Monthly Archives: July 2011

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 3 (1 di 3)

31/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 2

Questa scena è dedicata a Booksmith, di San Francisco, collocato nel leggendario vicinato di Haight-Ashbury, a sole poche porte di distanza da “Ben and Jerry’s”, all’angolo esatto fra Haight e Ashbury. La gente del Booksmith sa davvero come gestire eventi con la partecipazione di autori famosi. Quando vivevo a San Francisco, andavo lì in continuazione per sentire parlare incredibili scrittori (William Gibson fu indimenticabile)- Producono anche delle piccole trading cards come quelle dei giocatori di baseball, per ciascun autore — ne ho due in ricordo delle due volte che sono andato io a parlare da loro.

Booksmith: 1644 Haight St. San Francisco CA 94117 USA +1 415 863 8688

Yasmin non vedeva più Mala. Se non eri della banda, il “Generale Robotwalla” non voleva parlarti.

E Yasmin non voleva più essere nella banda.

Anche lei aveva ricevuto una visita da Sorellona Nor. Quello che diceva la donna aveva senso. Loro facevano tutto il lavoro, ma non prendevano quasi nulla del denaro che guadagnavano. Questo non era vero solo nei giochi — i suoi genitori avevano passato l’intera vita a sgobbare per altri e questi altri erano diventati sempre più ricchi, mentre loro erano rimasti a Dharavi

Il signor Banerjee aveva pagato l’esercito di Mala più di quanto qualsiasi altro bambino degli slum potesse guadagnare, questo era vero, e venivano anche pagati per giocare ai loro giochi, il che era sembrato un miracolo… all’inizio. Ma più Yasmin ci pensava, meno miracoloso sembrava il tutto. Sorellona Nor le aveva mostrato delle immagini, mentre erano sul gioco, dei lavoratori a cui stavano rovinando il lavoro. Alcuni erano in Indonesia, altri in Tailandia, alcuni in Malesia, altri in Cina. Un sacco di loro era in India, In Sri Lanka, in Pakistan, e in Bangladesh, da cui venivano i suoi genitori. Le assomigliavano. Assomigliavano ai suoi amici.

E anche loro stavano solo cercando di guadagnare dei soldi. Stavano solo cercando di aiutare le proprie famiglie, nella stessa maniera in cui lo aveva fatto l’esercito di Mala. “Non devi per forza fare del male agli altri lavoratori per sopravvivere”, le aveva detto Sorellona Nor. “Possiamo tutti prosperare insieme”.

Giorno dopo giorno, Yasmin si era insinuata nel caffè della signora Dibyenduprima che l’Esercito si riunisse — non dalla signora Dibyendu, ma in un nuovo Internet Café poco più in là sulla strada, vicino al collettivo del papadam delle donne — e aveva chiacchierato con Sorellona Nor e ascoltato le sue storie su come avrebbero potuto andare le cose.

Non ne aveva mai parlato con nessun altro nell’esercito. Per quanto ne sapevano, lei era il leale luogotenente di Mala, solida e affidabile. Lei doveva mantenere la disciplina nei ranghi, il che voleva dire impedire ai ragazzi di litigare troppo ed impedire alle ragazze di formare gruppetti contrapposti che mormoravano e sibilavano l’uno contro l’altro. Per loro lei era un severo, formidabile combattente, qualcuno a cui obbedire incondizionatamente in battaglia. Non poteva avvicinarsi loro e dire “Avete mai pensato di combattere per i lavoratori anziché contro di loro?”

Non importava quando Sorellona Nor lo avrebbe voluto.

“Yasmin, loro ti ascoltano, la, loro ti amano e guardano a te come ad un esempio. Lo dici tu stessa”. Il suo Hindi aveva uno strano accento ed era insaporito di parole inglesi e cinesi. Ma c’erano un sacco di accenti buffi a Dharavi, dialetti e lingue provenienti da tutta la Madre India.

Alla fine, acconsentì. Non a parlare con i soldati, ma a parlare con Mala, che era stata sua amica fin da quando Yasmin l’aveva trovata mentre stava trasportando un grosso sacco di iuta dal negozio del signor Bhatt fino a casa, con il suo fratellino. Sembrava smarrita e spaventata, nelle strade di Dharavi. Lei e Mala erano state inseparabili da quel momento in poi, e Yasmin era sempre stata in grado di dirle qualsiasi cosa.

“Buon giorno, Generale”, disse, mettendosi affianco a Mala mentre questa camminava verso il pozzo comunale con un secchio d’acqua in ciascuna mano. Prese un secchio da Mala e strinse la mano ora libera in una stretta fraterna.

Mala sorrise e strinse a sua volta. Il sorriso fu come quello della vecchia Mala, la Mala che esisteva prima che arrivasse il Generale Robotwallah. “Buon giorno, Luogotenente”. Mala era carina quando sorrideva, i suoi occhi seri pieni di birboneria, i piccoli denti quadrati tutti in mostra. Quando sorrideva in questo modo, Yasmin sentiva di avere una sorella.

Parlarono a bassa voce mentre aspettavano di usare il pozzo, passandosi informazioni sulle proprie famiglie. La madre di Mala aveva incontrato un uomo alla fabbrica del signor Bhatt, un uomo i cui genitori erano arrivati a Mumbai una generazione prima, ma dello stesso villaggio. Era cresciuto ascoltando storie della vita nel villaggio e poteva starsene ad ascoltare la ammaji di Mala raccontare storie di quella terra promessa per tutto il giorno. Era gentile, aveva una risata poderosa e Mala approvava. La nani di Yasmin, ovvero sua nonna, era in contatto con un fiammiferaio di Londra e stava minacciando Yasmin di trovarle un marito laggiù, anche se i suoi genitori non ne volevano neanche sentir parlare.

Una volta che ebbero l’acqua, Yasmin aiutò Mala a portarla fino a casa sua, ma si fermò prima che ci arrivassero, al riparo dello scivolo sospeso in cui i lavoratori facevano scivolare le casse da una fabbrica al secondo piano fino ai portatori a terra. La fabbrica non aveva ancora aperto, per cui in quel momento era tutto tranquillo.

“Sorellona Nor mi ha chiesto di parlarti, Mala”.

Mala si irrigidì ed il suo sorriso scomparve. Nei suoi occhi c’era uno sguardo duro, lo sguardo del Generale Robotwallah. “Cosa ti ha detto?”

“Le stesse cose che ha detto a te, immagino. Che la gente contro cui combattiamo sono dei lavoratori, come noi. Che possiamo vivere senza fare del male ad altra gente. Che possiamo lavorare con loro, coi lavoratori in ogni luogo…”

Mala alzò la mano, il comando del Generale per ottenere silenzio nella centrale operativa. “L’ho sentito, l’ho sentito. E cosa, pensi che abbia ragione? Vuoi abbandonare tutto e tornare a come eravamo prima? Tornare a scuola, tornare al lavoro, tornare a non avere soldi, non avere cibo ed essere spaventati tutto il tempo?”

Yasmin non ricordava di essere stata sempre spaventata e la scuola non era stata così male, giusto? “Mala”, disse, cercando di placarla “Volevo solo parlare con te di questa cosa. Tu ci hai salvato, hai salvato tutti noi dell’Esercito, ci hai portati fuori dalla miseria, verso le ricchezze e il lavoro. Ma lavoriamo e lavoriamo per il signor Banerjee, per i suoi capi, come i nostri genitori lavorano per dei capi, come i bambini contro cui combattiamo nel gioco lavorano per dei capi e stavo solo pensando… ” Riprese fiato. “Penso di avere più cose in comune con i lavoratori di quante non ne abbia con i capi. Che, forse, se tutti quanti ci unissimo insieme, e chiedessimo un accordo migliore da tutti loro…”

Gli occhi di Mala fiammeggiarono. “Vuoi guidare l’Esercito, è così? Vuoi portarci in questa tua missione per diventare amici di tutti, unirci per combattere contro il signor Banerjee e i capi, contro il signor Bhatt che possiede la fabbrica e contro la gente che possiede il gioco? E come combatterai, piccola Yasmin? Vuoi capovolgere l’intero mondo così che alla fine sia giusto e gentile con tutti?”

Yasmin si ritrasse, ma prese un profondo respiro e guardò nei terribili occhi del Generale. “Cosa c’è di così sbagliato con la gentilezza, Mala? Cosa c’è di così orribile nel sopravvivere senza danneggiare altre persone?”

Le labbra di Mala si contorsero in una smorfia di puro disgusto. “Non lo sai ancora, Yasmin? Non te ne sei ancora resa conto? Guardati attorno” Fece un ampio gesto col secchio d’acqua, quasi colpendo una vecchia signora che stava muovendosi lentamente accanto a loro, portando a sua volta dei secchi d’acqua. “Guardati attorno! Lo sai che ci sono delle persone in tutto il mondo che hanno delle belle automobili, mangiano bene, hanno servitori e cameriere? Ci sono persone in tutto il mondo che hanno dei bagni, Yasmin, che hanno l’acqua corrente in casa e che hanno ciascuno una propria camera con un bel letto in cui dormire! Pensi che quelle persone rinunceranno ai loro bei letti, alle loro belle case e automobili per te? E se non rinunciano loro, da dove potranno arrivarci queste cose? Quanti letti e quante automobili ci sono al mondo? Ce ne sono abbastanza per tutti noi? In questo mondo, Yasmin, non c’è abbastanza per tutti. Questo vuole dire che ci saranno degli sconfitti e dei vincitori, come in ogni gioco, e tu puoi decidere se vuoi essere un vincitore o un perdente.”

Yasmin mormorò qualcosa.

“Cosa?”, le urlò Mala. “Che stai dicendo, ragazza? Parla così che ti possa sentire!”

“Non penso che sia così. Penso che possiamo essere gentili con le altre persone e che loro saranno gentili con noi. Penso che possiamo rimanere uniti, come un team, come l’Esercito, e lavorare tutti insieme per rendere il mondo un posto migliore”.

Mala fece una risata, che suonava forzata e Yasmin pensò di aver visto delle lacrime negli occhi della sua amica. “Sai cosa succede quando ti comporti così, Yasmin? Trovano un modo per distruggerti. Per costringerti a diventare un animale. Perché loro sono degli animali. Vogliono vincere e se tu offri loro una mano, loro ti taglieranno via le dita. Devi essere un animale per sopravvivere”.

Yasmin scosse la testa, negando ogni cosa.”Non è vero, Mala! I nostri vicini, qui, loro non sono animali. Sono persone. Sono brave persone. Non abbiamo niente, ma comunque cooperiamo. Ci aiutiamo l’un l’altro…”

“Oh, certo, magari puoi farti un piccolo gruppo di amici qui, gente che dovrebbero guardarti negli occhi se dovessero cercare di giocarti un brutto tiro. Ma il mondo è grande. Pensi che quegli amici di Sorellona Nor a Singapore, In Cina, in America, in Russia… Credi che loro ci penserebbero due volte prima di distruggerti? In Africa, in…”. Mosse il braccio in un gesto ampio, a includere tutti i paesi di cui non conosceva il nome, pieni di branchi di lavoratori predatori, pronti a prendere loro il loro lavoro. “Ascolta: te ne importa davvero così tanto dei cinesi e dei russi e di tutte queste altre persone? Ti toglieresti il pane di bocca per darlo a loro? Per un branco di stranieri che non si degnerebbero di sputarti addosso se stessi morendo bruciata?”

Yasmin credeva di conoscere la sua amica, ma queste cose non assomigliavano a niente che Mala avesse detto prima. Da dove veniva tutto questo patriottismo indiano? “Mala, i giochi a cui giochiamo appartengono a degli stranieri. Chi se ne frega se sono stranieri? Non è abbastanza il fatto che siano persone? Non eri tu quella che si arrabbiava per lo stupido sistema di caste e diceva che tutti avevano diritto all’uguaglianza?”

“Diritto!” Mala sputò la parola come fosse una bestemmia. “A chi importa a cosa hai diritto, se non puoi ottenerlo. Riempiti la pancia col diritto. Dormi su un letto di diritto. Guarda cosa si ottiene dall’avere diritto!”

“Quindi il tuo Esercito si interessa solo a prendere qualsiasi cosa possa, anche se questo vuol dire fare del male a delle altre persone?”

Mala si drizzò ancora di più. “Esatto, il mio esercito, Yasmin. Il mio esercito! E tu non ne fai più parte. Non ti dar pena di tornare, perché, perché…”

“Perché non sono più tua amica né tua luogotenente”, disse Yasmin. “Lo capisco, Generale Robotwallah. Ma il tuo esercito non durerà per sempre, mentre la nostra amicizia avrebbe potuto farlo, se per te fosse contata di più. Mi spiace che tu faccia questa decisione, Generale Robotwallah, ma spetta a te. E’ il tuo karma.” Poggiò a terra il secchio d’acqua e si girò, andandosene via, la schiena dritta, aspettando che Mala le saltasse sulla schiena e la facesse finire nel fango, aspettando che lei corresse per abbracciarla e chiedere scusa. Arrivò fino all’incrocio successivo, in una strada stretta in mezzo ad altre fabbriche di riciclaggio della plastica e fece in modo di guardare dietro di sé mentre girava, facendo finta di stare schivando un paio di capre portate da un anziano uomo tamil.

Mala stava dritta come un soldato, gli occhi brucianti fissi su di lei, che la trafissero per un momento, la bloccarono, così che dovette davvero impegnarsi a schivare le capre. Quando guardò di nuovo indietro, il Generale si era allontanato, le braccia magre tese nel trasporto dei secchi d’acqua.

Sorellona Nor le aveva detto di essere comprensiva.

“E’ ancora tua amica”, disse la donna. La sua voce emanava dal gigantesco robot che faceva da guardia ad un gruppo di gold-farmers Webbly che stavano raidando metodicamente una vecchia armeria, uccidendo gli zombie e prendendo il denaro e le armi che apparivano ogni volta che ripetevano il dungeon. “Forse non lo sa, ma è dal lato dei lavoratori. L’altro lato, il lato dei boss, quelli la useranno per i suoi servigi, ma non la lasceranno mai entrare nel loro campo. La cosa migliore che può sperare è di diventare un cagnolino coccolato, una piccola quantità di utili muscoli in affitto. Non penso che le basterà, e tu?”

Ma non era di molto conforto. In una mattina, Yasmin aveva perso la sua migliore amica ed il suo lavoro. Iniziò ad andare di nuovo a scuola, ma nei sei mesi passati era rimasta indietro e ora gli insegnanti volevano che rimanesse indietro di un anno e si sedesse fra gli studenti del quarto anno, cosa che per lei era imbarazzante. Era sempre stata una buona studentessa e la umiliava doversi sedere coi ragazzini più giovani — e, a rendere le cose peggiori, era alta per la sua età, quindi torreggiava sopra tutti loro. Poco a poco, smise di andare a scuola.

I suoi genitori erano oltraggiati, ovviamente. Ma lo erano stati anche quando Yasmin si era unita all’esercito. All’epoca suo padre l’aveva picchiata per dieci giorni filati, mentre lei si rifiutava di piangere, rifiutava di lasciare che la sua volontà venisse spezzata. Alla fine, erano stati vinti dalla sua testardaggine. E, ovviamente, dal denaro che aveva portato a casa.

Yasmin poteva occuparsi dei suoi genitori.

L’Internet Café della signora Dibyendu era un posto triste ora che l’Esercito se ne era andato. Mala era riuscita a costringere il signor Banerjee a cedere su questo punto e lo aveva considerato un enorme dimostrazione di forza in cui lei aveva prevalso. Ma Yasmin pensava che Mala non ce l’avrebbe mai fatta se la signora Dibyendu non fosse stata così desiderosa di sbarazzarsi dell’Esercito.

Yasmin però dubitava che la signora Dibyendu avesse anticipato l’effetto che la partenza dell’Esercito avrebbe avuto sul suo piccolo negozio. Una volta che l’Esercito se ne fu andato, ogni ragazzino di Dharavi lo seguì — nessuno che avesse meno di trent’anni metteva piede nel suo Café. Nessuno eccetto Yasmin, che ora sedeva lì tutto il giorno, combattendo per i lavoratori.

“Sei molto brava”, le aveva detto Justbob. Justbob era la luogotenente di Sorellona Nor, e il suo hindi era terribile, per cui comunicavano in un inglese spezzato che ciascuna di esse comprendeva a malapena. Nonostante ciò, il gioco di Justbob era aggressivo e solo un pelo sotto l’essere del tutto spericolato, completamente privo di paura. Mentre giocava, Justbob gridava degli spaventosi urli di battaglia in tamil ed in cinese, cosa che faceva ridere Yasmin persino mentre le veniva la pelle d’oca. A Justbob piaceva incaricare Yasmin delle scelte strategiche mentre lei guidava armate di difensori provenienti da tutto il mondo, difendendo i lavoratori da gente come Mala.

“Grazie”, disse Yasmin, inviando uno squadrone a fintare contro il fianco sinistro di un un’unità di venti incrociatori di arrugginite automobili da battaglia rese simili a ricci dalle mitragliatrici e lanciagranate che avevano addosso. Giocava soprattutto a Mad Max: Autoduel and Civilization, in questi giorni, evitando Zombie Mecha e gli altri giochi in cui Mala ed il suo Esercito la facevano da padroni. Autoduel andava di moda adesso, unito ad un reality show in cui dei folli uomini bianchi combattevano l’uno contro l’altro nei deserti australiani con delle auto assassine uguali a quelle in gioco.

L’esercito nemico si bevve la finta, spostandosi in un ampio arco per mostrare le armi montate davanti a loro ai piccoli e veloci scout in motocicletta. Questi dovevano essere sembrati dei bersagli facili: le veloci moto da cross non potevano reggere nessun vero armamento o armatura, così ogni guidatore era limitato ad utilizzare armi a mano, soprattutto Uzi automatici, spargendo sventagliate di proiettili metallici contro i grugni pesantemente corazzati del nemico, che ricambiò il fuoco con le mitragliatrici, montate su tripodi, e con i lanciagranate .

Ma mentre si giravano finirono in una doppia fila di mine che Yasmin aveva piazzato di nascosto all’inizio della battaglia. Poi, mentre le automobili saltavano e cozzavano le une contro le altre, i dragoni di Justbob entrarono dal lato sinistro, lo splendido furgone da battaglia da quello destro — un pesante RV a due pieni corazzato con un’armatura a tre strati, su cui si aprivano numerose feritoie, dalle quali si poteva sparare con una batteria di lanciafiamme e armi balistiche automatiche, la maggior parte delle quali sparava proiettili di uranio impoverito che passavano attraverso le auto nemiche come fossero di burro. Non era difficile fuggire dal furgone da battaglia, ma non c’era nessun posto in cui il nemico potesse fuggire, e, pochi minuti dopo, tutto quello che era rimasto dei nemici erano petrolio in fiamme e corpi orrendamente mutilati.

Yasmin allargò la visuale e spostò il suo tre-ruote intorno ad una duna fino a dove il party di lavoratori continuava indisturbato a lavorare, facendo scavi in una città sepolta piena di bestie mutanti, saccheggiando le sue ricche riserve di munizioni e tesori d’arte per la decima volta quel giorno. Yasmin non poteva veramente parlare con loro — erano di un qualche posto in Cina chiamato Fujian e, in ogni caso, erano occupati. Avevano abbandonato i loro boss e avevano formato una cooperativa di lavoro, dividendosi equamente gli introiti, ma si erano fortemente indebitati comprando i computer per fare ciò. Da quello che Yasmin era riuscita a capire, i loro familiari potevano venire feriti, persino uccisi, se non riuscivano a pagare una rata, perché avevano preso denaro in prestito da dei criminali.

Sarebbe stata una bella cosa se avessero avuto accesso ad una migliore fonte di denaro, ma certamente non poteva trattarsi di Yasmin. I soldi che le dava l’Esercito erano finiti poche settimane dopo aver lasciato Mala, e nonostante la IWWWW la pagava un po’ per fare la guardia alla gente del sindacato, non era molto, soprattutto rispetto alla gran quantità di denaro che il signor Banerjee elargiva con indifferenza.

Almeno non stava facendo del male ad altra povera gente per sopravvivere. Gli stupidi si cui si era appena sbarazzata sarebbero stati pagati anche se avevano perso. E poi doveva ammetterlo: era divertente. C’era una vera emozione nel giocare al gioco, giocarci bene, avendo questa armata di gente che seguiva la sua guida per cooperare e diventare un’arma invincibile.

Poi, Justbob scomparve. Non scrisse neanche un frettoloso “gtg”, semplicemente non era più dall’altro capo del microfono. E c’erano rumori di qualcosa che veniva distrutto, grida in un linguaggio che Yasmin non conosceva. Urla distanti.

Yasmin accese Minerva, il social network preferito dagli Webbly, come faceva un migliaio di volte al giorno. Minerva era stato sviluppato per i giocatori, ed aveva ogni genere di belle dashboard che mostravano i mondi in cui si trovavano i tuoi amici, che genere di battaglie stavano combattendo e così via. Era facile perdersi in Minerva, cadendo in una trance di click scorrendo gli screenshot di battaglie famose, leggendo gli insulti e le vanterie fra le gilde, discussioni accese sul metodo migliore per fare un certo livello — e gli interminabili scambi di colpi tra gold-farmer. Una cosa che adorava di Minerva era il traduttore automatico, il cui database includeva ogni genere di abbreviazioni e slang usati dai giocatori. Sapeva che Kekekekeke era l’equivalente coreano di LOL e un milione di altre cose di dialetti vitali. Questo rendeva Minerva specialmente utile per il network globale delle gilde degli Webbly, cooperative di lavoratori, locali e clan.

La sua dashboard era impazzita. Webbly da tutto il mondo stavano tweettando riguardo a qualcosa che stava succedendo in Cina, un grosso sciopero da parte di un gruppo di gold-farmer che si erano rivoltati contro i loro boss e che ora stavano facendo picchetto fuori dalle loro fabbriche. I giocatori di tutto il mondo stavano andando in un posto su Mushroom Kingdom per bloccare un qualche genere di exploit che questi stavano utilizzando prima di iniziare a scioperare. Yasmin non aveva mai giocato a Mushroom Kingdom, quindi non sarebbe stata di nessuna utilità lì — dovevi sapere un sacco di cose riguardo alle armi e alla fisica di gioco, come anche dei tipi di personaggi, prima di poter combattere efficientemente. Ma a giudicare da quello che poteva vedere, c’erano più che abbastanza Webbly disponibili su ogni shard per riempire il vuoto.

