ma anche vicini a tutti.

Per finire, vi mostro un video di presentazione del duo comico, con anche qualche stralcio di intervista… Per spezzoni di spettacoli dei Diversamente Comici, basta una ricerca su youtube. Nel video qui sotto ci sono poche frasi in italiano che non sono accompagnate da una traduzione in LIS o da sottotitoli, mi permetto di trascriverle sotto (non trascrivo le frasi che sono accompagnate da segni):

(00:10)Francesco: “Io sono nato sordo. Vivo con una famiglia… sordi, anche udenti, tutti e due.”
(00:20)Giuditta: “Io e Francesco, praticamente, ci siamo conosciuti perché io ero la sua insegnante di recitazione a Cinecittà, e lui era l’unico sordo in una classe di udenti. È stato un incontro meraviglioso perché mi sono accorta che era un bene aggiunto alla classe”
(00:30)Giuditta: “Siamo un duo comico. Facciamo cabaret, questo cabaret è particolare per sordi e udenti.”
(01:00)Francesco: “Posso anche parlare, però il modo di esprimere è tutto diverso, perché intanto per esprimere naturalmente. Invece io, sordo, mi esprimo molto meglio con la lingua dei segni, perché è più diretto, più naturale.

Ricapitolando, l’appuntamento è il 19 luglio in Piazza San Matteo (Genova), con i Diversamente Comici e il loro spettacolo ” Se mi ami fammi un segno…ho finito le pile!”. Non perdetevelo!

Biglietto di ingresso a €12 intero e a €10 ridotto (per under 26, over 65, tessera invalidità).
Il prezzo per i soci dell’ENS è di 10 euro .

Pagina di facebook a sostegno dell’evento

Per informazioni rivolgersi a Lunaria Teatro
tel/fax: 010 2477045 – 010 2543450
email:  info@lunariateatro.it
www.lunariateatro.it

Segni in Libertà al SUQ di Genova

18/06/2012
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Questa domenica, 24 giugno, al SUQ allestito nel Porto Antico, l’associazione Mani in Movimento presenta lo spettacolo/laboratorio “Segni in Libertà – Colori in Segni” (trovate qui la pagina Facebook di supporto all’evento). I segni a cui ci si riferisce sono quelli della LIS, la Lingua dei Segni Italiana, ma lo spettacolo sarà godibilissimo anche ad un pubblico che non la conosca, sfruttando a pieno l’espressività di tutto il corpo.

L’associazione Mani in Movimento era già stata ospite del SUQ nel 2011, ottenendo un’ottima accoglienza. Si cercherà quest’anno di proporre uno spettacolo nuovo, fornendo un’ottima occasione per avvicinarsi a un mondo allo stesso tempo vicinissimo e distante, quello dei sordi, visitando allo stesso tempo il SUQ, sempre pieno di cose interessanti.

Lo spettacolo comincerà alle 15, mentre il SUQ sabato e domenica è aperto a partire da mezzogiorno.

In una città tristemente carente di iniziative indirizzate ai giovani, sordi o udenti che siano, l’associazione Mani in Movimento rappresenta un punto di aggregazione importante per i giovani sordi che vivono a Genova, fornendo loro col teatro un potente mezzo espressivo e allo stesso tempo promuovendo iniziative di sensibilizzazione e integrazione.

 Ricapitolando:
Domenica 24 giugno 2012, ore 15:00
Mani in Movimento vi aspetta al SUQ di Genova!

 

L’importanza di spiegare l’handicap ai bambini – trascrizione dal monologo di Luciana Litizzetto durante “Quello che (non) ho” del 15 maggio.

17/05/2012
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Dal canale youtube ufficiale di La7, vi trascrivo l’ultima parte del pezzo di Luciana Litizzetto a “Quello che (non) ho” di Fazio e Saviano.
Potete vedere il pezzo intero, non sottotitolato, a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=bSGwjkli030

Trascrivo questo breve pezzetto del monologo non solo perché mi è piaciuto particolarmente, ma perché, parlando della visione dell’handicap e della normalità che i genitori trasmettono ai figli, poteva forse interessare a diversi sordi. È ovvio che ci sono tante altre cose interessanti e che meriterebbe trascrivere, ma da sola non posso.

Approfitto dunque con il mio solito appello: non costerebbe molto aggiungere qualche genere di sottotitolazione ai programmi tv. In diretta è troppo difficile? Beh, la maggior parte delle reti televisive mette online le proprie trasmissioni, una volta che sono state trasmesse… Basterebbe assumere una persona o due e non dico tutti i programmi, ma almeno la maggior parte sarebbero sottotitolati, almeno su internet. La qualifica richiesta? Saper usare un computer e conoscere bene l’italiano, oltre ad avere un po’ di buonsenso.

Ripeto: capisco quanto sia difficile farlo in diretta, ma questo dovrebbe essere uno stimolo in più per farlo in “differita” sulle trasmissioni che vengono pubblicate on-line. E se veramente anche questo è troppo, si potrebbe cercare di essere creativi e dare un posto sul proprio sito alle trascrizioni e sottotitolazioni fatte gratuitamente da chi è più sensibile a questo problema.

###############Inizio a trascrivere a partire da 10:58#################

Non so se avete sentito quello che è successo in Inghilterra, un po’ di tempo fa.
Un discreto manipolo di genitori si è incavolato con la BBC e ha protestato per via di una trasmissione destinata ai bambini condotta da una certa Cerrie Burnell.

