Monthly Archives: June 2011

GDR nel 2048

30/06/2011
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Quanti tra noi “giocatori” non han pensato almeno una volta <ma “da grande” giocherò ancora?> Eccovi una breve riflessione sull’argomento…

In riva al fiume poco lontano da casa mia da anni c’è una piccola bocciofila ritrovo di anziani e non appassionati del divertente, oh sarò vecchio dentro ma lo trovo divertente,  gioco delle bocce. L’intera zona è attrezzata anche con tavolini ritrovo fisso di assidui giocatori di briscola.

Ora, ammesso e non concesso che la mia generazione riuscirà ad averla una pensione e non sarà costretta a lavorare fin al giorno prima della “fine delle trasmissioni”, come sarà quel posto tra una trentina abbondante di anni?

I più pessimisti risponderanno certamente: “sarà infestato da zombie come il resto del pianeta terra” o “i babycyberbulli imperverseranno e con i loro minitaeser allontaneranno chiunque non sia della loro gang mentre i miasmi del fiume trasformato in fogna a cielo aperto ammorberanno l’aria” oppure ancora “ci sarà un supermercato fluviale lì”; i più creduloni invece diranno: “Ma no, il mondo finisce nel 2012″, oppure, se sono fedeli seguaci di Giacobbo: “Per allora i Maya Intergalattici avranno fatto compiere all’umanità il suo salto evolutivo“.

Ma come dico sempre al mio amico Gianni, voglio essere ottimista. 

Mi sono immaginato quindi i tavolini della briscola adornati di dadi da venti, tabelloni a quadrati da un pollice, miniature (ormai pezzi da museo), e schede personaggio o magari pile di carte di Magic (orrrore!)… insomma i pensionati del 2048 giocheranno alla tradizionale briscola o si porteranno nella tranquillità dei loro 60 o 70 anni i loro amati giochi “made in 80′s”?

Considerando quanto il gioco di ruolo in genere è diffuso e conosciuto in Italia propendo per la sopravvivenza di bocce e briscola, magari coadiuvate da un segnapunti olografico o da un robot arbitro pronto a dirimere con le sue perfette misurazioni ogni diverbio dei senili giocatori.

Resta però il fatto che mentre molti passatempi sono esplicitamente legati all’età, parapendisti 90enni a parte, il gioco di ruolo, con la sua struttura “narra una storia”, con il suo antiagonismo e con la carica di socialità spesso sottostimata dai profani, ben si confà a qualsiasi fascia d’età ed anzi oso dire che con l’esperienza non può che migliorare.

Che sia giocato come “entra uccidi mostro arraffa tesoro esci” (EUMATE), come sofisticato gioco di interpretazione, sia che la campagna sia una complessa ricostruzione o una serie di scontri inframezzati da lunghi viaggi, il gioco di ruolo rimane abbastanza affascinante da diventare una passione che, casi della vita permettendo, difficilmente si vuol abbandonare del tutto.

Certo i suddetti “casi della vita” sono gli stessi che portano a perdere di vista vecchi amici, compagni di scuola a cui eravamo legatissimi solo non troppi anni prima, oppure urgenze ben più impellenti (una prece per gli sfortunati che non han trovato una compagna o un compagno con la stessa passione) familiari, lavorative o legate ad altre passioni (dal suddetto parapendio alle danze popolari austriache). Ma appunto, quando si passa dall’età lavorativa a quella “del riposo”, quando le urgenze familiari diventano al più dover tenere a bada chiassosi nipotini, i ragazzi degli anni 80 che hanno iniziato a giocare a D&D con la scatola rossa torneranno alla vecchia passione?

Vedo probabile, almeno nella mia cerchia di amici, un simile ritorno o una simile permanenza nel gioco. Vedo probabile anche che molti coinvolgeranno, con che livello di successo non so, figli e nipoti nel loro tranquillo ed intelligente hobby.

Insomma voglio essere per una volta ottimista e pensare che, anche se tristemente sempre di nicchia, il vecchio d20 saltellerà su quei tavolini di legno… e come sempre finirà per perdersi sotto il tavolo iniziando tra gli attempati giocatori la discussione su chi avrà più acciacchi per evitare di raccoglierlo…

Voi, e mi rivolgo soprattutto ai “giocatori” in ascolto, che ne pensate? Vi vergognerete a giocar di ruolo nel 2048 e vi farete passare per giocatori di briscola… o di briscola virtuale?

Ah naturalmente il discorso potrebbe essere esteso a tutti quei “giochi intelligenti” che tanto ci affascinano, dai giochi di carte collezionabili e non ai mille giochi in scatola compreso il ben poco “elitario” Risiko!.

Canzoni in Lingua dei Segni

28/06/2011
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Il lavoro di traduzione delle canzoni che faccio in questo sito è qualcosa di semplice, più un gioco che un lavoro. Ma c’è chi fa traduzioni estremamente più belle e difficili delle stesse canzoni.
Ho di recente scoperto le traduzioni in American Sign Language (la lingua dei segni utilizzato dai sordomuti negli Stati Uniti) fatte da un ragazzo, Stephen Torrence…

Per farvi capire cosa intendo con “traduzione in lingua dei segni” di una canzone, questa è una delle mie preferite… Notate sia i movimenti a ritmo con la musica de l’espressività del volto:

Sul suo canale di YouTube potete trovare di tutto, persino Bohemian Rhapsody, dei Queen, interpretata in ASL.

A giudicare da YouTube, negli Stati Uniti queste traduzioni sono piuttosto comuni, molto spesso realizzate come prova finale di corsi per udenti che vogliano imparare la Lingua dei Segni Americana. Stephen Torrence ha iniziato proprio così, interpretando in lingua dei segni “Still Alive“, sigla finale del videogioco Portal.
Cosa che rende il suo lavoro ancor più interessante per me è che ha interpretato un sacco di canzoni di Jonathan Coulton, che ricorderete essere uno dei miei musicisti preferiti, sia per il mio post “Pagare per qualcosa che si potrebbe avere gratis“, che per le due sue canzoni che ho tradotto su questo sito (“Want You Gone“, “Future Soon“). Parlando di queste traduzioni, qui potete trovare Future Soon cantata in ASL, sempre da Stephen.

Per finire, ecco una delle canzoni più divertenti di Jonathan Coulton (soprattutto se vi piacciono gli Zombie) interpretata in ASL.

Purtroppo sembra che in Italia non ci sia una moda simile che utilizzi la lingua dei segni del nostro paese, la LIS (Lingua Italiana dei Segni), anche se ho scoperto che YouTube è pieno di video per impararla, mentre i corsi “nel mondo reale” non sembrano di facilissimo accesso… Non credo che youtube sia però un buono strumento per imparare una lingua. Le lingue richiedono un certo contatto umano.