Seguì i messaggi man mano che arrivavano, guardò le avanzate e le ritirate, le vittorie e le sconfitte, aspettando sulle spine la fine della battaglia che sarebbe arrivata quando i GM avessero scoperto che stava succedendo qualcosa, bannando quindi tutti gli account. Quella era l’arma segreta di tutte le battaglie: chiunque che avesse fatto la spia agli impiegati delle compagnie che gestivano i mondi poteva distruggere entrambe le fazioni in lotta, distruggendo i loro account e il loro loot in un istante. Nessuno poteva permetterselo — e nessuno poteva neanche permettersi di combattere in battaglie così grandi da attirare l’attenzione dei GM.

Ma, nonostante ciò, ecco lì gli Webbly, a centinaia, che rischiavano i loro account e i loro mezzi di sussistenza per rimandare indietro i sicari che stavano cercando di spezzare lo sciopero. Il sangue di Yasmin cantava: eccola, eccola qui la cosa di cui Sorellona Nor aveva parlato: Solidarietà! Una ferita ad uno è una ferita a tutti! Siamo tutti nella stessa squadra… e rimaniamo uniti.

C’erano anche video e immagini dello sciopero nel mondo reale — magri ragazzi cinesi che sbattevano gli occhi come gufi alla luce del sole, nelle strade lontane di una terra distante, in piedi con le braccia unite di fronte a delle porte di vetro, cantando slogan in cinese. I passanti li guardavano con tanto d’occhi, li indicavano o ridevano. Molti di coloro che passavano di lì per caso erano ragazze, intorno ai vent’anni, molto ben vestite, con acconciature alla moda, gonne corte, bluse ben stirate e capelli lucenti. Li fissavano, e qualcuna di loro si avvicinò persino a parlare ai ragazzi, che si beavano della loro attenzione. Yasmin sapeva come funzionavano le cose fra ragazzi e ragazze e la maniera in cui si comportavano gli uni con le altre… non aveva forse già visto e usato quella conoscenza quando era luogotenente di Mala?

E ora sempre più ragazze stavano unendosi ai ragazzi — non proprio unendosi, ma piuttosto affollandosi attorno a loro, formando capannelli, parlando fra di loro. Ed ecco che arrivò anche la polizia, un sacco di foto della polizia che fecero sprofondare il cuore di Yasmin. Poteva vedere, con il suo occhio da stratega, come le posizioni in cui i poliziotti si erano disposti avrebbero funzionato in una carica contro gli scioperanti, chiudendo loro ogni via di fuga, inscatolandoli e intrappolandoli quando la polizia avesse colpito.

Ora le foto arrivarono più lentamente, ora i video si fermarono. Mani guantate raggiungevano gli obbiettivi e portavano via gli apparecchi di registrazione, coprendone le lenti. L’ultimo rumore che si sentì fu di urla, rabbiose, spaventate, di dolore…

E ora i messaggi in fondo allo schermo iniziarono ad impazzire ancora di più, messaggi dai picchetti in Cina sulle cariche della polizia, e ci fu un momento surreale in cui a Yasmin sembrò di leggere di nuovo di una battaglia in gioco, ambientata in un mondo ispirato alla Cina industriale, un posto che le era estraneo quanto Zombie Mecha o Mad Max. Ma questa era gente reale, che si azzuffava con la vera polizia, che veniva colpita da veri manganelli. L’immaginazione di Yasmin le fornì la visione di gente che urlava, che si contorceva, calpestandosi l’un l’altro, con la stessa ricchezza di dettagli che c’era nei giochi. Era una scena familiare, ma non erano zombie ad essere catturati nella mischia, a cadere sotto le manganellate, ma giovani, pallidi ragazzi cinesi e belle ragazze cinesi alla moda.

E poi i messaggi scomparvero, mentre tutti sulla scena si zittirono. Continuavano ad arrivare messaggi impazziti da tutto il mondo, qualcuno dicendo che la polizia cinese poteva scollegare tutti i cellulari di una città o di una zona locale se volevano. Così forse c’era ancora della gente che faceva le riprese e scriveva. Forse non erano stati tutti arrestati e portati via.

Yasmin nascose la faccia fra le mani e respirò pesantemente. La signora Dibyendu le gridò qualcosa, forse preoccupata. Era impossibile capirlo al di sopra del suono del fluire del sangue nelle orecchie e il martellante battito del cuore.

Là fuori, Webbly in tutto il mondo stavano combattendo per un mondo migliore per la gente povera, e a cosa serviva? Come poteva la sua solidarietà aiutare quelle persone in Cina? Come potevano loro aiutare lei quando ne avesse avuto bisogno? Dove erano Sorellona Nor, Justbob e Il Possente Krang quando ne aveva bisogno?

Barcollò nella luce del giorno, sbattendo le palpebre, pensando a quei magri ragazzi cinesi e alla polizia schierata strategicamente intorno a loro. Di colpo, le strade e i vicoli familiari di Dharavi le sembrarono sinistri e claustrofobici, come se ci fosse gente che la osservava ad ogni angolo, pronta ad attaccarla. Dopo tutto, era solo una ragazza, una ragazzina, non un possente guerriero o un generale.

I suoi piedi traditori la guidarono lungo la strada, a girare un angolo, dietro il piazzale dove le donne della cooperativa stavano stendendo i loro papadam nel sole, fino al nuovo Café dove combattevano Mala e il suo esercito. Erano lì, adesso, il suono del gioco turbolento riempiva l’aria come fumo, come la tentazione degli odori di una cucina, che fanno venire l’acquolina in bocca.

Cosa è che stavano urlando? Si trattava di una qualche battaglia che avevano combattuto — una battagli su Mushroom Kingdom. Una battaglia contro gli Webbly. Ovvio. Loro erano i migliori. Chi altro avresti voluto assoldare per combattere le armate degli Webbly? Sentì un dolore allo stomaco, e la terra sembrò fuggire lontano da lei, mancandole da sotto i piedi. Era sola adesso, davvero sola, la nemica dei suoi vecchi amici. Non c’era nessuno accanto a lei, eccetto alcune persone lontane in una terra distante e che lei non aveva mai conosciuto… che lei probabilmente non avrebbe mai conosciuto.

Scoraggiata, si girò, diretta verso casa. Suo padre era via per qualche giorno, in viaggio a Pune per posare un pavimento, per lavoro. Lavorava in una fabbrica di piastrelle adesive, dove stampavano finta pietra su dei quadrati di vinile dal retro adesivo, che potevano essere installati facilmente nelle torri di uffici nella zona industriale di Pune. C’erano sempre piastrelle in giro per casa e Yasmin non le aveva mai degnate di attenzione, finché non aveva iniziato a giocare con Mala. Un giorno si era presa un colpo quando si era accorta che le strane irregolarità intorno ai bordi delle piastrelle, nelle sottili “vene di marmo” erano le stesse sbavature di compressione che ottenevi quando la grafica di un gioco iniziava a perdere i colpi. Venivano chiamati “artefatti JPEG”, nei forum. Era come se le piccole imperfezioni che rendevano i giochi leggermente irrealistici stessero infiltrandosi nel mondo reale.

Quella sensazione era con lei, mentre si allontanava dal Café come un fantasma, ma venne riportata alla realtà da qualcuno che le batteva sulla spalla. Si girò di scatto, trasalendo, sentendo per qualche ragione che qualcuno le stava per tirare un pugno.

Ma si trattava di Sushant, il più alto dei ragazzi dell’esercito di Mala, che non aveva mai strepitato e combattuto come gli altri ragazzi, ma che invece aveva sempre fissato intensamente lo schermo, come se desiderasse poterci fuggire dentro. Yasmin si trovò a fissarlo proprio sotto i suoi occhi e lui scosse il capo in un gesto di scusa e le sorrise timidamente.

“Mi era sembrato di averti vista passare”, disse. “E ho pensato…” abbassò lo sguardo.

“Hai pensato cosa?” disse lei. Le parole vennero fuori dure, con una rabbia che non sapeva di provare fino a quel momento.

“Ho pensato che potevo venire fuori e…” si fermò.

“Cosa? Cos’è che pensi, Sushant?” Ora era lei che scuoteva la testa da un lato all’altro e si sporse verso di lui, i nasi vicinissimi. Poteva sentire l’odore del bahji di spinaci che lui aveva mangiato a pranzo.

Lui si ritrasse, spalancando gli occhi. Yasmin si rese conto che era terrorizzato. Si rese conto che lui probabilmente aveva corso un bel rischio soltanto per essere venuto fuori a parlarle. La disciplina era tutto nell’esercito di Mala. Non era forse stato proprio l’incarico di Yasmin quello di mantenere la disciplina?

“Scusami”, disse, indietreggiando. “E’ bello rivederti, Sushant. Hai mangiato?” Era una formalità, perché sapeva che lui lo aveva fatto, ma era quello che si dice ad un amico quando ci si incontra, a Dharavi, a Mumbai… Forse in tutta l’India, per quel che ne sapeva Yasmin.

Lui sorrise di nuovo, un piccolo sorriso timido ed esitante. Era da spezzare il cuore a vederlo. Yasmin si rese conto che non gli aveva mai parlato molto quando era la luogotenente di Mala. Non aveva mai avuto bisogno di blandirlo o parlargli duramente per fargli fare il suo lavoro, per cui lo aveva praticamente ignorato. “Ho pensato di uscire e salutarti perché manchi a tutti noi. Speravo che tu e Mala poteste…” esitò di nuovo, e Yasmin si rese conto di aver serrato involontariamente la mascella in una espressione caparbia ed arrabbiata.

“Mala ed io abbiamo scelto strade diverse”, disse, facendo uno sforzo cosciente per suonare calma. “E’ definitivo. Vanno bene le cose per lei e per voi?”

Lui annuì. “Vinciamo ogni battaglia”.

“Congratulazioni”.

“Ma ora… ultimamente… ho passato del tempo a pensare…”

Lei aspettò che lui dicesse qualcos’altro. Il momento di silenzio si allungò. Gli adulti passavano loro accanto e lei si rese conto che probabilmente pensavano che lui la stesse corteggiando, visto che erano un ragazzo e una ragazza. Se qualcuno diceva qualcosa a suo padre…

Ma non le importava più. Suo padre era lontano, ad installare artefatti JPEG in un parco IT a Pune. Lei non aveva più l’esercito né amici, né andava più a scuola. Nulla poteva più importarle.

“Ho parlato coi tuoi amici”, disse lui alla fine.

“I miei amici?”. Non sapeva di averne.

“Gli Webbly. Il tuo nuovo esercito. Vengono da me quando combatto, mi mandano messaggi privati. All’inizio li ignoravo, ma ultimamente ho fatto un sacco di turni come sentinella ed ho avuto un sacco di tempo per pensare. E mi hanno mandato delle fotografie… la gente a cui stavo facendo del male. Bambini come me e te, in tutto il mondo. E mi ha fatto pensare”. Si fermò, inumidendosi le labbra. “Al karma. Al fare male a della gente per vivere. A tutte le cose che dicono. Non penso di voler fare questa cosa per sempre. O di poter farla per sempre.”

Yasmin era senza parole. C’erano davvero altre persone, proprio qui a Dharavi, proprio qui nell’esercito di Mala, che si sentivano come lei? Non aveva mai immaginato qualcosa del genere. Ma eccolo qui.

“Lo sai che l’esercito di Mala ti paga dieci volte di più di quello che puoi ottenere con gli Webbly, giusto?”

“Per ora”, disse lui. “E’ questo il punto, giusto? Chee! Se combattiamo ora, possiamo alzare la paga di chiunque lavora per vivere invece di possedere per vivere, giusto?”

“Non avevo mai pensato alla divisione in questa maniera. Al possedere cose per vivere, intendo”

La timidezza di lui scomparve. Stava chiaramente godendosi la possibilità di parlare con qualcuno di questo. “Tutto quanto si basa sul conflitto fra il possedere e il lavorare. Qualcuno deve organizzare le cose, suppongo… Non esisterebbe Zombie Mecha se qualcuno non avesse messo insieme un sacco di persone a lavorare su tutto quel codice. Qualcuno deve pagare i Game Master e fare tutte quelle cose. Capisco questa cosa. Ha senso. Mia madre lavora nel negozio di tinte per tessuti della signora Dotta. Qualcuno deve comprare le tinture, la stoffa, comprare le tinozze e gli strumenti, provvedere alla vendita una volta che tutto è concluso, altrimenti mia madre non avrebbe un lavoro. Mi sono sempre fermato qui, pensando, ok, se la signora Dotta fa tutto quel lavoro, e questo crea un lavoro per mia madre, perché non dovrebbe venire pagata per questo?”

“Ma ora penso che non ci sia nessun motivo per cui il lavoro della signora Dotta debba essere più importante del lavoro di mia madre. Ammaji non avrebbe un lavoro senza la fabbrica della signora Dotta, ma la signora Dotta non avrebbe una fabbrica senza il lavoro di ammaji, giusto?” alzò il mento in un gesto di sfida.

“Hai ragione”, disse Yasmin. Era nervosa per il fatto di essere assieme a questo ragazzo in pubblico, ma doveva ammettere che era eccitante sentire tutte queste cose dette da lui.

“Allora perché la signora Dotta ha il diritto di licenziare mia madre, ma mia madre non ha il diritto di licenziare la signora Dotta? Se dipendono l’una dall’altra, perché una delle due ha sempre il permesso di comandare, mentre l’altra deve limitarsi a chiedere dei favori?”

Yasmin sentiva come era emozionato, ma sapeva che nel discorso mancava qualcosa. “Però non è forse vero che la signora Dotta si prende tutti i rischi? Non deve forse trovare il denaro per dare inizio alla fabbrica, e non lo perde se la fabbrica viene chiusa?

“E ammaji non rischia a sua volta di perdere il lavoro? Non rischia di ammalarsi per i fumi e gli agenti chimici nelle tinture? Non c’è niente di eterno, perfetto o naturale in tutto questo! E’ solo qualcosa che abbiamo accettato tutti: i capi comandano, invece di essere semplicemente un altro genere di lavoratore che contribuisce con un altro genere di lavoro!”

“Ed è questo che pensi otterrai dagli Webbly? La fine dei capi?”

Lui guardò verso il basso, arrossendo. “No”, disse. “No, non lo penso. E’ troppo da chiedere. Ma forse i lavoratori possono ottenere accordi migliori. Questo è ciò di cui parla Sorellona Nor, giusto? Una buona paga, degli ambienti di lavoro migliori, giustizia? Non venire licenziati solo perché non sei d’accordo con il capo?”

O il generale, pensò Yasmin. Ad alta voce, disse “Quindi lascerai l’esercito? Vuoi diventare un Webbly?”

Lui guardò ancora più verso il basso. “Sì”, disse, alla fine. “Prima o poi. Continuo a rigirarmi il pensiero nella mente. Non so se sono ancora pronto”. Si arrischiò ad alzare lo sguardo verso di lei. “Non penso di essere coraggioso quanto te”.

Dentro di lei montò una rabbia tremenda, bruciante e irrazionale. Come osava parlare del suo “coraggio”? Stava solo usandolo come scusa per continuare a diventare ricco con l’esercito di Mala. Lui comprendeva così bene cosa era sbagliato e cosa andava fatto. Lo capiva meglio di Yasmin! Ma non voleva abbandonare i suoi confort e le sue amicizie. Questa non era codardia, era avidità. Era troppo avido per rinunciare a queste cose.

Lui doveva aver visto tutto questo nella sua faccia, perché fece un altro passo indietro e alzò le mani. “Non vuol dire che non lo farò, un giorno… Ma non so che bene me ne verrebbe dal farlo oggi, da solo. Cosa cambierebbe se smettessi di combattere nell’esercito di Mala? Lei è solo un generale con un esercito in mezzo a centinaia nel mondo, e io sono solo un combattente nell’esercito. Io…” esitò. “Che senso ha abbandonare così tanto se non è abbastanza da cambiare le cose?”

Yasmin ribolliva di rabbia, che la divorava come un acido, ma lei si morse la lingua, perché c’era in lei una piccola voce che diceva: “Sei soprattutto arrabbiata perché credevi di avere un amico, qualcuno che ti avrebbe tenuto compagnia, ed è venuto fuori che tutto quello che voleva fare era confessarsi con te ed avere il tuo perdono”. Ed era vero. Era più arrabbiata per la sua solitudine che per la codardia di lui, o avidità o qualsiasi cosa fosse.

“Ora. Devo. Andare.” Disse, scandendo le parole, mantenendo la rabbia fuori dalla sua voce in uno sfoggio di pura forza di volontà.

Non aspettò che lui alzasse gli occhi, semplicemente si girò e camminò, camminò, camminò, attraverso le familiari strade di Dharavi, senza andare da nessuna parte, ma cercando lo stesso di fuggire, come un animale in catene che misura a lunghi passi lo spazio che gli resta. Lei era incatenata — incatenata dalla sua nascita e dalle circostanze. La sua famiglia avrebbe potuto essere ricca. Avrebbero potuto essere di una casta elevata. Avrebbe potuto essere in un altro paese — in America, in Cina, a Singapore, in una qualsiasi di queste terre distanti. Ma era qui, e non aveva nessun controllo su questo. C’era un intero mondo là fuori e questo era il posto in cui era stata messa dal fato.

Non avrebbe cambiato il mondo. Non sarebbe andata in nessuno di quei posti. Non aveva neanche mai lasciato Dharavi, tranne una volta con sua madre, quando questa portò Yasmin e suo fratello in treno a vedere una spiaggia, dove era caldo e sabbioso, dove era troppo pericoloso fare il bagno, così erano rimasti lì sulla spiaggia e avevano camminato lungo una strada di negozietti dove non potevano permettersi di comperare nulla, fino a quando non avevano aspettato di nuovo l’autobus per tornare a casa. Yasmin aveva visto i multiversi dei giochi, ma non aveva mai visto nemmeno Mumbai.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (2 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti di questa scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Aggiornamenti sulla traduzione di For the Win

29/07/2011
By

Per tutti quelli di voi che seguono la traduzione di For the Win, di Cory Doctorow, ci sono alcune novità riguardo la traduzione della prossima scena….

La prima cosa che devo dirvi è che questa è estremamente lunga. Così lunga che non la tradurrò tutta in una volta. Per darvi una idea, fino ad ora tutte le scene, escluse le più brevi, duravano circa 3500-4500 parole (escluse ultime tre scene tradotte: la scena su Lu e la sua esperienza a Shilong New Town (sopra le 5400 parole), la scena su Sorellona Nor (sopra le 5700 parole) e la scena su Connor Prikkel (quasi 6700)).

La prossima scena, la terza della seconda parte del libro, conta circa 17.300 parole.
E’ una cifra enorme, che non posso certo tradurre in una settimana, considerando soprattutto che non sono pagata per questo.

Quindi, dividerò la scena in tre parti:

  • ~ 6000 parole (attualmente un po’ sopra le 6200)
  • ~ 5000 parole
  • ~ 6000 parole

Ho già identificato i punti in cui “separare” la scena. Si tratta effettivamente di parti che possono essere divise piuttosto bene – si svolgono in posti diversi ed in presenza di personaggi diversi (eccettuato quello che viene seguito dall’intera scena, ovviamente).
I finali di ciascuna “sezione” non vi deluderanno, ma potrebbero deludervi gli incipit, visto che non sono stati fatti per essere, appunto, degli incipit, ma semplicemente dei collegamenti all’interno di una stessa scena.
Mi spiace per questo, ma non posso farci niente: una volta che tutto sarà tradotto e messo in fila sarà sicuramente molto migliore delle tre parti separate.

La seconda cosa che tengo a dirvi è che, nonostante mi sia ripromessa di tradurre una scena (o parte di una scena, come in questo caso) ogni settimana, probabilmente la prima o la seconda settimana di agosto non riuscirò a mantenere questo impegno.

Farò del mio meglio per farcela, ma non posso garantirlo, anche perché la prossima settimana non sarò a casa.  Si tratta però solo di una piccola (e, spero concorderete, meritata) pausa, che non inciderà fortemente sul lavoro nel suo complesso.

Dopo questo brevissimo periodo di pubblicazioni incerte si concluderà anche la revisione della prima parte del romanzo, con tanto di pubblicazione della stessa in vari formati (.pdf, .ePub, .odt, .doc)… Se siete rimasti in pari con la traduzione fino a questo momento forse vi interessa poco, ma può essere un ottimo modo per iniziare a leggere For the Win per chi ha scoperto questo sito più tardi.

Backup su Windows 7 e cifre decimali

28/07/2011
By

Ho appena “scoperto” (o meglio: altri la conoscono, ma io solo da ieri), una svista di Windows 7 così incredibile che mi ha lasciato a bocca aperta per vari minuti.

Ieri, mentre usavo il mio computer windows (sì, lo ammetto: ne ho uno) mi è apparso il seguente messaggio:

Senza farmi prendere dal panico (per altro la maggior parte dei miei file importanti sono anche su varie chiavette USB o su gmail, su cui li mando a me stessa) per prima cosa faccio un’altra copia delle cose che reputo importanti su un’ulteriore chiavetta, poi mi dedico a fare un backup completo su un hard disk esterno appena comprato.

E qui le cose iniziano a farsi strane.

Avendo fretta e non avendo un altro programma di backup installato (di solito faccio il backup di singoli file importanti, non di tutto quanto), ho deciso di usare semplicemente il programma di “Backup e Ripristino ” di Windows.
Insomma, fare una copia dei miei dati in un altro hard-disk non sarà così difficile, no?

E invece evidentemente lo era. Purtroppo non ho salvato nessuna immagine, ma questo è ciò che ho ottenuto provando ad utilizzare “Backup e Ripristino ” di Windows:

Errore interno.
parametro non corretto 0×80070057

Cerco su google l’errore e scopro l’impensabile.

Da cosa è dato l’errore

L’errore è dato dal fatto che nelle impostazioni “Paese e Lingua”, essendo italiana, sto usando come separatore decimale la virgola e non il punto.

Questo è quanto dice la Microsoft sul answers.microsoft.com italiano, ma c’è una discussione a cui ha partecipato decisamente più gente su social.technet.microsoft.com (in inglese), che è quella dove è stata data per la prima volta la soluzione riportata nella parte italiana. Il messaggio completo in cui viene descritto come aggirare l’errore è il seguente:

Purtroppo non ho avuto modo di controllare se effettivamente il backup stava venendo eseguito in background prima di risolvere il problema come indicato (avevo problemi più pressanti che procurarmi materiale per scrivere questo post).
Se qualcuno avesse modo di controllare non esiti a scriverlo nei commenti!

Passando comunque al “nocciolo” della questione, risulta che per permettere al mio computer di fare il backup devo modificare il separatore decimale, altrimenti “Backup e Ripristino”, interpretando male le virgole chissà dove, non riesce a funzionare.

