Monthly Archives: May 2011

Vecchi ricordi frattali

31/05/2011
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Forme affascinanti e colori vagamente psichedelici, così fu il mio primo incontro con i frattali.

Era il lontano (sigh) 1996 e con la scusa di un esame di fondamenti di informatica avevo appena acquistato il mio primo pc, un bellissimo 486 DX2 (ah, i suoi splendidi 66 MHz!).

Assieme a Borland Turbo Pascal, uno dei primi programmi che installai fu un piccolo shareware (o freeware? uhm… non ricordo proprio) capace di generare bellisse immagini frattali. Per anni immagini come questa:


Mi fecero da wallpaper, appunto forme affascinanti e colori vagamente psichedelici.

Ho cercato invano, nella miniera di oggetti che è diventata la “sala computer” di casa mia, il prezioso floppino, certo tra l’altro che i problemi di compatibilità avrebbero reso decisamente difficile l’esecuzione del piccolo programma.
Fortunatamente ho scoperto in rete un altro programma, ben più recente, da cui tra l’altro è tratta l’immagine qui sopra: uno splendido freeware che per “spirito” e semplicità oltre che per risultati meramente visivi da l’idea del mio primo incontro con i frattali.

Apophysis – Freeware fractal flame editor for Windows
Apophysis è rilasciato sotto licenza GPL e il suo codice sorgente è disponibile su sourceforge.

Molto recentemente è stato inaugurato un forum (in inglese) a sostituzione di una precedente mailing list, e sembrerebbe abbastanza attivo… Non ci sono tantissimi messaggi, è vero, ma è stato aperto soltanto a metà marzo di quest’anno.
Sembra che tramite tale forum venga dato un ottimo supporto al programma: ogni domanda trova risposta in poche ore.

Il programma è bello “denso” di opzioni e parametri, perfetto per chi desidera “smanettare” alla ricerca di una resa visiva piacevole, e vagamente psichedelica direi. Mi riprometto, in un momento meno denso di impegni, di studiarmi un po’ questa bella applicazione (ah come va di moda il termine “applicazione”) e pubblicare qualche immagine e qualche consiglio sul programma stesso.
Se volete provare anche voi, sembra che ci siano diversi tutorial a cui potete fare riferimento, prima di controllare il forum.
Per certo penso proprio che presto avrò un nuovo wallpaper… e poi qualcuno dice che la matematica è fredda vero?

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 6

30/05/2011
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Continua da For the Win, scena 5

Questa scena è dedicata alla Powell’s Books, la leggendaria “Città dei Libri” a Portland, Oregon. Powell’s è la più grande libreria al mondo, un infinito, universo a più piani di odori cartacei e scaffali torreggianti. Mettono libri vecchi e nuovi sugli stessi scaffali — qualcosa che ho sempre adorato — e ogni volta che sono entrato, avevano un’autentica montagna di miei libri e sono stati incredibilmente gentili nel chiedermi di autografare quelli che avevano in vendita. Gli impiegati sono amichevoli, la quantità di libri è incredibili, e c’è persino un Powell’s all’aeroporto di Portland, facendone così la miglior libreria da aeroporto nel mondo!

Powell’s Books: 1005 W Burnside, Portland, OR 97209 USA +1 800 878 7323

 

La sospensione dai giochi di Wei-Dong durò 20 minuti interi. Questo è quanto ci mise per fingere un mal di testa, ottenere uno study-pass, infilarsi nel centro risorse della scuola, superare il filtro del network e loggarsi. Iniziava ad essere davvero tardi in Cina, ma era OK, i ragazzi rimanevano alzati fino a tardi quando stavano lavorando, ed erano felici di averlo con loro.

Il vero nome di Wei-Dong non era Wei-Dong, ovviamente. Il suo vero nome era Leonard Goldberg. Aveva scelto Wei-Dong dopo aver guardato i significati di molti nomi cinesi ed esserne uscito con “Forza dell’Est”, del quale gli piaceva il suono. Lo scegliere il proprio nome funzionava bene per i ragazzi cinesi che conosceva — quando i loro genitori immigravano negli Stati Uniti, loro semplicemente sceglievano un nome inglese ed erano apposto. Perché no? Per quale motivo doveva essere meglio avere un nome solo in virtù del fatto che era il nome di tuo nonno piuttosto che avere un nome del quale ti piaceva il suono?

Aveva cercato di spiegare questo ai suoi genitori, ma senza grossi risultati. A loro andava bene che gli interessassero altre culture, ma questo non voleva dire che poteva evitare di fare il Bar-Mitzvah o che lo avrebbero chiamato Wei-Dong. E non voleva dire che avrebbero approvato il fatto che stesse sveglio tutta la notte coi suoi amici in Cina, guadagnando soldi.

Wei-Dong sapeva che tutto questo poteva essere visto come molto stupido, un ragazzino solo con un così disperato bisogno di farsi degli amici da abbandonare del tutto il liceo e che ripiegava sul lavorare gratis in un altro emisfero. Ma non era così. Wei-Dong aveva un sacco di amici al Ronald Regan Secondary School. Un sacco di ragazzi pensavano che la Cina fosse il posto più interessante al mondo, ne adoravano i film e il cibo e i fumetti e i giochi. E c’erano un sacco di ragazzi cinesi nella scuola e, mentre un paio pensavano chiaramente che fosse pazzo,  molti di loro lo capivano. Dopo tutto, la maggior parte di loro si interessava all’India alla stessa maniera in cui lui si interessava alla Cina, così avevano qualcosa in comune.

E cosa cambiava se saltava una lezione? Si trattava di Studi sociali, per dio! In teoria dovevano studiare proprio la Cina, ma Wei-Dong ne sapeva dieci volte di più in merito di quanto non ne sapesse l’insegnante. Mentre sussurrava in mandarino dentro il suo microfono, pensò che quello che stava facendo era simile a un progetto indipendente di studio. I suoi insegnanti avrebbero dovuto aumentargli i voti per quello.

“E ora?” disse. “Qual’è la missione?”

“Pensavamo di andare al Warlu’s Garden un altro paio di volte, ora che lo abbiamo appena ripassato. Forse riusciamo a prendere un’altra spada vorpal.” Questo era ciò che i ragazzi facevano quando non c’era un gweilo pagante — andavano a raidare per ottenere oggetti di lusso. Non era la cosa più eccitante del mondo, ma non sapevi mai cosa poteva succedere.

“Vengo anch’io”, disse. Aveva un’ora buca dopo di questa, poi la pausa per il pranzo, quindi tecnicamente poteva giocare tre ore di fila. Per allora tutti sarebbero stati pronti a sloggare e dormire, in ogni caso.

“Sei un buon gweilo, lo sai?” Wei-Dong sapeva che Ping stava scherzando. Non gli dava fastidio che i ragazzi lo chiamassero gweilo. Non era una parola razzista, non come, per esempio,  ”muso giallo”. Verso di lui lo dicevano con simpatia. E, per quanto riguarda i soprannomi, “Fantasma straniero” era in effetti piuttosto figo.

Così andarono nel Garden, e lo fecero piuttosto bene, andarono a depositare il denaro nella banca di gilda e tornarono a rifarlo. E poi di nuovo. In qualche momento, mentre stava facendo questo, una campanella suonò. In un qualche altro momento, arrivarono alcuni suoi amici a parlargli, e lui spense le cuffie e rispose loro, ma non ricordava davvero cosa gli aveva detto. Qualcosa.