Che cos’ha di strano questa Cerrie Burnell?
È una famosa pornodiva che va in giro con la tutina di latex e il frustino? No.
E’ stata in galera perché ha discioloto gli zii nell’acido muriatico? No.
Piccchia i cani, strappa i baffi ai gatti? No.
È una signorina tranquilla, simpatica, per bene, anche molto capace.
Ma, però, c’è un però: ha un braccio solo.
È nata così e non ha mai avuto bisogno di protesi, anzi, se la cava benissimo.
Certo, Cerry non potrà mai battere le mani quando passa la regina, però, insomma, non è quello il suo problema.

Comunque i genitori si sono molto incazzati, hanno detto che è un’immagine raccapricciante, che così non va bene, che i bambini si spaventano, che hanno paura. E allora io sono andata a vedere l’immagine… e questa qua non è che è dilaniata, o ha appena avuto un incidente… Semplicemente ha un braccio solo.
I genitori hanno detto: “No, non va bene, i bambini non sono ancora pronti ad accettare il discorso dell’handicap, sono troppo piccoli“. Sono palle. Perché più sono piccoli più sono in grado di accettare la diversità con leggerezza. E… peccato, perché poteva essere molto facile provare a fare accettare la diversità facilmente, a dire: “guarda, gli esseri umani sono belli tutti, anche quelli che, a prima vista, sono un poco diversi dagli altri”. E poi, voglio dire, per fare televisione ci vogliono due braccia? Forse a spostarla, magari <Fa il gesto di sollevare e spostare uno schermo con due mani>. Se no io e Fabio abbiamo quattro braccia in tutto ma siamo due balenghi che che sembrano due turaccioli portati dalla corrente. Noi diciamo un sacco di parole e poi:

  • I presentatori con l’handicap non li vogliamo, in Italia non ce n’è manco uno, a parte noi che siamo rimbambiti, ma non siamo certificati.
  • Se nella classe ci sono troppi stranieri cambio scuola.
  • La Babysitter sì, ma straniera no, perché non si capisce bene la lingua.
  • Africana, no, che paura: “tutta nera, con gli occhi bianchi… Poi il bimbo si spaventa”.
  • Il compagno Down, anche: “che carino, che tenerezza, però alla festa di compleanno è meglio non invitarlo, perché se no si troverebbe a disagio”.
  • E il ragazzo gay: “È gay, ma è tanto una brava persona!”, eh?

Poi io non riesco a capire come mai una con delle tette che sembrano due cupole di San Pietro rientra nel concetto di “normalità” e una persona senza un braccio no. Non si capisce. Cioè… [Interrotta dagli applausi del pubblico]

Una deforme volontaria che si è fatta montare due vasche, due pissoir, come quelli dell’autogrill, qua, sulle tette, e deve mettersi i pesi dietro perché se no si sbilancia in avanti è considerata normale, una donna con un braccio solo no. Cioè tu, mamma inglese, se tuo figlio ti chiede: “come mai quella bambina, quella signora, ha un braccio solo?” non sai cosa dire. Se però vede una con due boccie dei pesci rossi dici: “Vedi, Jason, quella signora si è fatta aprire come una simmental, si è fatta mettere della gomma sottopelle così i maschi sono contenti e possono ravanare facilmente, una specie di parco giochi è quello lì, sai?”. Così Jason penserà che le donne che hanno le tette della prima hanno il parco giochi consumato, capisci.

[applausi]
Allora. [applausi]
Cara signora inglese. Cara English mother.
Se sai spiegare perché quella lì c’ha due dirigibili della godia, spiega anche a tuo figlio perché c’è un signore che magari sta in carrozzella, un altro che ha le mani che tremano forte. Perché c’è un bambino che non parla, o un altro che urla e tira in faccia i libri alla maestra. Perché se continuiamo a pensare e a fare credere ai bambini, che la vita è quella dello spot dei biscotti, allora poi non dobbiamo stupirci se quando sono grandi e vedono un barbone sporco e ubriaco gli danno fuoco. Perché i fiammiferi glieli abbiamo dati noi.

Grazie. [applausi]

##############Fine trascrizione##################

Se siete curiosi a riguardo di Cerrie Burnell, la donna senza un braccio di cui si parla all’inizio, questa è una intervista a Cerrie Burnell su youtube. È in inglese e non è sottotitolato, ma potete comunque farvi un’idea dell’aspetto di questa persona, che alcuni genitori inglesi (per fortuna una minoranza) ha trovato orribile e spaventoso. Così potete giudicare con i vostri occhi.

Kurashiki – Museo dei giochi e museo di Momotaro

02/05/2012
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Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Per quanto l’idea di visitare il museo Ohara di Kurashiki per vedere qualche quadro di Modigliani in Giappone non fosse malissimo, abbiamo deciso di lasciare l’arte occidentale all’occidente e ci siamo invece dedicati a due musei di artigianato locale: uno dedicato ad oggetti di uso comune e uno dedicato a giocattoli tradizionali di tutto il Giappone. Nello stesso spirito del secondo, siamo andati a vedere il museo di Momotaro, il leggendario ragazzo pesca.

Mi riservo di scrivere sul museo di artigianato in un altro articolo, concentrandomi sugli altri due (tematicamente più vicini) in questo.

Japanese Rural Toy Museum
Questo museo si trova sul retro di un negozio di giocattoli, quindi può essere difficile trovarlo (o meglio, capita di trovarlo, accorgersi di essere entrati in un negozio, pensare di essersi sbagliati e uscire). Se non c’è nessuno al bancone accanto all’ingresso del museo vero e proprio, chiedete ai negozianti e vi venderanno il biglietto, consegnandovi un minuscolo volantino in inglese che spiega il contenuto delle varie stanze e una carta con le istruzioni per un origami.