Insomma, se voglio che:

1:2=0,5

e non:

1:2=0.5

Il mio computer non può fare il backup. Devo arrendermi al punto decimale, o cercarmi un altro programma di backup.

Riassunto della soluzione:

Basta aprire il Pannello di controllo, andare su Paese e Lingua, nella tab “Formati” cliccare su “Impostazioni Aggiuntive…“.
Queste sono le due schermate rilevanti:

Come vedete uno dei primi campi è proprio il separatore decimale.
Cambiatelo dalla virgola al punto.

Ovviamente c’è un’altra soluzione: usare un altro programma per il backup dei vostri dati. In rete ce ne sono tantissimi, gratuiti ed affidabili.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 2

25/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 2, scena 1

Questa scena è dedicata alla Chapters/Indigo, l’enorme catena canadese. Lavoravo alla Bakka, la libreria fantascientifica indipendente, quando Chapters aprì il suo primo negozio a Toronto e seppi subito che stava succedendo qualcosa di grosso, perché due dei nostri clienti più intelligenti e meglio informati passarono per dirmi che erano stati assunti per curare la sezione di fantascienza. Fin dall’inizio, Chapters ha alzato gli standard di cosa una grossa libreria poteva essere, facendo orari più lunghi, ospitando un caffè gradevole ed un sacco di posti in cui sedere, installando terminali self-service nella libreria ed offrendo un’incredibile varietà di titoli.

Chapters/Indigo

Connor Prikkel qualche volta pensava alla matematica come ad una bella ragazza, il genere di ragazza che sognava di corteggiare, portare a cena, persino sposare. Il tutto mentre sedeva nei posti lontani dalla cattedra in qualsiasi corso che non fosse legato alla matematica, sognando ad occhi aperti. Una bella ragazza come Jenny Rosen, che aveva seguito i suoi stessi corsi durante tutto il liceo, che sembrava sempre conoscere la risposta, di qualsiasi materia si parlasse, che aveva una leggera spolverata di lentiggini attorno al naso ed uno strano mezzo sorriso. Che indossava jeans che si era cucita da sola, t-shirt che aveva modificato, cucendo insieme diverse magliette insieme per fare delle piccole e aderenti mezze camice, scialli elaborati, finti colli alti

Jenny Rosen sembrava avere tutto: bellezza, cervello e, soprattutto, razionalità: non le piaceva il modo in cui le stavano i pantaloni comprati nei negozi, così modificava i propri. Non le piacevano le t-shirt che tutti gli altri indossavano, così le cambiava perché si adattassero al suo gusto. Era divertente, era intelligente e suoi era stato completamente, perdutamente, innamorato di lei dal corso di Inglese dell’anno da sophomore a quello di Storia Americana di quello da senior.

La loro relazione era stata amichevole in quegli anni, nonostante non fossero davvero amici. Gli amici di Connor si interessavano di videogiochi e di computer, gli amici di Jenny erano ragazzi atletici e studenti modello.

E poi, nell’ultimo anno del liceo, le aveva chiesto di uscire per andare al cinema.  Poi lei gli propose di andare a vedere un rally. Poi lui le chiese di lavorare con lui ad un progetto per Storia Americana sui cinesi che avevano lavorato alla costruzione della ferrovia per il quale dovevano andare a Chinatown dopo scuola, e lì si fecero un gigantesco Dim Sum e si sedettero in un parco a parlare per ore, poi smisero di parlare ed iniziarono a baciarsi.

E una cosa portò all’altra, i baci portarono ad altri baci, tutti i loro amici iniziarono a sussurrare: “Hai sentito di Connor e Jenny?” e lei aveva conosciuto i suoi genitori e lui quelli di lei. Tutto sembrava perfetto.

Ma non era perfetto. Tutt’altro.

Nei quattro mesi, due settimane e tre giorni in cui loro furono ufficialmente una coppia, litigarono approssimatamente 2.453.212 volte, ogni volta più duramente. Teoricamente, lui capiva tutto ciò che doveva capire di lei. Le piaceva lo sport. Le piaceva usare il cervello. Le piaceva lo humor. Le piacevano sciocche commedie e musica lenta non cantata.

E così lui pianificava nel dettaglio come darle tutte queste cose, inserendo ciò che a lei piaceva come una variabile in un’equazione, elaborando piani complessi per farglielo avere.

Ma non funzionava mai. Progettava tutto perché potessero andare a vedere una partita di calcio al parco AT&T e lei voleva andare ad un concerto al Cow Palace. La portava a vedere una qualche stramba nuova commedia e lei voleva tornare presto a casa a lavorare ad un compito per cui era in ritardo. Non importava con quanta forza lui cercasse di fare coincidere la realtà con la teoria,  falliva sempre.

Nella profondità del proprio cuore, sapeva che non era colpa di Jenny. Sapeva di avere un qualche difetto che lo spingeva a vivere in un mondo immaginario, al quale pensava qualche volta come alla “terra della teoria”, il paese in cui tutto si comportava come avrebbe dovuto.

Dopo il diploma, durante gli anni passati all’università di Berkeley per laurearsi in matematica pura, il suo master in Signal Processing al Caltech, e il primo anno di un PhD in economia a Standford, ebbe l’occasione di uscire con un sacco di bellissime donne e, ogni volta, si era ritrovato stritolato tra gli ingranaggi del mondo reale e della terra della teoria. Rinunciò alle donne e al suo PhD un bel giorno di ottobre, dicendo al prof. che avrebbe dovuto essere il suo advisor che poteva trovare qualcun altro per insegnare ai suoi corsi di matematica per il primo anno, correggere i loro esami e rispondere alla posta per lui.

Se ne andò dal campus di Stanford verso le ricche strade di Palo Alto, dove salì sulla sua macchina e guidò verso il suo nuovo lavoro, come chief economist per la divisione videogiochi della Coca Cola e, finalmente, trovò un mondo reale che coincideva con la meravigliosa eleganza della terra della teoria.

La Coca Cola gestiva o dava in concessione qualcosa fra la dozzina e i trenta mondi di gioco contemporaneamente. Il numero dei giochi saliva o scendeva secondo la brutale, elegante logica delle economie del divertimento.

Un certo ammontare di difficoltà

più

un certo numero dei tuoi amici

più

un certo numero di sconosciuti interessanti

più

un certa quantità di ricompense

più

una certa quantità di opportunità

uguale

divertimento

.

Questa era l’equazione che gli era venuta in mente un giorno all’inizio del secondo semestre del dottorato, un lampo di ispirazione come se Dio gli avesse toccato la mente con un dito. La magia stava nel segno di uguaglianza, subito prima di divertimento, perché una volta che potevi esprimere il divertimento in funzione di altre variabili, potevi stabilire le relazioni fra queste variabili — se riduciamo la difficoltà e il numero di tuoi amici che giocano, possiamo aumentare le ricompense e ottenere lo stesso divertimento?

Questa linea di pensiero lo portò a chiamare il suo advisor per darsi malato e andare dritto a casa, dove digitò, disegnò, scrisse e pensò, pensò, pensò. Chiamò per darsi malato il giorno dopo, il giorno seguente — e poi arrivò il fine settimana, lasciò perdere il telefono, chiuse l’e-mail e i servizi di messaggistica istantanea e lavorò, mangiando quando doveva.

Quando si fu ridotto a cacciarsi ditate di burro in bocca, avendo svuotato il frigo di qualsiasi altra cosa, sapeva ormai di aver trovato qualcosa.

Le chiamò le equazioni di Prikkel e descrivevano in matematica elegante, pura, astratta, la relazione fra tutte le variabili che componevano il divertimento e come il divertimento diventasse denaro, in quanto la gente avrebbe pagato per giocare a giochi divertenti e avrebbe pagato di più per le cose che avevano un valore in quei giochi.

Tecnicamente, avrebbe dovuto mandare la sua ricerca al suo advisor. Aveva firmato un contratto, quando era stato accettato all’università, che dava la proprietà intellettuale di tutte le sue idee all’università, per sempre, in cambio della promessa di poter un giorno aggiungere la sigla “PhD” al suo nome. Non gli era sembrata una buona idea già all’epoca, ma l’alternativa era la solenne porcheria che era il mercato del lavoro, così aveva firmato.

Ma non avrebbe dato questo lavoro a Stanford. Non lo avrebbe dato a nessuno. Lo avrebbe venduto.

Non tornò più al campus, ma piuttosto si connetté ad una pletora di mondi virtuali, graficando il numero di ore che gli servivano per raggiungere certi risultati e comparando i prezzi dei gold in denaro reale nei mercati neri, grigi e bianchi.

Ogni numero si adattava alla perfezione, esattamente dove lui si sarebbe aspettato. Le sue equazioni concordavano con il mondo, e il mondo concordava con le sue equazioni. Aveva finalmente trovato un posto dove l’irrazionale veniva reso comprensibile. E, cosa ancora più importante, poteva manipolare il mondo usando le sue equazioni.

Decise di fare un po’ di acquisti “di fantasia”: dalle sue equazioni, predisse che i gold di MAD Magazine’s Shlabotnik’s Curse erano incredibilmente al di sotto del prezzo che avrebbero dovuto avere. Era un gioco incredibilmente divertente — o, almeno, soddisfaceva l’equazione del divertimento — ma per qualche ragione, il denaro di gioco e gli oggetti venivano venduti per noccioline. Ed ecco che, in 36 ore, il suo denaro immaginario di MAD valeva 130$ di valuta reale immaginaria.

Quindi prese i suoi 130$ e li piazzò in quattro altre valute di gioco, dividendo le sue scommesse. Tre delle quattro fecero jackpot, facendolo arrivare a 200$ immaginari. A questo punto, decise di spendere del denaro vero — sapeva già che non sarebbe tornato al campus, questo voleva dire che presto i soldi della borsa di studio sarebbero scomparsi. Doveva pagare l’affitto mentre cercava un acquirente per le sue equazioni.

Era già soddisfatto della dimostrazione che aveva dato di come poteva predire le variazioni di valore delle valute di gioco, ma ora voleva allargarsi in una delle più folli aree dell’economia di gioco: gli oggetti d’élite, rari oggetti prestigiosi che erano incredibilmente difficili da ottenere in gioco. Alcuni di essi avevano un qualche valore innato — armi e armature potenti, ingredienti per utili sortilegi — ma altri sembravano avere un valore dato puramente dalla rarità o dalla loro novità. Perché un’armatura viola costava dieci volte di più di quella rossa, dato che entrambe avevano esattamente le stesse caratteristiche in gioco?

Ovviamente quella viola era molto più difficile da ottenere. Dovevi comprarla con incredibili quantità di gold — così che i giocatori che avessero visto il tuo personaggio pensassero che avevi giocato tantissimo per poterla ottenere — oppure fare qualcosa di incredibile per ottenerla, come ad esempio partecipare ad un raid da 60 giocatori per uccidere un boss quasi invincibile. Come una griffe di design in un vestito altrimenti poco vistoso, questi oggetti erano di valore perché la gente che li vedeva pensava che fossero costati un sacco, o che fossero difficili da ottenere, e di conseguenza ammiravano di più il loro proprietario. In altre parole, costavano un sacco perché… costavano un sacco!

Fin qui tutto bene — ma potevi usare le Equazioni di Prikkel per prevedere quanto sarebbero costate? Connor pensava di sì. Pensò che potevi usare una formula che combinasse il quoziente di divertimento e il numero di ore necessarie per ottenere l’oggetto, per derivare poi il “valore” di ogni oggetto d’élite, dall’armatura viola alle strisce dorate sulla tua astronave, fino alla torta di crema e banana grande quanto un edificio.

Si, avrebbe funzionato. Connor ne era certo. Iniziò a calcolare il vero valore di molti oggetti d’élite, cercando quali fossero al momento in vendita al di sotto di esso. Ciò che scoprì lo sorprese: mentre la valuta virtuale tendeva a rimanere piuttosto vicina al suo valore reale, con una variabilità del 5%, la distanza fra il valore effettivo e quello calcolato degli oggetti d’élite era gigantesca. Alcuni oggetti venivano comunemente venduti per il 200% o 300% del loro valore reale — quello predetto dalle Equazioni, si intende — e altre venivano vendute per un’inezia.

Neanche per un momento dubitò delle sue equazioni, nonostante una persona più umile o più cauta potrebbe averlo fatto. No, Connor guardò a questa situazione paradossale e la prima cosa che gli venne in mente non fu “Oops”. Fu COMPRA!

E comprò. Comprò qualsiasi cosa che fosse sotto prezzo, in enormi quantità, al punto che dovette creare dei nuovi personaggi secondari in molti mondi, perché i suoi personaggi principali non potevano trasportare tutta la spazzatura sotto costo che stava comprando. Spese un centinaio di dollari — due centinaia — tre centinaia, arraffando beni di gioco, facendo grafici del loro valore nominale. Sulla carta era incredibilmente, indicibilmente, ricco. Sulla carta, poteva permettersi di andarsene dal suo monolocale che era un po’ troppo vicino alla povera e spaventosa East Palo Alto per i suoi gusti suburbani, comprarsi una McMansion da qualche parte nella penisola e darsi agli affari a tempo pieno, passando le sue giornate a comprare armature magiche, zeppeling, hamburger infuocati e le sue serate a ritirare assegni.

Nella realtà, era quasi sul lastrico. La teoria diceva aveva comprato questi beni ad un prezzo follemente inferiore a quello vero. Il mercato diceva altrimenti. Era arrivato a controllare il mercato per diverse generi di meravigliosi gingilli, ma nessuno sembrava interessato a comprarli da lui. Si ricordò di Jenny Rosen e di tutte le maniere che aveva la realtà di scontrarsi con la teoria, e di come queste due a volte smettessero di comunicare l’una con l’altra.

Quando le prime bollette non pagate arrivarono, le infilò sotto la tastiera e continuò a comprare. Non aveva bisogno di pagare la bolletta del suo cellulare. Non aveva bisogno del cellulare per comprare lucertole magiche. Le tasse universitarie? Non era più uno studente, quindi non vedeva perché preoccuparsene — non potevano cacciarlo dall’università. Le rate della macchina? Che gliela requisissero (e lo fecero, una notte, alle 2 del mattino. Lui salutò il vecchio pezzo di ferraglia mentre questo veniva portato via, poi tornò alla sua tastiera). Le bollette delle carte di credito? Finché rimaneva una carta di credito buona, con la quale pagare l’iscrizione ai giochi, le altre non importavano.

Vivere vicino a East Palo Alto aveva i suoi vantaggi: per prima cosa, c’erano dei volontari che distribuivano pacchi di cibo lì, posti in cui poteva mettersi in coda con gli altri poveri e ottenere giganteschi mattoni di formaggio governativo, sacchi di pane del giorno prima, scatole di vegetali irregolari e poco invitanti. Frisse questi ultimi in una giornata e li mise in freezer, poi andò avanti a sandwich di patate e formaggio. Una mattina, realizzò che tutto il suo corpo e qualsiasi cosa ne venisse fuori — l’alito, i rutti, le scoregge, persino l’urina — puzzavano di sandwich al formaggio. Non gli importava. C’erano delle piume di struzzo che doveva comprare.

Arrivò il disastro: perse traccia di quali carte di credito stava ignorando e metà dei suoi account vennero sospesi quando l’iscrizione mensile non venne pagata in automatico. Metà della sua ricchezza, scomparsa. E l’altra carta stava per fare la stessa fine.

Pensò che probabilmente poteva chiamare i suoi genitori, supplicare un po’, comprare un biglietto fino a Petaluma e andare a imbucarsi nella cantina dei suoi a leccarsi le ferite. Diventare un altro fallimento di un paesino, tornato a casa con la coda fra le gambe. Avrebbe avuto bisogno di qualche moneta per chiamare da un telefono pubblico, ovviamente, perché il suo cellulare era ormai un mattoncino inerte, non pagato, infestato da debiti. Fortunatamente per lui, East Palo Alto era il genere di posto dove c’era un sacco di gente così povera da non avere un cellulare, per cui c’erano ancora dei telefoni pubblici.

Si infilò nel letto la mattina di un mercoledì e pensò, Domani, domani li chiamerò.

Ma il giorno dopo non lo fece. E non lo fece venerdì, nonostante ormai non avesse più il formaggio fornito dal governo e non potesse richiederne altro fino a lunedì. Poteva mangiare sandwich di patate, senza formaggio. Non poteva più comprare niente, ma stava ancora tenendo traccia dei vari beni virtuali, guardando cosa veniva venduto e pensando a cosa avrebbe comprato, se solo avesse avuto un po’ più liquidità, un po’ più denaro contante.

Sabato si lavò i denti, perché di tanto in tanto si ricordava di farlo, e le sue gengive sanguinarono, c’erano delle piaghe all’interno della sua bocca e ora era pronto a chiamare i suoi genitori, ma in qualche modo erano le 11 di sera, come era passata velocemente la giornata, e i suoi genitori andavano a dormire alle 9, ogni sera. Li avrebbe chiamati domenica.

E di domenica — di domenica — in quella magica, meravigliosa domenica, di domenica…

IL MERCATO INIZIO’ A MUOVERSI!

Lui era lì, guardando i prezzi dei beni virtuali, registrandoli sul suo foglio di calcolo, quando realizzò che l’oggetto che stava per registrare — una maschera antigas steampunk con un grappolo di grossi cornetti acustici di cuoio e ingranaggi e rivetti di ottone (buona quanto una qualsiasi altra maschera antigas nel mondo appassito ed ecocatastrofico che era Rising Seas, ma infinitamente più figa) — era già stato inserito, settimane prima. In effetti, aveva negoziato la maschera quando il suo valore di mercato era di 0,18$, contro i 4,54$ predetti dalle Equazioni. E ora stava per registrarne il valore di mercato come 1,24$, il che voleva dire che le 750 maschere antigas che aveva in inventario erano passate dal valere 135$ a 930$, con un profitto di 795$.

Ci fu uno strano rumore. Dopo un momento realizzò che si trattava del suo stomaco, che brontolava. Poteva vendere le sue maschere antigas adesso, caricare i 795$ su una delle sue carte di PayPal e mangiare come un re. Forse poteva persino riuscire a ricomprare qualcuno dei suoi account perduti e recuperare i suoi beni di gioco.

Ma Connor non prese in considerazione questa possibilità, neanche per un secondo. Andò al lavandino e riempì tre pentole di acqua e le portò alla sua scrivania, insieme ad una tazza. Riempì la tazza e bevve, la riempì e bevve, riempiendo il suo stomaco di acqua finché questo non smise di lamentarsi. Questa era la California, dopotutto, dove la gente pagava un sacco di soldi per andare ai “ritiri” per fare “banchetti liquidi” e “disintossicarsi”. Così poteva aspettare il cibo per un altro giorno o due… Dopo tutto, le sue Equazioni avevano predetto che queste cose sarebbero arrivate a valere 3.405$. Era solo l’inizio.

E ora le maschere antigas stavano salendo. Si alzò, andò in bagno — i suoi reni stavano davvero facendo una bella palestra — e tornò a controllare i listini sui siti ufficiali e sul mercato nero dove andavano i gold-farmers. Aveva una piccola formula per calcolare il valore di mercato usando i diversi prezzi di questi siti come guida. Qualunque calcolo facesse, il valore di mercato delle maschere antigas stava salendo.

E, sì, il prezzo di alcuni altri suoi beni stava salendo a sua volta. Un cane robotico, da 1,02$ a 1,54$… Ancora piuttosto distante dai 8,17$ che aveva previsto, ma ne aveva circa un migliaio, il che voleva dire che aveva appena guadagnato 1.318,46$, ed era solo l’inizio.

I prezzi salirono e salirono, mentre un bene dopo l’altro prendeva il decollo e Connor iniziò a pensare che i suoi acquisti avessero coinciso con una qualche crisi economica di tutte le economie virtuali, il che spiegava la grande quantità di oggetti deprezzati che aveva trovato in giro. C’era probabilmente una causa interessante per il crollo contemporaneo di tutte quelle economie di gioco, ma era qualcosa che avrebbe dovuto studiare un altro giorno. In questo momento, era più interessato al fatto che tutte queste economie si stavano riprendendo mentre lui se ne stava seduto su montagne di gingilli, Tchotchke ed elefanti bianchi comprati per un nonnulla, e il loro valore stava salendo all’impazzata.

E fu finalmente il momento di convertire un po’ di quei beni in denaro, e un po’ di quel denaro in cibo, affitto e bollette pagate. La sua collezione di tentacoli articolati di Nemo’s Adventure su Ocean Floor stava maturando bene — li aveva comprati a 0,22$, valutava il loro prezzo come 3,21$ e ora si vendevano a 3,27$ — così li vendette tutti, rimpiangendo di averne comprati solo 400. In ogni caso riuscì a tirarne fuori un profitto di 1150$ (dopo averne vendute circa 300 il prezzo era diminuito un po’, mentre l’offerta di tentacoli aumentava e la domanda diminuiva).

Il denaro andò a finire nel suo account di PayPal, che usò per ordinare tre pizze, un gallone di succo d’arancia e dieci scatole di insalata, pagare gli account sospesi e mandare 400$ al proprietario del suo appartamento, a cui doveva 3500$ di affitto per i due mesi passati, insieme ad una lettera supplicante in cui prometteva di pagare il resto in uno o due giorni.

Mentre aspettava le pizze, decise che era meglio che si facesse una doccia, si rasasse e cercasse di fare qualcosa per i suoi capelli, che avevano iniziato a raccogliersi in dreadlock dopo un mese passato senza vedere un pettine neanche da lontano. Alla fine, si limitò a tagliare via i nodi e si vestì con qualcosa di diverso dei suoi sporchi abiti da casa per la prima volta in una settimana — guardando incredulo il modo in cui i suoi pantaloni pendevano sulle sue cosce, come la sua t-shirt cadeva sul suo petto devastato, le costole che sembravano uno xilofono attraverso la sua pelle pallida. Aprì tutte le finestre, conscio del puzzo di corpo non lavato e di aria stagnante filtrata dal computer che c’era nel suo appartamento. Realizzò così che era mattina e ringraziò di essere così fortunato da vivere in una città studentesca, dove potevi ordinare una pizza alle 8.30 AM.

Vomitò dopo aver mangiato la prima pizza, riuscendo a far finire la maggior parte del vomito nella grossa pentola in cui aveva tenuto l’acqua da bere… Grossi pezzettoni di crosta e di peperoni, che puzzavano dell’amaro acido dello stomaco. Non lasciò che questo lo infastidisse. Il suo account di PayPal si stava riempiendo, conteneva adesso 50.000$, e questo era solo l’inizio. Passò alle insalate e al succo di arancia, immaginando che ci sarebbe voluto un po’ prima di riabituarsi al cibo e non aveva il tempo per andare a lungo in bagno. Il suo corpo avrebbe dovuto aspettare. Ordinò una caraffa di caffè da un posto che faceva catering per meeting aziendali, il genere di cosa da cui potevi tirare fuori 80 tazze. Già che c’era ordinò anche un vassoio di verdure tagliate e delle paste.

