Monthly Archives: December 2011

Buone feste!

25/12/2011
By

Albero di natale Frattale

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 4 (2 di 2)

23/12/2011
By

Ed ecco conclusa la quarta scena di “Duro lavoro in gioco”, il secondo capitolo di For the Win: For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 4 (2 di 2) La settimana prossima non posterò alcuna traduzione, quindi potrete leggere la prossima scena solo nel 2012. Tanti auguri di buon natale!

Ricordo di Piergiorgio Welby

20/12/2011
By

Cinque anni fa, nella notte fra il 20 e il 21 dicembre, morì Piergiorgio Welby.

Una morte che allo stesso tempo gli faceva orrore e che desiderava, che desiderava in quanto fine a una vita che “non è vita”.

La chiesa cattolica, ritenendo che la ventilazione meccanica, al pari dell’idratazione e della nutrizione artificiali, non sia una forma di accanimento terapeutico, negò il funerale in chiesa, chiesto dalla moglie di Welby. Il governo non ha osato trarre alcun insegnamento da quanto accaduto e, anzi, pochi anni dopo ha reso ancor più difficile il cammino del padre di Eluana Englaro, che chiedeva per la figlia la stessa dignità che aveva ottenuto Piergiorgio Welby.

A cinque anni dalla sua morte, il problema che Piergiorgio Welby ha posto a tutti noi resta insoluto. Anzi, le leggi sul testamento biologico rendono ancora più difficile riuscire a concludere dignitosamente la propria vita.

In questi anni molto è stato detto su quello che è successo… Forse facendoci dimenticare le sue parole, quelle della lettera che scrisse al Presidente Napolitano e che attirò su di lui l’attenzione della nazione intera. Per questo penso che oggi sia bene rileggerle:

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio NapoletanoDi Piergiorgio Welby

Caro Presidente,

scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.

La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.

Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.

Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.

La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.

In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.

Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.

Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all’eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.

Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.

Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.

Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.

Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

Riprende la traduzione di “For the Win”, di Cory Doctorow

16/12/2011
By

Scusandomi ancora per la lunga pausa nella traduzione, dovuta a esigenze di studio, sono felice di annunciarvi che, finalmente, potrete riprendere a leggere “For the Win”  tradotto in italiano su questo sito, con una nuova traduzione ogni venerdì.

Potete trovarla in due punti diversi del sito:

Come vedete ho deciso di provare a pubblicare in forma di post soltanto l’annuncio di “avvenuta traduzione”. Questo per tenere più libera la pagina principale del sito, senza spingere troppo indietro tutti gli altri post… Ditemi se avete preferenze!

Inoltre, come ho già spiegato altrove, le scene più lunghe di 7000 parole verranno separate in più parti, per comodità di traduzione. Non dovreste aspettarvi più di 6000 parole a settimana, anche se qualche volta supererò questo numero (come è già successo in passato)

Sulle mie labbra, non con le mie mani

04/12/2011
By

Quando qualcosa di positivo e che ti piace entra nella tua vita, più il tuo interesse è palese e più le persone che ti vogliono bene ti aiuteranno a saperne di più e ad indicarti libri, film, risorse che lo riguardano.

“Sulle mie labbra”: breve recensione del film

E’ così che, qualche tempo fa, ho visto il film “Sulle mie labbra”, che parla di una donna sorda alle prese con un rientro complicato nella normalità: riesce ora a sentire piuttosto bene grazie a due apparecchi acustici, tanto da poter rispondere al telefono, e se ti ha di fronte integra l’udito (comunque non ottimale) con la lettura delle labbra.
L'attrice si mette un apparecchio acusticoCarla , questo il suo nome, ha un lavoro, dove la gente non sa con precisione che è sorda dalla nascita, ma non perde occasione per trattarla male e dire su di lei cose volgari e cattive… Quando credono che lei non li sente, non sapendo che lei è in grado di leggere estremamente bene il labbiale anche se sono troppo distanti perché li possa sentire.

Il film è un film francese. E con questo non sto descrivendo solo la provenienza geografica, ma anche tutti i pregi e i difetti di un film francese: è lungo, con molte scene lente e ripetitive e può stancare se non ci si è abituati. Un altra cosa che può essere vista come un difetto è il fatto che vuole raccontare diverse storie contemporaneamente, di cui molte rimangono senza una vera conclusione e alcune rimangono solo accennate e mai approfondite.

Detto questo, se vi piacciono i film francesi, dovete assolutamente vederlo. La storia principale è interessante, la figura della protagonista riesce a racchiudere in maniera perfetta sia un’enorme forza e quantità di risorse, sia una fragilità altrettanto grande.

La ricerca della normalità

Il vero tema del film è però un tema controverso, che viene presentato in maniera piuttosto neutra, senza che il regista dia veramente risposte: la ricerca della normalità.

Cos’è la ricerca della normalità?

La ricerca della normalità non è un problema solo dei sordi, ma di tutte le minoranze.  E’ una ricerca che può venire affrontata in molte maniere, ma spesso comprende uno stacco netto dalla propria cultura di origine, una negazione della propria diversità. La mia domanda è: è davvero necessario abbandonare le cose che ci rendono ciò che siamo per avere una vita normale?