Poi, alla terza run, successe il disastro. Erano quasi arrivati alla riva, ed erano scesi dalle loro cavalcature. Wei-Dong si stava preparando a castare Queen’s Air Pocket, usando la riserva di gusci di ostrica che aveva accumulato nei giri precedenti.

Ed eccoli arrivare, una dozzina di cavalieri su enormi, tremendi stalloni neri, emergendo dall’acqua all’unisono, riempiendo l’aria con il nitrire arrabbiato delle loro cavalcature e i loro gridi di battaglia.  L’acqua schizzò verso l’alto intorno a loro e ricadde su Wei-Dong ed i suoi compagni di gilda.

Urlò qualcosa nel microfono, un avvertimento, e, tutto intorno a lui nel centro risorse, ragazzini interruppero le loro conversazioni per fissarlo. Era diventato un derviscio, martellando la sua tastiera e spostando con furia il mouse, gli occhi fissi sullo schermo.

I cavalieri neri si muovevano con misteriosa sincronia. O erano dei mostri — mostri che Wei-Dong non aveva mai incontrato — o erano il party di raid con maggiori capacità di cooperazione e pratica che avesse mai visto. Aveva la sua spada vorpal in mano, adesso, e i suoi compagni di gilda stavano anche loro tutti combattendo. Nelle cuffie poteva sentirli imprecare nei dialetti cinesi di sei diverse provincie. In altre circostanze, Wei-Dong ne avrebbe preso nota, ma in questo momento stava combattendo per la propria vita.

Lu si era posizionato coraggiosamente fra i cavalieri ed il loro gruppo, il grosso tank veloce con la sua mazza e lo spadone, combattendo tutti e dodici i cavalieri senza preoccuparsi della propria salvezza. Wei-Dong lo riempì di sortilegi di cura mentre cercava di lasciare anche lui il segno sui cavalieri con la sua spada vorpal, lunga tre volte di più di Wei-Dong stesso.

La spada vorpal poteva fare una quantità incredibile di danni, ma non era facile da usare. Per due volte, Wei-Dong colpì accidentalmente membri del suo gruppo, anche se non gravemente — grazie a Dio, oppure glielo avrebbero rinfacciato a vita — ma non riusciva a ferire i cavalieri neri, che erano troppo veloci per lui.

Poi Lu cadde,  scendendo in ginocchio, la gola attraversata da una picca impugnata da un cavaliere il cui stallone aveva gli occhi dello stesso blu ghiacciato del fumo del Bruco. Il cavaliere alzò Lu nell’aria, mentre questo continuava a scalciare debolmente, e un altro cavaliere gli mozzò la testa con uno sprezzante fendente della sua spada. Lu cadde tagliato in due sulla arenosa sabbia della spiaggia e, nel microfono, li maledisse, usando espressioni che Wei-Dong tradusse con difficoltà in “Si fottano otto generazioni dei vostri antenati”.

Con Lu a terra, tutti gli altri erano praticamente indifesi. Combatterono valorosamente, coordinando i loro attacchi, riversando suoi nemici il fuoco dei loro oggetti magici e dei loro migliori sortilegi, ma i cavalieri neri erano imbattibili. Prima di morire, Wei-Dong riuscì a colpirne un paio con la spada vorpal ed ebbe la momentanea soddisfazione di vedere il cavaliere barcollare e portare la mano al petto, ma poi il combattente si avvicinò a lui, estraendo un paio di spade corte che mosse come un mago che faccia trucchi con dei coltelli. Non c’era modo di pararle e, pochi secondi dopo, Wei-Dong era sulla sabbia, guardando lo stivale chiodato del cavaliere che scendeva sulla sua faccia, sentendo lo scricchiolio della sua mandibola e del naso che si spezzavano sotto il suo peso. Poi respawnò nel distate Lake of Tear, nudo e disarmato, e doveva fare una corpse-run[1] fino al proprio cadavere prima che i bastardi gli restituissero la sua spada vorpal.

Sentì nel microfono i suoi compagni di gilda morire, uno dopo l’altro, mentre correva, etereo come un fantasma, attraverso le valli di Wonderland. Raggiunse il suo cadavere giusto in tempo per vedere i cavalieri lootare[1] il corpo, e i corpi dei suoi compagni di gruppo. Si rialzò, indifeso e disarmato e fatto carne dal corpo del suo personaggio, vulnerabile.

Uno dei cavalieri gli mandò una richiesta di chat. Lui cliccò, silenziando i rumori di fondo di Shenzen.

“Voi farmer non siete più benvenuti qui, compagno” disse la voce. Aveva un accento che non sapeva riconoscere. Forse russo? E a parlare era un ragazzino! “Ora ci siamo noi di pattuglia. Se ritornate vi daremo la caccia e vi uccideremo di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Mi capisci, cinese?” Non un ragazzino: una ragazza – una bambina, che lo minacciava da qualche parte lontano nel mondo.

“Chi ti ha dato il comando, signorina?” disse lui. “E cosa ti fa pensare che io sia cinese, in ogni caso?”

Ci fu una brutta risata. “Signorina, eh? Sono al comando perché ti ho appena rotto il culo, e perché posso rompertelo di nuovo, tutte le volte di cui ho bisogno. E non me ne importa se sei in Cina, in Vietnam, in Indonesia — non fa nessuna differenza. Uccideremo te e tutti i farmer di Wonderland. Questo gioco non è più farmabile. Questa conversazione è finita”. E il cavaliere nero lo decapitò con sprezzante facilità.

Tornò al canale di gilda, pronto a dire quanto era appena successo, la mente che correva, quando alzò lo sguardo e vide la faccia di suo padre, in piedi accanto a lui, con un’espressione sul volto che avrebbe potuto inacidire il latte.

“Alzati, Leonard”, disse. “E vieni con me”

Non era da solo. C’era il signor Adams, il vice-preside, e il “poliziotto in affitto” della scuola, l’agente Turner, e il consulente agli studi, la signora Ramirez. Avevano facce di pietra quanto quelle del monte Rushmore, facce senza un briciolo di pietà. Suo padre allungò la mano e prese le sue cuffie, togliendogliele dalle orecchie gentilmente, con cura. Poi, esattamente con la stessa cura, fece cadere le cuffie sul pulito pavimento di cemento del centro risorse e le schiacciò con il tacco, con un forte “crunch” nell’aula perfettamente silenziosa.

Leonard si alzò. La stanza era piena di ragazzi che facevano finta di non guardarlo. Tutti lo stavano guardando. Seguì suo padre nel corridoio e la porta si richiuse. Sentì, senza possibilità di errore, il suono di un centinaia di risatine all’unisono.

Lo scortarono dall’ufficio del vice-preside, intrappolandolo su tutti i lati. Non che lui avrebbe provato a fuggire — non aveva nessun posto in cui fuggire, ma lo fecero claustrofobico. Le cose non stavano andando bene. Stavano andando davvero molto, molto, male.

Ecco quanto male: “Mi state per mandare a una scuola militare?”