La prima sala (di quattro) è l’unica che si può fotografare, ed anche forse la più variegata: contiene giocattoli antichi di tutte le prefetture giapponesi. Su ogni vetrina è incollata una mappa che indica da quale parte del Giappone arrivino i giocattoli, ma a parte questo non ci sono altre scritte… Cosa che, considerato che in quasi tutti i musei le scritte sono al 95% prive di traduzione in Inglese, è quasi un bene: almeno non vi sembra di essere visitatori di seconda classe.

Le altre sale contengono collezioni di bambole e di aquiloni, ma non in tutte le stanze si possono scattare fotografie, anche se non ne ho chiaro il motivo. Forse le altre stanze sono più scure e si teme che i visitatori possano voler usare il flash delle loro macchine fotografiche. I giocattoli vanno da semplici intagli in legno a bambole raffinate e aquiloni, che però si trovavano soprattutto nelle stanze in cui era vietato fare fotografie.

In ogni caso, è stata la prima stanza, con la sua divisione dei giochi per regioni, che mi ha fatto desiderare di conoscere di più il Giappone, per potere riconoscere quelle che erano chiaramente figure di storie e leggende.

Questo genere di divisione regionale sembra qualcosa di davvero interessante per un intenditore, perché basta guardare le vetrine per rendersi conto come questo deve essere dipeso sia da una grande quantità di fattori: la differenza delle tecniche di artigianato note e utilizzate, ma anche probabilmente favole e personaggi che erano tipici di una regione e non di un’altra, come per altro avviene spesso anche in Italia. Per avere un’idea della differenza basta comparare queste figure laccate sulla destra, provenienti da Hiroshima, con il drago di legno (e il gatto) dell’immagine precedente.

E’ impossibile mostrare tutte le foto scattate in quest’unica stanza, strapiena di statuine intagliate, maschere, figure mitologiche e non.

Per quanto questo museo non sia una delle cose “imperdibili” del Giappone, se siete a Kurashiki e avete un po’ di tempo libero può valere la pena di vederlo. Sicuramente l’ho trovato più interessante e ricco di cultura del (ben più costoso) museo dell’artigianato. C’è da dire però che l’edificio in cui si trova il museo dell’artigianato è di per sé molto bello e, dicono, di interesse storico/architettonico, essendo del periodo Edo.

Il museo contiene anche alcune mascere da Hyottoko! Lo stesso Hyottoko del Hyottoko Matsuri di cui ho già parlato, dove sono andata a fare volantinaggio mentre ero al campo di volontariato. La maschera accanto è quella di Otafuku, il suo equivalente femminile (sono nella prima stanza).

Museo di Momotaro
Più che di un museo si tratta di una mostra interattiva pensata per stupire e divertire, basso budget , ma ottimamente gestita dalle due guide che si alternano nell’indicarti i giochi e i trucchi delle varie sale. Entrambe le guide parlano inglese (di certo tutto l’inglese necessario per spiegare dove guardare e cosa fare) e può essere un buon riempitivo se non si sa cosa fare a fine pomeriggio, molto bello per i bambini.

Per i bambini è consigliato soprattutto perché estremamente interattivo: le guide vi mostreranno le varie illusioni ottiche che riempiono il museo, arrivando infine (almeno nel nostro caso) ad improvvisare un concerto suonando “strumenti commestibili”, come un flauto ricavato da una radice cava molto usata nella cucina giapponese.

Ma chi è Momotaro?
Momotaro, il ragazzo pesca, è il protagonista di una famosissima fiaba giapponese del periodo Edo (che va dal 1603 al 1869, quindi questa forse è un’indicazione un po’ generica. Il libro fotografato qui affianco è del 1781) . Per dare un’idea, in Giappone è famoso quanto in Italia è famoso Pinocchio, anche se il paragone finisce qui: le loro storie sono del tutto dissimili fra loro. Se vi capiterà mai di andare nella zona di Okayama, che si dice essere luogo di origine della leggenda, vi conviene prima sapere qualcosa su di lui, che è amatissimo al pari di un eroe nazionale.

Vuole la leggenda che un giorno un’anziana donna che non aveva avuto figli e che si era recata al fiume per lavare i panni: vedendo una gigantesca pesca che galleggiava nel fiume la ripescò e insieme al marito cercò di aprirla per mangiarla: ma da questa venne fuori Momotaro, che spiegò loro di essere stato inviato dal cielo per essere loro figlio. Una volta cresciuto, il ragazzo lasciò la famiglia per andare ad affrontare gli oni (creature a metà strada fra i nostri demoni e gli orchi). Lungo la strada incontrò un cane, una scimmia e un fagiano,  che lo seguirono per aiutarlo nella sua missione. Insieme ai suoi amici animali, Momotaro penetrò nel forte di Ura, il capo degli oni, e lo costrinse alla resa e ne prese il tesoro, con cui visse negli agi insieme alla sua famiglia.

Il secondo piano del museo contiene materiale un po’ più “storico”, come questa illustrazione del 1882, raffigurante Momotaro e i suoi fedeli compagni.