Da un punto di vista linguistico credo che imparare una qualsiasi lingua dei segni (ma, essendo in Italia, propenderei per la LIS) sia qualcosa di estremamente interessante: un linguaggio umano, completamente sviluppato su un canale che ha regole del tutto diverse da quello auditivo.

Io penso che la capacità di comunicare pensieri complessi sia la cosa che veramente ci definisce come esseri umani. Non tanto nel senso di “cosa che ci differenzia dagli animali”, sarebbe rischioso: un tempo si diceva che la capacità di utilizzare strumenti era la differenza fra esseri umani e animali. Questo include le scimmie (e, sembra, i corvi) ed esclude molti disabili.
Piuttosto, penso che le lingue in qualche modo riflettano qualcosa di importante e profondo che abbiamo dentro di noi. Non esiste popolazione umana che non sviluppi autonomamente un linguaggio se gliene manca uno. E le lingue sono la migliore finestra che abbiamo sulla mente umana. Per cui mi chiedo: quali sono le esigenze fondamentali di comunicazione che vengono soddisfatte da ogni lingua? E quali sono le cose utili, ma meno urgenti, che troviamo solo in alcune lingue e non in altre?

Cercherò di iscrivermi ad un corso di LIS, cercherò di tenervi informati e magari anche di preparare nel tempo una raccolta di risorse utili se voleste imparare anche voi la LIS.

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 11

26/06/2011
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Continua da For the Win, parte 1, scena 10

Questa scena è dedicata alla University Bookstore dell’università di Washington, la cui sezione di fantascienza rivaleggia con molte librerie specializzate, grazie all’occhio acuto di Duane Wilkins, che si dedica agli acquisti di libri di fantascienza. Duane è un vero fan della fantascienza — l’ho incontrato per la prima volta alla World Science Fiction Convention a Toronto nel 2003 — e questo si vede dalla scelta eclettica e informata dei libri in mostra nella libreria. Una delle cose che mostra quanto è ottima questa libreria è la qualità delle “shelf review” — i piccoli biglietti inseriti negli scaffali con le recensioni dello staff (tipicamente scritte a mano), che decantano le virtù di libri che potresti non vedere. Lo staff della University Bookstore ha chiaramente tratto benefici dagli insegnamenti di Duane, in quanto le shelf reviews della University Bookstore non sono seconde a nessuno.

The University Bookstore 4326 University Way NE, Seattle, WA 98105 USA +1 800 335 READ

Mala si svegliò presto, dopo un sonno agitato. Nel villaggio si alzava spesso presto, ed ascoltava i richiami degli uccelli. Ma qui non c’erano cinguettii quando i suoi occhi si aprirono, solo la sussurrante Dharavi — automobili, ratti, gente, lontani rumori di fabbrica, capre. Un gallo. Beh, quello era un tipo di uccello. Un piccolo sorriso toccò le sue labbra, e si sentì un po’ meglio.

Non molto, però. Si sedette e si sfregò gli occhi, poi si stiracchiò. Gopal dormiva ancora, russando dolcemente, steso sulla pancia come faceva da bebè. Aveva bisogno di andare in bagno e, visto che c’era già la luce del giorno, decise che sarebbe andata ai bagni comunali invece di usare il secchio coperto che tenevano nella camera. Nel villaggio, avevano una vera latrina, scavata in profondità, con un vaso di acqua pulita all’esterno che le donne tenevano sempre pieno. Qui a Dharavi, i bagni pubblici erano più che altro uno spazio chiuso, puzzolente, mai molto pulito. Le famiglie che si erano sistemate da un po’ a Dharavi avevano i propri bagni privati, così quelli pubblici erano usati solo dai nuovi arrivati.

Non era così male questa mattina. C’erano delle donne che si erano alzate persino prima di lei per sciacquarli con l’acqua presa da un vicino pozzo pubblico. Entro il tramonto, il tanfo sarebbe stato tale da fare lacrimare gli occhi.

Si attardò nella strada di fronte alla casa. Non era ancora troppo caldo, né troppo affollato, né troppo rumoroso. Avrebbe desiderato lo fosse. Forse il rumore e la folla avrebbero annegato le preoccupazioni che gareggiavano nella sua mente. Forse il caldo le avrebbe bruciate.

Aveva portato con se il suo telefono cellulare. Era pieno di notifiche di nuove cose che avrebbe potuto vedere pagando — show, cartoni animati e messaggi politici, mandati durante la notte. Li cancellò impaziente e scese fino alla sua rubrica, fermandosi al nome del signor Banerjee e fissandolo. Il suo dito si posò sul pulsante di chiamata.

Era troppo presto, pensò. Stava di certo dormendo. Ma non dormiva mai, no? Il signor Banerjee sembrava essere sveglio ad ogni ora, mandandole messaggi con i nuovi bersagli che il suo esercito doveva abbattere. Sarebbe stato sveglio. Probabilmente era stato sveglio tutta la notte, parlando con la signora Dibyendu.

Il dito tornò sul pulsante per la chiamata.

Il telefono squillò.

Lei lo fece quasi cadere per la sorpresa, ma riuscì a tenerlo in mano e fermare la suoneria, guardando lo schermo. Il signor Banerjee, ovviamente, come se lo avesse evocato nel suo telefono coi suoi pensieri e il suo sguardo ansioso.

“Pronto?”, disse lei.

“Mala”, rispose lui. La voce era seria.

“Signor Banerjee”. Le parole vennero fuori in uno squittio.

Lui non disse nient’altro. Mala conosceva questo trucco. Lo usava con il suo esercito, soprattutto con i ragazzi. Non dire niente creava una bolla di silenzio nella mente del tuo avversario, una che questo faticava a riempire, finché non iniziava a riecheggiare delle sue ansie e dubbi. Funzionava molto bene. Funzionava molto bene, anche se sapevi come funzionava. Stava funzionando bene su di lei.

Lei si morse il labbro. Se non lo avesse fatto si sarebbe lasciata sfuggire qualcosa, forse Stava per farmi del male, o Se l’è cercata, o Non ho fatto niente di male.

Oppure, Sono una combattente e non ho niente di cui vergognarmi.

Perfetto. Ecco quale era il pensiero, il pensiero che voleva scivolare via e nascondersi dietro Stava per farmi del male, questo era il pensiero di cui aveva bisogno, il plotone che doveva mandare nell’avanguardia. Ordinò il pensiero, lo richiamò al suo dovere, lo trasformò in un’ordinata formazione di schermaglia e lo fece marciare in avanti.

“Il nipote idiota della signora Dibyendu ha cercato di assalirmi la notte scorsa, nel caso non lo sapesse”. Aspettò un istante “Non gliel’ho lasciato fare. Non penso che riproverà.”

Ci fu un grugnito, molto debole, dall’altra parte del telefono. Una risata trattenuta? Rabbia contenuta a stento? “Ne ho sentito parlare, Mala. Il ragazzo è all’ospedale”.