“Non una scuola militare”, disse la signora Ramirez. Lo disse con quel tono paternalistico da consulente agli studi “L’Accademia Martindale non ha nessuna componente militare o marziale. E’ semplicemente un ambiente molto strutturato e supervisionato. Hanno avuto un’incredibile successo nell’aiutare studenti come te nel concentrarsi sui voti e tirarsi fuori da problemi di studio. Hanno un bellissimo campus in una posizione stupenda, e i ragazzi che vanno a Martindale ottengono posizioni prestigiose…”

E così via. La signora Ramirez si era divorata la brochure pubblicitaria e ora questa risuonava attraverso di lei. Smise di ascoltarla e guardò suo padre. Non era mai facile capire cosa stesse pensando Benny Rosenbaum. La gente che lavorava per lui alla Rosenbaum Shipping and Logistic lo chiamava Il Muro, perché non potevi né aggirarlo, né passargli sopra, né superarlo. non che fosse una testa dura, ma non si lasciava distrarre da argomenti emotivi: se cercavi di convincerlo con qualcosa di meno che una logica da computer, facevi prima a non provare nemmeno.

Ma c’erano dei piccoli segni, piccole cose da cui potevi capire cosa stesse provando il vecchio Benny. Il gesto che stava facendo col cinturino del suo orologio era uno di questi. Come il piccolo schiocco sul fondo della mascella, che faceva sembrare stesse masticando un chewing gum invisibile. Se univi tutte queste cose insieme con il fatto che era lontano dal lavoro a metà giornata, quando doveva assicurarsi che i giganteschi container di acciaio girassero intorno al globo — beh, per Leonard, questo voleva dire che la lava del Vulcano Benny era molto vicina alla superficie.

Si girò verso suo padre. “Non dovremmo parlare di questo in famiglia, papà? Perché lo stiamo facendo qui?”

Benny lo guardò, armeggiò ancora col cinturino dell’orologio, e fece gesto alla consulente di continuare.

“Leonard”, disse lei, “Leonard, tu devi capire quanto questa cosa sia diventata seria. Sei a una tesina di distanza dal venire bocciato in due materie: storia e biologia. Sei passato dal prendere A in matematica, inglese e studi sociali al prendere C-. Di questo passo, ti sarai rovinato il semestre entro il giorno del Ringraziamento. Mettiamola in questo modo: sei passato dall’essere nel novantesimo percentile degli studenti del secondo anno della Ronald Regan Secondary School ad essere nel dodicesimo. E’ un segnale, Leonard, da parte tua verso di noi, e sta dicendo S-O-S, S-O-S.”

“Abbiamo pensato che ti drogassi” disse suo padre, con calma assoluta. “Abbiamo persino sottoposto a dei test un capello preso dal tuo cuscino. Ti ho fatto pedinare. Per quanto ne posso sapere, fumi qualche canna di tanto in tanto con i tuoi amici, ma in realtà non vedi più tanto spesso i tuoi amici, vero?”

“Avete fatto dei test su un mio capello?”

Suo padre fece gesto di andare avanti “E ti abbiamo fatto seguire. Certo. Abbiamo delle responsabilità. Abbiamo delle responsabilità nei tuoi riguardi. Non sei una nostra proprietà, ma se ti incasini così tanto da finire a passare il resto della tua vita come senzatetto, sarà colpa nostra, e dovremmo pagarti le cauzioni. Lo capisci, Leonard? Siamo responsabili di te, e faremmo tutto ciò che è necessario per essere certi che non ti rovini la vita.”

Leonard inghiottì una risposta. La sensazione di sprofondare che era cominciata con la distruzione delle sue cuffie era continuata, trascinandolo sempre più in profondità. Ora aveva i palmi sudati, il cuore che correva e non aveva nessuna idea di cosa sarebbe potuto uscire dalla sua bocca la prossima volta che avesse parlato.

“Quando avevo la tua età chiamavamo questo un intervento”, dice il vice-preside. Sembrava ancora l’agente immobiliare che era stato prima di passare a insegnare, l’ultima volta che il mercato era crollato. Era affabile, inoffensivo, dagli occhi aperti che ispiravano fiducia. Lo chiamavano Babyface Adams nei corridoi. Ma Leonard sapeva come erano i venditori, sapeva che non importava quanto sembravano amichevoli, erano sempre alla ricerca di tue debolezze da sfruttare. “E lo facevamo per chi era dipendente dalla droga. Io penso che tu sia dipendente dai giochi.”

“Oh, insomma“, disse Leonard. “Non esiste una cosa del genere. Posso dimostrarvi le ricerche. Dipendenza da Giochi? E’ soltanto qualcosa che si sono inventati per vendere più giornali. Papà, dai, non puoi veramente credere a questa roba, vero?”

Suo padre evitò di incontrare il suo sguardo, indirizzando la propria attenzione al vice-preside.

“Leonard, sappiamo che sei un ragazzo molto intelligente, ma nessuno lo è così tanto da non avere mai bisogno di un aiuto. Non voglio discutere le definizioni di ‘dipendenza’ con te…”

Perché verrebbe fuori che hai torto” Esplose Leonard, sorprendendosi della propria veemenza. Il vecchio Babyface face il suo affabile sorriso da venditore: Oh, certo, signore, ha sicuramente ragione su questo, quanto è intelligente. Ora, potrei mostrarle qualcosa in un finto-Tudor, a tre piani, con un garage per tre auto e piscina?

“Sei un ragazzo molto intelligente, Leonard. Non importa se tu sei dipendente da un punto di vista medico, psicologico o se semplicemente …” mosse le mani, cercando le parole giuste “… o se semplicemente passi troppo tempo a giocare a questi giochi e non abbastanza nel mondo reale. Niente di tutto questo ha importanza. Ciò che importa è che sei nei guai. E ti aiuteremo a superarli. Perché ci preoccupiamo per te e vogliamo vederti avere successo nella vita.”

Di colpo, Leonard realizzò che non poteva fare niente. Sapeva come funzionavano queste cose. Da qualche parte, proprio adesso, l’agente Turner stava svuotando il suo armadietto e mettendo i contenuti in un paio di sacchi di carta del negozio Trader Joe. Da qualche parte, qualche segretaria stava togliendo il suo nome dalle liste degli studenti dei registri di ogni materia. Proprio ora, sua madre stava preparandogli i bagagli, riempiendo la valigia con tre o quattro cambi di vestiti, uno spazzolino pulito… e nient’altro. Quando avrebbe lasciato questa stanza, sarebbe scomparso dall’Orange County esattamente come se fosse stato rapito da un serial killer.

Solo che non sarebbe stato il suo corpo mutilato a ricomparire in un paio di mesi, decomposto e orribile, una lezione pratica per i ragazzi della Ronald Regan High sul restare alla larga dagli sconosciuti. Sarebbe stata la sua personalità mutilata a ricomparire, uno stupido replicante uscito da un baccello, che era stato costretto ad adattarsi allo stampo da cittadino-felice-e-al-proprio-posto che lo avrebbe portato ad essere come adulto un buon lavoratore che non dà problemi, una ape lavoratrice nell’alveare.

“Papà, insomma. Non puoi farmi questo! Sono tuo figlio! Ho diritto ad una possibilità di migliorare i miei voti da solo, no? Prima che tu mi mandi in qualche centro per il lavaggio del cervello?”

“Hai avuto la tua possibilità di migliorare i tuoi voti, Leonard”, disse la signora Ramirez, e il vice-preside annuì vigorosamente “Hai avuto tutto il semestre. Se pensi di prendere il diploma e poi andare all’università, questo è il momento di fare qualcosa di drastico per far sì che questo accada”

“E’ il momento di andare”, disse suo padre, controllando ostentatamente l’orologio. Onestamente, chi è che portava ancora un orologio? Aveva un telefonino, Leonard lo sapeva, come tutte le persone normali. Un vecchio orologio a molla era utile al giorno d’oggi quanto un cornetto acustico o una cotta di maglia[3]. Ne aveva un cassetto intero pieno. Dozzine di orologi. Suo padre poteva avere tutte le ridicole passioni e hobby che voleva, spenderci sopra una piccola fortuna, e nessuno aveva intenzione di mandare lui al manicomio.

