Monthly Archives: May 2012

L’importanza di spiegare l’handicap ai bambini – trascrizione dal monologo di Luciana Litizzetto durante “Quello che (non) ho” del 15 maggio.

17/05/2012
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Dal canale youtube ufficiale di La7, vi trascrivo l’ultima parte del pezzo di Luciana Litizzetto a “Quello che (non) ho” di Fazio e Saviano.
Potete vedere il pezzo intero, non sottotitolato, a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=bSGwjkli030

Trascrivo questo breve pezzetto del monologo non solo perché mi è piaciuto particolarmente, ma perché, parlando della visione dell’handicap e della normalità che i genitori trasmettono ai figli, poteva forse interessare a diversi sordi. È ovvio che ci sono tante altre cose interessanti e che meriterebbe trascrivere, ma da sola non posso.

Approfitto dunque con il mio solito appello: non costerebbe molto aggiungere qualche genere di sottotitolazione ai programmi tv. In diretta è troppo difficile? Beh, la maggior parte delle reti televisive mette online le proprie trasmissioni, una volta che sono state trasmesse… Basterebbe assumere una persona o due e non dico tutti i programmi, ma almeno la maggior parte sarebbero sottotitolati, almeno su internet. La qualifica richiesta? Saper usare un computer e conoscere bene l’italiano, oltre ad avere un po’ di buonsenso.

Ripeto: capisco quanto sia difficile farlo in diretta, ma questo dovrebbe essere uno stimolo in più per farlo in “differita” sulle trasmissioni che vengono pubblicate on-line. E se veramente anche questo è troppo, si potrebbe cercare di essere creativi e dare un posto sul proprio sito alle trascrizioni e sottotitolazioni fatte gratuitamente da chi è più sensibile a questo problema.

###############Inizio a trascrivere a partire da 10:58#################

Non so se avete sentito quello che è successo in Inghilterra, un po’ di tempo fa.
Un discreto manipolo di genitori si è incavolato con la BBC e ha protestato per via di una trasmissione destinata ai bambini condotta da una certa Cerrie Burnell.

Che cos’ha di strano questa Cerrie Burnell?
È una famosa pornodiva che va in giro con la tutina di latex e il frustino? No.
E’ stata in galera perché ha discioloto gli zii nell’acido muriatico? No.
Piccchia i cani, strappa i baffi ai gatti? No.
È una signorina tranquilla, simpatica, per bene, anche molto capace.
Ma, però, c’è un però: ha un braccio solo.
È nata così e non ha mai avuto bisogno di protesi, anzi, se la cava benissimo.
Certo, Cerry non potrà mai battere le mani quando passa la regina, però, insomma, non è quello il suo problema.

Comunque i genitori si sono molto incazzati, hanno detto che è un’immagine raccapricciante, che così non va bene, che i bambini si spaventano, che hanno paura. E allora io sono andata a vedere l’immagine… e questa qua non è che è dilaniata, o ha appena avuto un incidente… Semplicemente ha un braccio solo.
I genitori hanno detto: “No, non va bene, i bambini non sono ancora pronti ad accettare il discorso dell’handicap, sono troppo piccoli“. Sono palle. Perché più sono piccoli più sono in grado di accettare la diversità con leggerezza. E… peccato, perché poteva essere molto facile provare a fare accettare la diversità facilmente, a dire: “guarda, gli esseri umani sono belli tutti, anche quelli che, a prima vista, sono un poco diversi dagli altri”. E poi, voglio dire, per fare televisione ci vogliono due braccia? Forse a spostarla, magari <Fa il gesto di sollevare e spostare uno schermo con due mani>. Se no io e Fabio abbiamo quattro braccia in tutto ma siamo due balenghi che che sembrano due turaccioli portati dalla corrente. Noi diciamo un sacco di parole e poi:

  • I presentatori con l’handicap non li vogliamo, in Italia non ce n’è manco uno, a parte noi che siamo rimbambiti, ma non siamo certificati.
  • Se nella classe ci sono troppi stranieri cambio scuola.
  • La Babysitter sì, ma straniera no, perché non si capisce bene la lingua.
  • Africana, no, che paura: “tutta nera, con gli occhi bianchi… Poi il bimbo si spaventa”.
  • Il compagno Down, anche: “che carino, che tenerezza, però alla festa di compleanno è meglio non invitarlo, perché se no si troverebbe a disagio”.
  • E il ragazzo gay: “È gay, ma è tanto una brava persona!”, eh?