“Bene”, disse lei, prima di potersi fermare.

“Una delle sue costole si è rotta ed ha perforato un polmone. Ma dicono che sopravviverà. In ogni caso, è andato vicino a non farcela”.

Si sentì male. Perché? Perché doveva andare in questo modo? Perché non poteva lasciarla in pace? “Sono felice che vivrà”.

“La signora Dibyendu mi ha chiamato la notte scorsa per dirmi che l’unico figlio di sua sorella era stato aggredito. Che era stato aggredito da una crudele banda di tuoi amici. Il tuo ‘esercito’”.

Ora fu lei ha grugnire. “Lo dice perché lo mette in imbarazzo il fatto di essere stato pestato così duramente da me, solo da me, solo da una ragazza”

Nuovamente, il silenzio si dilatò nella conversazione. Sta aspettando che io dica che sono triste, che rimedierò in qualche modo, che può trattenerlo dalla mia paga. Deglutì. Non lo farò. L’idiota mi ha costretto ad attaccarlo, e si meritava quello che ne ha ottenuto.

“La signora Dibyendu”, iniziò lui, poi si fermò. “Ci sono delle spese che derivano da una cosa del genere, Mala. Tutto ha un prezzo. Lo sai. Devi pagare per giocare al Café della signora Dibyendu. Costa a me fare in modo che tu lo faccia. Beh, anche questo ha un prezzo.”

Ora era il turno di lei di stare in silenzio, e di pensare rivolta verso di lui, il più forte possibile. Oh si, beh, penso che ho già ottenuto il mio pagamento dal nipote idiota. Penso che abbia pagato il prezzo delle sue azioni.

“Mi stai ascoltando?”

Lei fece un grugnito di assenso, non fidandosi della propria voce.

“Bene, ascolta attentamente. Il prossimo mese, lavori per me. Ogni rupia sarà mia, e farò sì che questa cosa cattiva che hai attirato su te stessa se ne vada via.”

Lei allontanò il telefono dalla faccia come se fosse arrivato al calor rosso e l’avesse bruciata. Guardò lo schermo. Da molto lontano, il signor Banerjee disse, “Mala? Mala?” Riavvicinò il telefono all’orecchio.

Ora stava respirando pesantemente. “E’ impossibile”, disse, cercando di restare calma. “L’esercito non combatterà senza una paga. Mia madre non può vivere senza il mio stipendio. Perderemo la nostra casa. No, ripeté, “non è possibile”.

“Non è possibile?” Mala, sarà meglio che invece lo sia. Che tu lavori o no per me, dovrò comunque sistemare le cose con la signora Dibyendu. E’ il mio dovere, come tuo datore di lavoro, farlo. E costerà dei soldi. Hai un debito e dovrò ripagarlo per te, e questo vuol dire che tu devi essere pronta a ripagarlo a me“.

“E allora non pagarlo”, disse lei. “Non darle nemmeno una rupia. Ci sono altri posti in cui possiamo giocare. Il suo nipote se l’è cercata. Possiamo giocare da un’altra parte”.

“Mala, c’è qualcuno che abbia visto questo ragazzo metterti le mani addosso?”

“No”, disse lei. “Ha aspettato finché non siamo stati da soli”.

“E perché eri da sola con lui? Dove era il tuo esercito?”

“Erano già tornati a casa. Sono rimasta fino a tardi”. Pensò a Sorellona Nor e al suo metamecha, al sindacato. Il signor Banerjee si sarebbe arrabbiato ancora di più se lei gli avesse detto di Sorellona Nor. “Stavo studiando delle tattiche”, disse lei. “Facendo pratica da sola”.

“Sei rimasta da sola con questo ragazzo, nel pieno della notte. Cosa è successo sul serio, Mala? Volevi vedere come era baciarlo come la star di un film, e poi è andato tutto fuori controllo? E’ così che è successo?”

No!“. Urlò così forte che sentì la gente lamentarsi nei propri letti, gridandole contro, sonnolenti, da dietro le finestre aperte. “Sono rimasta fino a tardi per fare pratica, lui ha cercato di impedirmi di uscire. L’ho buttato a terra e lui mi ha inseguita. L’ho buttato a terra di nuovo e gli ho insegnato perché non avrebbe dovuto inseguirmi”.

“Mala”, disse lui, e lei pensò che adesso stava cercando di suonare paterno, saldo e maschile. “Avresti dovuto saper fare di meglio che metterti in una situazione simile. Un generale sa che ci sono delle battaglie che si vincono evitando di combatterle. Ora, sono un uomo ragionevole. Ovviamente, tu e tua madre e il tuo esercito avete bisogno del mio denaro per continuare a combattere. Puoi prendere in prestito da me la tua paga per questo mese, qualcosa per pagare tutti, e poi puoi ripagarmi, poco a poco, nel prossimo anno. Prenderò 5 rupie ogni 20 per i prossimi 12 mesi, e ci considereremo pari.”

Era una speranza, terribile, orribile speranza. Una possibilità di mantenere il suo esercito, il suo appartamento, la sua rispettabilità. E sarebbe costato solo un quarto dei suoi guadagni. Gliene sarebbero rimasti tre quarti. Tre quarti era meglio di niente. Era meglio che dire ad Ammaji che era tutto finito.

“Sì,” disse lei. “Ok, va bene. Ma non giochiamo più al Café della signora Dibyendu”

“Oh, no” disse lui. “Non starò a sentire queste cose. La signora Dibyendu sarà felice di riavervi nel suo locale. Dovrai scusarti con lei, ovviamente. Le puoi portare il denaro per suo nipote. Questo la farà sentire meglio, ne sono certo, e guarirà ogni ferita nella vostra amicizia”.

“Perché?” C’erano delle lacrime sulle sue guance, ora. “Perché non ci lasci andare altrove? Che differenza fa?”

“Perché, Mala, sono il capo e tu sei la lavoratrice e questa è la fabbrica in cui lavori. Questo è il perché.” La sua voce era dura adesso, tutta la cadenza di falsa preoccupazione se n’era andata via, lasciando dietro di sé un macinio come di pietra contro pietra.

Mala voleva riattaccargli il telefono in faccia, alla maniera di come si fa nei film quando scoppiano quei giganteschi litigi urlati, e tiravano i telefoni in una fontana o li spaccavano contro i muri. Ma non poteva permettersi di distruggere il proprio telefono e non poteva permettersi di fare arrabbiare il signor Banerjee.

Così disse, “Va bene”, con la voce piccola, come un topolino che cerchi di non farsi notare.

“Brava ragazza, Mala. Ragazza intelligente. Ora, ho la tua prossima missione. Sei pronta?”