Il film non si pone questa domanda, la protagonista ha già scelto: lei  non è sorda, “sente poco”. Il tutto per rincorrere una vita lavorativa in cui lavora come una schiava e altri si prendono tutto il merito. Dovrà combattere duramente per riuscire a farsi rispettare… E per ottenere tutto questo, ha passato anni di incredibile solitudine, frequentando poche amiche che sembrano essere tali solo in virtù del fatto che lei fa gratis da baby-sitter ad una di loro, e le presta anche l’appartamento per portarci gli uomini, anche senza preavviso.

E’ veramente necessario, fuori dall’orario lavorativo, evitare gli altri sordi per vedersi invece con persone del genere? Se le sue amiche le fossero veramente amiche potrei anche capirlo, ma è giusto soffrire una solitudine come quella che trasmette il film solo per paura di essere vista segnare?

Ovviamente no, e non è un problema solo dei sordi. Quanti ragazzi di origini ebraiche in questo momento staranno evitando di farsi vedere con gli amici di infanzia, che essendo praticanti sono magari più riconoscibili di loro? Quante persone, al mondo, cercano di nascondere le proprie radici per paura di essere giudicati?

Vi lascio con quella che per me è stata la scena più toccante e triste del film, l’unica in cui si vede usare la LSF (langue des signes française, lingua dei segni francese)… All’inizio, pensavo non avesse bisogno di essere commentata. E’ difficile aggiungere qualcosa a quello che ho detto fino ad ora.

Ma poi, leggendo “Il grido del gabbiano”, dell’attrice sorda Emmanuelle Laborit, ho pensato che fosse importante anche mostrare un esempio positivo di come può essere vissuta la sordità, confrontando proprio la situazione francese di trent’anni fa con quella americana.

Da “Il grido del gabbiano”:

Prima visita all’università. Alfredo Corrado mi spiega che non tutti sono sordi. Se ho questa impressione, è perché ci sono molti insegnanti udenti che parlano il linguaggio dei segni. Come riconoscerli, se nessuno porta un’etichetta in fronte? La cosa non mi sembra necessaria, hanno un’aria così felice, sono talmente a loro agio. Non regna quella reticenza che ho avvertito persino alla scuola di Vincennes. Inconsciamente, la gente si sente a disagio, in Francia, a usare il linguaggio dei segni. Lo avvertivo, quel disagio. Preferiscono nascondersi, come se la cosa fosse un tantino vergognosa. Ho conosciuto sordi che hanno sofferto per tutta l’infanzia di tale umiliazione, e che non si sono impadroniti completamente, neppure ora, della loro lingua. Si intuisce il passato difficile. Forse perché in Francia la lingua dei segni era vietata fino al 1976. Era considerata una sorta di gestualità indecente, provocante, sensuale, che fa ricorso al corpo.
A Washington, invece, nulla di tutto questo. Nessun problema, una favolosa spigliatezza, da parte di tutti. Il linguaggio è praticato normalmente, senza complessi. Nessuno si nasconde o ha vergogna. Anzi, i sordi mostrano una certa fierezza, hanno una loro cultura e una loro lingua, come chiunque altro.

Occupy Wall Street, può un meme cambiare il mondo?

02/12/2011
By

Di recente ho trovato un video del famoso sito knowyourmeme.com, che di solito tratta degli aspetti più divertenti della cultura di internet, riguardo al movimento di protesta Occupy Wall Street.

Il sito ha deciso infatti che, vista l’importanza della situazione (e l’indissolubile legame del movimento con i social network) era il caso di rispolverare la vecchia definizione di “meme”, data da Dawkins… Ma, aspettate.

Invece di scrivere un articolo su questo video, ho deciso di fare un esperimento un po’ diverso. Ho tradotto il video e ho rimaneggiato un po’ la traduzione per farne un buon post, per tutti quelli di voi che non riescono a seguirlo in inglese. Se questo esperimento vi piace, vi prego di farmelo sapere nei commenti.

Trovate il video originale in fondo al post.

Know Your Meme: Occupy Wall Street

Can a meme change our nation?

Sentendo la parola meme normalmente vengono in mente video virali, immagini di demotivational e lolcats e inside joke. Ma, secondo la definizione di Richard Dawkins, creatore del termine, un meme è:

“Un idea, un comportamento o stile che si diffonde da persona a persona all’interno di una cultura”

Cosa succede quando video virali e immagini non sono dei memi in se stessi, ma piuttosto parti di un’idea più grande? Un’idea che si sta rapidamente diffondendo? Può un meme cambiare la nostra nazione?

 

 

Gente che protesta

Occupy Wall Street è una serie di proteste tuttora in corso a New York ed in altre città degli Stati Uniti, che mirano a risolvere il problema della disuguaglianza economica e l’influenza delle lobby aziendali su Washington e sulla politica.
Per lo più coordinate tramite i social network, senza un organizzatore centrale, le dimostrazioni e i flash-mob sono iniziati il 17 settembre del 2011.