Trascrizione dell’intervista a Marco Paolini a “Che Tempo Che Fa”

30/04/2012
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In seguito ad alcune richieste che ho letto in rete di sottotitolare l’intervista a Marco Paolini nel programma “Che Tempo Che Fa”, ho deciso (visto che parla di un tema che mi sta a cuore), di fornire io una trascrizione. Vorrei però che fosse chiaro che programmi come questi dovrebbero essere sottotitolati sempre, almeno nella versione on-line, in cui si ha tempo di farlo per bene. Anche la mia trascrizione non è niente rispetto a dei sottotitoli, che avrebbero permesso a tutti di vedere il volto e i movimenti di Paolini, sostituendone così il tono di voce, impossibile da trascrivere.
Anche se i sordi di cui parla Paolini alla fine dell’intervista sono altri (quelli che un tempo si chiamavano sordomuti e ora per la legge sono “sordi prelinguali”), e sono “solo” uno su mille, la gente che invecchiando perde l’udito prima di perdere la vista e l’intelletto è sempre di più. Rendere disponibili i sottotitoli per tutti non è solo una questione di civiltà, ma la risposta ad un problema sempre più sentito in tutti i paesi moderni, dove la gente non muore giovane e al pieno delle forze, ma può sperare in una rispettabile vecchiaia.

In italia ci sono circa 800.000 persone con disabilità uditive (e non vedo perché a trascrivere queste cose ci sia solo di tanto in tanto qualcuno che lo fa volontariamente, e non qualcosa di sistematico). Prima o poi, se viviamo abbastanza, succederà a tutti noi di perdere l’udito o la vista. Iniziare ad abbattere le barriere portate da questi handicap adesso è il modo migliore per proteggere la nostra vecchiaia.

#######################TRASCRIZIONE################################
E dopo il successo dell’omonimo Ausmerzen spettacolo, è appena uscito il libro “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, edito da Einaudi. E’ qui con noi Marco Paolini!

FF: “Che saluto molto e a cui faccio anche molti complimenti per la tua ultima performance televisiva di cui tutti i giornali raccontano, Galileo, Itis Galileo, che è andato in onda il 25 aprile perlappunto. Ma questa sera siamo qui per parlare di questo libro che mostro al pubblico, è edito einaudi e anche questo si rifà all’omonimo spettacolo del 2011, trasmesso anche quello in televisione da la7 da un ex-ospedale psichiatrico. ‘Ausmerzen, vite indegne di essere vissute’ è un libro di cui non è facile parlare perché mano a mano che ci si addentra, insomma, si ha a che fare, come ci è capitato altre volte in questa trasmissione, di rasentare la ‘zona dell’indicibile’, cioè quella… di quel male, assoluto, organizzato e così difficile da… addirittura concepire, pensare, che quando lo si trova compiuto e poi raccontato, nel senso che abbiamo con le orecchie la tua voce, diventa veramente una lettura impegnativa, ardua e per questo necessaria. E allora io vorrei però , azzerando però tutto quello che ho detto e lo spettacolo che qualcuno certamente ha già visto, ricominciare da capo. Vogliamo intanto vedere cosa vuol dire ‘Ausmerzen’ intanto.”
MP: ” Intanto è il bel titolo per una tragedia brutta. E’ una parola dolcissima, è una parola di pastori. Significa “a marzo”, “da marzo” è lingua tedesca. In quel caso è una parola che ha un… indica una azione che va fatta a marzo, cioè prima della transumanza. Ovviamente a nord le pecore si spostano un po’ dopo. Prima della transumanza, gli agnelli e le pecore che non ce la fanno a fare il trasferimento vanno macellati”
FF: “Quindi una selezione che deve essere fatta del bestiame, prima della transumanza”
MP (parlando contemporaneamente a FF): “Nel mondo contadino si uccidono gli animali”
FF: “Che cosa è aktion T4?
MP:Aktion T4 è un progetto realizzato dal governo nazista e subito progettato dopo l’andata al potere di Hitler, ma concretizzato prima della guerra di eliminare, così come nel gregge, tutte le persone più deboli fisicamente, toglierli dalle spese, tutti quelli che sono considerati mangiatori inutili”
FF: “‘Vite indegne di essere vissute’ significa proprio questo, cioè in un momento di crisi economica come quello in cui le finanze devono essere concentrate negli sforzi bellici, c’è la guerra, non c’è da mangiare per tutti, coloro che erano ritenuti indegni di vivere venivano eliminati”
MP: “Sai, quando noi parliamo di nazisti e di secona guerra mondiale, pensiamo che visti i campi di concentramento abbiamo già visto tutto e non abbiamo più voglia, io stesso, voglia di parlare di questo. In qualche modo, questo potrebbe essere un prologo a quello che di orrendo è poi stato fatto durante il conflitto con gli ebrei e con gli oppositori. Però, appunto, come hai detto tu, evocando la parola ‘crisi economica’ o ‘soluzione di problemi interni’, questo in realtà non è il danno collaterale di qualcosa, perché questo è un progettino che nasce nel momento in cui si stabilisce chi ha dignità di vita e chi non ce l’ha. E… e quando questa cosa poi si somma alla difficoltà di far fronte al bilancio e che si considera la nazione come una specie di grande famiglia, ecco che la decisione di chi può stare nelle spese e chi non può stare nelle spese tocca al capofamiglia. Qualcuno decide per gli altri.”
FF: “Vennero sterminate, in questo posto 300.000 persone, attraverso questo progetto. Chi veniva sacrificato? Chi erano le persone da scarificare? Per lo più.”
MP: “Tutti quelli che erano fuori dai parametri.”
FF: “Quindi, disabili…”
MP: “Se io vengo considerato fuori dai parametri sono dentro questa lista. Sì, i disabili.”
FF: “Ma anche, anche bambini irrequiti, per esempio”
MP: “Quello, in qualche modo, dipende dal fatto che all’inizio questa cosa… Un conto è parlarne, come ne parliamo io e te. Un conto è cominciare a farlo. Anche loro non osavano farlo, all’inizio. C’era un pensiero, che conteneva tutto questo, un pensiero che veniva fortemente spinto dalla scienza, che aveva individuato l’ereditarietà, che sembrava la spiegazione di tutto il bene e tutto il male del mondo. E quando gli scienziati diventano sacerdoti di un loro culto, cioè quando loro si mettono due scalini sopra tutti gli altri, per dire ‘tu sì, tu no, perché io ho i numeri’ e questo è quello che ha fatto la scienza, all’inizio del secolo, è con questo che fornivano delle, appunto classifiche. All’inizio… dico, un conto è parlarne in astratto. Un conto è cominciare a farlo. Quando decisero di cominciare a farlo, prima, ma non solo in germania, sterilizzavano. Tutti quelli che non dovevano riprodursi. E questa cosa l’hanno fatta nazioni civili, democrazie, non solo le dittature. E la hanno fatta fino agli anni ’60 in tutte le civili nazioni del nord Europa. L’hanno fatta… I tedeschi fecero questo salto in più, cioè Ausmerzen, e cominciarono con i bambini.”
FF: “Ora, data l’ora in televisione eccetra, useremo alcune cautele. Diciamo che quello che come sempre colpisce è la spietatezza dei sistemi adoperati, perché sono sistemi freddi, tecnici, per l’appunto, talmente tecnici che in realtà erano volti a non colpevolizzare chi li metteva in atto, perché non c’era una determinazione di causa-effetto immediata, perché non è che venissero immediatamente uccisi, ma venivano somministrati farmaci che portavano, per esempio a blocchi respiratori, polmonari, per cui si poteva scrivere che la causa del decesso era un blocco respiratorio. Che ovviamente era stato indotto da quei farmaci. O addirittura diete che… che, insomma… non nutrienti che inducevano alla morte.”
MP: “Fabio, stai dicendo… Io metterei il soggetto, chi deve fare queste cose…”
FF: “Personale medico, infermieri”
MP: “Appunto. Quando parliamo di campi di sterminio…”
FF: “Sono soldati, militari, certo”
MP: “Certo e di una guerra e di un esercito che si comporta così contro dei nemici. Ma in questo caso sono i medici, le infermiere. L’apparato della sanità a cui viene chiesto non più di curare, ma di uccidere”
FF: “Senti, c’è una pagina, pagina 103, che è una lista della spesa. Lista della spesa che viene trovata evidentemente quando il T4 cessa, negli anni successivi viene recuperata questa lista della spesa che spiega esattamente quello che stavamo dicendo, cioè quanto questa cosa fosse tecnica fredda e questa pratica legata al risparmio, al risparmio pratico. Io ti pregherei di leggerla, se vuoi”
MP: “Se ci vedo…
Allora, questa l’hanno trovata in un armadio ad Hatheim, in uno di questi posti dove facevano queste cose.