Vendere stava diventando più semplice. Le economie si stavano riprendendo e, dal tono dei messaggi di ringraziamento che riceveva dai suoi compratori, comprese che c’era una sorta di effetto panico al contrario nell’aria, una sensazione che i giocatori di tutto il mondo stavano iniziando a preoccuparsi che se non avessero comprato questa spazzatura oggi, non sarebbero mai stati in grado di comprarla, perché i prezzi sarebbero saliti e saliti e saliti per sempre.

E fu lì che ebbe il suo secondo grande flash, la seconda volta che Dio sfiorò la sua mente con un dito, con una forza che lo scosse fuori dalla sua sedia e che lo mandò a misurare a grandi passi il suo soggiorno come una tigre, mormorando fra sé e sé.

Una volta, quando stava lavorando al suo Master, aveva partecipato ad uno studio per un amico del dipartimento di economia. Avevano chiuso venticinque studenti laureati in una stanza e avevano dato a ciascuno una fiche da poker. “Potete fare qualsiasi cosa vogliate con queste fiches”, aveva detto il ricercatore che conduceva l’esperimento. “Ma potreste volerle tenere con cura. Ogni ora, puntualmente, aprirò questa porta e darò a ciascuno di voi 20 dollari per ogni fiche di poker che possiede. Lo farò otto volte, nelle prossime otto ore. Poi aprirò la porta un’ultima volta e potrete tornare a casa. A quel punto le vostre fiches saranno prive di valore — anche se potrete tenere tutto il denaro che avrete ottenuto durante l’esperimento”.

Detto questo, sbuffò e roteò gli occhi, rivolto agli studenti, la maggior parte dei quali stava facendo lo stesso. Sarebbero state otto ore davvero lunghe. Dopo tutto, tutti sapevano che il valore di una fiche del poker sarebbe stato di 160$ nella prima ora, 140$ la seconda, 120$ la successiva e così via. A cosa sarebbe servito scambiare una fiche con chiunque altro per meno di quanto valeva?

Per la prima ora, tutti rimasero seduti, parlando di quanto tutto questo fosse noioso. Poi, arrivò lo sperimentatore con un carrello di sandwich e venticinque banconote da 20$. “Fiches da poker, prego”, disse, tutti mostrarono la propria fiche e, uno alla volta, ottennero la loro banconota da 20$ nuova di zecca.

“Passata una, ne mancano altre sette”, disse qualcuno, una volta che lo sperimentatore se ne fu andato. Poca gente prese un sandwich. Aspettarono. Qualcuno flirtava annoiato, o faceva chiacchiere di circostanza. L’ora passava scandita dalle lancette del grosso orologio a muro.

Poi, cinquantacinque minuti dopo l’uscita dell’uomo, un ragazzo, un vero burlone, coi capelli rossi e lentiggini sbarazzine si alzò dal vecchio sofà arancione e andò dalla ragazza più carina del gruppo, una adorabile ragazza cinese coi capelli corti e dei vestiti fatti in casa che a Connor ricordavano Jenny, dicendo, “Mi affitteresti la tua fiche per cinque minuti? Ti pago venti dollari”.

Questo fece scoppiare a ridere l’intera stanza. Era la perfetta dimostrazione dell’assurdità di stare lì seduti, aspettando i venti dollari all’ora. Anche la ragazza cinese rise, e fecero solennemente lo scambio. Ed ecco che cinque minuti entrò lo studente, cinque minuti dopo, con un’altra mazzetta di ventoni e unfrigo portatile pieno di frullati in dei tetrapack. “Fiches da poker, prego”, disse, e il burlone gli mostro le sue due fiches. Tutti sogghignarono rivolti l’uno verso l’altro, come se avessero fregato lo studente. Anche lui sorrise un po’ e diete le due banconote da venti al pel di carota. La ragazza cinese teneva alto il suo biglietto da venti, per far vedere che aveva avuto quanto tutti gli altri. Una volta che il tipo se ne fu andato, il Rosso le ridiede la sua fiche. Lei la mise in tasca e tornò a sedersi in una delle vecchie poltrone polverose.

Bevvero i frullati. Ci furono delle conversazioni sussurrate e sembrò che ci fosse un sacco di gente che stava scambiando le fiches avanti e indietro. Connor rise a vedere questo e non fu l’unico, ma era tutto fatto per divertirsi. Venti dollari era l’affitto per un’ora di una fiche, dopotutto — la somma precisamente e perfettamente razionale.

“Mi daresti la tua fiche da poker per venti minuti per 5$?” A chiederlo era una ragazza fra i più giovani della stanza, forse aveva ventidue anni, con un leggero, acculturato, accento del sud. Era anche molto carina. Guardò l’orologio “Siamo solo alla mezza”, disse Connor. “Che ci guadagni?”.

Lei sorrise “Vedrai”.

Lei tirò fuori una banconota da cinque dollari e la fiche da poker passò di mano. La ragazza carina del sud parlò con un’altra ragazza e, dopo un momento, 10$ passarono di mano, in maniera davvero evidente. “Hey,” iniziò lui, ma la ragazza del sud gli fece l’occhiolino e lui si zittì.

Ansiosamente, guardò l’orologio, aspettando che passassero i venti minuti. “Mi serve la mia fiche”, disse, alla ragazza del sud.

Lei scrollò le spalle “Devi parlarne con lei”, disse, indicando col pollice dietro la schiena, tirando poi fuori dalla borsa, con ostentazione, un romanzo — The Fountainhead — e iniziando a leggerlo. Connor sentì un’emozione complicata: da una parte voleva ridere, dall’altra voleva urlare contro la ragazza. Decise di ridere, conscio dello sguardo della gente su di lui, si avvicinò all’altra ragazza, che era alta e di struttura solida, con uno sguardo da “niente assurdità” che si sposava perfettamente con i suoi vestiti e la sua pettinatura da “niente assurdità”.

“Sì?”, disse lei, quando lui le si avvicinò.

“Hai la mia fiche”, disse lui.

“No”, disse lei. “Non è vero”.

“Ma la fiche che lei ti ha venduto, non era sua: gliela avevo solo prestata”.

“Devi parlarne a lei, allora”, disse la ragazza che aveva la fiche.

“Ma è la mia fiche”, disse lui. “Non poteva vendertela”. Avrebbe anche voluto aggiungere, Sono anche piuttosto intimidito da chiunque abbia faccia tosta da giocare uno scherzo simile. Era la sua immaginazione, o la ragazza del sud stava sorridendo fra se, un piccolo sorriso compiaciuto?

“Non è un mio problema, temo”, disse lei. “Peccato.”

Ora tutti stavano guardandolo con grande attenzione e si sentì arrossire, perdere la calma. Deglutì e cercò di metter su un sorriso convincente. “Già, suppongo che dovrei davvero prestare più attenzione ad a chi mi fido. Mi rivenderesti la mia fiche?”.

“La mia fiche”, disse lei, facendola roteare in aria. Lui fu tentato di provare a prenderla, ma avrebbe potuto portare a un match di wrestling qui, davanti a tutti. Che imbarazzo!

“Sì”, disse. “La tua fiche”.

“Ok”, disse lei. “16$”.

“Affare fatto”, disse, pensando. Ho già guadagnato 45$ qui, posso permettermi di perdere 15$

“Fra sette minuti”, disse lei. Lui guardò l’orologio: erano le 11:54. Fra sette minuti, lei avrebbe preso i 20$ che spettavano a lui. Correzione: che spettavano a lei.

“Non è giusto”, disse lui.

Lei alzò un sopracciglio, così in alto che sembrò stesse per raggiungere i capelli. “Davvero? Io penso che questa fiche valga 120$. 15$ sembra un buon affare per te”.

“Te ne darò venti!”, disse il pel di carota.

“venticinque dollari!” disse qualcun altro, ridendo.

“D’accordo, d’accordo” disse Connor, affrettatamente, arrossendo così violentemente che si sentiva la testa leggera. “15$”.

“Troppo tardi”, disse lei. “Il prezzo ormai è di 25$”

Sentì la stanza ridere, preparandosi a sputar fuori un nuovo prezzo –40$? 60$? — così disse, velocemente “25$” e tirò fuori i soldi dal portafoglio.

La ragazza prese i suoi soldi — come faceva a sapere che gli avrebbe ridato la fiche? Se sentì un’idiota appena i soldi lasciarono la sua mano — e poi arrivò lo sperimentatore. “Ora di pranzo”, chiamò, portando un carrello pieno di insalata in delle scatole, sushi vegetariano e un paio di cestini di pollo fritto. “Fiches da poker, prego”. I biglietti da venti vennero distribuiti.

La ragazza che aveva preso i suoi soldi passò una smodata quantità di tempo a mangiucchiare, poi, finalmente, si girò verso di lui con uno sguardo di finta sorpresa e disse, “Oh, certo, ecco”, dandogli la fiche. Il ragazzo dai capelli rossi ridacchiò.

Beh, quello fu l’inizio del gioco, la cosa che trasformò le successive cinque ore in una delle esperienze più intense ed emotive a cui avesse mai preso parte. I giocatori formarono delle fazioni, compravano dagli altri giocatori, mettevano insieme le proprie risorse. Qualcuno cambiò l’ora sull’orologio a muro, di nascosto, e passarono trenta minuti a discutere su chi avesse l’orologio — da polso o sul cellulare — più accurato, finché il ricercatore entrò con un’altra manciata di biglietti da venti.

Alla sesta ora dell’esperimento, Connor si accorse di colpo che era parte di una minoranza, un solitario in mezzo a due grandi fazioni: una che controllava praticamente tutte le fiches da poker, l’altra che controllava praticamente tutto il denaro. E rimanevano solo due ore, il che voleva dire che una singola fiche valeva 40$.

E poi qualcosa iniziò a colpirlo nelle viscere. Paura. Invidia. Panico. La certezza che, quando l’esperimento fosse finito, sarebbe stato l’unico ad essere povero, l’unico senza una grossa mazzetta di denaro. I più avveduti negli scambi intorno a lui avevano in qualche modo ottenuto posizioni di potere e ricchezza, mentre lui era stato reso esitante dalla sua brutta prima esperienza ed era rimasto fermo mentre tutti gli altri creavano il mercato.

Così decise di iniziare a comprare altre fiches. O vendere la sua fiche. Non gli importava quale delle due cose — voleva solo essere ricco.

Non era l’unico: dopo la settima ora, l’intero mercato era esploso in una furia di vendere e comprare, il che non aveva nessun fottutissimo senso perché ora, ora, tutte le fiches valevano esattamente 20$ l’una, e in pochi minuti sarebbero state del tutto prive di valore. Continuava a ripeterselo, ma si trovò lo stesso a offrire sempre di più per le fiches. Fortunatamente, non era la persona più spaventata della stanza. Quello risultò essere il pel di carota, che inseguiva le fiches come un cocainomane a caccia di una dose, perdendo tutta la calma che aveva all’inizio, dando la caccia alle fiches con denaro e pagherò.

Ma il fatto era questo: il denaro sarebbe stato il re. Il denaro sarebbe ancora stato qui fra un’ora. Le fiches di poker erano come bolle di sapone, pronte ad esplodere. Ma quelli che avevano le fiches erano i re e le regine del gioco, del mercato. In sette brevi ore, erano stati condizionati a pensare alle fiches come a dei bancomat che sputavano fuori banconote da venti e, anche se le loro menti razionali sapevano che non era così, i loro cuori dicevano a tutti di inseguire le fiches.

Alle 4:53, sette minuti prima che la sua fiche sarebbe stata pagata per l’ultima volta, la vendette alla lettrice di The Fountainhead per 35$, sorridendo compiaciuto finché lei non si girò e la vendette al pel di carota per 50$. Il ricercatore entrò nella stanza, diede le sue banconote da venti, li ringraziò e indicò loro l’uscita.

Nessuno guardò gli altri in faccia mentre si separavano. Nessuno offrì a nessuno un numero di telefono, o un indirizzo e-mail o di messaggistica istantanea. Era come se avessero tutti fatto qualcosa di cui si vergognavano, come se avessero preso parte in un pestaggio o il rogo di una strega e ora volessero solamente andarsene. Lontano.

Per anni, Connor si era chiesto di quella mania che aveva preso le persone in quella stanza, persone normalmente sane di mente. Quella mania che aveva trovato posto nei loro cuori, che li aveva guidati come una droga. Cosa lo aveva spinto a qualcosa di così vergognoso?

Ora, mentre guardava il valore dei suoi beni virtuali salire, salire, salire e salire, più in alto di quanto le sue Equazioni avessero predetto, più in alto di quanto qualsiasi persona sana di mente avrebbe desiderato spendere per essi, comprese.

L’emozione che li aveva guidati in quel laboratorio, che guidava gli invisibili acquirenti in giro per il mondo non era avidità.

Era invidia.

L’avidità era prevedibile: se una fetta di pizza è buona, ha senso che il tuo intuito ti dica che cinque o dieci fette sarebbero ancora meglio.

Ma l’invidia non teneva conto di cosa fosse buono per te: riguardava invece cosa qualcun altro pensava fosse buono. Era il diavolo che ti sussurrava nell’orecchio parlando dell’auto del tuo vicino, del suo salario, dei suoi vestiti, della sua ragazza — migliori dei tuoi, più cari dei tuoi, più belli dei tuoi. Era il pugnale che attraversava il tuo cuore e che poteva portarti dalla felicità alla miseria in un secondo, senza cambiare una singola cosa della tua vita. Poteva trasformare la tua vita perfetta in un perfetto disastro, semplicemente comparandola a qualcuno che aveva più cose/cose migliori/cose più belle.

L’invidia era ciò che guidava quella raffica di compra-vendita nel laboratorio. Il pel di carota, che scriveva dei pagherò svuotandosi il portafoglio: lui era stato guidato dalla paura che stava perdendosi qualcosa che tutti gli altri riuscivano ad ottenere. Connor aveva venduto la sua fiche nell’ultima ora perché tutti gli altri sembravano essere diventati ricchi vendendo le loro. Avrebbe potuto tenersi la fiche per otto ore ed uscire da lì con 160$, usare il tempo per studiare, dormicchiare, fare yoga. Ma aveva sentito quella sirena chiamare: Qualcun altro sta diventando ricco, perché tu no?

E ora i mercati stavano correndo e tutto stava aumentando di prezzo. La sua collezione di code di bue rosse (utili alla preparazione dell’incantesimo Rivelazione, in Endtimes), avrebbero dovuto vendere per 4,21$ l’una. Le aveva comprate per 2,21$ l’una. Al momento, il prezzo di mercato era di 14,51$ l’una.

Era folle.

Era meraviglioso.

Connor sapeva che non poteva funzionare. Alla fine, tutto il mercato avrebbe realizzato che questi oggetti si stavano vendendo molto al di sopra del loro valore — esattamente come recentemente si era reso conto che erano sotto prezzo. Le offerte di acquisto sarebbero cessate. L’ultima, più spaventata, persona che aveva comprato qualcosa al di sopra del suo valore reale, non sarebbe stata in grado di rivenderla, rimettendoci.

Razionalmente, suppose di dover vendere per il prezzo predetto dalle sue Equazioni. Qualsiasi cosa più alta era solamente una scommessa sull’irrazionalità degli altri. Ma nonostante ciò… avrebbe davvero fatto meglio a rivendere le sue cinquanta code di bue per 200$, che ad aspettare pochi minuti e venderle per 700$? Non doveva essere tutto o nulla. Divise i suoi beni in due gruppi; mise da parte quelli che gli era costato meno comprare, lasciando che salissero di prezzo quanto potessero. Rappresentavano una scorta a basso rischio, le perdite più economiche da assorbire. Quello che rimaneva, lo vendette nell’istante in cui raggiungeva il valore predetto dalle sue Equazioni.

Vendette molto velocemente i beni del secondo gruppo, rimanendo così a guardare i beni speculativi salire sempre più in alto. Aveva una dozzina di giochi aperti sul suo computer e passava dall’uno all’altro, monitorando le chat, i website correlati, i mercati online, cercando di capire in che direzione si stava andando. Filtrando i tweet e gli status message nei vari social network, sentì una sorta di curiosa familiarità: stavano impazzendo, là fuori, in una maniera quasi identica a come la follia aveva preso il gruppo nell’esperimento con le fiches da poker. Dentro di sé sapevano che le piume di pavone e le armature viola avevano prezzi decisamente troppo alti, ma sapevano anche che qualcuno stava diventando ricco grazie ad esse e che se i prezzi continuavano a salire non sarebbero mai stati in grado di averne una per sé.

Non importava che non ne avessero mai voluta una prima, ovviamente! L’importante non era che ne avevano bisogno o l’adoravano, era l’idea che qualcun altro avrebbe avuto qualcosa che loro non avevano.

Connor aveva fatto la sua seconda scoperta: l’invidia, non l’avidità, era la più grande forza in ogni economia.

(Più tardi, quando Connor stava scrivendo articoli su questo per riviste patinate e viaggiando in tutto il mondo per parlarne, un sacco di gente degli uffici addetti al marketing in tutto il mondo fece notare che loro lo avevano saputo per generazioni, avevano speso secoli producendo pubblicità che miravano in pieno al plesso solare dell’invidia. Era vero, doveva ammettere — ma era anche vero che praticamente ogni economista che avesse mai conosciuto considerava la gente del marketing un branco di frivoli, stupidi, giullari di corte, con poche conoscenze matematiche e li aveva di conseguenza bellamente ignorati)

Guardò l’invidia montare e cercò di imparare a percepirla, di tracciare i sentimenti mentre questi ribollivano. Era difficile — praticamente impossibile, onestamente — perché tutto veniva scritto in luoghi diversi e nessuno aveva scritto i programmi di chat, i giochi, i social network e i siti di tweet per tenere traccia di questo genere di cose. Finì con l’avere una dozzina di finestre del browser aperte, ciascuna con una dozzina di tab, passando dall’una all’altra in una nebbia ad alta velocità, senza esattamente leggere, ma piuttosto scremando, assorbendo il senso di come le cose stavano andando. Poteva percepire il denaro e i pensieri e i beni bilanciati sulle punte delle sue dita, sentire il loro peso che si spostava avanti e indietro.

E così percepì quando le cose iniziarono ad andare male. Fu una serie di indicazioni sottili, un calo nei prezzi del mercato, un tweet di gioia di un giocatore che aveva appena scoperto un mini-boss facile da uccidere con un grosso magazzino pieno di piume di pavone. La bolla d’invidia stava collassando. Qualcuno l’aveva fatta esplodere e l’aria stava uscendo con un sibilo.

VENDERE!

In quel momento, i suoi beni speculativi valevano teoricamente più di quattrocento migliaia di dollari, ma dieci minuti dopo si trattava di soli 250.000$ e in caduta libera. Conosceva anche questa cosa — la paura — la paura che tutti gli altri riuscissero a tirarsene fuori quando i guadagni erano ancora buoni, che la musica si fermasse e fossi tu a rimanere in piedi, che tu fossi la persona più spaventata in una catena di persone terrorizzate che avevano comprato spazzatura ad un prezzo troppo alto perché qualcuno di ancor più spaventato l’avrebbe comprata da te.

Ma Connor poteva innalzarsi sopra la paura, volarci sopra, rivendere metodicamente i suoi beni, a raffica. Ne uscì con 120.000$ contanti, più di 80.000$ che aveva ottenuto con i suoi beni “venduti a prezzo ragionevole”. Ora i suoi account di PayPal si stavano riempiendo di profitti e tutto era finito.

A parte il fatto che non era finita.

Uno dopo l’altro, i suoi account in gioco iniziarono a spegnersi, i suoi personaggi kickati dal gioco, le sue password cambiate. Arrancava per lo sfinimento, le sue mani tremavano mentre digitava e ri-digitava le sue password. E poi si rese conto di una nuova e-mail, dalle quattro compagnie che controllavano i dodici giochi a cui aveva giocato: lo avevano cacciato per violazione dei Termini di Servizio. Nello specifico, aveva “interferito con l’economia di gioco portando avanti uno schema atto a causare panico finanziario”.

“Cosa diavolo significa?”, urlò al suo computer, resistendo l’impulso di lanciare il mouse contro il muro. Era ormai sveglio da quarantotto ore, aveva fatto centinaia di migliaia di dollari in un fine settimana, era stato graziato da una fulminante realizzazione di come funzionava l’economia mondiale. Oh, e aveva provato le sue Equazioni.

Poteva risolvere questo problema più tardi.

Non ce la fece neanche ad arrivare fino al letto. Si accovacciò sul pavimento, in un nido di scatole di pizza e lenzuola e dormì per diciotto ore, finché non venne svegliato dall’ufficiale giudiziario che era venuto a sfrattarlo perché in ritardo di tre mesi sull’affitto.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 3 (1 di 3)

Se vi stupisce la suddivisione in tre parti della prossima scena, leggete il post in cui viene spiegata questa scelta.

Informarsi in tempi di dittatura: siti oscurati e Tor

19/07/2011
By

Sentiamo spesso parlare di come molti governi del mondo bloccano l’accesso a siti sgraditi “oscurandoli”. Questo è il caso ovviamente della Cina, come si legge più volte in For the Win, ma anche di molti governi del medio oriente.

Proprio perché  in For the Win si legge molto spesso di personaggi che hanno metodi per bucare il “Grande Firewall Cinese”, ho pensato che fosse il caso di parlare di un programma che viene effettivamente usato per fare cose analoghe, e molto di più. Questo programma si chiama Tor e viene già citato in un altro libro di Cory Doctorow, fortunatamente già tradotto in italiano con il nome di “X” (edito Newton Compton. Il titolo inglese era “Little Brother”). Tor viene usato soprattutto da chi vuole rimanere anonimo sul web, cosa di cui parlerò in maggiore dettaglio in un prossimo articolo.

Il problema in realtà si estende un po’  a tutto il mondo (basti pensare alle molte proteste che sono state fatte in Australia in merito). Ovviamente possono esserci motivi validi per oscurare un sito, ma purtroppo non sono solitamente questi a prevalere in certi paesi. In ogni caso, non è dei motivi alla base dell’oscuramento dei siti internet che parleremo oggi, ma piuttosto di cosa viene fatto nei paesi più colpiti da questo problema per aggirare i blocchi governativi.

Ci sono molti modi di accedere ad un sito oscurato. In generale non è difficile trovare un qualche proxy che vada bene… In rete ce ne sono a palate.