Era così dannatamente ingiusto. Voleva urlarlo mentre lo portavano fino all’impeccabile Huawei Darter di suo padre. Ne comprava una nuova ogni anno, ottenendo un grosso sconto dalla fabbrica, che caricava la sua auto personale nel suo proprio container e la caricava in una delle grandi navi di papà nel porto di Guangzhou. L’auto odorava di liquirizia nera che il padre di Leonard succhiava, e del gigante thermos di acciaio che si portava dietro ogni mattino, riempiendolo man mano che finiva, durante il giorno, in diversi bar in cui gli davano del tu.

E fuori dai finestrini, attraverso una tinta leggermente grigia, le strade di Anaheim sfrecciavano veloci, file di case identiche che davano su un’enorme strada ad otto corsie. Aveva conosciuto queste strade per tutta la sua vita, vi aveva camminato, incontrato gli accattoni che lavoravano nel settore turistico, gli impiegati della Disney che avevano perso lo shuttle, coi piedi doloranti per il camminare, percorrendo il chilometro e mezzo che li separava dal parcheggio per dipendenti, gli strambi pensionati che portavano a passeggio i cani, il resto dei replicanti da baccello di Orange County ancora allo stadio larvale, troppo giovani, poveri o sfortunati per avere una macchina.

Il cielo era di quel blu puro che c’era spesso nell’OC, nessuna nuvola, un cielo sorridente da cartolina quasi nel suo punto più alto. Leonard vide tutto questo come se fosse la prima volta; lo vide realmente, perché sapeva che sarebbe stata l’ultima volta.

“Non è così male”, disse suo padre “Smettila di comportarti come se stessi per andare in galera. E’ una scuola elegante, per dio. E non una di quelle scuole in cui ti picchiano nei bagni o roba del genere. Sono praticamente degli hippy laggiù. Tua madre ed io non ti stiamo mandando in un gulag, ragazzo”

“Non importa cosa dite, papà. Dimenticatelo. Ecco i fatti: mi avete rapito da scuola e mi manderete lontano in un posto dove dovrebbero ‘ripararmi’. Non mi avete dato alcuna voce in capitolo. Non mi avete consultato. Potete dire quanto mi amate, quanto questo sia per il mio bene, parlare e parlare e parlare, ma non cambierà i fatti. Ho sedici anni, papà, sono vecchio quanto Zaidy Shmuel quando sposò Bubbie e venne in America, lo sai?”

“Questo era durante la guerra…”

“Che importa? Era tuo nonno, ed era abbastanza vecchio per iniziare una famiglia. Puoi scommettere che non se ne sarebbe stato tranquillo se lo avessero rapito… “, suo padre grugnì, “Rapito perché aveva hobby diversi da quello che i suoi genitori consideravano un buon modo di passare il tempo. Oddio! Quale diavolo è il tuo problema? Ho sempre saputo che eri una sorta di coglione, ma…”

Suo padre sterzò con calma la macchina, frenando, passando dolcemente da una corsia all’altra, controllando dietro di sé ad ogni corsia, attraversando il traffico dei turisti e i pickup dei giardinieri senza far suonare il clacson neanche una volta. Tiro il freno a mano con una mano ed aprì la cintura di sicurezza con l’altra, girandosi per avere la faccia davanti a quella di Leonard.

“Tu stai camminando su del ghiaccio fottutamente sottile, ragazzo. Puoi fare di me il cattivo quanto ti pare, se ne hai bisogno, ma, da qualche parte in quel tuo cervello da adolescente carico di ormoni, sai che sei stato tu a metterti in questa situazione. Quante volte, Leonard? Quante volte abbiamo parlato di equilibrio, di mantenere alti i tuoi voti, rinunciando ad un po’ di tempo nel tuo gioco? Quante possibilità hai avuto prima di questo?”

Leonard rise caldamente. C’erano lacrime di rabbia nei suoi occhi, che cercavano di uscire. Deglutì. “Rapito”, disse. “Rapito e spedito via perché pensi che io non abbia voti abbastanza buoni in matematica e inglese. Come se volessero dire qualcosa… Quand’è stata l’ultima volta che hai risolto un’equazione quadratica, papà? Chi se ne frega se non vado all’università? In cosa dovrei prendere una laurea, perché mi aiuti a sopravvivere nei prossimi vent’anni? In cosa ti sei laureato tu, papà? Oh, giusto, Lingue antiche. Beh quello è utilissimo mentre stai spedendo giganteschi container pieni di spazzatura in plastica dalla Cina, giusto?”

Suo padre scosse la testa. Dietro di loro, le macchine frenavano e suonavano il clacson l’un con l’altra mentre manovravano per girare attorno alla Huawei ferma. “Non si tratta di me, figliolo. Si tratta di te. Stai buttando via la tua vita in uno stupido gioco. Almeno parlare latino mi aiuta a capire lo spagnolo. Che stai guadagnando dalle tue ore e anni passati ad uccidere draghi?”

Leonard era fumante di rabbia. Sapeva la risposta a questo, da qualche parte nel suo cervello. I giochi stavano prendendo il possesso del mondo reale. C’erano dei soldi che si potevano fare lì. Stava imparando a lavorare in squadra. Queste cose ed altre, erano le sue ragioni per giocare, e nessuna di queste era importante quanto la più importante: semplicemente lo sentiva come una cosa giusta, avventurarsi in mondi…

Crash

L’auto sembrò saltare in alto, alzandosi prima sulle ruote davanti in un’impennata al contrario e poi le ruote davanti avanzarono e la macchina venne sparata in avanti di nove metri in un secondo. Ci fu un suono di metallo che si accartocciava, l’imprecazione di suo padre e poi un suono come quello delle campane in una chiesa mentre la sua testa colpiva qualcosa. Il mondo si oscurò.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 7 di For the Win


[3] tipo di armatura, fatta di anelli metallici intrecciati

Edipo Re a Fiesole: ecco le foto!

29/05/2011
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Mi sono appena resa conto di avere diverse belle foto da condividere, scattate in occasione della rappresentazione dell’Edipo Re (traduzione di Federico Condello) fatta dall’Archivio Zeta il 21 Maggio a Fiesole, che vi avevo già raccomandato sul mio post sulla messa in scena dell’Edipo Re a Fiesole… Siete ancora in tempo per vedere qualcosa di simile da vivo: l’Archivio Zeta rimarrà a Fiesole fino al 5 giugno (tranne lunedì e martedì), come ho già scritto nell’articolo.

 

Questo è la pagina dell’Archivio Zeta riguardante la rappresentazione.

Le foto sono state scattate da me subito prima dell’inizio e subito dopo la fine dello spettacolo.
Potete cliccarle per ingrandirle (questo vale anche per l’immagine all’inizio del post).

Il crocevia rappresentato (dalle assi) viene all’inizio quasi ignorato, per diventare col tempo sempre più centrale nella recitazione.
Qui si vedono alcuni degli strumenti musicali utilizzati durante lo spettacolo. Può essere utile ricordare che non viene usata alcuna amplificazione artificiale (al di fuori della magnifica acustica dell’anfiteatro, se la vogliamo chiamare “artificiale”)

Avete mai assistito a rappresentazioni teatrali in un luogo così bello?