E’ stato calcolato che fino al 1° settembre 1941 sono stati disinfettati 70275 pazienti.
Calcolando come costo giornaliero 3 marchi e 50, abbiamo fatto risparmiare:
4 milioni 781 mila 339 chili di pane
19 milioni 754 mila 325 chili di patate
Marmellata, margarina, caffè, orzo, zucchero, farina, carne, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 55 milioni 735 mila 055 chilogrammi.
E inoltre 2 milioni 124 mila uova.
L’allontanamento, l’eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per… e poi c’è la cifra.
Condinuando così in dieci anni l’1 percento della popolazione non graverebbe più sulle spese sanitaria.

FF: “Senti, hai detto prima che gli assassini sono medici, infermieri, persino suore ma come era possibile che non si accorgessero… come è possibile, te lo sei chiesto, che non si accorgessero del significato delle loro azioni, di quello che stavano facendo? Cioè, cosa era successo perché si arrivasse ad accettare quelle disposizioni lì? Anche perché poi le cose sono continuate persino dopo la guerra. Anche quando Berlino è stata liberata è continuata ancora questa pratica, per un anno circa…”
MP: “Sì. Le idee, all’inizio, sono piccole. Io e te ne parliamo con un certo senso di orrore. Ma dipende: nei manicomi finivano… non abbiamo usato la parola manicomi, quindi…. All’inizio, ho detto: ‘hanno iniziato uccidendo i bambini’. Perché erano nati da poco e pensavano che la gente non aveva ancora fatto a tempo ad affezionarvisi. Hanno ucciso circa 5 mila bambini con il consenso dei genitori, che venivano ingannati. A loro si diceva che ‘il bambino ha una malattia incurabile, ma lo stato, la medicina nuova, ha trovato una soluzione. E’ un po’ rischiosa. Volete che ci proviamo?’ Se tu hai un figlio per il quale ti è stato detto che dovrai tribolare e soffrire per tutta la vita e qualcuno con l’inganno ti dice ‘c’è una cura, c’è un po’ di rischio, volete?’. Firmavano, quei genitori. Quella firma serviva a togliere il figlio dalle spese. Poi passarono dai manicomi, a pulire, a togliere dalle spese i manicomi. Ma nei manicomi… appunto, finiva gente che aveva troppi fratlli, che non aveva dei mezzi, che aveva malattie o aspetti fisici poco gradevoli… Nei manicomi c’era una popolazione molto eterogenea, era facile finirci. E quindi lì si trattava comunque di mettere insieme una serie di persone non tutte simpatiche, come quella bella faccia di Lossa che c’è a un certo punto nel libro. Alcuni non erano così simpatici.”
FF: “Ernest Lossa è un bambino di cui si racconta in Ausmerzen, un bambino molto simpatico, ma un po’ vivace che rubava le mele per esempio…”
MP: “Sì, quello che avrebbe avuto bisogno di un’insegnante di sostegno”
FF: “Sì, questo bambino qua ed p uno dei bambini sacrificati…” [è circa il minuto 12, appare la foto del bambino. Comincia un forte applauso] “…Sacrificati” [l'applauso continua]
FF: “Come vi dicevo, insomma è un libro che rasenta, sfiora, racconta, in qualche modo, l’indicibile. Dico sfiora perché l’indicibile non si può dire, si può provare a delinearlo, ma alla fine non… non ci sono le parole per dirlo. Alla fine del tuo racconto tu dici: ‘non basta essere d’accordo sul passato, su quanto è accaduto, sul passato da condannare, ma anche pensare al futuro’. Tu da dove partiresti per pensare al futuro dopo esserti spinto in questo racconto?”
MP: “Io mi sono posto il problema di cosa avrei fatto io. Non sono così sicuro che mi sarei accorto di cosa stava accadendo. Non sono così sicuro che, accorgendomene, non mi sarei alla fine abituato. Perché alla fine, quando fanno una cosa del genere, ci sono un piccolo gruppo di persone fieramente convinte, un piccolo gruppo di persone fieramente contrarie, e ce ne sono tanti che non se ne accorgono o che dicono che non hanno capito quello che stava succedendo. Diventa normale, questa è la sensazione. Allora ho scritto con questo punto di vista, chiedendomi se non ci sia qualcosa, che stia già cominciando ad accadere, di cui non mi accorgo. Ho provato a ragionare su se sono davvero attento ai segni di quello che mi sta attorno: se posso rasserenarmi e rassicurare e considerare tutto quanto normale o se in questa normalità non ci siano dei parametri.”
FF: “Marco Paolini è in tournè in questi giorni con Itis Galileo, domani sarai [Nota della trascrittrice: seguono le date degli spettacoli, non li trascrivo, si possono trovare in rete]. però prima di lasciarci ti abbiamo chiesto di leggere un brano da Ausmerzen, puoi presentarlo, introdurlo, così ti capiamo meglio?”