Ho però deciso di usare questo post per introdurre qualcosa di più raffinato e che può garantirvi una grandissima privacy (se usato bene). Questo post è solo introduttivo e si concentra soprattutto sull’accedere a siti oscurati, ma, come ho detto, parlerò in post successivi di anonimato in rete e di come usare Tor al meglio.

A scanso di equivoci, questo sito non vuole spingervi a fare niente di illegale: questo articolo è qui solo per approfondire tecniche usate in altri paesi, dove la libertà di informazione è repressa estremamente più che in Italia.

Tor, di cui parlerò, non è un software pensato per usi criminali, anche se sicuramente ci sono persone che vengono considerate criminali dai loro governi per il solo fatto di esprimere la propria opinione e diffondere informazioni non approvate dal regime. L’anonimato fornito da Tor inoltre può venire utilizzato anche da veri criminali, ma non penso sia il caso dei lettori di questo sito.

Tor, The Onion Router

Per prima cosa, vorrei chiarire il seguente punto: Tor non viene utilizzato “solo” per aggirare le restrizioni imposte dai vari governi, ma soprattutto per proteggere il proprio anonimato in rete. Credo di averlo già scritto almeno tre volte, ma so che appena pubblicherò l’articolo qualcuno si lamenterà del fatto che ho parlato di un aspetto “secondario” rispetto a quello dell’anonimato.

Il fatto è che il tema dell’anonimato è  più complesso, soprattutto perché se si vuole essere sicuri di rimanere del tutto anonimi bisogna prendere alcune cautele in più che fare semplicemente partire Tor.
Questo è il motivo per cui ne parlerò in seguito: se si fallisce nel riuscire ad accedere ad un sito oscurato non ci succede niente di male, se si fallisce nel riuscire a rimanere anonimi… Beh, dipende dal motivo per cui si voleva rimanere anonimi.

Come funziona

Per proteggere l’anonimato dei propri utenti, Tor redirige il traffico attraverso una serie di “nodi”, messi a disposizione da utenti in tutto il mondo, modificando a brevi intervalli di tempo il percorso effettuato fra i nodi… Si parla di un cambiamento che avviene circa ogni dieci minuti, ma l’utente può forzare il cambiamento di percorso anche prima.

Bisogna ovviamente notare che il traffico di uscita non è criptato. Per cui se state davvero usando Tor per comunicazioni segrete (come può succedere sia ad una azienda che ad un attivista in un paese in cui è pericoloso esserlo) rimane importante usare altri sistemi di criptazione.

Perché permette di accedere a siti oscurati

Ora, fin qui non sembra che io abbia parlato di siti oscurati, ma in realtà il meccanismo che ho appena descritto riesce facilmente anche a farci accedere a siti oscurati: quello che infatti può essere inaccessibile per un computer in Iran, in Egitto, in Cina (o anche in Italia: qualche sito lo oscuriamo pure noi… Pensate a Piratebay o ai siti di gioco d’azzardo oscurati nel 2006) non lo è necessariamente anche per un computer in un’altra parte del mondo.
Una volta che si entra nel network di Tor non importa se sei in Iran: riuscirai lo stesso ad accedere a Facebook, Twitter e a tutti gli altri servizi che il tuo governo non vuole tenere alla tua portata.

Rimane però un problema: per permettere a tutti di potersi collegare tramite Tor, la lista dei nodi di ingresso deve essere pubblica (altrimenti il tuo computer non saprebbe a cosa collegarsi). Questo vuol dire che un governo dittatoriale può facilmente oscurare direttamente gli ingressi a Tor.
E’ per questo che non tutti i nodi di Tor sono pubblici, ma ce ne sono alcuni  studiati per essere efficaci anche dove il governo agisce attivamente per bloccare gli ingressi a Tor. Questi nodi, chiamati “bridge”, ponti, non sono rivelati solo su richiesta da parte di chi ne abbia bisogno.

Installazione e utilizzo di Tor
(senza prendere tutte le precauzioni necessarie ad essere certi di rimanere anonimi)

Installare Tor è semplicissimo. La pagina da cui potete scaricarlo è questa:

https://www.torproject.org/download/download.html.en

Se non avete voglia di smanettare troppo, le due opzioni che vi interessano sono:

Tor Browser Bundle
Visto il video presente nella pagina del download, servono poche spiegazioni. E’ un bundle che include tutto, anche Firefox, già configurato per navigare usando Tor (dovrete usare quello per collegarvi, non il vostro normale browser).
Non è necessaria nessuna installazione.

Vidalia
Vidalia ha ogni cosa necessaria per usare Tor, eccetto Firefox.
Per collegarsi usando Tor, supponendo voi abbiate Firefox (con Torbutton installato… Se per qualche motivo vi manca ancora aprite (con Firefox) questa pagina: https://www.torproject.org/torbutton/ e installate l’ultima versione “stable”), dovete per prima cosa fare partire Vidalia, aspettare che la barra verde in alto si riempia, premere il vostro Torbutton su Firefox e… fatto.

Un po’ di buona educazione

Tor viene usato da molte persone per motivi anche molto importanti (direi anche “di vita o di morte” se la frase non fosse troppo inflazionata). La banda è limitata. Quindi, se volete provare ad usare Tor, comportatevi civilmente e non usatelo per scaricare grosse quantità di dati che potreste benissimo scaricare in altra maniera.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 2, Scena 1

17/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 1, scena 12

Parte 2:Duro lavoro in gioco

Questa scena è dedicata all’incomparabile Mysterious Galaxy di San Diego, California. La gente della Mysterious Galaxy mi ha fatto firmare libri ogni volta che mi sono trovato a San Diego per una conferenza o per insegnare (il Clarion Writers’ Workshop si trova in UC San Diego vicino a La Jolla, CA), e ogni volta che arrivo riempiono il posto. Questo è un negozio con un leale seguito di fan che sanno che saranno sempre in grado di ottenere ottimi consigli e ottime idee nella libreria. Nell’estate del 2007 ho portato chi frequentava il mio corso di scrittura dal Clarion giù a questa libreria per assistere al lancio dell’ultimo libro di Harry Potter e non ho mai visto una festa così divertente e allegra in nessun negozio.

Mysterious Galaxy: 7051 Clairemont Mesa Blvd., Suite #302 San Diego, CA USA 92111 +1 858 268 4747

Vennero per i giocatori nel gioco e nel mondo reale: un assalto coordinato che lasciò l’organizzazione di Sorellona Nor a pezzi.

In quella notte fatidica, lei aveva preso una stanza sul retro dell’Headshot, un PC Baang nel distretto di Geylang, a Singapore, un quartiere che pulsava tutta la notte per il ruggente mercato del sesso dei bordelli legali e delle adescatrici illegali in strada. In qualsiasi momento della notte, le strade di Geylang erano piene di gente, dagli avventurosi commensali che mangiavano negli eccellenti ristoranti aperti tutta la notte (quasi tutti halal, cosa che la faceva sorridere) a lavoratori in trasferta, dalla gente di Singapore che si aggirava furtivamente cercando emozioni proibite alle ragazze che nelle pause facevano una corsa fino ai centri commerciali aperti tutta la notte per fare shopping.

Il distretto di Geylang era informale quanto poteva esserlo Singapore, uno dei pochi posti in cui potevi andare “oltre i limiti” — fare qualcosa di illegale, immorale, indicibile, o cattivo per l’armonia sociale — senza attrarre troppa attenzione. L’Headshot era illuminato tutta la notte dalle luci stroboscopiche degli schermi, i giochi di poker online, i tornei di shoot-em-up, i lavoratori non residenti che telefonavano da lì per spendere meno, urlando sopra l’insalata di rumori di tutti quei giochi, e, quella notte, anche Sorellona Nor ed il suo clan.

Chiamavano se stessi gli Webblies, un piccolo gioco di parole piuttosto oscuro che divertiva tantissimo Sorellona Nor. Circa un secolo fa, un gruppo di lavoratori aveva formato un sindacato chiamato Industrial Workers of the World, Lavoratori Industriali del Mondo, il primo sindacato che dicesse che tutti i lavoratori dovevano unirsi insieme, che ogni lavoratore era il benvenuto senza che avesse importanza il colore della sua pelle, senza che avesse importanza se il lavoratore era una donna, senza che avesse importanza se il lavoratore faceva lavoro qualificato o non qualificato. Si facevano chiamare Wobblies.

Le informazioni sugli Wobblies erano solo una delle tante cose “oltre i limiti” che erano bloccate nell’Internet di Singapore, e così ovviamente Sorellona Nor si era dedicata a scoprire di più su di loro. Più leggeva, più questo gruppo che veniva fuori dai libri di storia sembrava sensato per il mondo di adesso — tutto ciò che i IWW avevano fatto serviva farlo oggi e, per di più, era più facile farlo adesso di quanto non fosse stato un tempo.

Prendi per esempio l’organizzare i lavoratori. All’epoca dovevi andare dentro la fabbrica, o quanto meno ai suoi cancelli, per spiegare ai lavoratori l’importanza di unirsi ad un sindacato e richiedere condizioni migliori, paghe più alte e meno ore di lavoro. Ora potevi raggiungere queste stesse persone online, da qualsiasi parte nel mondo. Una volta che fossero diventati membri del sindacato, avrebbero potuto parlare con tutti gli altri membri, utilizzando gli stessi mezzi.

Aveva deciso di chiamare la sua piccola organizzazione Industrial Workers of the World Wide Web, la IWWWW, e questa era un’altra di quelle cose che la divertivano un sacco. E la IWWWW era cresciuta e cresciuta e cresciuta. I farmer di gold erano facili da convincere: lavoravano in condizioni terribili in tutto il mondo, per paghe terribili, odiati allo stesso modo dai gestori del gioco e dai giocatori più ricchi. Sapevano già cosa voleva dire fare lavoro di gruppo, avevano già formato le loro piccole gilde — ed erano più bravi ad utilizzare internet di quanto i loro capi sarebbero mai stati.

Ora, un anno più tardi, la IWWWW aveva più di 20.000 membri divisi tra diversi paesi, che pagavano la loro quota e riempivano un abbondante fondo per gli scioperi il cui uso era stato finalmente richiesto a Shenzen, l’ultimo posto in cui Sorellona Nor si aspettava di vedere uno sciopero.

Ma lo avevano fatto, lo avevano fatto! Il capo, un qualche personaggio chiamato Wing, aveva rinchiuso i suoi lavoratori in tre delle sue “fabbriche” — Internet Café di cui aveva preso il controllo per supportare la sua armata di lavoratori in continua crescita — per sfruttare un exploit su Mushroom Kingdom, un MMO basato su Mario che aveva un grosso seguito in Brasile. Uno dei suoi lavoratori aveva trovato il modo per triplicare i gold che si potevano tirare fuori da uno dei dungeon, e Wing voleva estrarre ogni penny possibile prima che la Nintendo-Sun li scoprisse.

Fu così che il suo telefono iniziò a riempirsi di messaggi urgenti che le venivano ritrasmessi dalle sue varie identità in gioco per dirle che i lavoratori avevano sbattuto fuori i capi delle fabbriche e le guardie ed erano usciti, arrampicandosi sui lati dell’edificio, o i tralicci del telefono, tagliando i cavi che connettevano l’Internet Café alla rete. Si erano raccolti e avevano iniziato a inneggiare slogan improvvisati — per lo più riadattati dai loro gridi di battaglia in gioco. E ora volevano sapere cosa fare.

“E’ uno sciopero a gatto selvaggio”, aveva detto Sorellona Nor ai suoi luogotenenti, Il Possente Krang e Justbob, il primo un piccolo tipo cinese con le punte dei capelli tinte di viola, la seconda una ragazza Tamil con un meraviglioso sari immacolato e pantofole di seta – una ragazza che un tempo faceva parte di una delle più note girl-gang in Asia ed aveva passato tre anni in galera per questo motivo. “Stanno scioperando a Shenzhen”. Inoltrò i tweet, i blip e i messaggi di allerta del suo telefono, poi mostrò loro lo schermo del proprio cellulare mentre aspettavano che i messaggi inoltrati raggiungessero i loro.

“E’ folle”, disse Il Possente Krang, passando il peso da un piede all’altro, eccitato, “è folle, è folle, è…”

“Meraviglioso”, disse Justbob, piantando i palmi delle sue mani sulle spalle di lui e riportandolo sulla Terra. “Ed era molto che doveva succedere. L’ho predetto. L’ho predetto dall’inizio. Appena inizi a raccogliere soldi per uno ‘fondo per gli scioperi’, qualcuno andrà in sciopero. E la-la, eccoci qui, a passare la notte a fare i gatti selvaggi.”

Il passo successivo fu di andare nel loro quartiere generale, la stanza sul retro dell’Headshot, per sbattersi sulle loro sedie e scendere nei mondi, diffondendo la notizia del loro primo sciopero a tutti i 20.000 membri. Sorellona Nor si mise a lavorare a un piano d’azione:

1. Diffondere la notizia e serrare i ranghi.

2. Reclutare dei picchetti nei mondi per bloccare il posto di lavoro in maniera che quel Boss Wing non potesse usare dei crumiri — lavoratori di rimpiazzo — per completare il lavoro.

3. Chiamare i capi del gruppo di scioperanti al telefono e parlare di avvocati dei diritti umani, salario degli scioperanti, posti per dormire per tutti quei lavoratori che si usavano i dormitori della fabbrica.

4. Fare arrivare i filmati e i resoconti in tempo reale dagli scioperanti fino agli attivisti per i diritti umani, organizzare interviste e incontri con la stampa per i capi del gruppo di scioperanti.

Aveva già vissuto questa situazione, nella vita reale, dall’altro lato, come il capo di uno sciopero spontaneo che era iniziato quando i capi della sua tessitoria a Taman Makmur annunciarono tagli agli stipendi perché il loro grosso distributore europeo aveva diminuito gli ordini. Succedeva ogni anno, ma la faceva arrabbiare così tanto — i lavoratori non guadagnavano di più quando gli affari andavano meglio, dividendo la buona fortuna quando i distributori aumentavano gli ordini, ma erano costretti a condividere il fardello dell’azienda quando gli ordini calavano. Beh, che se lo scordassero, troppo era troppo. Si alzò nel bel mezzo della fabbrica e denunciò dei capi per quegli avidi bastardi immorali che erano e quando la sicurezza si mosse per prenderla, rimase dritta, orgogliosa e forte, pronta ad essere picchiata per la sua insolenza.

Invece i suoi compagni lavoratori si levarono in sua difesa, le giovani donne intorno a lei alzandosi in piedi e circondandola, festeggiandola, mentre le grida ululate a squarciagola rimbalzavano sul soffitto e riempivano la stanza e il suo cuore, rendendo tutti loro coraggiosi, al punto che gli uomini della sicurezza indietreggiarono e loro presero il controllo della fabbrica, bloccando i cancelli, fermando i macchinari. Poi qualcuno del sindacato malese degli impiegati tessili (MUTE – Malaysian Union of Textile Employees) era arrivato da loro per convincerli a tesserarsi, entrando nel sindacato, e qualcuno la nominò capo picchetto e poi…

E poi tutto intorno a loro iniziò a collassare, arrivarono i camion della polizia, la polizia formò una linea e ordinò loro di disperdersi, tornare al lavoro, interrompere questa follia prima che qualcuno si facesse male, abbaiando ordini attraverso un megafono, fissandoli da sotto i loro elmetti anti sommossa, colpendo i propri scudi con i manganelli, lanciando contro di loro lacrimogeni.

La loro linea si disperse, si disintegrò, arretrò. Ma si riunirono in una via vicino alla fabbrica, in mezzo a un gruppetto di bambini che li fissavano, e le donne del MUTE acciuffarono i bambini e li mandarono a prendere di corsa del latte… latte di mucca, di capra, qualsiasi cosa riuscissero a trovare, poi lavarono alle altre scioperanti gli occhi col latte, trattenendo le loro facce mentre questi tossivano e soffocavano. Il gas CS, solubile nei grassi, venne sciacquato via, lasciandoli lacrimanti ma in grado di vedere, i colpi di tosse diminuirono e qualcuno tirò fuori una borsa di mascherine filtranti a base di carbone attivo, qualcun altro una borsa di occhialini per nuotare e le donne tirarono su gli hijab a coprire gli occhi, le maschere, fino a far sembrare il loro viso il grugno di un qualche animale. Riformarono la linea e tornarono marciando, cantando i loro slogan.

La polizia lanciò nuovamente i lacrimogeni, ma, questa volta, i capi picchetto furono in grado di far mantenere la formazione, di mandare donne coraggiose in avanti ad afferrare i contenitori fumanti dei lacrimogeni e rilanciarli indietro contro la polizia. Per un momento sembrò che la polizia stesse per caricare, ma le scioperanti e le organizzatrici stavano riempiendo internet di fotografie dello sciopero con i loro telefonini, in grado di superare il firewall nazionale, facendole arrivare ai gruppi per la protezione dei diritti umani. Così il Ministero del Lavoro, che stava venendo investito da telefonate da parte della stampa straniera, finì per chiamare il Ministero della Giustizia e la polizia si ritirò.

La prima schermaglia era finita, ma le scioperanti si erano preparati ad un lungo assedio. Nessuno entrava o usciva dalla fabbrica senza venire arringato da centinaia di giovani donne, che infilavano a forza attraverso i finestrini delle automobili e degli autobus testi sulle condizioni di lavoro, lamentele e richieste. Qualche lavoratrice di rimpiazzo riuscì ad entrare, qualcuno provò a resistere, qualcuno si girò e se ne andò. Un camionista, che apparteneva a sua volta ad un sindacato, si rifiutò di superare la loro linea e raccogliere il carico che era stato mandato a prendere, così questo rimase semplicemente lì, nella zona di carico.

I giorni si trasformarono in settimane, nutrirono le loro famiglie come potevano utilizzando il salario degli scioperanti, che era un terzo di quanto guadagnassero nell’impianto, ma anche i proprietari della fabbrica — una sussidiaria di una compagnia Olandese — stavano soffrendo. Le organizzatrici del MUTE spiegarono che l’azienda madre doveva rilasciare il resoconto quadrimestrale ai suoi azionisti, che avrebbero chiesto di sapere perché questa importante fabbrica stava rimanendo chiusa invece di produrre denaro. Le organizzatrici offrirono rassicurazioni fiduciose sul fatto che, quando questo fosse successo, le richieste dei lavoratori sarebbero state ascoltate, lo sciopero sarebbe finito e tutti sarebbero potuti tornare a lavoro.

Così tutti rimasero lì, tenendo su il morale e stabile la linea e poi…

La fabbrica chiuse.

Sorellona Nor lo scoprì una sera mentre stava giocando a Theater of War VII, un gioco a cui giocava fin da quando era una ragazzina. Una delle sue compagne di gilda era una ragazza il cui fratello passava davanti alla fabbrica ogni giorno, tornando a casa da scuola, e aveva visto che stavano togliendo le macchine dalla fabbrica, portandole via con grossi carri.

Sorellona Nor inviò sms a tutte le persone che conosceva, Andate subito alla fabbrica, ma per quando arrivarono lì, la fabbrica era morta, vuota, i cancelli chiusi da catene. Non arrivò nessuno del sindacato. Nessuno di loro rispose alle loro telefonate.

E le donne che lei chiamava sorelle, le donne che l’avevano salvata quando lei aveva detto basta, la guardarono tutte e le chiesero, Cosa facciamo ora?

E lei non lo sapeva. Riuscì a trattenere le lacrime fino a quando non fu arrivata a casa, ma poi iniziarono a scorrere copiose e i suoi genitori — che avevano dubitato di lei e le avevano consigliato di fermarsi ogni giorno — le rimproverarono la sua pazzia, le dissero che era colpa sua se adesso tutti i suoi amici avevano perso il lavoro.

Si era stesa sul letto quella notte, miserabile, per svegliarsi al debole squillo del suo telefono.

Sono fuori. Era Affendi, l’organizzatrice del MUTE a cui era più legata. Vieni alla porta.

Scivolò fuori silenziosa come un gatto ed ebbe a malapena il tempo di riconoscere la silhouette di Affendi prima che questa collassasse fra le braccia di Nor. Era stata pestata a sangue, aveva gli occhi neri, due dita rotte, le labbra distrutte e le mancava un dente. Riuscì a fare un sorriso straziato e disse “Fa tutto parte del mio lavoro”

Poco dopo cena, c’era stata una retata nell’hotel economico dove le quattro organizzatrici avevano condiviso una stanza, la polizia le aveva portate via. Erano preparate a questo, avevano degli avvocati pronti ad aiutarle quando fosse successo, ma non ebbero modo di chiamarli. Non furono messe in galera. Invece vennero portate in una baraccopoli dietro la principale stazione ferroviaria e tre poliziotti erano rimasti di guardia mentre un gruppo di guardie di sicurezza private della fabbrica avevano fatto a turno a picchiarle con manganelli, pugni e calci, urlando insulti, chiamandole puttane, strappando loro i vestiti di dosso, colpendole al seno e alle cosce.

Si fermarono solo quando una delle donne perse i sensi, sanguinando da una ferita alla testa e con le palpebre che tremavano. A quel punto gli uomini erano fuggiti, prendendo prima il loro denaro e i loro documenti, lasciandole lì piangenti e ferite. Affendi era riuscita a nascondere un secondo telefono cellulare — una cosina grande quanto una scatola di fiammiferi — nelle sue mutande, e quello le aveva permesso di chiamare il quartier generale del MUTE chiedendo aiuto. Una volta che l’ambulanza fu stata chiamata, era venuta a prendere Nor.

“Probabilmente verranno a prendere anche te”, disse. “Di solito cercano di usare i lavoratori che hanno fatto cominciare i loro problemi come esempio per gli altri”.

“Ma mi avevi detto che dovevano accordarsi con noi perché i loro azionisti…”

Affendi alzò una mano distrutta. “Ho pensato che lo avrebbero fatto. Ma invece hanno deciso di andarsene. Pensiamo che probabilmente sono andati in Indonesia. Le nuove leggi che sono state approvate lì rendono molto più difficile organizzare i lavoratori. E’ così che vanno le cose, a volte.” Scrollò le spalle, poi trasalì e respirò fra i denti. “Abbiamo pensato che volessero starsene tranquilli qui. Il governo provinciale ha dato loro fin troppo per convincerli a venire qui — sconti sulle tasse, nuove strade, servizi gratuiti per cinque anni. Ma ci sono delle nuove Zone Economiche Speciali in Indonesia che offrono condizioni ancora migliori”. Scrollò nuovamente le spalle, nuovamente trasalì. “Potrebbe anche non succederti nulla di male qui. Forse se ne andranno e basta. Ma ho pensato che tu dovessi avere la possibilità di andare in qualche posto sicuro con noi, se lo volevi”.