Traduzione di “Want You Gone” di Jonathan Coulton

28/05/2011
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Sembra che qualcuno ieri sia arrivato al mio sito cercando la traduzione di “Want you gone”, di Jonathan Coulton… Si tratta della canzone finale del videogioco Portal 2.
Suppongo questo sia accaduto a causa della mia traduzione di un’altra canzone di Jonathan Coulton: la traduzione di Future Soon.
Beh, purtroppo tale traduzione ovviamente sul mio sito non c’era, ma a questo punto ho deciso di tradurla nel caso altre persone facessero una ricerca simile… Non sia mai che creo false speranze!
(State tranquilli, non userò lo stesso principio per accontentare la persona che è arrivata qui cercando “lenzuola spongebob negozi salerno”…)

Attenzione Spoiler: se non avete giocato a Portal 2, ma intendete farlo, potreste non volere proseguire oltre.

Inglese Italiano
Well here we are again
It’s always such a pleasure
Remember when you tried
to kill me twice?
Oh how we laughed and laughed
Except I wasn’t laughing
Under the circumstances
I’ve been shockingly nice
Beh, rieccoci qua
E’ sempre un tale piacere
Ricordi quella volta in cui hai provato
ad uccidermi due volte?
Oh, quanto abbiamo riso e riso
A parte il fatto che io non stavo ridendo.
Considerando le circostanze
sono stata incredibilmente gentile.
You want your freedom?
Take it
That’s what I’m counting on
Vuoi la tua libertà?
Prenditela
Questo è ciò su cui conto
I used to want you dead
but
now I only want you gone
Ti volevo morto
ma
ora voglio solo che tu te ne vada
She was a lot like you
(Maybe not quite as heavy)
Now little Caroline is in here too
One day they woke me up
So I could live forever
It’s such a shame the same
will never happen to you
Era molto simile a te
(forse non così pesante)
Ora la piccola Caroline è anche lei qui
Un giorno mi hanno svegliata
Così che potessi vivere per sempre
E’ un tale peccate che la stessa cosa
non succederà mai a te.
You’ve got your
short sad
life left
That’s what I’m counting on
I’ll let you get right to it
Now I only want you gone
Hai la tua
breve triste
vita che ti è rimasta
Questo è ciò su cui faccio affidamento
Lascerò che tu vada da essa
Ora voglio solo che tu te ne vada
Goodbye my only friend
Oh, did you think I meant you?
That would be funny
if it weren’t so sad
Well you have been replaced
I don’t need anyone now
When I delete you maybe
I’ll stop feeling so bad
Addio, mio unico amico
Oh, pensavi mi riferissi a te?
Questo sarebbe divertente
se non fosse così triste
Beh, ora sei stato rimpiazzato
Non ho bisogno di nessuno ora
Quando ti cancellerò forse
smetterò di sentirmi così male
Go make some new disaster
That’s what I’m counting on
You’re someone else’s problem
Now I only want you gone
Now I only want you gone
Now I only want you gone
Vai a fare qualche altro disastro
Questo è ciò su cui conto
Tu sei il problema di qualcun’altro
Ora voglio solo che tu te ne vada
Ora voglio solo che tu te ne vada
.

Questa canzone è protetta da copyright ed è proprietà della Valve Corporation.

Barbarie in biblioteca

27/05/2011
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Qualche giorno fa, mio padre è andato in biblioteca per cercare un libro di Storia della Fisica… Devo fra poco dare un esame di questa materia, e mio padre voleva farmi una sorpresa.

Lo trovo sulla mia scrivania. Un libro meraviglioso, copertina rigida, stampato 6 anni fa. Piacevole già al tatto, da sfogliare, da leggere. Inizio a guardare diverse cose del libro, quando ecco arrivare lo shock: mancano 120 pagine, brutalmente strappate.

Si potrebbe dire che non sono quelle che mi servono, quindi non ho effettivamente subito nessun “danno”… Ma mi sono sentita così male!

Sono il genere di persona che ha difficoltà persino a fare segni a matita su un libro (per non parlare di fare le “orecchie” alle pagine). Qualche mese fa ho sgualcito senza volere una pagina di una vecchia raccolta di fantascienza russa e mi sono sentita male per settimane. Pensate quale è stata la mia reazione a questo scempio!

E tutto questo perché? Perché qualcuno non aveva voglia né di prendere appunti, né di fare delle fotocopie (illegali, ma che almeno non avrebbero danneggiato nessuno).

L’intero capitolo sulla corrente elettrica è stato asportato strappando le pagine, come potete vedere dalla fotografia (potete cliccarla per ingrandire l’immagine, se non vi fa già abbastanza orrore così).

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 5

26/05/2011
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Continua da For the Win, scena 4

Questa scena è dedicata a Secret Headquarters a Los Angeles, il negozio di fumetti che preferisco al mondo, ogni volta sorprendente. E’ piccolo e seleziona attentamente cosa tenere e, ogni volta che entro, esco con sottobraccio tre o quattro collezioni di cui non ho mai sentito parlare. E’ come se i proprietari, Dave e David, avessero la straordinaria abilità di predire esattamente cosa sto cercando e predisporlo davanti a me pochi istanti prima che io entri nel negozio. Ho scoperto tre quarti dei miei fumetti preferiti vagando nell’SHQ, afferrando qualcosa di interessante, sprofondando in una delle loro poltrone e trovandomi trasportato in un altro mondo. Quando è uscita la mia seconda raccolta di racconti, Overclocked, hanno lavorato con l’illustratore locale Martin Cenreda per fare un mini-fumetto gratuito basato su Printcrime, la prima storia nel libro. Ho lasciato Los Angeles circa un anno fa e, di tutte le cose che mi mancano di quella città, Secret Headquarters è in cima alla lista.

Secret Headquarters: 3817 W. Sunset Boulevard, Los Angeles, CA 90026 +1 323 666 2228

Matthew era all’esterno dell’Internet Café, respirando profondamente. Durante il cammino era riuscito a calmarsi un poco, ma mentre si avvicinava, si convinse sempre di più che i ragazzi di Boss Wing lo stessero aspettando là, e che tutti i suoi amici sarebbero stati a terra, rannicchiati, svenuti per le botte ricevute. Aveva portato via quattro dei migliori giocatori con sé quando aveva lasciato la fabbrica di Boss Wing, e sapeva che Boss Wing non ne era per niente felice.

Stava andando in iperventilazione, la testa gli girava. Era ancora dolorante. Sentiva come un sole rosso di dolore, delle dimensioni di un pallone da calcio, bruciare nelle sue mutande ed una delle cose che voleva di più e, allo stesso tempo, di meno, era trovare un posto con un po’ di privacy per dare un’occhiata là sotto. C’era un bagno nel Café, quindi quello era il luogo giusto, ed era tempo di entrare.

Salì per i quattro piani di scale dolorosamente, passando sotto i giganteschi murali del gamespace, evitando le piante di plastica, poste ad ogni ammezzato, che puzzavano del piscio dei giocatori che non avevano voluto aspettare perché il bagno si liberasse. Dal terzo piano in su, fu avvolto dalla nuvola familiare di odore corporeo, fumo di sigaretta e bestemmie che gli dicevano che stava per arrivare alla sua vera casa.