MP: “Sì è un brano che parla di dove sono nate queste idee, che non sono nate in Germania.”
FF: “Hanno a che fare con la Belle Époque, vero? Cioè con la fine dell’800″
MP: “Sì, volevo raccontarvi un uomo. Un uomo che, se io dico il telefono, l’uomo che ha inventato il telefono…”
FF: “Noi diciamo Meucci, ma in realtà…”
MP: “Noi diciamo Meucci, ma gli americani dicevano Bell. Adesso hanno imparato a dire Meucci anche loro. Però Bell anche noi sappiamo chi è. E io volevo raccontarvi un momento di questo personaggio straordinario, però ve lo leggo.

Alexander Graham Bell è un uomo di chiara fama e molti meriti; viene considerato a lungo l’inventore del telefono (anche se, giustamente, per noi italiani, e anche per il senato degli Stati Uniti dal 2002, quello è Meucci). Il suo lavoro nella scienza e le sue invenzioni lo fanno considerar un padre della nazione uno dei cento più grandi britannici e americani di tutti i tempi. Anche le più stringate biografie su internet non possono occupare meno di quattro pagine per elencarne tutte le scoperte.
Bell, che era di origine scozzese, diventò cittadino americano, diventò ricco, famoso, con la sua compagnia telefonica, e fu fra i principali sostenitori del movimento eugenetico in America.

Matha’s Vineyard è un’isoletta dell’Atlantico del nord. E’ abbastanza famosa per varie ragioni: John Belushi è sepolto lì. Spielberg, lì, nel’75 ha girato Lo squalo. Poco tempo dopo che la compagnia telefonica Bella aveva cominciato a cablare l’America, Bell si recò lì per delle ricerche sulla sordità. All’epoca un quarto degli abitanti dell’isola ne erano affetti. E per ragioni pratiche il linguaggio dei segni era usato da tutti e tutti lo capivano. [Alza gli occhi, smette di leggere, guarda verso il pubblico] Se sei in un’isola di pescatori, usare il linguaggio dei sordi fra una barca e l’altra ti aiuta. Poi il prete si lamentava perché in chiesa, praticamente, non è che parlassero, però, insomma… comunicavano. [torna a leggere] Bell si convinse la sordità era ereditaria e chiamò quella di Martha’s Vineyard ‘variante peggiorativa della razza umana‘. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] E’ questa l’eugenetica, mettere i parametri: chi è normale e chi no. [Torna a leggere] Propose di proibire ai sordi di sposarsi, perché non si riproducessero. Propose di chiudere le scuole pubbliche per i sordi perché inutili, anzi, dannose, perché rendevano più normale la malattia. Anche il lettore meno attento non può non cogliere il nesso: sordi contro soldi. Lo scienziato Bell non può che lottare contro la peggior malattia che ci può essere per l’industriale Bell che vende telefoni. I sordi si oppongono al progresso e lui si oppone ai sordi. Ma non è così semplice. Alxander Bell conosceva a fondo il problema della sordità. Sua madre era sorda, suo padre professore di dizione. Aveva inventato un metodo di lettura delle labbra e di articolazione delle parole per permettere ai sordomuti di comunicare. Anche Bell aveva insegnato ai sordomuti: professore di Psicologia vocale e di dizione all’Università di Boston.
Sua moglie Mabel era sordomuta ed era una sua ex-allieva. La sua invenzione del telefono deriva da ricerche di Bell di un apparecchio per fare comunicare anche i sordomuti. Quindi non si può dire che il problema non gli stesse a cuore. Tuttavia, per Bell, i sordi non dovevano avere figli. Nonostante ciò, da Mabel, ebbe tre figli. Tutti e tre senza problemi di udito. La felice circostanza avrebbe dovuto almeno farlo dubitare della sua certezza del carattere ereditario della sordità. Infatti solo certi tipi di sordità sono ereditari. Ma su questo Bell non ebbe ripensamenti. Di lui si conoscono progetti mirabili e lungimiranti, un carattere gentile e affettuoso e saldi principi eugenetici. Sapeva naturalmente che se i principi da lui invocati fossero stati applicati prima alla sua famiglia, né lui né i suoi figli, sarebbero nati, tuttavia continuava la sua battaglia. [Smette di leggere, guarda verso il pubblico] Perché non ci fanno un film su uno così? [Torna a leggere] Bell è un esempio straordinario di come senza un fanatismo apparente, in nome di un bene supremo per la società, si accettino danni collaterali per le persone, facendoli apparire un costo sociale ragionevole.
Bell è un padre, padrone, ma gentiluomo”
FF: “Grazie a Marco Paolini, la lettura è tratta da Ausmerzen, edito da Enaudi, di Marco Paolini”