Nor scosse la testa. “Non capisco. Un posto sicuro?”

“Il sindacato ha un rifugio subito oltre il confine della provincia. Possiamo portarti lì stanotte. Possiamo aiutarti a trovare un lavoro, rimetterti a posto. Puoi aiutarci a sindacalizzare un’altra fabbrica”

Una pioggerellina leggerà cominciò a cadere, colpendo le palme che erano allineate lungo la strada di casa sua e cadendo in grossi goccioloni bagnati, portando dal suolo l’odore del terriccio. Una grassa goccia cadde da una foglia sopra di loro e colpì il collo di Nor, ricordandole che era uscita di casa senza il suo hijab, cosa che non faceva quasi mai. Le sembrò un segno, come se la sua vita stesse cambiando sotto ogni possibile aspetto.

“Dove andiamo?”

“Lo scoprirai una volta che ci arriviamo. Non lo so neanche io. E’ il motivo per cui è una casa sicura — nessuno sa dove sia a meno che non debba saperlo. E’ già successo che degli organizzatori del MUTE siano stati assassinati, capisci.”

Perché non me lo hai detto quando tutto questo è cominciato? Avrebbe voluto dire. Ma i suoi genitori glielo avevano detto. I capi li avevano avvisati, dai megafoni, del fatto che stavano rischiando tutto. Lei aveva riso di loro, piena della sensazione di sorellanza e di sicurezza, di potere. Quella sensazione ora se ne era andata.

Era andata via con Affendi, aveva trovato lavoro in una fabbrica che era molto simile a quella che aveva lasciato e c’era stata una lotta sindacale molto simile a quella che aveva combattuto, ma, questa volta, loro erano più preparati. I lavoratori l’avevano chiamata “Sorellona Nor” un termine che mostrava affetto e che la spaventava un poco, venendo fuori dalle bocche di donne molto più anziane di lei, venendo fuori da giovani ragazze che non potevano rendersi conto del pericolo.

Questa volta i proprietari non fuggirono, i lavoratori ottennero migliori condizioni contrattuali e Sorellona Nor si accorse che non voleva più lavorare nel settore tessile. Scoprì che le piaceva la lotta.

Ora c’era un giovane uomo, qualcuno chiamato Matthew Fong, a Shenzhen, che si stava affidando a lei per aiutarlo ad ottenere una propria dignità, una paga onesta e un posto di lavoro sicuro. E lo stava facendo in Cina, dove i sindacati non ufficiali erano illegali e chi organizzava i lavoratori a volte scompariva in prigione per anni.

Il Possente Krang parlava un meraviglioso mandarino, come anche il suo nativo cantonese, così aveva l’incarico di fare registrazioni per la stampa cinese straniera, quel network di risorse di notizie il cui pubblico erano le centinaia di milioni di persone di origini cinesi che vivevano all’estero. Loro erano la chiave, perché erano intimamente connessi all’intera impresa di importazioni ed esportazioni, in fervente crescita. Per questo, quando parlavano, i burocrati a Beijing ascoltavano. E Il Possente Krang poteva metter su una voce così convincente che a sentirlo parlare avresti giurato che si trattasse di un giornalista televisivo.

Justbob aveva l’incarico di supportare moralmente gli scioperanti, parlando loro in un cantonese spezzato, in singlish e in gamer-speak tramite internet, tenendo alto il loro morale. Poteva lavorare contemporaneamente a tre telefoni e due computer come fosse un polipo umano, l’attenzione divisa fra una dozzina di conversazioni senza perdere il filo di nessuna di esse.

E Sorellona Nor? Lei era nei mondi di gioco, disponendo i ranghi dei Webbly nel sito di lavoro di Mushroom Kingdom, cercando giocatori, che convergevano da tutta l’Asia — dove era notte –, dall’Europa — dove era giorno — e dall’America — dove era mattina. Era meglio che l’amministrazione non sprecasse tempo per portare lavoratori di rimpiazzo. C’erano sempre dei disperati subappaltatori fuori nelle provincie della Cina, dieci ragazzi in una qualche città industriale fantasma a Dongbei che erano stati attratti ai computer con dei bei discorsi sull’essere pagati per giocare. Arrivarono attraverso una dozzina di shard differenti dello stesso mondo di Mushroom Kingdom, una dozzina di realtà alternative, e Sorellona Nor giocò la parte del generale in una prima schermaglia contro di loro, mentre gli scioperanti bloccavano l’entrata del dungeon e mandavano un fiume di messaggi e URL a favore del sindacato verso gli attaccanti, persino mentre stavano combattendo per tenerli fuori dal dungeon.

La battaglia non era dura, non all’inizio. I lavoratori di rimpiazzo erano lì per uccidere stupidi NPC in una maniera noiosa e prevedibile che non avrebbe attirato i Turchi Meccanici, portando la Nintendo-Sun ad interessarsi della loro operazione. Erano tutti giocatori stagionati, abituati al gioco di squadra e molti degli Webbly non avevano mai combattuto fianco a fianco prima. Ma gli Webbly stavano combattendo per il movimento, mentre i lavoratori di rimpiazzo — li chiamavano “crumiri”, un altro termine che veniva dai libri di storia — stavano combattendo perché non sapevano che altro fare.

Fu una disfatta. I crumiri vennero rimandati ai loro punti di respawn a migliaia, senza essere in grado di tornare a lavorare finché non avessero fatto le loro corpse run, e gli Webbly alzarono le loro spade e spararono palle di fuoco nel cielo, festeggiando in dozzine di lingue.

Anche le notizie da Shenzhen erano buone, giudicando da ciò che Justbob stava dicendo nel suo microfono e digitando sui suoi schermi. Le fila degli scioperanti stavano reggendo e, anche se la polizia era lì, non si stava muovendo. A dire il vero, sembrava che fossero arrivati per bloccare gli agenti privati di sicurezza della fabbrica!

Silenziosamente, Sorellona Nor ringraziò Matthew Fong per aver scelto una battaglia che — all’apparenza — potevano vincere. Chiamò con un grido Ezhil, dell’Headshot, chiedendole un bubble-tea al ginseng per tutti, la radice di ginseng avrebbe dato loro energia. Non si può vivere di sola caffeina e taurina!

“Ezhil!” urlò di nuovo un minuto più tardi, alzando lo sguardo dal mouse. “Bubble-tea!”. Se avesse prestato attenzione, avrebbe potuto notare la nota stridente nella voce di Ezhil mentre questo prometteva che sarebbe arrivato subito, subito.

Ma la sua attenzione era fissa sugli schermi, perché era lì che tutto era di colpo iniziato ad andare decisamente male. Ciò che aveva preso per palle di fuoco lanciate in cielo dagli scioperanti per festeggiare, stavano ora atterrando in mezzo ai giocatori, infliggendo gravi danni. Proprio mentre stava notando questo una raffica di gusci di tartaruga chiodati arrivò slittando da una zona al di fuori della sua visuale, in dodici mondi contemporaneamente.

Imboscata!

Abbaiò la parola nel suo microfono in mandarino, poi in cantonese, poi in hindi, poi in inglese. L’urlo venne ripetuto dai giocatori che si riallinearono, formando squadroni di battaglia, i guaritori al centro, i tank sui lati esterni, agili ladri e scout che si spargevano nella foresta di funghi, cercando chi li aveva attaccati.

Tutto ciò avrebbe funzionato molto meglio se fossero stati una gilda regolare, tutti quanti giocatori dalla parte del malvagio Bowser o della valente Principessa Peach, perché se si era tutti dalla stessa parte, il gioco coordinava parte dei tuoi movimenti per te, ti forniva la posizione degli altri giocatori alleati. Ma gli scioperanti venivano da entrambe le facce della medaglia morale di Mushroom Kingdom e, per quanto ne poteva sapere il gioco, erano nemici giurati. I loro messaggi istantanei erano inintelligibili per i giocatori della fazione opposta e la opzione di dafault per quando cliccavi un personaggio “nemico” era ATTACCO, cosa che portava ad un sacco di schermaglie accidentali.

Ma i gold-farmer sapevano ogni cosa sul come si giocava il loro gioco, un gioco che viveva al di fuori di quello che le compagnie volevano far loro giocare. Gli strumenti di comunicazione in gioco erano potenti e semplici da usare, ma nulla (eccezion fatta per il ridicolo “agreement” che dovevi cliccare ogni volta che accendevi il gioco) ti impediva di usare un qualsiasi altro programma. Il loro programma gratuito preferito per chattare era stato sviluppato per aiutare gruppi di lavoro aziendali a collaborare; questi servizi avevano sempre una versione demo gratuita, con lo scopo di convincere qualcuno a comprare 30.000 licenze per la propria azienda multinazionale. Questi programmi permettevano addirittura di condividere screenshot del proprio computer, così Sorellona Nor fece in modo di disporre questi in sequenza, formando una grossa visione panoramica dell’intero campo di battaglia.

Passò in rassegna le varie scene di battaglia e le comunicazioni, le dita che volavano sulla tastiera. Avevano una Koopa Turbo Hammer in sette dei mondi, un enorme, vorticante, martello dorato che poteva colpire una dozzina di attaccanti in un singolo colpo. Lei le aveva portate in avanti, usando gli screenshot degli scout per identificare le posizioni dei nemici, trasmetterle ai suoi lancia-martelli, un gran numero di corpulenti Kong con grosse zanne ed enormi toraci pelosi.

Quelle erano sette battaglie risolte; nelle restanti cinque ordinò alle Pesche di mettersi in formazione con gli ombrelli pronti, poi mandò due Bowser a “rimbalzare” su di essi, rimanendoci attaccati e facendo solo dei danni minimi alle Pesche. Le Pesche aprirono i loro ombrelli e iniziarono a volare, portando i Bowser con se, per farli cadere dietro le linee nemiche, pronti a sputare fuoco e schiacciare le forze nemiche. Questo era un attacco devastante, possibile solo se giocavi al gioco dei farmer, cooperando tramite un canale collaterale. Normalmente, i Bowser e le Principesse Peach erano sui lati opposti della Grande Guerra che era al centro della storia di Mushroom Kingdom.

Avrebbe dovuto funzionare — i martelli, i Bowser, i validi giocatori di una dozzina di gilde, irti di armi e armature, lanciando incantesimi, sparando e facendo schermaglia.

Avrebbe dovuto funzionare — ma non era successo.

Gli attaccanti misteriosi — li chiamava, nella sua mente, “Pinkertons”, prendendo spunto dai provocatori della Pinkerton Detective Agency, che erano stati i peggiori nemici degli Wobbly — sembravano essere infiniti, ed ogni attacco che lanciavano sembrava fare il massimo danno possibile. Nel frattempo erano in grado di fare incredibili schivate e difendersi dagli attacchi degli scioperanti. E la loro mira! Ogni palla di fuoco, ogni tartaruga, ogni bomba sonora, ogni ascia lanciata colpiva il bersaglio con perfetta accuratezza.

Era quasi come se stessero…

… Barando!

Doveva essere così. Stavano usando delle cheat. Erano degli aimhacks, dei dodgehacks, tutti gli add-on proibiti che il gioco doveva in teoria essere in grado di identificare e disabilitare. In qualche modo erano riusciti ad aggirare le difese del gioco. Non importava. Il gioco era sempre pensato per andare contro ai gold-farmer.

“Indietro”, urlò, “ritirata!”. Questa doveva diventare una battaglia di guerriglia, nella giungla, nascondendosi nei cespugli e bersagliarli di nascosto mentre loro facevano lo stesso. Li avrebbe attirati nella radura che segnava l’entrata del dungeon e poi li avrebbero circondati aggirandoli nella foresta di funghi, usando la loro superiore coordinazione per battere gli hack e la superiorità numerica che i Pinkerton avevano dalla loro parte. Nelle sue cuffie sentiva i respiri tormentati, le maledizioni in sei lingue diverse, le risate e le urla di giocatori di tutto il mondo, che la ascoltavano mentre trasmetteva i suoi comandi a tutte le diverse versioni di Mushroom Kingdom in cui stavano combattendo.

Si rese conto di stare sorridendo. Questo sì che era divertente. Molto più divertente che beccarsi i lacrimogeni della polizia.

Quella di utilizzare i giochi per organizzarsi era stata un’idea di Sorellona Nor. Perché rischiare il collo in una fabbrica o ai suoi cancelli quando potevi ritrovarti in mezzo ai lavoratori, in qualsiasi posto del mondo si trovassero, e parlare loro di cosa voleva dire unirsi al sindacato? Un sacco della vecchia guardia del MUTE aveva pensato che fosse pazza, ma aveva anche avuto un sacco di supporto — soprattutto quando Nor aveva mostrato loro che poteva raggiungere i lavoratori tessili dell’Indonesia che avevano ereditato il suo lavoro quando la sua fabbrica era stata chiusa per spostarsi in quel paese, semplicemente loggando in Spirals of the Golden Snail, un gioco che impazzava in tutta la penisola malese.

Non importava dove combattevi, importava se vincevi. E più pensava a questo, più realizzava che poteva vincere in gioco. I capi erano migliori a lanciare contro di loro i lacrimogeni, ma loro erano migliori a lanciare palle di fuoco, utilizzare armi ad energia, siluri fotonici e pesci volanti selvaggi — e lo sarebbero sempre stati. Fatto ancor più importante, uno scioperante che perdesse una schermaglia in gioco doveva semplicemente respawnare e fare una corpse run, forse perdendo un po’ dei suoi oggetti nel farlo. Uno scioperante che perdesse uno scontro AFK — Away From Keaboard — poteva finire ammazzato.

Sorellona Nor viveva nella continua paura che qualcuno morisse per colpa sua.

Le sorti della battaglia stavano nuovamente cambiando. I Pinkerton erano caduti nella sua trappola, permettendo loro di correre avanti e indietro nella foresta di funghi, a tutti gli effetti scambiando le postazioni. Ora loro stavano nascondendosi nei boschi, facendo piccole imboscate, fortificando posizioni e facendo fuoco da ogni direzione. Il respiro, l’ansimare, le voci trionfanti nella sua testa e le frasi scritte in fretta e furia nella chat di gioco le davano la sensazione che le sorti della battaglia fossero appoggiate sulle punte delle sue dita, con ogni cambiamento e variazione percepibile come un tremito sulla sensibile pelle della mano.

Sorellona Nor chiamò di nuovo per avere il suo Bubble-tea, rendendosi conto che era in effetti passato molto tempo da quando lo aveva ordinato per la prima volta. Questa volta, nessuno rispose. Sentì la pelle del collo accapponarsi, mentre si sfilava le cuffie. Justbob e Il Possente Krang, vedendola, fecero lo stesso un secondo più tardi. Non veniva nessun rumore dal davanti dell’Headshot, nessuno dei richiami dei giocatori iperattivi, o le urla dei lavoratori che chiamavano casa con cuffie e microfoni economici.

Sorellona Nor si alzò quietamente e velocemente e si mise spalle al muro, facendo cenno agli altri di fare lo stesso. Sul suo schermo vide un altro attacco dei Pinkerton, che stavano sfruttando l’improvvisa mancanza di una guida strategica dei loro nemici per catturare diverse delle piccole basi degli scioperanti. Lei si mosse verso la porta molto, molto, molto lentamente e sporse la testa per vedere oltre l’apertura, poi si ritrasse indietro il più velocemente possibile.

CORRETE, formò l’ordine con le labbra, diretto ai suoi luogotenenti, ed iniziarono a correre verso la porta sul retro, la via di fuga che Sorellona Nor faceva sempre in modo di avere quando si stabiliva in un posto per lavorare per il sindacato.

E alle loro calcagna li inseguivano i Pinkerton, i Pinkerton del mondo reale, uomini malesi con vestiti da lavoro, uomini poveri armati di bastoni e qualche catena, uomini che stavano avvicinandosi alla porta quando Sorellona Nor si era sporta a guardare.

Adesso gridavano contro di loro, eccitati e con voci acute, come i fischi dei ragazzi ubriachi, agli angoli delle strade, quando sono presi dal coraggio dei numeri, degli ormoni e dell’alcool. Quello era un suono pericoloso. Era il suono di idioti che si aizzano l’un l’altro.

Sorellona Nor colpì il maniglione antipanico della porta sul retro con entrambe le mani, aprendolo con tutto il peso del suo corpo. La porta era rotta, e si richiuse subito come una trappola per topi. Fu un ottima cosa, perché si mosse così velocemente che due dei Pinkerton che stavano aspettando lì per sbarrare loro la strada non ebbero tempo di togliersi di mezzo. Uno cadde a terra, l’altro fu sbattuto contro un muro di calcestruzzo con un “thud” vibrante che Sorellona Nor sentì nei palmi delle mani.

La porta rimbalzò contro di lei, facendola sbattere contro Il Possente Krang, che la prese, la spinse in avanti, mani sulle sue spalle, respiro affannato nelle sue orecchie.

Erano in uno scuro, stretto, puzzolente vicolo che connetteva due delle lorang, le piccole strade che si dipartivano da Geylang Roas, ed era il tempo di R e G — “Run and Gun”, quello che facevi quando tutti gli altri tuoi piani collassavano. Sorellona Nor aveva pensato a tutto abbastanza da essere certa di avere una uscita sul retro, ma non da prepararsi qualcosa per dopo.

I Pinkerton erano vicini, ma erano trattenuti dal vicolo incredibilmente stretto e nessuno poteva realmente correre o muoversi più velocemente che un piccolo gruppo disperato.

Ma poi si liberarono nella successiva lorang, e Sorellona Nor corse verso destra, sperando di arrivare abbastanza in là nella strada da giungere in vista dei ristoranti aperti tutta la notte.

Non ce la fece.

Uno degli uomini tirò il suo bastone contro di lei e la colpì in mezzo alle spalle, lasciandola senza fiato e facendola cadere su un ginocchio. Justbob afferrò con una mano la sua blusa e la tirò in piedi con un suono di stoffa strappata, trascinandola in avanti, ma con la sua caduta avevano perso il poco vantaggio che avevano e ora gli uomini li avevano raggiunti.

Justbob si girò verso di loro, ringhiante, lanciando un grido senza parole, usando la forza d’inerzia del movimento per un incredibile calcio a girare che colpì uno dei Pinkerton, un uomo con gli occhi assonnati e folti baffi. Il piede di Justbob lo colpì al fianco e tutti sentirono il suono delle sue costole che si rompevano sotto il piede calzato dai modesti sandali con i loro falsi gioielli. Il sandalo volò via e cadde sulla strada con il suono di gemme finte.

Gli uomini non si erano aspettati una cosa del genere, e ci fu un momento in cui tutti si fermarono, guardando il loro compagno caduto e in quell’istante Sorellona Nor pensò che — forse — potevano tutti fuggire. Ma il torso di Justbob si raddrizzò, la sua faccia contorta dalla rabbia, e poi lei saltò sull’uomo successivo, un uomo grasso con una tuta coperta di sudore, mirando agli occhi di lui coi suoi pollici. Quando lo raggiunse, l’uomo accanto a lui alzò il bastone e lo abbassò con violenza contro di lei, colpendola di striscio sullo zigomo e rompendole la clavicola.

Justbob ululò come un cane ferito e cadde indietro, riuscendo a tirare un pugno all’inguine del suo avversario mentre cadeva.

Ma ora i Pinkerton erano su di loro, le mani alzate, i bastoni in alto, e mentre il primo colpiva il seno sinistro di Sorellona Nor, lei urlò, la mente piena dell’immagine delle dita rotte di Affendi, della sua faccia irriconoscibile e gonfia. Da qualche parte a pochi seducenti metri di distanza lungo il lorang, la gente stava banchettando con pesce e capra al curry, gli odori arrivavano fino a loro. Ma lei era qui. Qui, Sorellona Nor era ad una distanza infinita da loro, e i bastoni si alzarono e ricaddero mentre lei si raggomitolava per proteggere la testa, il seno, lo stomaco e facendo così esponeva i teneri reni, le delicate costole. Giacque così, sopportando una stagione all’inferno che si protrasse per un’eternità e mezzo.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 2

Università e sicurezza telematica

10/07/2011
By

E’ ormai da qualche giorno che la versione italiana di LulzSec ha rilasciato le prove della sua intrusione nei database di diverse università italiane. Ho parlato qualche tempo fa di SQL injection, una delle tecniche di hacking che ricorre di più in questi attacchi, ma dalle varie analisi che si sono fatte in rete su questi database inizio a dubitare che per entrare nei database universitari serva davvero fare “hacking”.

Si può leggere infatti nei dati di questi database universitari (che vi ricordo essere illegale possedere… per cui se li trovate in giro non scaricateli) che in almeno una di queste università c’era un admin con account:

username: admin
password: pippo

Sembra ci siano un altro paio di abbinamenti nome utente/password scontati (fra gli admin… fra i normali utenti è peggio), ma questo è quello che salta più all’occhio
Ora, viene da chiedersi quale sicurezza possa esserci in un sistema in cui è l’admin ad avere una password del genere.

Detto questo, le password degli utenti non sembrano essere da meno. E’ piuttosto chiaro che nella maggior parte degli istituti hackati la password di default degli utenti fosse il cognome o il nome dell’utente, altro brutto segno.

Non so se l’Università di Genova, a cui sono iscritta, non è stata del tutto presa di mira oppure se è stata attaccata ed ha resistito, ma posso confermare che le password di default da noi sono codici alfanumerici, il che presuppone di sicuro un po’ più di attenzione alla sicurezza di quanta ce ne fosse in queste altre università.
Anche perché non basta chiedere a tutti gli studenti e ai professori di cambiare la propria password di default in qualcosa di più difficile da indovinare: qualcuno che non lo fa c’è sempre.

Ci sono poi, ovviamente, gli eccessi.
La rete di Informatica, sempre a Genova, richiede di cambiare password ogni certo numero di mesi ed ogni password deve avere almeno:

  • Un carattere maiuscolo
  • Un carattere minuscolo
  • Un numero
  • Un carattere speciale (i soliti: £$%&@#§!?^°)

Il risultato?
Beh, immagino sia un ottimo esercizio di memoria per tutti gli informatici, ma credo che molti semplicemente aggiungano in fondo un numero che aumentano ad ogni cambio di password (rendendo vano lo sforzo di fargliela cambiare), se la scrivano (cosa che rende il tutto dannoso) o se la dimenticano (il che crea disagi un po’ per tutti).

Io personalmente sono molto abituata ad utilizzare password alfanumeriche, che riesco a memorizzare piuttosto bene. Ma impararne una nuova ogni tot mesi, buttando via la vecchia? Se proteggesse del lavoro importante (se si trattasse del computer di un tribunale, di una banca, della polizia) lo farei, ma per il computer usato per le lezioni di laboratorio all’università ce n’è davvero bisogno?
Anche perché se qualcuno vuole accedere ai miei dati personali lo farà più facilmente crackando la password che uso per la posta o per facebook, da cui può certamente tirare fuori più informazioni (beh, magari da facebook non moltissime, nel mio caso).