Piazza TahrirIl 13 luglio il magazine di contro-cultura Adbusters, con base a Toronto, postò un’articolo dal titolo #OCCUPYWALLSTREET, che chiamava 20.000 persone a riunirsi nella lower Manhattan, per chiedere al presidente Obama o ad una commissione presidenziale di interrompere l’influenza dei soldi delle lobby nelle politiche di Washington.
Secondo il post sul blog, la campagna di flash-mob di Adbusters fu ispirata dal successo delle proteste di piazza Tahrir, in Egitto, a gennaio.

Fra luglio e agosto le voci riguardanti la protesta si diffusero tramite i social network, con gli hashtag #occupywallstreet e #s17 su twitter ed un evento su facebook che si riempì di migliaia di persone che diedero la propria adesione.

Nel frattempo, su Tublr, un blog con un unico argomento “WE ARE THE 99 PERCENT” venne lanciato per ispirare chi stava progettando di unirsi alla manifestazione del 17 settembre.
Il blog mostrava cittadini americani di svariata estrazione sociale, che mostravano le loro storie personali di problemi economici e battaglie, uniti dallo slogan “Noi siamo il 99%”.
“99%” è un numero simbolico, che rappresenta l’idea che la ricchezza dei ricchi, l’1% della popolazione, è ormai stata troppo a lungo la principale influenza sulle politiche governative. Questo a svantaggio del resto dell’America, il 99%.
Il numero non è usato solo simbolicamente, ma è anche un modo per dare forza alla gente comune.
Il 17 settembre 2011 un gruppo di manifestanti che si stima essere intorno al migliaio si è radunato nella lower Manhattan, nonostante le barricate che circondavano la Borsa di New York.

Due donne spruzzate con spray al peperoncino urlano

In netto contrasto con la mobilitazione che era avvenuta nella rete, la manifestazione ricevette poca copertura mediatica nella sua prima settimana, ma questo cambiò il 24 settembre, quando i dimostranti nel distretto finanziario marciarono verso nord, verso i quartieri alti.
La folla fu affrontata da poliziotti del dipartimento di polizia di New York, portando a dozzine di arresti. Nella mischia, due manifestanti donne vennero spruzzate con spray al peperoncino, cosa che venne filmata in un video che si diffuse velocemente su youtube .
Molti si scandalizzarono per questa dimostrazione di violenza eccessiva e inappropriata alla situazione.
Il video fece scattare la risposta dei “vigilantes” del web. I membri di Anonymous pubblicarono sul web l’identità degli ufficiali di polizia.

Potete trovare una buona versione di questo video, con commenti scritti e fermo-immagine, qui, su youtube.

A questo punto si contavano centinaia di migliaia di tweets all’ora con l’hashtag #occupywallstreet.
Rafforzati nei numeri, il 2 ottobre circa 1.500 persone cercarono di marciare sul ponte di Brooklyn, incontrando una dura opposizione della polizia più di 700 dimostranti vennero arrestati per violazione della legge sull’occupazione delle strade. Molti dei dimostranti dissero in seguito che gli sembrò di essere attirati in una trappola, essendo stati scortati dalla polizia per parte del ponte prima di venire trattenuti. Il trattamento ricevuto dai manifestanti in questa occasione può in effetti farci capire come mai questo avvenga…

Diventa a questo punto necessaria una precisazione, che non compare nel video originale di knowyourmeme.com: le manifestazioni negli Stati Uniti contano normalmente molti meno partecipanti di quelle a cui siamo abituati in Italia. Nonostante una città come New York conti circa 8 milioni di abitanti, contro i 2,7 milioni di Roma, una manifestazione che raggiunga il migliaio di partecipanti è una grossa manifestazione.

affluenza alle manifestazioni negli Stati Uniti

Organizzati attraverso gruppi di facebook e hashtag di twitter, proteste simili stanno avendo luogo a Boston, Washington DC, Philadelphia, New Jersey, Minneapolis, Austin e Seattle.
Si può dire che il movimento è diventato il primo, fra quelli organizzati on-line, a dare origine a manifestazioni di portata nazionale negli Stati Uniti.

Nonostante il fango che vi viene gettato contro e le accuse di una mancanza di obbiettivi, i partecipanti del movimento Occupy Wall Street sentono di avere uno scopo ben preciso: portare alla fine dell’enorme influenza delle aziende sulle scelte politiche del governo; promuovere un sistema economico che dia vantaggi a più dell’1% della popolazione, ma che piuttosto garantisca giustizia e libertà per tutte le fasce economiche della popolazione.

Know Your Meme sta mantenendo costantemente aggiornata la sua pagina su Occupy Wall Street, su cui potete trovare gli ultimi aggiornamenti.

Ricevi aggiornamenti via e-mail!

For the Win

Condividi!

http://www.wikio.it

Licenza

Licenza Creative Commons
The content on this website is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
Unless otherwise indicated.

Bloggers' Rights at EFF