Poi io non riesco a capire come mai una con delle tette che sembrano due cupole di San Pietro rientra nel concetto di “normalità” e una persona senza un braccio no. Non si capisce. Cioè… [Interrotta dagli applausi del pubblico]

Una deforme volontaria che si è fatta montare due vasche, due pissoir, come quelli dell’autogrill, qua, sulle tette, e deve mettersi i pesi dietro perché se no si sbilancia in avanti è considerata normale, una donna con un braccio solo no. Cioè tu, mamma inglese, se tuo figlio ti chiede: “come mai quella bambina, quella signora, ha un braccio solo?” non sai cosa dire. Se però vede una con due boccie dei pesci rossi dici: “Vedi, Jason, quella signora si è fatta aprire come una simmental, si è fatta mettere della gomma sottopelle così i maschi sono contenti e possono ravanare facilmente, una specie di parco giochi è quello lì, sai?”. Così Jason penserà che le donne che hanno le tette della prima hanno il parco giochi consumato, capisci.

[applausi]
Allora. [applausi]
Cara signora inglese. Cara English mother.
Se sai spiegare perché quella lì c’ha due dirigibili della godia, spiega anche a tuo figlio perché c’è un signore che magari sta in carrozzella, un altro che ha le mani che tremano forte. Perché c’è un bambino che non parla, o un altro che urla e tira in faccia i libri alla maestra. Perché se continuiamo a pensare e a fare credere ai bambini, che la vita è quella dello spot dei biscotti, allora poi non dobbiamo stupirci se quando sono grandi e vedono un barbone sporco e ubriaco gli danno fuoco. Perché i fiammiferi glieli abbiamo dati noi.

Grazie. [applausi]

##############Fine trascrizione##################

Se siete curiosi a riguardo di Cerrie Burnell, la donna senza un braccio di cui si parla all’inizio, questa è una intervista a Cerrie Burnell su youtube. È in inglese e non è sottotitolato, ma potete comunque farvi un’idea dell’aspetto di questa persona, che alcuni genitori inglesi (per fortuna una minoranza) ha trovato orribile e spaventoso. Così potete giudicare con i vostri occhi.

Kurashiki – Museo dei giochi e museo di Momotaro

02/05/2012
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Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Per quanto l’idea di visitare il museo Ohara di Kurashiki per vedere qualche quadro di Modigliani in Giappone non fosse malissimo, abbiamo deciso di lasciare l’arte occidentale all’occidente e ci siamo invece dedicati a due musei di artigianato locale: uno dedicato ad oggetti di uso comune e uno dedicato a giocattoli tradizionali di tutto il Giappone. Nello stesso spirito del secondo, siamo andati a vedere il museo di Momotaro, il leggendario ragazzo pesca.

Mi riservo di scrivere sul museo di artigianato in un altro articolo, concentrandomi sugli altri due (tematicamente più vicini) in questo.

Japanese Rural Toy Museum
Questo museo si trova sul retro di un negozio di giocattoli, quindi può essere difficile trovarlo (o meglio, capita di trovarlo, accorgersi di essere entrati in un negozio, pensare di essersi sbagliati e uscire). Se non c’è nessuno al bancone accanto all’ingresso del museo vero e proprio, chiedete ai negozianti e vi venderanno il biglietto, consegnandovi un minuscolo volantino in inglese che spiega il contenuto delle varie stanze e una carta con le istruzioni per un origami.

La prima sala (di quattro) è l’unica che si può fotografare, ed anche forse la più variegata: contiene giocattoli antichi di tutte le prefetture giapponesi. Su ogni vetrina è incollata una mappa che indica da quale parte del Giappone arrivino i giocattoli, ma a parte questo non ci sono altre scritte… Cosa che, considerato che in quasi tutti i musei le scritte sono al 95% prive di traduzione in Inglese, è quasi un bene: almeno non vi sembra di essere visitatori di seconda classe.

Le altre sale contengono collezioni di bambole e di aquiloni, ma non in tutte le stanze si possono scattare fotografie, anche se non ne ho chiaro il motivo. Forse le altre stanze sono più scure e si teme che i visitatori possano voler usare il flash delle loro macchine fotografiche. I giocattoli vanno da semplici intagli in legno a bambole raffinate e aquiloni, che però si trovavano soprattutto nelle stanze in cui era vietato fare fotografie.