Intontita, memorizzò i dettagli della missione, chi doveva uccidere e dove. Pensò che se riusciva a fare questo lavoro velocemente, poteva chiedergliene un altro e poi un altro ancora — lavorare più a lungo, ripagare il debito più velocemente.

“Ragazza intelligente, brava ragazza”, disse lui di nuovo, una volta che lei gli ripeté i dettagli. Quindi mise giù il telefono.

Lei rimise il telefono in tasca. Intorno a lei, Dharavi si era svegliata, passandole accanto come se lei fosse un sasso in un fiume, pressandosi su di lei da entrambi i lati. Uomini con pale e carretti, ragazzi con enormi sacchi di iuta su ciascuna spalla, pieni di lerce bottiglie di plastica dirette verso qualche casa di smistamento, un uomo con una lunga barba e una papalina kufi e una camicia kurta che gli pendeva fino alle ginocchia che guidava una capra con un pezzo di corda. Un trio di donne nei loro sari, che portavano i sul corpo i segni delle molte gravidanze, trasportando pesanti secchi d’acqua dal pozzo comunale. C’erano odori di cucina nell’aria, lo sfrigolio del dhal su una griglia e l’odore fragrante del chai. Un ragazzo le passò accanto, più giovane di Gopal, in sandali e calzoni corti e sputò del dolce e appiccicoso betel ai suoi piedi.

L’odore le fece ricordare dove era, che cosa era successo e che ora doveva andare.

Passò oltre la famiglia Dal al pian terreno e arrancò lungo le scale fino al loro appartamento. Ammaji e Gopal erano svegli e in attività. Ammaji era andata a prendere l’acqua e stava facendo colazione sul fornelletto a gas, e Gopal aveva la camicia della sua uniforme scolastica e i pantaloncini. La scuola di Dharavi a cui lui andava durava mezza giornata, il che gli dava un po’ di tempo per giocare e fare i compiti e poi qualche ora per lavorare accanto ad Ammaji nella fabbrica.

“Dove sei stata”, chiese Ammaji.

“Al telefono”, disse lei, dando una pacca alla piccola tasca cucita nella sua tunica. “Col signor Banerjee.” Mosse il mento da lato a lato, come per dire Dovevamo parlare di lavoro.

“Cosa ha detto?” la voce di Ammaji era calma e piena di finta noncuranza.

Ammaji non aveva bisogno di sapere cosa era successo fra il signor Banerjee e lei. Mala era il generale e poteva occuparsi delle proprie questioni da sola.

“Ha detto che tutto è stato perdonato. Il ragazzo se lo meritava. Farà sì che le cose vadano bene alla signora Dibyendu e tutto si aggiusterà” mosse di nuovo il mento, come a dire — E’ tutto a posto. Me ne sono occupata io.

Ammaji guardò nella padella, verso il cibo sfrigolante e annuì fra sé e sé. Nonostante lei non potesse vederla, Mala annuì in risposta. Era il Generale Robotwalla, e poteva sistemare tutte le cose.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 12 di For the Win

For the Win e unità di misura

24/06/2011
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Note sulla traduzione delle unità di misura
Chi di voi sta seguendo la traduzione di For the Win, ha certamente notato l’ampio uso di parole cinesi e indiane (e di gamespeak) che mi hanno costretto a creare una pagina di glossario, pensato soprattutto per i non-giocatori. Quello che fino ad oggi, 24 giugno 2011 non potete aver notato è che anche le unità di misura utilizzate nel testo variano da una zona geografica all’altra: per esempio, nei pezzi riguardanti Wei-Dong si parla di miglia, mentre in quelli ambientati in Cina si parla di chilometri.
Non potete aver notato questo particolare perché, non essendomi resa conto di questa finezza dell’autore, tutte le unità Americane sono state tradotte, con tanto di conversione, in unità del sistema metrico…
Cosa che provvederò a correggere nei prossimi giorni.

E’ divertente però vedere come quella che dai lettori americani è un’unità esotica (il chilometro, usato diverse volte nei pezzi ambientati in Cina), sia da noi quella più naturale, mentre l’inserimento di iarde e piedi nei pezzi ambientati negli Stati Uniti ci risultino piuttosto alieni (a pollici e miglia siamo abituati, ma alle iarde?).
Insomma, reintegrando questo elemento nel testo arriveremo a percepire come “ambientato in terra straniera” ciascuno dei tre filoni principali, come effettivamente è. Spero di riuscire a correggere tutto entro i prossimi giorni.

Visto che i più non sono abituati a unità di misura diverse dalle nostre, ecco una semplice tabella di riferimento…

Se siete curiosi queste sono le altre unità di misura del sistema consuetudinario britannico (link a Wikipedia).

Unità di misura della lunghezza:

Sistema statunitense Sistema internazionale
pollice = 2,54 centimetri
piede = 30,48 centimetri
iarda = 0,9144 metri
miglio = 1,609 chilometri

Unità di misura dei pesi (o masse, se volete essere scientificamente accurati):

Sistema statunitense Sistema internazionale
oncia = 28,35 grammi
libbra = 453,6 grammi

Le tonnellate sono leggermente diverse dalle nostre, ma molto simili (la tonnellata “corta” è più leggera di 100 chili, quella “lunga” è solo 16 chili più pesante. Ricordo che nel sistema internazionale: 1 tonnellata = 1000 chilogrammi).

Unità di misura della temperatura:

Fahrenheit Celsius
°C = (°F − 32) / 1,8
Una “differenza di temperatura di 1 grado Fahrenheit” 

Esempio tratto dal libro: “sembrava superare di dieci gradi la temperatura che c’era a Disneyland”

Diventa “una differenza di temperatura di 0,56 gradi Celsius”

In Celsius sarebbe: “sembrava superare di cinque gradi la temperatura che c’era a Disneyland”

Altri paesi

Approfitto per ricordare inoltre che il termine lakh, in india, corrisponde al numero “100.000″ (come mille corrisponde al numero “1.000″), altra cosa che emerge in molti discorsi.

Bounce Rate ed OkNOtizie

23/06/2011
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E’ qualche tempo che segnalo gli articoli di questo mio blog su OkNOtizie, un sito di “Social News”, senza cercare assiduamente di farmi votare dagli altri utenti come, mi pare di capire, alcuni fanno… Quando ho un po’ di tempo libero e non so che fare (cosa non frequentissima), do un’occhiata agli altri articoli che si trovano lì, magari commentandoli.

Nota sui commenti:
Ahimè, mi viene naturale commentare sullo stesso OkNOtizie, e non sui blog che visito… Cosa che mi rendo conto essere allo stesso tempo poco diffusa e poco utile per chi quel blog lo gestisce: io stessa sarei molto più felice se la dozzina di commenti (metà miei, devo ammettere) fatti al mio articolo sulle follie scritte da Giacobbo fossero stati fatti su questo sito, non in separata sede.