2 ore a Fukuoka dopo la chiusura di templi e musei

28/03/2012
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Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Il 26 Marzo mi trovavo a Fukuoka (città che conosco pochissimo e sulla quale non mi ero molto preparata, vista la brevissima permanenza) a dover passare un po’ di tempo da sola fra le 17:00, ora in cui è arrivato il mio autobus da Haki e le 19:00, ora in cui dovevo incontrarmi con una amica conosciuta al campo di volontariato per cenare insieme.
Cosa fare, considerando che templi e musei chiudono tutti fra le 17:00 e le 18:00 e che non si conosce il posto?

Beh, avendo depositato il grosso dei bagagli in un coin locker (500 yen per quelli grandi, ci stava sia il trolley che lo zaino grande), perché non avviarsi, zaino in spalla e telecamera/fotocamera alla mano lungo una strada qualsiasi?

Sapevo di trovarmi in uno dei posti “centrali e importanti” della città, ovvero Hakata, per cui poteva valere la pena esplorare. Invece di andare nella direzione in cui si trovava l’ostello Khaosan in cui avevo pernottato l’ultima volta che ero stata qui, ho scelto di dirigermi dall’uscita opporta della stazione.

In realtà, quasi subito, mi sono seduta per consultare la mia guida e farmi un’idea della zona, decidendo di provare a dirigermi verso l’Hakata Riverain un “complesso commerciale e culturale” che ospita, fra le altre cose, un museo di arte asiatica sarebbe stato aperto fino alle 20:00… In ogni caso, era nella direzione che avevo già preso, e la strada mi piaceva, quindi perché no?

Stavo complimentandomi con me stessa per essere arrivata a metà strada (la stazione della metropolitana di Gion, raggiunta però a piedi) senza perdermi, quando noto qualcosa di strano sul lato opposto della strada.

Si tratta del Tocho-ji, un tempio completamente circondato da palazzi di almeno 10 piani e allo stesso tempo estremamente pacifico, nonostante il rumore del traffico. La guida turistica lo esaurisce in due righe e parlando solo delle statue che si trovano all’interno, che non posso vedere (essendo arrivata 5 minuti dopo la chiusura), ma rimango sbalordita dalla caratteristica tutta giapponese di mescolare elementi stridenti come un antico tempio, palazzi enormi, e un enorme sala di pachinko (macchinette per il gioco d’azzardo) all’angolo opposto dell’attraversamento.

Scopro però che chiunque si occupi di turismo a Fukuoka ha fatto un lavoro meraviglioso a piazzare cartelli in: giapponese (ogni kanji con i suoi furigana, ovvero la trascrizione fonetica così che anche i bambini, i giovani e gli stranieri possano leggere), inglese, coreano e cinese… Il kyuushu riceve moltissimo turismo dalla Corea, che è talmente vicina che spesso viene consigliato ai turisti di prendere un aereo per Seul invece che per il Giappone e da lì proseguire in nave, per risparmiare.

Aggiungo io la traduzione in italiano di detto cartello:

“Leggenda vuole che questo tempio sia stato fondato nell’805 da Kukai, dopo il suo ritorno da K’tang (la moderna Cina). Il principale oggetto di venerazione, una statua di Kannon dalle mille braccia, è stato dichiarato patrimonio culturale nazionale. Sui terreni del tempio sorge anche un edificio esagonale contenente le calligrafie di personaggi importanti di quei giorni, incise nelle porte interne, come anche le tombe dei signori feudali di Fukuoka. Nel 1992, il “Buddha gigante di Fukuoka” è stato collocato qui, la più grande scultura lignea di un Buddha in legno di tutto il Giappone.”

Peccato non essere potuta venire qui un’ora prima! Anche così è stata comunque una bella visita, visto che anche le parti esterne meritano di essere viste. Purtroppo non sono riuscita a fare nessuna fotografia degli aerei che passavano vicinissimi sullo sfondo del tempio (l’aereoporto è a tre fermate di metropolitana di distanza).

Al di fuori del tempio il marciapiede è spazioso e pieno di panchine, quasi deserto, in netto contrasto con il traffico delle automobili. Semplicemente, dove avrebbero potuto esserci uno o due palazzi di 15-20 piani, c’è l’antico edificio in legno.

L’amalgama di elementi nuovi, al di fuori delle mura, e antichi, al loro interno, è davvero interessante… E mi ha spinto a deviare ulteriormente dal mio piano iniziale, per vedere cosa si trovasse “dall’altro lato dei grattacieli” (che grattacieli non sono, ma che fanno comunque la loro bella figura), seguendo stradine parallele alla strada che stavo seguendo io… All’inizio è stato perché avevo scorto un altro tempio, lo Shofukuji Zen Temple, che sembra essere stato il primo tempio zen costruito in Giappone, nell’1195. L’uomo che lo fece costruire, il maestro zen Yosai, è infatti considerato il primo ad introdurre le pratiche zen in questo paese.