Nell’ingresso si fermò e si guardò in giro, cercando un qualsiasi segno dei sicari di Boss Wing, ma le cose andavano come al solito: fila e fila di tavoli con sopra dei PC, un paio di coppie che condividevano un solo computer, ma, soprattutto, ragazzi magri che giocavano, con le magliette tirate a scoprire la pancia, cercando di approfittare di ogni minima brezza che potesse spirare nella stanza. Non c’erano brezze, soltanto mulinelli nel fumo di sigaretta causati dal ruggito di tutte le ventole per computer che risucchiavano aria carica di fumo sopra le schede madri surriscaldate e le mostruose schede video.

Sgattaiolò oltre la cassa all’ingresso, in cui stasera lavorava un ragazzo nuovo, qualcun altro appena arrivato dalle provincie per cercare fortuna nella vecchia, cattiva, Shenzen. A Matthew venne voglia di afferrare il ragazzo e portarlo al limitare della città, spiegandogli strada facendo che non c’era più nessuna fortuna che si potesse trovare qui, che tutto apparteneva a uomini come Boss Wing. Vai a casa, pensò diretto al ragazzo, Vai a casa, questo posto è finito.

I suoi ragazzi stavano giocando al solito tavolo. Avevano costruito una piramide di strati alternati di pacchetti di sigarette Double Happiness e tazzine di caffè vuote. Guardarono verso di lui mentre si avvicinava, sorridendo e ridendo per qualche battuta. Poi videro lo sguardo sulla sua faccia e si zittirono.

Si sedette su una sedia vuota e guardò i loro schermi. Stavano giocando, ovviamente. Stavano sempre giocando. Quando lavoravano da Boss Wing, facevano turni di 18 ore e poi si rilassavano giocando un altro poco, portando i propri personaggi nei dungeon che avevano farmato per tutta la giornata. Questo era il motivo per il quale era tanto facile per il Boss Wing reclutare gente per la sua fabbrica: il motto era seduttivo. “Venire pagati per giocare!”

Ma non era lo stesso quando stavi lavorando per qualcun altro.

Cercò di trovare le parole per cominciare e non ci riuscì.

“Matthew?” Era Yo, il più vecchio di loro. Yo aveva una famiglia, una moglie e una bambina piccola. Aveva lasciato Boss Wing e seguito Matthew.

Matthew si guardò le mani, prese un profondo respiro, e prese una decisione: “Scusate, sono solo stato coinvolto in una rissa mentre venivo qui. Però ho delle buone notizie: ho trovato un modo per rendere tutti noi molto ricchi in un tempo molto breve”. E, a memoria, Mastro Fong descrisse la maniera che aveva trovato per attraversare il ricco dungeon di Svartalfaheim Warriors. Richiese un computer e mostrò loro, mostrò loro come eliminare secondi superflui dalla run, dove fermarsi e prendere e portare con se. E poi ciascuno di loro prese un computer e si mise al lavoro.

Col tempo, il dolore nei suoi pantaloni diminuì. Qualcuno gli diede una sigaretta, poi un’altra. Qualcuno gli portò degli involtini. Mastro Fong li mangiò senza gustarli. Lui e la sua squadra erano al lavoro, stavano facendo soldi e un giorno, presto, avrebbero accumulato una ricchezza tale da fare sembrare Boss Wing un pesce piccolo.

A un certo punto, mentre lavorava, il suo telefono squillò. Era sua madre. Voleva augurargli buon compleanno. Aveva appena compiuto 17 anni.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 6 di For the Win

Prigionieri cinesi usati per guadagnare soldi in giochi on-line

26/05/2011
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Sembra uno scherzo, ma la fonte è nientemeno che il Guardian, importante giornale inglese.

L’articolo pubblicato ieri, “China used prisoners in lucrative gaming work“, sembra prendere For the Win, di Cory Doctorow e superare di gran lunga le brutture descritte…

Viene descritta la storia di un uomo, per il quale viene dato un nome fittizio (Liu Dali), che veniva costretto, dopo le durissime giornate di lavoro passate spaccando rocce e scavando trincee, a fare “gold-farming” (se non sai di cosa si tratta, leggi il glossario con diversi termini in gamespeak che c’è questo sito e, già che ci sei, inizia a leggere la nostra traduzione italiana di For the Win) per ottenere valuta di gioco che poi le guardie della prigione rivendevano per soldi reali.

Queste sono alcune dichiarazioni del prigioniero, prese sempre dallo stesso articolo:

“I capi della prigione facevano più soldi costringendo i prigionieri a giocare ai giochi di quando non guadagnino costringendoli a fare lavori manuali” ha detto Liu al Guardian. “C’erano 300 prigionieri costretti a giocare a questi giochi. Lavoravamo in turni di 12 orea l campo. Ho sentito dire loro che potevano guadagnare 5.000-6.000 rmb [~540-650 euro] al giorno. A noi non arrivava nulla di questo denaro. I computer non venivano mai spenti”

“Liu” dichiara che, fra le cose che era costretto a fare, è stato il lavoro forzato on-line la parte più surreale della sua vita al campo di lavoro. Il lavoro poteva essere virtuale, ma la punizione per un fallimento era reale.

“Se non ero in grado di completare la mia quota di lavoro, mi punivano fisicamente. Mi costringevano a stare in piedi con le mani alzate e, tornato nel dormitorio, mi picchiavano con dei tubi di plastica. Continuavamo a giocare fino a quando non riuscivamo quasi più a vedere cosa ci stava davanti”

L’articolo continua spiegando il fenomeno del gold-farming, che in Cina è divampato arrivando a un mercato stimato intorno ai 13 miliardi di euro nel solo 2008. A questo si aggiunge il fatto che non esistono nel mondo leggi che regolino questo genere di lavoro, cosa che ha portato allo sfruttamento dei prigionieri descritto.

L’articolo riporta inoltre che nel 2009 una direttiva del governo centrale cinese dovrebbe aver reso illegale per aziende prive di licenza fare questi scambi, ma Liu è convinto che nel campo di lavoro (che lui ha frequentato nel 2008, prima di tale direttiva), lo sfruttamento continui.

Come vedete, continuo a citare l’articolo… questo avviene perché non avevo minimamente programmato questo post, ma la gravità della situazione e l’attinenza con i contenuti del sito mi ha spinto a pubblicare subito (fidandomi io abbastanza del Guardian come fonte). Non ho quindi avuto modo di fare una ricerca completa… Nei prossimi giorni me ne occuperò con maggiore accuratezza.

Strauss-Kahn: Può un economista “trasformarsi” in stupratore?

25/05/2011
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Oggi ho dato un’occhiata al blog di xkcd (sono una grande fan del webcomic xkcd) e ho così trovato un post del 18 maggio che ho trovato interessante, e così ho deciso di tradurre per chi fosse interessato (e non volesse faticare con l’inglese). Il post è Answering Ben Stein’s Question (Rispondendo alla domanda di Ben Stein).

I link sono stati mantenuti invariati, quindi indicano contenuti in inglese.


Rispondendo alla domanda di Ben Stein

Ben Stein ha pubblicato un editoriale piuttosto terribile difendendo Dominique Strauss-Kahn, il direttore dell’IMF arrestato per violenza sessuale. Ora, non sono in disaccordo per quanto riguarda la presunzione di innocenza, ma il resto dell’articolo sostiene che, semplicemente, la gente ricca non commette crimini. In particolare, dice questo:

Nella vita, gli avvenimenti tendono a seguire degli schemi. Coloro che commettono crimini sono di solito criminali, per esempio. Può qualcuno citarmi un qualsiasi economista che sia stato incarcerato per crimini sessuali violenti?

Mi è dunque venuta voglia di controllare e ho fatto subito una piccola ricerca, e non potete credere cosa ho trovato.  Indovinate chi è laureato in economia?