In ogni caso, è stata la prima stanza, con la sua divisione dei giochi per regioni, che mi ha fatto desiderare di conoscere di più il Giappone, per potere riconoscere quelle che erano chiaramente figure di storie e leggende.

Questo genere di divisione regionale sembra qualcosa di davvero interessante per un intenditore, perché basta guardare le vetrine per rendersi conto come questo deve essere dipeso sia da una grande quantità di fattori: la differenza delle tecniche di artigianato note e utilizzate, ma anche probabilmente favole e personaggi che erano tipici di una regione e non di un’altra, come per altro avviene spesso anche in Italia. Per avere un’idea della differenza basta comparare queste figure laccate sulla destra, provenienti da Hiroshima, con il drago di legno (e il gatto) dell’immagine precedente.

E’ impossibile mostrare tutte le foto scattate in quest’unica stanza, strapiena di statuine intagliate, maschere, figure mitologiche e non.

Per quanto questo museo non sia una delle cose “imperdibili” del Giappone, se siete a Kurashiki e avete un po’ di tempo libero può valere la pena di vederlo. Sicuramente l’ho trovato più interessante e ricco di cultura del (ben più costoso) museo dell’artigianato. C’è da dire però che l’edificio in cui si trova il museo dell’artigianato è di per sé molto bello e, dicono, di interesse storico/architettonico, essendo del periodo Edo.

Il museo contiene anche alcune mascere da Hyottoko! Lo stesso Hyottoko del Hyottoko Matsuri di cui ho già parlato, dove sono andata a fare volantinaggio mentre ero al campo di volontariato. La maschera accanto è quella di Otafuku, il suo equivalente femminile (sono nella prima stanza).

Museo di Momotaro
Più che di un museo si tratta di una mostra interattiva pensata per stupire e divertire, basso budget , ma ottimamente gestita dalle due guide che si alternano nell’indicarti i giochi e i trucchi delle varie sale. Entrambe le guide parlano inglese (di certo tutto l’inglese necessario per spiegare dove guardare e cosa fare) e può essere un buon riempitivo se non si sa cosa fare a fine pomeriggio, molto bello per i bambini.

Per i bambini è consigliato soprattutto perché estremamente interattivo: le guide vi mostreranno le varie illusioni ottiche che riempiono il museo, arrivando infine (almeno nel nostro caso) ad improvvisare un concerto suonando “strumenti commestibili”, come un flauto ricavato da una radice cava molto usata nella cucina giapponese.

Ma chi è Momotaro?
Momotaro, il ragazzo pesca, è il protagonista di una famosissima fiaba giapponese del periodo Edo (che va dal 1603 al 1869, quindi questa forse è un’indicazione un po’ generica. Il libro fotografato qui affianco è del 1781) . Per dare un’idea, in Giappone è famoso quanto in Italia è famoso Pinocchio, anche se il paragone finisce qui: le loro storie sono del tutto dissimili fra loro. Se vi capiterà mai di andare nella zona di Okayama, che si dice essere luogo di origine della leggenda, vi conviene prima sapere qualcosa su di lui, che è amatissimo al pari di un eroe nazionale.

Vuole la leggenda che un giorno un’anziana donna che non aveva avuto figli e che si era recata al fiume per lavare i panni: vedendo una gigantesca pesca che galleggiava nel fiume la ripescò e insieme al marito cercò di aprirla per mangiarla: ma da questa venne fuori Momotaro, che spiegò loro di essere stato inviato dal cielo per essere loro figlio. Una volta cresciuto, il ragazzo lasciò la famiglia per andare ad affrontare gli oni (creature a metà strada fra i nostri demoni e gli orchi). Lungo la strada incontrò un cane, una scimmia e un fagiano,  che lo seguirono per aiutarlo nella sua missione. Insieme ai suoi amici animali, Momotaro penetrò nel forte di Ura, il capo degli oni, e lo costrinse alla resa e ne prese il tesoro, con cui visse negli agi insieme alla sua famiglia.

Il secondo piano del museo contiene materiale un po’ più “storico”, come questa illustrazione del 1882, raffigurante Momotaro e i suoi fedeli compagni.

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