Passando per queste stradine, pieni di locali (chiusi, vista l’ora) e negozietti, si vede un giappone ancora diverso, a pochi metri sia da quello dei templi che da quello luccicante e futuristico delle strade principali.

Viene difficile pensare che queste foto sono state scattate a soli pochi minuti di distanza le une dalle altre, per di più spostandosi a piedi, ma sembra che questa sia la struttura di tutte le grandi metropoli del Giappone.

Finito il giro delle stradine arrivo all’Hakata Riverain, che ignoro bellamente visto che ormai è troppo tardi per il museo, e mi immergo nella strada coperta di Kawabata.

Questo genere di galleria sembra essere molto di moda in Giappone, permettendo ai negozi di estendersi sulla via anche quando piove. Non si tratta di niente di simile alle gallerie che abbiamo in Italia: tanto per cominciare quanto a diffusione (ogni città giapponese sembra averne diverse), ma soprattutto a lunghezza: in Giappone queste gallerie coperte possono essere lunghe parecchie centinaia di metri, arrivando anche al chilometro e qualche volta “estenendosi” per qualche decina di metri anche alle strade che incrociano (se sono pedonali).

I negozi stessi sono dei tipi più vari: si possono trovare fianco a fianco negozi di abiti costosissimi e negozi che fanno prezzi stracciati, offerta di ogni genere di cibo, negozi di souvenir per turisti e posti (presumibilmente) frequentati anche da gente del posto. Qualche volta la galleria si “interrompe” (il tetto però rimane!) quando si arriva all’incrocio di qualche strada e c’è un po’ di spazio per fare passare le macchine.

Kawabata porta poi quasi fino a Canal City (che non penso di avere raggiunto), interrompendosi accanto ad un altro tempio che ho successivamente identificato come il Kushida-jinja.

Pensando che ormai tutto quello che doveva venire chiuso fosse già stato chiuso, mi sono attardata nel cortile di ingresso… Quando è arrivato un monaco ed ha sbarrato la strada per le zone più interne.

Beh, in ogni caso, anche se fossi entrata, non sarei potuta stare dentro per più di qualche minuto… Ma mi sarebbe piaciuto arrivare a vedere anche solo cosa c’era dietro l’angolo.

D’altro canto, tutto sembra chiudere abbastanza presto in Giappone: si cena fra le 6 e le 7, quindi trovare un buon ristorante che accetti nuovi clienti alle 8 può essere difficile. Molti negozi, anche in centri commerciali affollati, chiudono alle 9 di sera, mentre ho visto almeno un McDonald chiudere alle 11 di sera.

In maniera simile, la maggior parte dei musei e degli altri luoghi di “interesse turistico” chiude alle 5 del pomeriggio. Paese che vai, usanze che trovi.

Per finire, questa è la stradina che ho preso prima di tornare sulla grossa strada principale in cui avevo per la prima volta visto il Tocho-ji, proprio all’uscita della stazione della metropolitana Gion… Un’altra zona “dietro i grattacieli”, anche se dall’altro lato della strada e in un quartiere evidentemente più vivace.

In realtà, in tutto, questo giro ha impiegato solo un’ora e mezza, così mi sono trovata un altro posticino tranquillo vicino alla stazione dove aspettare per non essere troppo in anticipo… Questa volta, niente che valga la pena di fotografare.

21 Marzo: Kizuna

22/03/2012
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Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Nel mattino abbiamo iniziato a piazzare alcuni cartelloni con gli orari degli spettacoli: il secondo era nella scuola elementare di fronte all’edificio dell’ufficio, dove siamo stati accolti da diversi bambini, alcuni abbastanza intraprendenti da chiederci i nostri nomi!

Siamo tornati a questa stessa scuola nel pomeriggio, per fare un po’ di promozione per l’evento. Mentre stavamo aspettando i bambini nella palestra della scuola ci siamo guardati un po’ intorno(non si vede in nessuna delle foto che ho scattato, ma vale la pena di notare che in Giappone tutte le palestre delle scuola hanno un palco rialzato, spesso con la bandiera del Giappone).

Kizuna
Nella palestra risaltava un grosso disegno, rappresentante un grosso volatile fatto d’acqua, che trasporta al suo interno diverse figure, mentre altre salgono in cielo attaccate a dei palloncini. In basso si possono vedere la scuola, molto stilizzata in maniera da risultare “tipica scuola giapponese” e un albero di ciliegio in fiore, dove i singoli fiori e petali di ciliegio erano stati ritagliati ed attaccati, spesso con scritte dei bambini (me ne sono fatta tradurre una: “Dobbiamo fare del nostro meglio!”.

Per interpretare fino in fondo il disegno bisogna però guardare al kanji più grande, su quello che sembra un quadrifoglio verde portato nel becco dall’uccello d’acqua. Il kanji è Kizuna, il cui significato è “profondo legame (spirituale/affettivo)”. Si tratta del kanji che è stato scelto come “kanji dell’anno” nel 2011, in memoria delle vittime del terremoto dell’11 marzo e dello tsunami che da questo è stato provocato, investendo la costa nord-est del Giappone e causando gli incidenti alla centrale nucleare di Fukushima.

Il posto dove ci trovavamo era molto lontano dalla costa devastada dallo tsunami, ma l’evento ha sconvolto l’intero paese. A distanza di un anno, questo è il modo in cui i bambini della scuola ricordano e rielaborano l’evento.

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