Paul Bernardo.

Per chi non avesse familiarità con i fatti, Bernardo è uno dei più peggiori serial killers della storia [Qui la pagina italiana di wikipedia, NdT]. Lui e sua moglie hanno drogato, stuprato, e torturato fino alla morte un alto numero di studentesse fra gli anni ’80 e gli anni ’90. E’ una storia che dà gli incubi.

Lascierò il dibattito sul resto dell’articolo del signor Stein ad altri. Ma per quanto riguarda la sua proposta che lo studio dell’economia precluda il diventare un violento criminale, sembra che la storia proci un diavolo di contro esempio.

Edit: James Urbaniak ha una lista di altri economi coinvolti in crimini sessuali.


Ora che avete letto la traduzione di questo post del blog di xkcd, potreste chiedervi: “Ma chi è questo Ben Stein?”…
Ammetto che me lo sono chiesta anche io, in quanto non sembra essere una figura molto conosciuta in Italia (su Wikipedia non ha una pagina italiana, ma questa è la pagina inglese su Ben Stein).

Volendo riassumere molto brevemente è un commentatore (ma anche scrittore e attore) di destra, che ha scritto discorsi per i presidenti Nixon e Ford e che ha una colonna sul giornale che ha pubblicato l’editoriale a cui risponde Randall Munroe, “The American Spectator“.

E’ interessante vedere come questo stereotipo per il quale la classe sociale assicura un certo comportamento (nel bene e nel male) sia ancora così diffuso e forte non solo quando si tratta di preoccuparsi di presunto terrorismo dovuto a presunta islamizzazione, ma anche quando si tratta di difendere i ricchi. Vi ricorda qualcosa?

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 4

24/05/2011
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Continua da For the Win, scena 3

Questa scena è dedicata a Barnes and Noble, una catena di librerie nazionale degli Stati Uniti. Mentre le piccole librerie su scala familiare in America stavano svanendo, Barnes and Nobles iniziò a costruire questi giganteschi templi dedicati alla lettura in tutto il paese. Tenendo in stock decine di migliaia di titoli (le librerie dei mercati e le rastrelliere delle drogherie avevano solamente una minuscola frazione di queste quantità) e facendo orari convenienti alle famiglie, ai lavoratori e ad altri potenziali lettori, i negozi della B&N permisero la carriera di molti scrittori, tenendo in magazzino titoli che librerie più piccole non avrebbero potuto permettersi di avere sui loro limitati scaffali. B&N ha sempre avuto grossi programmi per raggiungere la comunità e ho partecipato ad alcune delle sessioni di autografi meglio organizzate e con maggior pubblico proprio nelle librerie di B&N, inclusi alcuni fantastici eventi al (purtroppo non più esistente) B&N in Union Square, New York, dove ebbe luogo la mega-sessione di autografi dopo i Nebula Awards e al B&N di Chicago che ospitò l’evento dopo i Nebula di pochi anni dopo. La cosa migliore è che i compratori “geek” di B&N capiscono veramente la fantascienza, i fumetti, i manga, i videogiochi e simili. Sono appassionati e colti in questo campo e questo si vede dall’eccezionale selezione in mostra nei negozi.

Barnes and Noble, nationwide

Oro. Tutto è legato all’oro.

Ma non l’oro normale, il genere di cosa che tiri fuori dal terreno. Quella roba era per il secolo scorso. Per prima cosa, non ce n’è abbastanza: tutto l’oro mai estratto nella storia del mondo ammonterebbe soltanto ad un cubo con lati lunghi quanto quelli di un campo da tennis. E, cosa curiosa, ce n’è anche troppo: tutti i certificati di proprietà di oro creati al mondo, sommati, darebbero diritto ad un cubo di dimensione doppia. Alcuni di questi certificati, insomma, non dovrebbero darti diritto a niente — e nessuno sa quali. Nessuno ha controllato in maniera indipendente Fort Knox fin dal 1956. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere vuoto, tutto l’oro essere stato rubato e venduto, messo in un’altra cassaforte, venduto come altri certificati, e poi rubato e venduto nuovamente, messo in un’altra cassaforte ancora e usato come base per emettere altri certificati.

No, non oro normale.

Oro virtuale.

Chiamalo come vuoi: in un gioco si chiama “Crediti”, in un altro “Volcano Bucks”. Ci sono i groati, i Dollari Disney, i cowrie, moolah, e l’Oro degli Stupidi e un milione di altri generi di oro là fuori. A differenza dell’oro vero, non ci sono riserve in casseforti a sorreggere i certificati. A differenza del denaro vero, non c’è nessun governo che li emetta.

L’oro virtuale è emesso dalle aziende. Aziende di videogiochi. Aziende che dichiarano “Questa certa quantità di gold[2] permette di comprare questa armatura” o “Questa quantità di crediti permette di comprare questa astronave” o “Questa quantità di Jool permette di comprare questo zeppelin”. E dato che loro lo hanno detto, questo è vero. I paesi e le loro banche devono fare varie macchinazioni per sbrigare il fastidioso compito di convincere i cittadini a credere ciò che gli viene detto: dicono: “Questo acconto di sicurezza sociale ti darà tutto ciò di cui necessiti per un mese”, ma questo non vuol dire che i negozianti che vendono il necessario per campare un mese siano d’accordo.

Le aziende non hanno questo problema. Quando la Coca Cola dice che 76 groati ti permettono di comprare una ascia nanica in Svartalfaheim Warriors, ecco: il prezzo di un’ascia nanica è di 76 groati. Non ti sta bene? Vai a giocare da qualche altra parte.

Il denaro virtuale, non è sostenuto dall’oro o dai governi: è sostenuto dal divertimento. Fintanto che un gioco è divertente, da qualche parte ci saranno dei giocatori che vorranno comprare la valuta di quel gioco, perché per quanto il gioco sia divertente, è comunque più divertente essere benestanti, con tutte le meravigliose armature e le armi micidiali, piuttosto che essere un qualche niubbo squattrinato con un pugnale, cercando faticosamente di ottenere la tua prima spada.

Ma dove c’è l’opportunità di spendere del denaro, c’è l’opportunità di fare del denaro. Per alcuni giocatori, il più divertente gioco di tutti è quello di tagliare per se una fetta della torta. Non tutta l’azione appartiene alle grandi aziende nei loro alti uffici e con i loro giochi. Un sacco di noi possono fare qualcosa ai piani bassi, dove stanno le sudicie persone da poco.

Ovviamente, questo manda in bestia le aziende. Loro sono il paternalistico sovrano, loro sanno cos’è meglio per i loro mondi. Loro hanno il controllo. Loro creano i livelli di gioco e la difficoltà in maniera che tutto sia perfettamente bilanciato. Loro creano gli indovinelli. Loro decidono che gli elfi chiari non possono parlare con gli elfi scuri, che i giocatori sui server russi non possono trasferirsi sui server cinesi, che ci devono volere in media 32 ore a un giocatore per ottenere la guida von Klausewitz e 48 ore per entrare nell’Ordine del Pinguino in Armatura. Se non ti piace, si suppone che tu te ne vada: non che tu ti faccia strada pagando. O, se lo fai, dovresti avere la decenza di comprare ciò che devi da loro.