Quello che però noto è che il bounce rate, la “frequenza di rimbalzo”, delle visite provenienti da OkNOtizie è assolutamente fuori dal normale. Ogni giorno, a patto di pubblicare un post, OkNOtizie mi manda almeno 90 visite (l’altro ieri solo la metà, non avevo pubblicato post) con un 95% di bounce rate…
Cos’è il bounce rate? Si tratta della percentuale di utenti che abbandonano il sito nei primi pochissimi secondi, ed è principalmente dovuto a due cose:

  1. Il contenuto del sito molto chiaramente non corrisponde agli interessi di chi lo raggiunge.
  2. Il sito impiega troppo tempo a caricare, e quindi la gente chiude la pagina per esasperazione.

Ora, non credo si possa raggiungere un 95% solo per il primo motivo, soprattutto visto che i titoli che scrivo sono sempre inerenti a quello che effettivamente si può trovare nell’articolo e nel mio sito non ci sono immagini che possano insultare o disgustare nessuno (credo). Rimane il secondo motivo, molto probabile visto che OkNOtizie nel visualizzare il blog vi aggiunge una barra alta che rallenta di molto i tempi di caricamento.

Ma basta questo per raggiungere un 95% di bounce rate?
Gli utenti di OkNOtizie conoscono il problema e non credo che chiudano 19 pagine su 20 che aprono.

C’è anche da dire che la stessa cosa non succede con nessuno degli altri servizi che uso per cercare di fare conoscere a un po’ più gente il mio blog: magari non ricevo tantissime visite, ma chi arriva sul sito ci rimane…
Che è quello che preferisco: pochi, ma buoni.

La mia ipotesi è che si tratti di una questione tecnica.
In qualche modo, vengono generate più richieste per la pagina di quelle che vengono portate a termine, forse proprio a causa dei tempi di caricamento così lunghi. Mi spiego: secondo me, quando una persona carica un articolo per leggerlo, c’è una possibilità che la lentezza con cui OkNOtizie carica spinga ad inviare due o più richieste al sito, che inizia ad essere caricato più volte, generando visite fittizie… Almeno, questa è l’unica spiegazione logica che sono riuscita a trovare.

Qualcuno di voi ha qualche idea in proposito?
Se siete dei blogger, cosa usate per promuovere il vostro sito? Semplice passaparola fra amici o usate anche social network, aggregatori, servizi di “social news”? Come vi trovate?

Permanenza dell’ eMemoria

22/06/2011
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Ripensando ai vecchi programmi per il C64 mi è sovvenuta una riflessione adeguata alla mia veneranda età,  veneranda informaticamente parlando naturalmente. Quei piccoli ingenui gioielli, quei programmini costituiti da righe e righe di codice basic destinato a quell’ignorante dell’interprete basic del C64 sono, come disse un noto replicante, “andati perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”. Per quanto io possa cercare in scatole e scatoline nella mia caotica soffitta nel caso più benevolo non troverei che una audiocassetta difficilmente utilizzabile, vuoi per il normale processo di smagnetizzazione, vuoi perchè dovrei trovare un C64 funzionante, ma in questo caso la mia Prometea Elena forse potrebbe aiutarmi…

Ecco la fondamentale differenza tra quel lontano mondo informatico ed il nostro. Contenuti, siano programmi pensieri immagini o video, hanno nell’era di internet una vita media decisamente alta. E non parlo naturalmente solo delle “cose importanti” quali scritti antichi o moderni, ma anche di tutte quelle informazioni minori o minime che in altri tempi semplicemente sarebbero andate rapidamente perdute.

Tant’è che tra i mille consigli dei genitori ai propri figli assieme a “non parlare (chattare?) con gli sconosciuti” e “non accettare caramelle” si è da poco aggiunta un “non mandare tue foto agli sconosciuti” ed un saggio “non dare a nessuno foto che non vorresti essere affisse sul muro della tua scuola”. Una recente campagna diretta proprio agli adolescenti spiega bene l’intera questione.

Insomma tutti i nostri “ricordi” (positivi e negativi) hanno la possibilità di permanere in quel complesso mare fatto di “zeri ed uni” per un tempo spesso indipendente persino dalla nostra volontà. Chiedetelo al povero ragazzo-jedi che ha passato anni in terapia per un innocuo video divenuto ben presto virale…

Se navigate in questo mare da qualche anno fate una prova, cercate quel vecchio sito che vi appassionava tanto o quel vecchio blog di quel vecchio amico che non sentite da tempo… forse troverete delle sorprese… l’importante è che la parcella del terapista poi non la spediate né a me né alla nostra Prometea…

 

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 10

20/06/2011
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Continua da For the Win, parte 1, scena 9

Questa scena è dedicata all’Anderson’s Bookshops, la leggendaria libreria per bambini di Chicago. Anderson’s è una vecchia, vecchia, impresa a direzione familiare, che è iniziata come una antica drogheria che teneva qualche libro su uno scaffale. Oggi è un fiorente impero dei libri per ragazzi, con diverse filiali e alcune pratiche di vendita incredibilmente innovative che fanno incontrare bambini e libri in maniere veramente emozionanti. La migliore fra queste sono le fiere del libro mobili, in cui spediscono enormi librerie già riempite di meravigliosi libri per bambini, dritte alle scuole su dei camion — voilà, fiera del libro istantanea!

Anderson’s Bookshops: 123 West Jefferson, Naperville, IL 60540 USA +1 630 355 2665

L’automobile che si era schiantata contro la macchina del padre di Wei-Dong era guidata da un inglese estremamente esasperato, grasso e calvo, con due bambini arrabbiati nei sedili posteriori e una moglie arrabbiata nel sedile davanti.

Stava fermamente, quietamente, lanciando improperi in inglese, cosa molto simile al farlo in americano, ma dicendo molto più frequentemente “bloody”. Andava avanti e indietro sul viottolo laterale accanto alla Huawei distrutta, con la moglie che lo chiamava da dentro l’auto dicendogli di rientrare “in the bloody car, Ronald”, ma Ronald non la stava minimamente ascoltando.

Wei-Dong si sedette sulla striscia d’erba fra la strada per le macchine e il viottolo laterale, stordito nel sole di mezzogiorno, aspettando che la vista smettesse di ondeggiare. Benny era seduto accanto a lui, tenendo un kleenex appallottolato per tamponare il sangue che usciva dal naso, che si era rotto sbattendo contro il cruscotto. Wei-Dong portò di nuovo le mani alla fronte per tastare il bernoccolo. Le sue mani puzzavano di plastica nuova, l’odore dell’airbag dal quale aveva dovuto liberarsi per uscire.

L’uomo grasso gli si accucciò accanto. “Cristo, figliolo, sembra che tu sia stato in guerra. Ma non è niente di grave, vero? Avrebbe potuto andare peggio.”