Concludo con la lista delle università colpite…
Qualcuno di voi frequenta una di queste? Pensate che nella vostra università o sul vostro posto di lavoro la sicurezza informatica sia un problema che viene affrontato con serietà?

unisi.it
unisa.it
uniroma1.it
anotonianum.eu
econoca.it
uniba.it
unibocconi.it
unifg.it
unime.it
unimib.it
uniurb.it
unibo.it
unipv.it
unina2.it
unile.it
polimi.it
unito.it
unimo.it

Internet e l’occasione mancata per i giochi di ruolo

07/07/2011
By

Con mia grande sorpresa mi è arrivata dalla Blizzard una email dove mi offrivano sette giorni gratuiti di gioco su WoW.
Ho passato su quel giochino più tempo di quanto voglia o possa ammettere. Come ben descrive “For the Win“, i MMORPG sono un mondo affascinante e coinvolgente, giochi capaci di drenare tempo, attenzioni e denaro come niente che non sia pesantemente illegale è capace di fare. Se ben affrontati, con la baldanza della giovane età o i limiti imposti da persone sensate attorno a te, sono un passatempo come un altro, con i suoi pregi ed i suoi difetti, con il suo gergo interno e possono diventare un’occasione di socialità “alternativa” tutt’altro che negativa. Se mal affrontati… beh leggete alcuni passi di “For the Win” e capirete di cosa sto parlando…

Ma al di là degli effetti positivi o deleteri che i MMORPG possono avere sulla vita di una persona, c’è qualcosa che non mi torna, una nota stonata: qualcosa che ha trasformato la speranza per l’aprirsi di nuove possibilità per il gioco di ruolo in una cocente delusione

E’ difficile dirlo ma purtroppo è vero. Mi sono perso, per motivi di connessione internet hardware inadeguato e tempo a disposizione, i pioneristici tempi dei MUD e di Ultima Online. Sia la nostra Prometea Elena che diversi miei amici, compagni di D&D, mi hanno descritto Ultima, ed in particolare la comunità italiana del gioco stesso, come la quintessenza del divertimento “puro”, occasione per giocate memorabili (inviterò uno dei suddetti amici a raccontare la storia della metamorfosi in pollo) e risate a più non posso. Lo stesso World of Warcraft è stato scenario di divertenti aneddoti e di divertenti momenti di “socialità” non troppo dissimili a quelli che si possono trovare nel gioco di ruolo “tradizionale”. Poco cambia se le risate son fatte tramite un TeamSpeak o un Ventrillo piuttosto che attorno ad un tavolo dopo tutto.

Resta il fatto che quello che mi attendevo, quello che speravo ai tempi in cui l’idea di migliaia di persone connesse nello stesso momento per giocare allo stesso gioco era pura e semplice fantascienza, era ben altro.

Il GDR è fondamentalmente interpretazione e sviluppo di storie. Non importa che la prima sia una dettagliata disanima di un complesso carattere, un personaggio interpretato alla Conan il barbaro per intenderci è più che sufficiente. Ecco il 95% forse anche di più degli attuali giocatori di WoW non “gioca un personaggio” ma “gioca col personaggio”. Il pugno di bit che identificano Karanar il cacciatore ne descrivono le statistiche, gli oggetti posseduti, i mostri abbattuti e le imprese raggiunte, ma non descrivono minimamente la sua personalità, le sue aspirazioni, i suoi desideri. Men che meno tali informazioni sono presenti nella mente del giocatore di quel personaggio, non fanno parte insomma di quello che è il personaggio. Impegnato ad esplorare il magnifico mondo di gioco, fare quest ed affrontare mostri, godersi la grafica del gioco, capire il modo di risolvere enigmi e situazioni tattiche, il giocatore non si cura di dare una “vita” al proprio personaggio. Semplicemente il mezzo MMORPG non si confà al fine “interpretare un personaggio”.

In questo ben poca aiuta la pur bellissima ambientazione del gioco molto spesso tanto meravigliosa quanto statica, adatta a tutti ma proprio perchè adatta a tutti soggetta ad un’evoluzione lenta e predeterminata. WoW ha ormai anni di storia ed effettivamente il “mondo” è molto cambiato da quello dell’uscita del gioco stesso. L’ultima espansione ha ad esempio con un cataclisma mutato geografia e storia dell’intero pianeta di gioco. Ma questa evoluzione “quantizzata”, limitata a determinati momenti temporali in genere legati ad uscite di patch ed espansioni, appare qualcosa di diverso da una naturale evoluzione narrativa che anche il più inesperto master di D&D è in grado di creare. E questo è vero anche per chi è attento al “lore” del gioco, figuriamoci per chi accoglie ogni modifica come un mero incremento di potenza di oggetti ed avversari. Per quanto tu possa fare e non fare un determinato dungeon, per quanto tu possa uccidere o meno dieci o cento volte un avversario, per quanti denari tu puoi guadagnare in un MMORPG ; l’esito della storia non lo scriverai tu ma i bravi designer del gioco stesso che decideranno per te ed a prescindere dall’esito delle tue azioni lo sviluppo del mondo di gioco.

Il puntare il faro sulle dinamiche di gioco aiutate dal computer, sulla grafica e l’aspetto scenico, sull’estensione del mondo ad un numero di giocatori enormemente più grande rispetto a quelli che possono radunarsi in un salotto di casa; da tanto e toglie tanto a cosa un gioco di ruolo realmente potrebbe essere.

Dove sta la differenza? Proprio nella direzione del faro.

Nei MMORPG il faro è appunto puntato su un mondo, su una storia che procede a balzi prestabiliti per dare modo a tutti di vedere tutto o gran parte, per dare modo con la ripetibilità di labirinti e quest di ottenere le ricompense adeguate senza trovare solo i resti lasciati da altri.

Nei Giochi di Ruolo tradizionali il faro è puntato solo e soltanto sulle azioni di quei personaggi che i giocatori hanno creato, limitati in numero e spesso parte di una piccola parte della storia globale del mondo di gioco, ma di quella parte realmente importante ed essenziale, di quella parte che “fa la differenza”. Insomma i personaggi guidati dai giocatori sono i protagonisti del film, sono gli eroi del romanzo ed attorno a loro la storia si muove e si evolve.

I personaggi dei MMORPG rimangono al più “comparse d’eccezione”. Condividendo le proprie informatiche gesta con migliaia di altri simili personaggi dividono con essi la scena, diventano mera truppa di una storia più grande e che si evolverà a prescindere dalle proprie azioni sagge e sciocche.

Insomma… i MMORPG non invogliano l’interpretazione, hanno storie per quanto magnifiche che non dipendono dalle scelte e dalle azioni del singolo, puntano l’attenzione sulla forma e sulla storia di tutti invece che sulla storia del singolo, necessariamente utilizzano la ripetizione di eventi trame ed avversari per consentire a tutti di vederli ed affrontarli magari più volte per ottenere più oggetti, infine il mezzo stesso “videogioco” porta ad affrontare il tutto come una sfida per il giocatore aggiungendo un’ottica “competitiva” assente o comunque poco presente nel gioco di ruolo tradizionale.

Questi splendidi giochi sono a tutti gli effetti una forma di divertimento lontana anni luce dalle radici del gioco di ruolo. Non per questo sono da rifuggire o schernire, badate bene. I dettagli delle storie e perchè no i panorami disegnati sono ben superiori alla media delle storie, ambientazioni e possibili descrizioni di molti master di D&D.

Semplicemente sono altro, quelle lettere RP (role play) sono insomma ben piccole rispetto a MMO (massively multiplayer online) e G (game).

Quale è il problema quindi?

Fondamentalmente nessuno. Sono sempre stato dell’opinione che l’esistenza di numerosi e diversi modi di passare il proprio tempo libero sia un bene così prezioso da accogliere a braccia aperte ogni nuovo genere di passatempo intelligente che tolga un po’ di giovani e meno giovani dalla noia delle discussioni calcistiche patrimonio culturale di questo nostro “bel paese”. Si può mangiar ostriche un giorno e salame toscano quello dopo senza per questo sentirsi ipocriti o non coerenti. Non si sta parlando dopo tutto di “valori fondamentali” ma di mero passatempo. Ricordiamocelo e ricordiamolo anche a chi in altri ambiti fa questo errore.

Nessun problema quindi…. se non fosse che esiste un processo di feedback dai MMORPG ai GDR classici. La quarta edizione di D&D ne è un esempio lampante… ma di questo parlerò in futuro ;)

Conclusa la traduzione della Parte I di For the Win

04/07/2011
By

Pochi di voi lo sanno, ma la scena di For the Win tradotta ieri era l’ultima della prima parte del romanzo (di tre parti che ci sono) e segna anche il fatto che ho ormai tradotto il 25% di For the Win.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire essenzialmente che adesso farò una seria revisione di quanto fatto fino ad ora, ed entro due o tre settimane pubblicherò il tutto in diversi formati, per fare renderne più semplice la lettura a chi avesse qualche genere di e-book reader, o anche a chi semplicemente non vuole doversi collegare ad un sito per leggere. Formati per chi vuole leggere mentre è offline, o anche per poter stampare il tutto.

Questo non dovrebbe rallentare il ritmo a cui tradurrò le nuove scene… O meglio, non invalida la promessa fatta di tradurne almeno una a settimana. Probabilmente però non ne tradurrò più di così.

A questa revisione parteciperanno anche altre persone, per lo più amici e parenti che ho potuto ricattare moralmente, ma sarei estremamente grata a chiunque volesse inviarmi le sue segnalazioni. Non si deve trattare per forza di un refuso, mi piacerebbe anche se segnalaste le “frasi infelici” che si trovano qua e là nella mia traduzione… Non è necessario che proponiate una correzione (anche se è certamente gradito), basta che mi indichiate periodi che trovate troppo lunghi, difficili, ineleganti.

Insomma, per riassumere: se c’è qualcosa che non vi torna nelle scene che ho tradotto fino ad ora, è il momento migliore per farsi avanti… Prima che inizino a girare per la rete file di cui non avrò nessun controllo.

Non garantisco che apporterò ogni modifica che mi segnalate seguendo alla lettera i vostri suggerimenti, ma vi prometto che ragionerò seriamente su tutto quello che mi direte.
Valuto molto la vostra opinione.

Potete scrivermi nei commenti di questo messaggio, tramite la pagina dei contatti oppure all’indirizzo e-mail elena[punto]itz[chiocciola]gmail[punto]it, con ovvio significato delle parentesi quadre (necessarie per ricevere meno spam dai crawler automatici, scusate)

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 12

03/07/2011
By

Continua da For the Win, parte 1, scena 11

Questa scena è dedicata a Forbidden Planet, la catena inglese di negozi di libri, fumetti, giocattoli e video fantascientifici e fantasy. Forbidden Planet ha dei negozi in tutta la Gran Bretagna, e ha anche degli avamposti a Manhattan e Dublino, Irlanda. E’ pericoloso entrare in un Forbidden Planet — raramente riesco a fuggire con il portafoglio intatto. Forbidden Planet è veramente avanti, rispetto agli altri, per quanto riguarda il mettere la gigantesca audience televisiva e dei film fantascientifici in contatto con libri di fantascienza — qualcosa che è assolutamente di importanza critica per il futuro del settore.

Forbidden Planet, UK, Dublin and New York City

Wei-Dong era stato nel centro di Los Angeles una volta, in una gita scolastica alla Disney Concert Hall, ma tutto ciò che avevano fatto era stato arrivarci in pulmino, parcheggiare, e marciare come anatroccoli nell’edificio e nuovamente fuori, senza spendere tempo a vagare in giro. Si ricordava di aver guardato le strade passare dal finestrino, vetrine sbiadite di negozi e gente che si muoveva lentamente, posti per incassare assegni e negozi di alcolici. E Internet Café. Una quantità immensa di Internet Café, specialmente a Koreatown, dove ogni mini-mall aveva una vistosa insegna “PC Baang” — il termine Coreano per net-café.

Ma non sapeva con esattezza dove fosse Koreatown, e aveva bisogno di un Internet Café per cercarlo su google, e così prese l’autobus da LAX per la Disney Concert Hall, pensando di poter ripercorrere la strada del pulmino e ritrovare questi negozi, connettersi, parlare coi suoi amici a Guangzhou, decidere cosa fare.

Ma Koreatown si dimostrò più difficile da ritrovare e più lontana di quanto avesse pensato. Chiese all’autista indicazioni su come arrivarci, e quello lo guardò come se fosse pazzo e gli indicò una discesa. E così lui iniziò a camminare, camminare, camminare, quartiere dopo polveroso quartiere. Dalle finestre dello scuolabus, il centro di Los Angeles sembrava muoversi lento e sbiadito, come una foto lasciata troppo a lungo su una finestra.

A piedi, era frenetico, il movimento degli autobus, i senzatetto che camminavano, giravano o zoppicavano superandolo, chiedendogli del denaro. Aveva 1000$ nella tasca davanti dei jeans, e gli sembrava che il rigonfiamento dovesse essere evidente quanto quella di qualcuno che, essendo davanti alla lavagna davanti a tutta la classe, abbia un’erezione. Stava sudando, e non solo per il caldo, che sembrava superare di dieci gradi Fahrenheit la temperatura che c’era a Disneyland.

E ora non era per niente vicino a Koreatown, ma si era invece trovato a Santee Alley, l’enorme mercato pirata all’aria aperta che si trovava nel bel mezzo di Los Angeles. Aveva sentito parlare di questo posto, lo vedevi in continuazione negli speciali del telegiornale sui sequestri di beni contraffatti, immagini di messicani che venivano portati via mentre dei poliziotti arcigni e soddisfatti nelle loro uniformi imballavano montagne di magliette taroccate, DVD taroccati, pantaloni taroccati, giochi taroccati.

Santee Alley era un sollievo gradito dalle strade che la circondavano. Vagò nel mercato, i negozi che diffondevano a tutto volume la loro musica technobrega e reggaton contro di lui, i venditori che decantavano le loro merci. Era come se si trattasse del mercato reale da cui i centinaia di mercati di gioco che aveva visitato si erano ispirati, e si trovò a rallentare e guardare i vestiti da gangster, i brutti souvenir-spazzatura e le cose elettroniche taroccate. Comprò un bicchierone di succo di melone e un paio di empanadas da una bancarella, estraendo con attenzione una singola banconota da venti dalla tasca senza tirar fuori tutto il mazzo di banconote.

Trovò un Internet Café, pieno di guatemaltechi che chiacchieravano con le famiglie rimaste al loro paese indossando delle piccole cuffie lisce. La ragazza dietro il bancone – a malapena più grande di lui – gliene vendette una che diceva di essere della Samsung a 18$, e poi gli affittò un computer con cui usarla. La cuffia taroccata gli entrava bene nell’orecchio come quella vera che aveva un tempo, anche se la plastica era ruvida, mentre in quella vera era liscia come i pezzi di vetro che si trovano sulla spiaggia.

Ma non importava. Aveva la sua connessione ad internet, la sua cuffia e il suo gioco. Di cosa altro poteva avere bisogno?

Beh, la sua squadra, per cominciare. Non li si riusciva a trovare da nessuna parte. Controllò sul suo nuovo orologio e premette il pulsante che faceva passare l’orario a quello cinese. Cinque del mattino. Beh, questo spiegava tutto.

Controllò il suo inventario, controllò la banca di gilda. Non aveva potuto fare la corpse run[1] dopo che era stato trascinato fuori dal gioco da suo padre e dalla Ronald Regan High, così non si aspettava di avere più la sua spada vorpal, ma invece l’aveva, il che voleva dire che uno del suo gruppo l’aveva recuperata per lui, una cosa che era incredibilmente gentile nei suoi confronti. Ma questo era quello che i compagni di gilda facevano l’uno per l’altro, dopo tutto.

Era quasi ora di pranzo sulla east coast, il che voleva dire che Savage Wonderland aveva iniziato a riempirsi di gente che tornava a casa dal lavoro. Pensò ai cavalieri neri che li avevano massacrati quella mattina e si chiese chi fossero. C’era un sacco di gente che dava la caccia ai gold-farmer, sia perché lavoravano per il gioco o per un gruppo di gold-farmer avversario, o perché erano ricchi giocatori annoiati che odiavano l’idea che i poveri invadessero il “loro” spazio e lavorassero dove loro giocavano.

Sapeva che avrebbe dovuto aprire l’e-mail e controllare se c’erano messaggi dei suoi genitori. Non gli piaceva usare l’e-mail, ma i suoi genitori sembravano non poterne fare a meno. Senza dubbio adesso stavano impazzendo, chiamando l’esercito, la marina e la guardia nazionale per ritrovare il loro figlio ribelle. Beh, potevano agitarsi quanto volevano. Non sarebbe tornato e non aveva bisogno di tornare.

Aveva 1000$ in tasca, aveva quasi 18 anni, e c’erano un sacco di cose per tirare avanti nella grande città che non prevedessero il vendere della droga o il tuo corpo. I suoi compagni di gilda glielo avevano mostrato. Tutto ciò che ti serviva per guadagnarti da vivere era una connessione alla rete e un cervello in testa. Si guardò attorno nel caffè verso la dozzina di guatemaltechi che parlavano con le loro cuffie ai parenti rimasti a casa, molti non molto più anziani di lui. Se loro potevano guadagnarsi da vivere — senza conoscere l’inglese, senza potere lavorare legalmente, senza un’educazione formale, senza avere quasi idea di come utilizzare la tecnologia oltre al poco necessario per chiamare casa senza spendere troppo — allora sicuramente anche lui poteva. Suo nonno era venuto in America e aveva trovato un lavoro quando aveva l’età di Wei-Dong. Era una tradizione di famiglia, in pratica.

Non era che non amasse i suoi genitori. Li amava. Erano brava gente. A loro volta lo amavano, nella loro maniera. Ma vivevano in una bolla separata dalla realtà, una bolla chiamata Orange County, dove avevano ancora file di ordinate case identiche e ordinate vite identiche, mentre intorno a loro tutto stava collassando. Suo padre non poteva vederlo, nemmeno quando era difficile che passasse un giorno senza che tornasse a casa lamentandosi amaramente dei container che erano caduti de una delle sue navi in un’altra mostruosa tempesta, del prezzo del diesel che saliva verso la stratosfera, di come il dollaro si stava affossando mentre i Renminbi salivano e degli americani che continuavano a stringere la cintura, i cui ordini per merci dal sud della Cina stavano distruggendo i suoi affari.

Wei-Dong aveva capito tutto questo perché prestava attenzione e vedeva le cose per quel che erano. Perché parlava alla Cina, e la Cina gli rispondeva. Il mondo grasso e confortevole in cui era cresciuto non era eterno; era tracciato nella sabbia, non inciso nella pietra. I suoi amici in Cina potevano vederlo meglio di chiunque altro. Lu aveva lavorato come guardia di sicurezza in una fabbrica a Shilong New Town, una città che produceva elettrodomestici da vendere in Inghilterra. C’era voluto un po’ di tempo perché Wei-Dong riuscisse a capirlo: un intera città, quattro milioni di persone, non facevano altro se non fabbricare elettrodomestici da vendere in Inghilterra, un paese che contava ottanta milioni di persone.

Poi, un giorno, la fabbrica di fronte a quella di Lu chiuse. Avevano tutti costruito merci per un po’ di diverse compagnie, impiegando armate di giovani donne per far funzionare le macchine ed assemblare i pezzi che ne venivano fuori. Le giovani donne ottenevano sempre i lavori migliori. Ai capi piacevano perché lavoravano duramente e non si lamentavano molto — almeno, questo era quello che tutti dicevano. Quando Lu aveva lasciato il suo villaggio nella provincia di Sichuan per venire nel sud della Cina, aveva parlato con una delle ragazze che erano tornate a casa dalle fabbriche per la festa di metà autunno, una ragazza che se ne era andata qualche anno prima ed aveva trovato l’abbondanza nel Dongguan, che aveva comprato ai suoi genitori una bella casa nuova a due piani con i suoi soldi, che tornava ogni anno per il festival con dei bei vestiti e un nuovo telefono cellulare in una borsa di design, sembrando una creatura aliena o una modella tirata fuori di fresco dalla pubblicità su una rivista.

“Se vai in una fabbrica e vedi che non è piena di giovani ragazze, non accettare un lavoro lì”, fu il suo consiglio “Ogni posto che non attragga un gran numero di giovani ragazze ha qualcosa di sbagliato”. Ma la fabbrica in cui Lu lavorava era piena di giovani ragazze, come tutte le fabbriche di Shilong New Town. Gli unici lavori per uomini erano per guidatori, guardie di sicurezze, addetti alle pulizie e cuochi. Le fabbriche fervevano di attività, ciascuna era come una piccola città in miniatura, con le proprie cucine, i propri dormitori, la propria infermeria e i propri posti di controllo dove ogni veicolo e visitatore che entrasse od uscisse dalle mura veniva controllato e ispezionato.

E tutte queste indomabili città erano crollate. La fabbrica Highest Quality Dishwasher Company chiuse il lunedì, l’impianto di produzione di caldaie Boundless Energy Enterprise il mercoledì. Ogni giorno, Lu vedeva i capi entrare ed uscire con le loro auto, salutandoli e lasciandoli passare dopo che avevano fatto schioccare le loro carte identificative nella sua direzione. Un giorno, si fece forza e si chinò verso il finestrino, la faccia a soli pochi centimetri da quella dell’uomo che lo pagava ogni mese.

“Ce la caviamo meglio dei nostri vicini, eh, capo?” Provò a fare un sorriso gioviale, il migliore che riuscì, ma sapeva che non gli era venuto molto bene.

“Ce la caviamo bene”, abbaiò il capo. Aveva la pelle estremamente liscia e indossava una giacca sportiva, ma le sue spalle erano sporche di forfora. “E nessuno dice il contrario!”

“Proprio come dice lei, capo”, disse Lu, e si allontanò dalla finestra, cercando di continuare a sorridere. Ma aveva visto la faccia del suo capo — la fabbrica avrebbe presto chiuso.

Il giorno seguente, nessun autobus arrivò alla sua fermata. Normalmente ci sarebbero state cinquanta o sessanta persone ad aspettarlo, soprattutto giovani uomini, visto che la maggior parte delle donne viveva nei dormitori. Le guardie di sicurezza e gli addetti alle pulizie non avevano diritto ai dormitori. Quella mattina, c’erano solo otto persone ad aspettare l’autobus quando Lu arrivò alla fermata. Dieci minuti passarono ed arrivò un po’ di altra gente, ma ancora non si vedeva nessun autobus. Trenta minuti passarono — Lu era ormai ufficialmente in ritardo — e ancora non arrivava nessun autobus. Chiese agli altri che erano in attesa come lui per vedere se c’era qualcuno che stesse andando vicino alla sua fabbrica e che volesse dividere un taxi — un lusso altrimenti impensabile, ma perdere il suo lavoro era ancor più impensabile.