Ed ecco qualcosa che loro non ti diranno, questi Dei del Virtuale: loro non possono mantenere il controllo su tutto questo. Ragazzini, truffatori e tipi strambi in tutto il mondo hanno riempito i loro piccoli e sicuri mondi “in terrario” con tunnel che portano ai grandi spazi esterni. Ci sono molteplici scambi fra mondi concorrenziali: vuoi scambiare le tue ricchezze su Zombie Mecha per una astronave completamente accessoriata e una ciurma di pirati dello spazio? Dieci bande diverse sono pronte a fare affari con te — ti daranno subito l’astronave di qualcun altro e prenderanno il tuo mecha, armi e munizioni, nel loro inventario, pronto per la prossima persona che vorrà immigrare su Zombie Mecha da qualche altro magico mondo.

E gli Dei non sono in grado di impedirlo. Per ogni barriera che costruiscono, ci sono centinaia di giocatori furbi e motivati che troveranno il modo di buttarla giù.

Pensi che dovrebbe essere impossibile, vero? Dopo tutto, questi non sono meri giochi di guardie e ladri, giocati in città reali, piene di gente reale. Loro non hanno bisogno di affiggere identikit per trovare un fuggitivo: ogni persona nel mondo è nel loro database, e loro possiedono il database. Non hanno bisogno di un mandato di perquisizione per trovare le merci di contrabbando nascoste sotto le assi del tuo pavimento: le assi, i beni di contrabbando, la casa e te siete tutti nel database — e loro hanno il database.

Dovrebbe essere impossibile, ma non lo è, ed ecco il perché: i più grossi venditori di gold e tesori, di livelli ed esperienza nei mondi sono le stesse aziende dei videogiochi. Oh, loro non lo chiamano power-levelling o gold-farming — impacchettano il tutto con nomi più carini e appetibili, come “pacco bonus di progresso accelerato” e “All Together Now (TM)” e un sacco di altri nomi ridicoli che ormai non ingannano più nessuno.

Ma gli Dei non si accontentano di limitarsi a guadagnare qualche soldo dai giocatori troppo pigri per ottenere tramite il gioco ciò che vogliono. Sono invece in un gioco molto, molto più ampio. Loro vendono gold anche alla gente che non gioca nemmeno. Esatto: se sei un grosso pezzo della finanza in cerca di un qualche posto in cui investire un milione di bigliettoni per avere un buon profitto, puoi comprare un milione di dollari di oro virtuale, aspettare che il gioco cresca e diventi man mano più divertente, mentre il valore del gold sale e sale ancora, e poi puoi rivendere tutto per denaro vero attraverso le banche in gioco ufficiali, tirando fuori un bel gruzzoletto per il tuo impegno.

Quindi mentre stai pilotando il tuo mecha, menando fendenti con la tua ascia o comandando la tua flotta spaziale, c’è un gruppo di adulti inquietanti con indosso abiti costosi in dei bei uffici che ti guardano giocare, cercando di capire se il valore dell’oro di gioco è destinato a scendere o a salire. Quando un gioco inizia a fare schifo, tutti corrono a vendere le loro azioni, liberandosi del gold il più in fretta possibile prima che il suo valore coli a picco a causa di giocatori annoiati che passano alla concorrenza. E quando il gioco diventa più divertente, beh, c’è una frenesia ancora più grande, mentre i prezzi salgono alle stelle dato che ogni banchiere nel mondo sta cercando di comprare lo stesso gold per lo stesso mondo di gioco.

C’è da meravigliarsi se otto delle venti più grandi economie nel mondo sono in paesi virtuali? E c’è da meravigliarsi se il giocare è diventato un affare così serio?


[2] Traduco la parola “gold” alternativamente “oro” e “gold” con il seguente criterio: Quando ci si riferisce all’oro reale(esempio: “tutto l’oro mai tirato fuori dal terreno”), o si specifica che si tratta di “oro virtuale”, scrivo “oro”, quando ci si riferisce ad una generica valuta di gioco scrivo “gold” secondo l’uso comune.

La scena successiva è già stata tradotta:
leggi la scena 5 di For the Win

L’Archivio Zeta mette in scena l’Edipo Re a Fiesole

23/05/2011
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Scrivo per consigliarvi vivamente, se vivete abbastanza vicini, di andare alla messa in scena dell’Edipo Re, di Sofocle (nella traduzione di Federico Condello) al Teatro Romano di Fiesole.
In questo splendido anfiteatro, costruito tra la fine del I sec. a.C. e il I d. C, l’Archivio Zeta propone una rappresentazione priva di ausili moderni quali microfoni e amplificazione, sfruttando invece la naturale acustica del luogo.

Se ancora non conoscete l’Archivio Zeta, questa è un’ottima occasione per rimediare. Rimarranno a Fiesole fino al 5 giugno (vanno in scena tutti i giorni, tranne il lunedì e il martedì). Qui potete trovare ulteriori dettagli sullo spettacolo.

Il costo è di 20€ a persona (10€ ridotti – scuole e ragazzi sotto i 18 anni), lo spettacolo dura circa un’ora e venti.
E’ molto consigliato prenotare, anche se qualche speranza di trovare un posto all’ultimo, questa volta, sembra esserci… Quando ci sono andata io, sabato scorso, è rimasta una decina di posti vuoti (per alcune rappresentazioni, l’anno scorso, era assolutamente impossibile trovare posto se non si prenotava). La prenotazione è gratuita, quindi non c’è nessun motivo per non farla.

Un’altra ottima occasione sarà fra il 30 luglio ed il 14 agosto, quando metteranno in scena Le Coefore di Eschilo, seconda tragedia della trilogia dell’Orestea. Questa non sarà a Fiesole, ma nel Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa (molto vicino al cimitero, sempre sul passo, c’è anche un ottimo ristorante).

E’ proprio in questo suggestivo cimitero che ho per la prima volta assistito alle rappresentazioni teatrali dell’Archivio Zeta. Era il 2007 e, un po’ spaventata (ammetterete che, per chi non ne sa nulla, scegliere di fare qualcosa nel “Cimitero Militare Germanico” può sembrare nazista, cosa che io ovviamente non sono), andai ad assistere in giorni seguenti all’Antigone di Sofocle e a I Persiani e Sette contro Tebe di Eschilo.
Meraviglioso.

Conoscevo già piuttosto bene l’Antigone, pur non avendo mai assistito ad una sua messa in scena e mi catturò così tanto vederla rappresentata dall’Archivio Zeta che fui veramente felice di avere preso già i biglietti anche per le due serata successive… Fosse stato per me, sarei andata a tutte le rappresentazioni ancora in programma!

Personalmente, negli ultimi anni ho assistito a:
Antigone di Sofocle
I Persiani di Eschilo
Sette contro Tebe di Eschilo
(l’ordine delle rappresentazioni era: “I Persiani”, “Antigone” “Sette contro Tebe”, sono io che le ho viste in ordine un po’ casuale)
Prometeo Incatenato di Eschilo
L’Iliade (riadattata (credo da loro) per il teatro)

Foto scattata da Franco Guardascione, che ne detiene il copyright

Il Sistema del Mondo, unica fra queste a non rifarsi alla tradizione ellenica, è divisa in due parti: la prima sul sistema eliocentrico (tolemaico), un sistema quasi antropomorfizzato, la seconda su galileo e su come la chiesa gli impedì di diffondere le sue teorie. Altra particolarità era che non si svolgeva all’aperto, ma bensì all’interno di un vero osservatorio astronomico.

(Archivio Zeta ha lavorato a molte più cose, per la loro “teatrografia” completa clicca qui)

E non mi sono mai pentita di essere andata a vederli!

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For the Win

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