“Signore”, disse Benny Rosenberg con una voce tranquilla smorzata dal fazzoletto. “La prego di lasciarci da soli. Quando arriverà la polizia, potremmo tutti parlare, d’accordo?”

“Certo, certo” I suoi figli stavano urlando ora, gridando dai sedili posteriori qualcosa sull’andare a Disneyland, quando sarebbero andati a Disneyland? “Tacete, mostri” ruggì lui. Il suono fece indietreggiare Wei-Dong. Barcollò.

“Siediti Leonard”, disse suo padre, “Non saresti dovuto uscire dalla macchina e sicuramente non dovresti star camminando adesso. Potresti avere una commozione cerebrale o un danno alla spina dorsale. Siediti”, ripeté, ma Wei-Dong aveva bisogno di allontanarsi dal prato, aveva bisogno di scacciare via la nausea camminando.

Uh-oh. Riuscì a stento ad arrivare fino alla fine dell’aiuola, aggrappandosi con le mani al retro accartocciato e sfaldato della macchina, prima di iniziare a vomitare, un geyser di cibo mezzo digerito che volò dritto fuori dal suo intestino e volò sopra tutto il relitto della macchina. Un momento dopo le mani di suo padre erano sulle sue spalle, aiutandolo a sorreggersi. Rabbiosamente se le scrollò di dosso.

Adesso si sentiva il suono di alcune sirene avvicinarsi, e l’uomo grasso stava parlando fitto fitto al vecchio Benny, ma a voce abbastanza bassa che Wei-Dong riuscì a sentire solo alcune parole — assicurazione, colpa, vacanza — tutte in un tono carezzevole. Suo padre continuava a cercare di dire qualcosa, ma l’uomo non gliene dava tempo. Wei-Dong avrebbe potuto dirgli che non era una buona strategia. Niente poteva fare esplodere il Vulcano Benny con più certezza che quel comportamento. Ed infatti successe.

Chiudi la tua bocca per un secondo, capito? CHIUDILA

L’urlo fu così forte che persino i ragazzini sul sedile posteriore si zittirono.

“TU CI HAI COLPITO, dannato idiota! Non faremmo a metà sui danni. Non ci accorderemo per del denaro. Non me ne importa niente del jetlag, non me ne importa niente, se non hai comprato l’assicurazione aggiuntiva per la tua auto in affitto, non me ne importa niente se questo rovinerà la tua vacanza. Avresti potuto ucciderci, lo capisci, imbecille?”

L’uomo alzò le mani e si rattrappì dietro di esse “Eri parcheggiato in mezzo alla strada” disse, con una nota di supplica nella sua voce.

Tutti li stavano guardando, i bambini e la moglie del tipo, i curiosi che rallentavano per vedere l’incidente. I due uomini erano completamente focalizzati l’uno sull’altro.

In altre parole, nessuno stava guardando Wei-Dong.

Pensò al rumore che aveva fatto la sua cuffia, schiacciata sotto il tacco rinforzato del padre, sentì le sirene avvicinarsi e…

Lui…

Se ne andò.

Si incamminò furtivamente verso gli arbusti che circondavano un mini-mall e una pompa di benzina, con noncuranza, afferrando il suo zainetto scolastico, come se volesse solo recuperare le sue cose, ma era in realtà diretto verso un’apertura nella siepe, attraverso la quale passava a mala pena. Attraversò il parcheggio del mini-mall, pieno di negozi che vendevano magliette da tre dollari, palle di neve (quelle di vetro o plastica da cui scende la neve finta quando le agiti) e grosse bottiglie di acqua filtrata. Da questo lato della siepe il mondo era normale e occupato, pieno di turisti diretti verso, o provenienti da, Disneyland.

Mantenne il passo, evitando di guardare verso i negozi e le telecamere a circuito chiuso al loro esterno. Frugò nelle tasche, sentendo al tatto i pochi dollari che aveva lì. Doveva andarsene lontano, molto lontano, velocemente, o non sarebbe riuscito a farcela.

Ed ecco arrivare la sua salvezza, l’autobus turistico che girava per le strette del Anaheim Resort District, portando la gente dagli alberghi e dai ristoranti ai parchi, affollato di bambini strafatti di zuccheri e congressisti con tessere di riconoscimento appese al collo, e stava spingendosi verso la fermata a poche decine di metri di distanza. Iniziò a correre, barcollò per il dolore che si diffuse attraverso la sua testa come un fulmine, decise infine di camminare il più in fretta possibile. Le sirene della polizia erano molto, molto forti adesso, proprio al di là della siepe e quando fu quasi all’autobus sentì la voce di suo padre, che lo chiamava. Ora era all’autobus e…

… il suo piede poggiò sul primo scalino, l’altro piede lo seguì e l’autista impaziente chiuse le porte dietro di lui e mollò il freno, che fece un grosso singhiozzo mentre l’autobus barcollava in avanti.

“Wei-Dong Rosenberg”, sussurrò a se stesso “sei appena sfuggito al rapimento da parte dei tuoi genitori per mandarti ad una scuola militare, cosa farai adesso?”, ghignò: “andrò a Disneyland!”

L’autobus andò giù per Katella, diretto verso l’entrata degli autobus, e lì scaricò il suo carico di turisti frenetici. Wei-Dong si mischiò ad essi, invisibile nella massa di umanità che superava gli enormi portali tinti nei colori primari. Stava andando col pilota automatico, e rimase col pilota automatico mentre si toglieva lo zainetto scolastico per lasciare che l’uomo della sicurezza lo controllasse.

Aveva avuto un pass annuale per Disneyland fin da quando era stato abbastanza grande per prendere un autobus. Tutti i ragazzi che conosceva ne avevano uno a loro volta — era meglio che andare per negozi dopo scuola e, anche se dopo un po’ diventava noioso, non riusciva a pensare ad un posto migliore in cui scomparire mentre pensava alla prossima mossa.

Camminò lungo la Main Street, andando verso il piccolo castello rosa in fondo alla strada. Sapeva che c’erano delle panchine piuttosto appartate nelle stradine intorno al castello, posti dove avrebbe potuto sedersi e mettersi a pensare. Si sentiva come se la sua testa fosse stata piena di ovatta.

La prima cosa che fece dopo essersi seduto fu controllare il suo telefono. La suoneria era spenta — regolamento scolastico — ma lo aveva sentito vibrare in continuazione nella sua tasca. Quindici chiamate perse da parte di suo padre. Chiamò la segreteria telefonica e sentì suo padre sbraitare di tornare indietro in questo istante e le cose terribili che gli sarebbero successe se non lo avesse fatto.