Un altro ragazzo, con un accento di Shaanxi, era disposto a farlo, e fu così che si resero conto che non sembrava che ci fossero neanche i taxi a percorrere le strade. Così Lu, essendo Lu, camminò fino al suo posto di lavoro, quindici chilometri sotto il sole bruciante, con la sua camicia e la giacca della divisa da guardia della sicurezza piegate sul braccio, la canottiera arrotolata per scoprire la pancia, la polvere che si accumulava sulle scarpe. E quando arrivò alla fabbrica di asciugatori automatici Miracle Spirit si ritrovò in una folla di migliaia di giovani donne urlanti in grembiuli da lavoro che si affollavano intorno ai cancelli chiusi da due giri di catena e lucchetti, urlando verso le porte oscurate della fabbrica. Molte delle ragazze avevano piccoli zainetti o borse così piene che non erano riuscite a chiuderle, e ora parte della biancheria intima e dei trucchi che contenevano si riversava sulla strada.

“Che sta succedendo?” gridò ad una di queste, trascinandola fuori dalla folla.

“I bastardi hanno chiuso la fattoria e ci hanno lasciato fuori. Lo hanno fatto durante il cambio-turno. Hanno fatto partire l’allarme antincendio e hanno urlato ‘Al fuoco!’ e quando siamo uscite tutte sono corsi a chiudere i cancelli!”

“Chi?” Aveva sempre pensato che, se la fabbrica fosse stata chiusa, avrebbero usato le guardie di sicurezza per farlo. Aveva sempre pensato che lui, almeno, avrebbe ottenuto quell’ultima busta paga dalla compagnia.

“I capi, sei di loro. Il signor Dai e cinque dei suoi supervisori. Hanno chiuso il cancello frontale e poi sono fuggiti da quello sul retro, chiudendo anche quello. Siamo tutte chiuse fuori. Tutte le mie cose sono là dentro! Il mio telefono, i miei soldi, i miei vestiti…”

La sua ultima busta paga. Mancavano solo tre giorni al giorno in cui dovevano riceverla e, ovviamente, l’azienda aveva trattenuto il pagamento delle prime otto settimane di paga a ciascuno di loro quando avevano iniziato a lavorare. Dovevi chiedere il permesso al tuo capo se volevi cambiare lavoro e tenere quei soldi… altrimenti abbandonavi la paga di due mesi.

Intorno a Lu, si innalzavano urla acute e piccoli pugni femminili colpivano l’aria. Contro chi stavano urlando? La fabbrica era vuota. La fabbrica era vuota. Se avessero scavalcato le mura, tagliando il filo spinato in cima, e poi rotto i lucchetti dall’altro lato dell’inferriata dei cancelli, avrebbero avuto il controllo del posto. Non potevano portare via un asciugatore automatico — non facilmente, in ogni caso — ma c’erano un sacco di piccole cose: attrezzi, sedie, le cose nelle cucine, i beni personali delle ragazze che non avevano pensato a portarli con se quando era scattato l’allarme anti-incendio. Lu conosceva tutte le cose che si potevano portare via di nascosto dalla fabbrica. Era una guardia di sicurezza. O lo era stato. Parte del suo lavoro era stato perquisire gli altri impiegati quando se ne andavano per essere certo che non stessero portandosi via niente. Il suo supervisore, il signor Chu, perquisiva lui alla fine di ogni turno, a sua volta. Non era certo se qualcuno, e chi, perquisisse il signor Chu.

Aveva un piccolo attrezzo multiuso che attaccava alla cintura ogni mattina. Avere un set di tenaglie, un coltello e un cacciavite sempre con te cambiava il modo in cui vedevi il mondo — diventava un posto da tagliare, affettare, rovistare e svitare.

“Quella è la tua unica giacca?” gridò nell’orecchio della ragazza con cui aveva parlato. Lei era un po’ più bassa di lui, con una grossa fossetta sulla guancia che a lui piaceva abbastanza.

“Ovviamente no!”, disse lei. “Ne ho altre tre dentro.”

“Se riesco a farti avere quelle tre, posso usare questa?” Tirò fuori le tenaglie del suo attrezzo multiuso. Erano unite da una serie di ingranaggi che aumentavano la forza che veniva applicata stringendole nel palmo della mano, e i denti della tenaglia avevano un paio di aguzzi taglia-filo. La ragazza del suo villaggio aveva lavorato per un po’ nella fabbrica della SOG a Dongguan e gliene aveva dati un paio prima di augurargli buona fortuna nel sud della Cina.

La ragazza che aveva altre tre giacche guardò il filo spinato. “Ti taglierà a striscioline”, disse.

Lui ghignò. “Forse”, disse. “Però penso di potercela fare”.

“Ragazzi”, gli urlò nell’orecchio. Lu poteva sentire nel respiro di lei l’odore della sua colazione, misto a quello di dentifricio. Gli fece venire nostalgia di casa. “Va bene. Ma stai attento!”. Scivolò fuori dalla sua giacca, mostrando un paio di braccia muscolose, modellate dal duro lavoro nella linea di produzione. Lu si avvolse la giacca intorno alla mano sinistra, poi vi avvolse intorno la sua giacca di guardia di sicurezza, facendo sembrare la sua mano come un guantone da boxe dei cartoni animati, trascinandosi dietro lembi di stoffa penzolanti.

Non era facile arrampicarsi sulla recinzione con una mano avvolta nello spessore di una dozzina di strati di stoffa, ma era sempre stato un buon scalatore, anche nel villaggio, un ragazzo intraprendente che si era fatto la reputazione di uno che si arrampicava su qualsiasi cosa stesse ferma: alberi, case, persino fabbriche. Aveva una mano buona, due piedi, ed una mano bendata e questo era abbastanza per portarlo fino in cima. Una volta arrivato, afferrò cautamente con la mano il nastro spinato [5], facendo attenzione a tirarlo verso il basso in un movimento dritto e senza segare via la sua protezione facendolo scorrere di lato. Si immaginò scivolare e cadere, con il nastro spinato che gli tranciava le dita dalla mano, facendole cadere dall’altro lato della recinzione, guizzando come vermi nella sabbia mentre lui si afferrava la mano mutilata urlando, spruzzando sangue sulle ragazze attorno a lui.

Beh, allora sarà meglio che non scivoli, pensò cupamente, aprendo cautamente l’attrezzo multiuso con una sola mano, facendolo roteare come un coltello a farfalla (una mossa in cui si era esercitato parecchio, facendo finta di essere un pistolero nella sua stanza, o quando nessun altro era vicino al cancello). Con cautela portò la morsa delle tenaglie attorno alla prima spira del nastro spinato, guardando i denti degli ingranaggi che stridevano l’uno contro l’altro, trasformando la stretta della sua mano destra in centinaia di libbre di pressione nella morsa. La tenaglia incise il filo, lo prese, e lo tagliò di netto.

La spira si liberò emettendo un twoingggg e Lu tirò indietro la testa appena in tempo per evitare che il suo naso — e forse il suo orecchio e il suo occhio — venissero tagliati via dal filo.

Ma ora poteva poggiare la sua mano sinistra sulla cima del muro, scaricandoci una maggior parte del suo peso, raggiungendo così la seconda spira di nastro spinato con la tenaglia, tenendosi a maggiore distanza dal filo stesso, pendendo al di fuori della recinzione il più possibile, per evitare di venire colpito quando avesse tagliato il secondo nastro spianto. Cosa che fece, separandolo di netto con la stessa facilità della spira precedente. Il filo volò dritto nella sua direzione e fu solo lasciando andare i piedi e penzolando reggendosi con una sola mano dalla recinzione, colpendola duramente col corpo, che riuscì a non farsi tagliare la gola. Vista la sua posizione, il nastro lo colpì alla base dello scalpo, che iniziò a sanguinare pesantemente lungo la sua schiena. Ignorò il taglio. Poteva essere solo di striscio, nel qual caso avrebbe smesso di sanguinare da solo, oppure era profondo e aveva bisogno di un medico. In ogni caso avrebbe superato il muro.

Tutto ciò che rimaneva adesso erano tre file di filo spinato. Erano più dure da tagliare del filo a rasoio, ma le “spine” erano ben distanziate e il filo stesso era meno prono a contorcersi in folli colpi di frusta del filo a rasoio. Ogni volta che un pezzo di filo spinato veniva tagliato s’innalzava un ruggito di approvazione dalle ragazze sotto di lui, ed anche se la ferita bruciava ferocemente, pensò che questa poteva essere la sua ora migliore, la prima volta nella sua vita in cui era qualcosa di più di una guardia di sicurezza che aveva lasciato il suo paesino arretrato per trovare il modo di essere insignificante nelle provincia di Guandong.

E ora era in grado di srotolare le giacche dalla sua mano e semplicemente saltare dall’altra parte del muro e arrampicarsi in discesa dall’altra parte come una scimmia, sorridendo per tutto il tempo all’orda di ragazze che stavano superando la recinzione a ondate. Non ci volle molto prima che la ragazza che aveva altre tre giacche lo raggiungesse. Lui scosse la giacchetta di lei — tagliata in quattro o cinque punti — come un cameriere che offra a una signora elegante la sua giacca. Lei infilò con grazia quelle sue braccia muscolose nelle maniche e andò dietro di lui ad esaminare la sua ferita allo scalpo.

“Non è profonda”, disse. “Sanguinerà un sacco, ma starai bene”. Gli diede un bacio sulla guancia, come una sorella a un fratello. “Sei un bravo ragazzo”, disse, poi corse per unirsi al fiume di ragazze che stavano entrando nella fabbrica da una porta sfondata.

In breve tempo, si trovò da solo nel cortile della fabbrica, in mezzo ai bei sentieri di ghiaia e ai prati curati. Era riuscito ad entrare nella fabbrica, ma non riusciva a decidersi a prendere qualcosa, nonostante i suoi superiori gli dovessero praticamente tre mesi di stipendio. In qualche modo, gli sembrava giusto che fossero le ragazze che avevano utilizzato gli attrezzi a prenderli, che fossero gli uomini che avevano cucinato i pasti a prendere ciò che era nelle cucine.

Alla fine, decise di prendere una delle biciclette comuni che erano state parcheggiate con cura vicino ai cancelli della fabbrica. Queste venivano utilizzate da tutti allo stesso modo e, in ogni caso, doveva tornare a casa e farsi la strada a piedi con una ferita alla testa sotto il sole di mezzogiorno non sembrava un gran bel piano.

Sulla strada verso casa, il mondo sembrava molto cambiato. Per prima cosa, era diventato un criminale, cosa che gli sembrava piuttosto diversa dall’essere una guardia. Ma c’era più di questo: l’aria sembrava più pulita (in seguito avrebbe letto che l’aria era più pulita, grazie al fatto che tutte le fabbriche avevano chiuso e che gli autobus erano rimasti nei loro parcheggi). La maggior parte dei negozi sembrava chiusa, e il resto era gestito da negozianti apatici che si sedevano nei portici o giocavano a mahjong, nonostante fosse pieno giorno. Tutti i ristoranti e i bar erano chiusi. Alla stazione, vide un treno che passava senza fermarsi, ogni vagone pieno all’eccesso di giovani donne e delle loro valigie, lasciando Shilong New Town per cercare la loro strada da qualche altra parte, dove ci fosse ancora lavoro.

Così, nello spazio di una settimana o due, questa città gigantesca era morta. Tutto gli era sembrato così incredibilmente possente quando era arrivato, con strade pavimentate di fresco e negozi nuovi e nuovi edifici, e le fabbriche che si stagliavano contro il cielo ovunque si guardasse.

Quando arrivò a casa — stordito dalla dolorosa ferita allo scalpo, sudato, affamato — sapeva già che quella città magica era solo un cumulo di cemento e una montagna di sudore dei lavoratori, e che aveva la stessa stabilità di un sogno. Da qualche parte, in una terra distante di cui conosceva a malapena il nome, la gente aveva smesso di comprare lavatrici e così questa città era morta.

Decise di stendersi per un brevissimo sonnellino, ma nel tempo che ci mise ad alzarsi e a raccogliere un po’ delle sue cose in una borsa da viaggio e tornare sulla sua bici, senza preoccuparsi di chiudere la porta dell’appartamento dietro di se, la stazione era barricata e c’era una lunga fila di profughi che arrancavano sulla strada verso Shenzhen, a due giorni di cammino di distanza come minimo. Fu felice di aver preso la bici. Più tardi, trovò un bancomat funzionante e ritirò un po’ di denaro, cosa che trovò più rassicurante di quanto avesse sperato. Per un po’ di tempo, era sembrato come se tutto il mondo fosse arrivato alla sua fine. Era un sollievo scoprire che si trattava solo di questo piccolo angolo di mondo.

A Shenzhen, iniziò a trascorrere sempre più tempo negli Internet Café, perché erano il modo più economico di stare seduti in un edificio, lontani dal caldo e perché erano pieni di giovani uomini come lui. E anche perché poteva parlare con i suoi genitori da lì, raccontando loro storie inventate riguardo la sua inesistente ricerca di un lavoro, promettendo che avrebbe presto iniziato a mandare denaro a casa.

E lì è dove la gilda lo trovò. La gilda di Ping e dei suoi amici, che conoscevano questo ragazzo dall’altra parte del pianeta, questo Wei-Dong che pendeva dalle sue labbra ad ogni frase del suo racconto, che gli disse di averlo utilizzato in un compito di studi sociali per la scuola, cosa che fece ridere tutti. Inoltre lì aveva trovato felicità e lavoro, ed aveva trovato anche una verità: il mondo non era costruito su solida roccia, ma piuttosto sulla sabbia, e sarebbe sempre cambiato.

Wei-Dong non sapeva quando ancora sarebbe durato il lavoro di suo padre. Forse trent’anni — ma pensava che sarebbe successo in molto meno tempo. Ogni giorno, si svegliava nella sua stanza sotto le sue lenzuola di Spongebob e si chiedeva a quali cose della sua vita avrebbe potuto rinunciare, a quanto la sua vita potesse ridursi alle cose essenziali.

Ed ecco arrivata la possibilità di scoprirlo. Quando i suoi bisnonni avevano la sua età erano stati profughi di guerra, attraversando l’oceano su una nave affollata, con documenti rubati, un infante nelle braccia della sua bisnonna e un altro in arrivo nella sua pancia. Se loro potevano farcela, anche Wei-Dong poteva.

Aveva bisogno di un posto in cui stare, il che voleva dire denaro, il che voleva dire un lavoro. La gilda gli avrebbe dato la sua parte del denaro guadagnato coi raid, ma non era abbastanza per sopravvivere in America. O lo era? Si chiese quanto guadagnassero i guatemaltechi attorno a lui con i loro lavori in nero come lavapiatti, uomini delle pulizie e giardinieri.

In ogni caso, non aveva bisogno di scoprirlo, perché lui aveva qualcosa che a loro mancava: un numero di sicurezza sociale. E sì, quello voleva dire che alla fine i suoi genitori sarebbero stati in grado di trovarlo, ma fra un mese sarebbe stato maggiorenne e per loro sarebbe stato troppo tardi per fargli fare qualsiasi cosa senza la sua cooperazione.

In quelle ore in cui aveva fatto progetti e si era interrogato sul suo destino nel caso la sua famiglia perdesse tutto, aveva velocemente deciso a favore del più semplice lavoro che poteva fare: il Turco Meccanico.

I Turchi erano un’armata di lavoratori nello spazio di gioco. Tutto ciò che dovevi fare era provare che eri un giocatore decente — il gioco aveva le statistiche per saperlo — registrarti, e poi loggare ogni volta che volevi lavorare. Il gioco gli avrebbe mandato delle richieste ogni volta che un giocatore si trovava a fare qualcosa che il gioco non sapeva come interpretare — parlato troppo a lungo con un personaggio non giocante, infilzato una spada dove non avrebbe dovuto, arrampicarsi su un albero a cui nessuno si era preoccupato di aggiungere alcun dettaglio — e tu dovevi andare ad arbitrare sul posto. Interpretavi il personaggio non giocante, decidevi un comportamento per l’oggetto infilzato, o prendevi decisioni da una lista di cose che si potevano trovare su un albero.

Non venivi pagato molto, ma non ci mettevi neanche molto tempo. Wei-Dong aveva calcolato che se avesse giocato su due computer contemporaneamente — una cosa che era certo di poter fare — e fosse riuscito a gestire un nuovo incarico ogni venti secondi su ciascuno dei due, poteva fare tanti soldi quanto i senior manager della compagnia di suo padre. Per arrivare a ciò avrebbe dovuto lavorare dieci ore al giorno, ma aveva passato un sacco di fine settimana a giocare per dodici o anche quattordici ore al giorno, per cui, diavolo, era praticamente come avere già i soldi in tasca.

Così utilizzò il computer affittato per registrare il suo account ed iniziò a riempire gli incartamenti necessari a richiedere il lavoro. Nel frattempo, era cosciente del suo account e-mail raramente usato e dei messaggi dei suoi genitori che sicuramente lo aspettavano. I moduli da riempire erano lunghi e noiosi, ma abbastanza facili, anche le piccole domande a risposta libera in cui dovevi rispondere ad una serie di domande ipotetiche su cosa avresti fatto se un giocatore faceva o diceva una data cosa. E l’e-mail dei suoi genitori era lì ad aspettare, chiedendo di essere scaricata e letta…
Passo ad un altro browser ed aprì la posta. Erano settimane dall’ultima volta che l’aveva controllata, così era inondata da centinaia di messaggi di spam, ma ecco lì, in cima:

RACHEL ROSENBAUM –DOVE SEI???

Ovviamente era stata sua madre ad inviare l’e-mail. Era sempre lei a scrivergli, inviandogli piccole note di incoraggiamento durante la giornata scolastica, ricordandogli dei compleanni dei suoi nonni, dei suoi cugini e di suo padre. Suo padre usava l’e-mail quando ne aveva la necessità, di solito alle due di notte quando non riusciva a prendere sonno per le preoccupazioni che gli dava il lavoro e aveva bisogno di sgridare i suoi manager senza svegliarli con una telefonata. Ma quando era possibile telefonare, suo padre faceva quello.

DOVE SEI???

La linea dell’oggetto diceva già tutto, no?

Leonard, questa è una follia. Se vuoi essere trattato da adulto, inizia a comportarti come tale. Non andartene via di nascosto alle nostre spalle, giocando nel messo della notte. non fuggire Diosadove a fare il broncio.

Possiamo discuterne come una famiglia, come persone adulte, ma prima devi TORNARE A CASA e smetterla di comportarti come un MARMOCCHIO VIZIATO. Ti amiamo, Leonard, e ci preoccupiamo per te, vogliamo aiutarti. Lo so che quando si ha 17 anni è facile pensare di avere tutte le risposte…

Smise di leggere e sbuffò. Odiava quando gli adulti gli dicevano che si sentiva nella maniera in cui si sentiva solamente perché era giovane. Come se essere giovane fosse come essere pazzo o ubriaco, come se le sue convinzioni fossero solo delle allucinazioni causate da una qualche malattia mentale che poteva essere curata aspettando cinque anni. Perché non chiuderlo semplicemente in una scatola e aspettare che arrivasse ad avere ventidue anni?

Fece per rispondere, poi si accorse di essersi loggato senza utilizzare nessun servizio per rendersi anonimo. I suoi compagni di gilda erano bravissimi con queste cose — si trattava di server che reindirizzavano il tuo traffico, oscurando la tua identità e gli indirizzi che che cercavi di evitare. I migliori erano del Falun Gong, lo strano culto religioso che il governo cinese stava cercando di spazzare via. Il Falun Gong metteva su nuovi relè online circa ogni ora, mantenendosi un passo avanti al Grande Firewall Cinese, l’onnivedente, onnisciente server farm che controllava ogni cosa e che in teoria doveva impedire a 1,6 miliardi di cinesi di accadere al genere sbagliato di informazioni.

Nessuno nella gilda aveva molto tempo per il Falun Gong o le sue strambe credenze, ma tutti concordavano sul fatto che erano i migliori quando si trattava di fare buchi attraverso il Grande Firewall. Un veloce giro attraverso le pagine in continuo cambiamento dei relè di Falun Gong permisero a Wei-Dong di trovare un computer che potesse reindirizzare il suo traffico. Solo allora, rispose a sua madre. Che cercasse pure di seguire a ritroso le sue tracce — l’avrebbero portata ad un vicolo cieco: un noto culto religioso cinese. Questo sì che le avrebbe dato qualcosa di cui preoccuparsi!

Mamma, sto bene. Mi sto comportando come un adulto (badando a me stesso, facendo le mie decisioni). Può essere stato sbagliato mentirvi su cosa facevo del mio tempo, ma rapire tuo figlio per mandarlo ad una scuola militare è quanto di meno adulto ci possa essere. Mi terrò in contatto quando ne avrò la possibilità. Vi voglio bene. Non ti preoccupare, sono al sicuro.

Lo era davvero? Al sicuro quanto erano stati i suoi bisnonni, scendendo dalla nave a New York. Al sicuro quanto lo era stato Lu, percorrendo in bici la strada verso Shenzhen.

Avrebbe trovato un posto in cui stare — poteva cercare su google “hotel economico centro los angeles” bene quanto chiunque altro. Aveva il denaro. Aveva un numero di sicurezza sociale. Aveva un lavoro — due lavori, contando quello fatto con la gilda — e aveva un sacco di missioni di esercitazione da fare prima di potere iniziare a guadagnare qualcosa. Ed era il momento di occuparsene.


[5] Il nastro spinato, disposto in questo caso a concertina è qualcosa di molto simile al filo spinato, ma fatto in modo da infliggere tagli anche gravi a chi cerca di oltrepassarlo. Il modo in cui frusta l’aria quando viene tagliato è dovuto alla sua disposizione a “concertina”, ovvero con la forma di grandi bobine, che generano un effetto simile a quello di una molla che venga tesa: se una concertina viene tagliata, le due estremità tornano alla posizione di riposo con un movimento veloce, pericolosissimo per chi ha eseguito il taglio.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi For the Win: Parte 2, scena 1

Ricevi aggiornamenti via e-mail!

For the Win

Condividi!

http://www.wikio.it

Licenza

Licenza Creative Commons
The content on this website is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
Unless otherwise indicated.

Bloggers' Rights at EFF