18: Volantinaggio allo Hyottoko Matsuri

Continua il Viaggio nel Paese del Sol Levante

Altra giornata di volantinaggio, questa volta ad un festival, l’Hyottoko Matsuri (Matsuri vuol dire “Festival”, cosa vuol dire Hyottoko lo vedremo presto), che ci ha gentilmente concesso uno degli spazi che non erano stati assegnati. in realtà lo abbiamo utilizzato solo per appendere qualche poster, piazzare delle bandiere, e lasciare uno scatolone con diversi materiali mentre andavamo in giro a dare volantini.

Questo festival viene organizzato annualmente da tre anni, con lo scopo di rendere più vivace la zona. L’anno scorso era previsto per il 13 marzo, due giorni dopo il terremoto che ha sconvolto il Giappone. E’ stato quindi in quella occasione cancellato e sostituito da un evento, con gli stessi organizzatori, per aiutare le persone delle zone più colpite. In tale occasione sono stati raccolti più di 470.000 yen

In realtà, appena arrivati, ci siamo subito fermati qualche minuto a guardare gli spettacoli dei bambini, gridando all’unisono “kawaiiiii!”. Eccovene uno per intero:

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Il festival comunque non era dedicato solo ai bambini, ma vi partecipava gente di ambo i sessi e di ogni età, con generi del tutto diversi: signori di età rispettabile che cantavano canti tradizionali, l’orchestra di una scuola, varie danze spagnole, latinoamericane, forse quasi hawaiane, ballate con tutta la compostezza che si conviene a delle giapponesi, e poi nuovamente altre rappresentazioni e musiche tradizionali si sono succedute sul palco.

In effetti l’ingrediente principale dello Hyottoko Matsuri sono appunto gli Hyottoko.

Mentre stavo distribuendo volantini sono incappata in un gruppetto di persone mascherate, che presto si sarebbero unite a molte altre per inscenare una danza tradizionale molto divertente. La maschera principale, è proprio hyottoko. Su internet è difficile trovare informazioni in merito, ed anche i volontari del campo giapponesi in realtà non ne sanno molto, forse perché si tratta di una tradizione molto legata a questa regione: la capo-gruppo viene da Tokyo, che è davvero molto distante. Per questo motivo posso solo farvi qualche descrizione. Le danze sono aperte da una maschera che rappresenta quella che penso debba essere una volpe, seguita da una donna e poi da una serie di uomini dalle espressioni esagerate e gli occhi disuguali, fra cui un ubriaco. Con un sottofondo musicale che in realtà da solo la cadenza alla danza, i gruppo si muove in fila con con movimenti ritmici legati alla loro maschera: la donna (il nome di questa maschera è okame o otafuku) porta la mano alla bocca in maniera civettuola, mentre l’ubriaco mostra la bottiglia e finge problemi a camminare dritto.

Forse è meglio un breve video:

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Ma chi sarei se non scrivessi almeno qualche riga sul cibo? Come ogni festa che si rispetti era circondata di banchetti a cui si potevano comprare grandi varietà di cibi, quasi sempre cotti al momento. Ho cominciato subito ad approfittare di una bancarella di yakitori… si tratta di spiedini che vengono cotti sul posto e riscaldati nel momento in cui ne chiedi uno. Anche se “tori” vuol dire pollo, ce ne erano alcuni che sembravano di altre carni… Qui mi assicurano che gli yakitori sono solo di pollo, ma penso sia possibile che alla bancarella di yakitori vendessero altri tipi di spiedini.

Appena mi è stato detto che “tori” significa pollo/uccelli mi sono subito ricordata come il cognome Toriyama (quello del mangaka che ha creato Dragonball) fosse formato dai kanji “uccello” e “montagna”. In effetti, Akira Toriyama ha fondato i “Bird Studios” chiamandoli così proprio per assonanza con quel “tori” con cui comincia il suo cognome. Andando a controllare la scrittura in kanji del cognome Toriyama (鳥山) si vede che fra i molti possibili kanji pronunciati “tori” e con il significato di “uccello”,  鳥 è proprio quello che significa anche pollo. Quindi d’ora in poi potete tradurre mentalmente questo cognome in “montagna di pollo”, magari pensando proprio a del buon pollo fritto da magiare.

Il giapponese ha un numero estremamente elevato di parole dalla pronuncia del tutto identica (complice di questo è la piccolissima quantità di suoni che questa lingua prevede) e questo è uno dei principali motivi per cui i Kanji sono così importanti: mentre parlando è difficile confondersi, una scrittura fonetica probabilmente non sarebbe sufficiente per garantire la facilità di lettura.

Un nostro amico, Koki, che quando può viene ad aiutarci nel nostro lavoro, ha partecipato ad uno degli spettacoli di questa giornata. Ha appena finito il liceo e inizierà l’università ad Aprile, visto che, ovviamente, in Giappone anche l’anno scolastico funziona in maniera diversa che nel resto del mondo.

Fra gli spettacoli che erano comprensibili anche ai miei occhi e alle mie orecchie occidentali, questo sembrava veramente quello eseguito con maggiore arte e precisione. I suonatori di tamburi erano perfettamente sincronizzati, pur facendo passi di danza e lanciando le bacchette, scambiandosi anche i tamburi (girandoci intorno) senza smettere di suonare.

Il tamburo centrale che suonava Koki richiede così tanta forza che a metà del primo pezzo è previsto e necessario che i due suonatori si diano il cambio, ma sembra che si tratti di un’esibizione che richiede grande preparazione fisica per quasi tutti i ruoli, oltre che un grande allenamento per raggiungere una perfetta sincronia.

Nel primo pomeriggio è arrivata la notizia che gli organizzatori dello Hyottoko Matsuri ci avrebbero concesso qualche minuto per parlare del Kodomo Geijitsu Festibaru a cui stavamo facendo pubblicità, così siamo saliti sul palco e, dopo una introduzione generale di Saori, la capo-gruppo, ciascuno di noi si è fatto avanti ed ha detto il proprio nome e paese di provenienza prima nella propria lingua, poi in giapponese (“Buongiorno! Mi chiamo Elena e vengo dall’italia! Konnichiwa! Watashi wa Erena desu, Itaria-jin desu“). Poco dopo, finiti gli ultimi volantini, siamo andati a finire di smontare.

Rimasta separata dagli altri mentre aspettavamo la macchina che sarebbe venuta a prendere i materiali, mi sono trovata circondata dagli Hyottoko, che hanno iniziato la loro danza questa volta non sul palco, ma intorno al tendone principale. Due mi hanno addirittura trascinato nelle danze, ma confesso la mia viltà: dopo pochissimo ne sono uscita, anche perché non volevo rischiare di lasciare che gli altri facessero da soli qualche lavoro per cui servivo anche io (cosa che non è successa, ma vallo a sapere). Ovviamente mancano le prove fotografiche perché ero sola, ma qui accanto potete vedere una foto di questa fase finale del festival.

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