“Ragazzo, qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, ti sbagli. Prima o poi tornerai a casa. Prima succede, meno problemi avremo tutti. E più aspetti — ascoltami, Leonard — più aspetti, peggio andranno le cose. Ci sono cose peggiori della scuola in cui ti stiamo mandando, ragazzo. Molto, molto peggiori.”

Ascoltando questo, Wei-Dong fissava il cielo. Di colpo, lasciò cadere il telefono come se stesse bruciando.

C’era un modulo GPS nel telefono. Usavano sempre i telefoni per trovare i fuggitivi, i criminali e gli autostoppisti scomparsi. Prese il telefono da terra e ne aprì il retro per estrarre la batteria, che mise nella tasca della giacca. Poi mise il telefono nella tasca dei pantaloni. Non era un granché, come fuggitivo.

La polizia era diretta verso il punto dove c’era stato l’incidente quando lui se ne era andato. Erano arrivati solo pochi minuti più tardi. Il suo vecchio aveva deciso che era fuggito, quindi doveva averlo detto alla polizia. Era un minorenne, stava saltando la scuola, aveva appena avuto un incidente in macchina e, diavolo, ammettiamolo, la sua famiglia era ricca. Questo voleva dire che la polizia avrebbe prestato attenzione a suo padre, il che voleva dire che avrebbero fatto tutto il possibile per trovarlo. Se non avevano ancora scoperto dove era il suo cellulare, lo avrebbero saputo abbastanza presto — avrebbero guardato i tabulati e scoperto che aveva chiamato la sua segreteria telefonica da Disneyland.

Iniziò a muoversi, facendosi strada in mezzo alla folla, diretto di nuovo alla Main Street. Schivò un Barbershop Quartet[4] e si accorse di essere davanti ad un Bancomat. Avrebbero bloccato la sua carta da un momento all’altro — o, se erano furbi, l’avrebbero lasciata funzionante e avrebbero controllato da dove effettuava i prelievi. Aveva bisogno di denaro contante. Aspettò mentre un paio di turisti tedeschi usavano impacciatamene la macchina, poi ci inserì la sua carta e ritirò 500$, il prelievo massimo concesso dalla macchina. Prese altri 500$, sempre più conscio della mazzetta di banconote da venti ormai spessa qualche centimetro che aveva in mano. Provò a fare un terzo prelievo, ma il bancomat gli disse che aveva raggiunto il suo limite giornaliero. Non pensava di avere in banca molto più di 1.000$, in ogni caso — si trattava di diversi anni di regali di compleanno, più qualcosina guadagnata durante l’estate in un negozio cinese di assistenza tecnica per computer in un mini-mall di Irvine.

Infilò il fascio di banconote in tasca e uscì dal parco, senza perdere tempo a farsi mettere il timbrino alla mano. Iniziò ad andare verso la strada, ma poi si girò e andò in direzione opposta, verso il complesso commerciale di Downtown Disney e gli hotel che erano lì. C’erano degli autobus economici che andavano da lì a Los Angeles, giù a San Diego e a tutti gli aeroporti. Era il modo più facile ed economico per andarsene.

L’ingresso del Grand Californian Hotel si elevava fino ad altezze inimmaginabili, con giganteschi raggi che si incrociavano attraverso lo spazio cavernoso. A Wei-Dong quel posto era sempre piaciuto. Sembrava così artefatto, come un luogo immaginario, con gli intricati intarsi in marmo del pavimento, le vetrate colorate alte tre metri che formavano le porte scorrevoli, la tappezzeria ricamata dei sofà. Ora, però, voleva soltanto attraversarlo e salire su un autobus diretto a…

Dove?

A qualsiasi posto.

Non sapeva cosa avrebbe fatto adesso, ma sapeva una cosa: non sarebbe finito in una scuola per gente rovinata, cacciato fuori da Internet, cacciato fuori dai giochi. Suo padre non avrebbe permesso a nessuno di fare a lui qualcosa del genere, qualsiasi fosse il suo problema. Il suo vecchio non avrebbe permesso a nessuno di fargli una cosa simile.

Sua madre si sarebbe preoccupata — ma si preoccupava sempre, giusto? Le avrebbe mandato un’e-mail una volta che avesse raggiunto un qualche posto, un e-mail ogni giorno, per farle sapere che stava bene. Lei era brava con lui. Diavolo, anche il suo vecchio era bravo con lui, se si arrivava a questo. Il più delle volte. Ma ora aveva diciassette anni, non era più un ragazzino, non era un giocattolo rotto che si potesse mandare a riparare.

L’autobus successivo andava al LAX, l’aeroporto internazionale di Los Angeles, e quello successivo all’aeroporto di Santa Monica. Wei-Dong decise che andare al LAX era la cosa giusta da fare. Non per salire su un aereo — se suo padre aveva chiamato la polizia, era certo che avrebbero controllato in qualche modo la vendita dei biglietti. Non sapeva esattamente come funzionava, ma sapeva bene, grazie ai giochi, come funzionavano i colli di bottiglia. In questo momento poteva essere in qualsiasi punto di Los Angeles, il che voleva dire che avrebbero dovuto fare uno sforzo gigantesco per trovarlo. Ma se cercava di andarsene con l’aereo, ci sarebbero stati molti meno posti in cui dovevano controllare per catturarlo — gli sportelli delle compagnie aeree in quattro o cinque aeroporti in città — e quello era molto più semplice.

Ma dal LAX partivano anche autobus economici che andavano in tutta Los Angeles, autobus che andavano ad ogni hotel e quartiere. Ci sarebbe voluto molto, certo — un’ora e mezza da Disneyland al LAX, un’altra ora o due per tornare a Los Angeles, ma andava bene. Aveva bisogno di tempo — tempo per capire cosa fare.

Perché, per essere completamente onesto con se stesso, doveva ammettere che non ne aveva la minima idea.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 11 di For the Win


[4] Espressione musicale nata negli anni ’40Barbershop Quartet negli Stati Uniti. Il nome deriva dai negozi di barbiere, in cui spesso si assisteva a questo tipo di musica popolare, composta canzoni con testi semplici e spesso divertenti cantate da quattro voci maschili.

Giacobbo, i fotoni e i buchi neri

19/06/2011
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Giacobbo e il 2012Ci sono momenti in cui l’incredulità e lo stupore davanti a certe affermazioni sono così forti che ci vuole un po’ di tempo prima che subentri anche il disgusto.
Che la trasmissione pseudo-scientifica “Voyager” fosse scandalosa è cosa nota, come anche il completo disinteresse di Roberto Giacobbo per qualsiasi cosa che sia minimamente scientificamente accurata.
Laureato in Economia e Commercio, Roberto Giacobbo è soprattutto una creatura televisiva, che sa fare funzionare bene uno spettacolo: che si parli di Atlantide, dei Maya o del 2012, Giacobbo sa unire alle sue invenzioni sia quell’alone di mistero che affascina il grande pubblico, che un po’ di ottimismo per fare sentire tutti (tranne chi si deprime a vedere certe cose in Rai) un po’ meglio.

Per volere dimostrare ulteriormente la sua ignoranza in materia scientifica, Giacobbo ha voluto regalarci queste stupende perle di follia e creatività:

A pagina 217 di “2012 la fine del mondo?” si legge:

“Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del XX secolo, nell’atmosfera terrestre ha improvvisamente fatto la sua comparsa un numero sempre crescente di particelle di luce dette ‘fotoni’.
Particelle molto simili alla luce che [...] dovrebbe investire il nostro pianeta quando i Maya Galattici giungeranno ancora una volta sulla terra per aiutare l’uomo a compiere il suo salto evoluzionistico”

Per chi non lo sapesse, tutta la luce è ed è sempre stata composta da fotoni. Giacobbo avrebbe anche potuto dire “nel mare terrestre ha improvvisamente fatto la sua comparsa un numero sempre crescente di particelle di acqua dette ‘molecole di H2O’”.
Dire che i fotoni sono comparsi negli anni sessanta, equivale a dire che prima non c’era alcuna fonte di luce, nè sole, nè stelle, nè fuochi… La vita stessa non sarebbe cominciata, sulla Terra, senza luce.

Nella pagina successiva, Giacobbo aggiunge:

“Alexei Dmitriev [...] sostiene che questa densa luce che la caratterizza [parlando della Cintura Fotonica, che mi risulta essersi inventato Giacobbo stesso] provenga dal buco nero al centro della galassia.”

Ora, i buchi neri si chiamano neri per un motivo: non emettono luce.
L’intera idea di “buco nero” deriva proprio da questo: si tratta di zone in cui l’attrazione gravitazionale è tale che nemmeno la luce ne può uscire. Questo fenomeno, predetto prima teoricamente e di cui poi si è verificata l’esistenza (non osservandoli direttamente, non emettono luce, ma osservando gli effetti gravitazionali nelle zone che li circondano) .
In sintesi: se emettono luce non sono buchi neri.


Sono a favore della libertà di espressione, e accetto il fatto che nella maggior parte delle librerie “tradizionali” vi sia una sezione dedicata all’esoterismo e alle “pseudo-scienze”… Al massimo mi dispiace che tale libertà di espressione venga usata per diffondere ignoranza e superstizione.

Ma qua si sta parlando di un uomo che dirige un programma di “divulgazione” (di fesserie, ok, ma comunque “di divulgazione”) sulla televisione pubblica che non sa cosa sono i fotoni! Bastava che facesse una ricerca su Wikipedia, o che non dormisse durante le lezioni di fisica al liceo…

Quest’uomo dirige un programma su Rai2, un programma che tutti noi paghiamo tramite il canone, un programma che viene mandato in onda sotto il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali (fidandosi di quello che dice Wikipedia).

Non sarebbe il momento di indignarsi un po’?

Ricordi 64ttrini

18/06/2011
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Il salvataggio dei libri operato dalla nostra Prometea Elena (vedi post: Libri salvati dal macero e Commodore 64) ha risvegliato nel sottoscritto sopiti ricordi della mia infanzia di bimbo-programmatore. Alcuni di quei testi effettivamente mi avrebbero fatto molto comodo al tempo, ma ahimè la mia paghetta era piuttosto indirizzata alle splendide cassette vendute in edicola. Splendidi esempi di anarchia piratesca che proponeva a tutti i 64ttrini del tempo compilation da 20, 30 e fin’anche 100 giochi. Giochi per cui le “major informatiche” del tempo incassavano dall’Italia ben pochi quattrini temo.

Pare, fonte wiki naturalmente, che proprio nel nostro Belpaese e proprio relativamente a quelle cassette da edicola si fuse la spiccata propensione “ad arrangiarsi” (direi quasi l’insita propensione ad infrangere la legge) e la carenza legislativa. Il trucco italico era semplicemente cambiare nome al gioco, cambiare alcune schermate interne (spesso relative al semplice nome o sigla visualizzato), togliere ogni manuale di istruzione originale e mettere il tutto in formato facilmente disponibile per gli utenti finali.

I sostenitori del giusto compenso per le opere d’intelletto potranno anche rabbrividire a riguardo di queste turpi pratiche, ma a tutti gli effetti al tempo era tutto più che legale e penso che abbia contribuito non poco in Italia alla diffusione del comodore64 ed ad una certa idea che “si paga l’hardware non il software” che avrebbe perseguitato (o benedetto a seconda dei punti di vista) molti dei futuri smanettoni informatici.

Tra l’altro pensandoci bene i supporti a nastro del tempo consentivano questo ed altro, senza passare dalle allora poco diffuse BBS (il modem era nei miei sogni di bimbo al pari del braccio meccanico un mero sogno tecnologico lontano dai limiti della mia paghetta), bastava un nastro vergine ed un registratore a due piastre per duplicare qualunque gioco. Fare una copia di sicurezza (o un regalino ad un compagno di scuola che aveva appena comprato il C64) era insomma alla portata dei più. Quanto poi ai pochi giochi “protetti” potevano essere sbloccati da qualche cartuccia creata ad arte. Cartucce che erano usate anche per attivare vari “trucchi” nei giochi stessi…

Ma il Comodore 64 non era solo una economica, quanto eticamente dubbia, console a cassette, ben prima di qualsiasi lezione di algebra mi dilettavo tra variabili e costanti baloccandomi, perchè tutto era alla fine un altro gioco, con piccoli programmi dove l’istruzione GOTO imperava. Questi piccoli gioielli infantili, che farebbero accapponare la pelle a qualsiasi programmatore minimamente legato alle formalità del campo, sono andati naturalmente perduti ma mi sarebbero valsi anni dopo un 29 (mio recordo :D ) all’esame di fondamenti di informatica…

E dato che mi si dice che è sempre bene far domande per non apparire un noioso aneddotista… e la vostra “prima volta” informatica? Quale è stato il vostro primo computer o primo approccio con la tecnologia “evoluta”?

 

Tutti in Piedi

17/06/2011
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Esco ora per prendere il treno per Bologna per andare a vedere “Tutti in Piedi!” dal vivo!
Nel pomeriggio cercherò di aggiungere a questa pagina il codice per farvi avere in diretta, in streaming, lo spettacolo! Spero di riuscirci, ovviamente il non avere un facile accesso ad un computer complicherà le cose… Incrociamo le dita!

È arrivato il codice… dovrebbe funzionare! ^_^

[Edit: tolto il codice, visto che è finito l'evento]

Vi ricordo che dal sito tuttiinpiedi.it sono descritti tutti i modi in cui potete donare 2,50 euro per contribuire alla manifestazione (che non è a scopo di lucro ed è gratuita).
Si può contribuire sia tramite PayPal che per telefono.

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