Epilessia – Come si riconosce e come si cura (trascrizione)

Un’amica mi ha chiesto di trascrivere i contenuti di questo video, visto che potrebbe interessare anche ad altri pubblico la traduzione qui. Ne approfitto per ricordare quanto per una parte non piccola della popolazione italiana i sottotitoli siano qualcosa di necessario.
Questo è ancora più vero quando l’argomento trattato è di tipo medico: questo genere di divulgazione è fondamentale, e bisognerebbe permettere che raggiunga quanta più gente possibile.

Luigi Ripamonti: Oggi parliamo di epilessia. Lo facciamo con la professoressa Maria Paola Canevini vice direttore del centro epilessia dell’ospedale San Paolo di Milano, non ché professore associato di neurologia all’università di milano.
Professoressa, cos’è l’epilessia?
Professoressa Canevini: L’epilessia, o meglio “le epilessie” sono tante situazioni diverse in cui all’improvviso le cellule nervose scaricano in maniera anormale, una sorta di corto circuito, determinando una crisi epilettica. Le crisi epilettiche sono tante e diverse.

Ripamonti: Ecco, ma quali sono le caratteristiche delle crisi epilettiche?
Canevini: Possono essere da una sensazione particolare e improvvisa che prova il paziente ad un momento di black-out all’ambiente circostante ad una crisi convlusiva che è quella “di grande male” che conosciamo tutti e che forse è quella che fa più paura.

Ripamonti: Può aiutarci un’attimo ad orientarci in questa distinzione fra piccolo e grande male?
Canevini: Grande male e piccolo male sarebbero utilizzati di più in un tipo particolare di epilessia, ma nella tradizione popolare sono un po’… la crisi di grande male è quella in cui il paziente si irridisce, ha scosse, ha la bava alla bocca, si morsica la lingua, mentre la crisi di piccolo male consiste solo in un piccolo black-out. Qualcosa che, se la persona non è conosciuta bene da chi ha vicino può essere anche impercettibile.

Ripamonti: Anche uno svenimento, qualcuno sta mangiando e all’improvviso cade sul piatto.
Canevini: anche una improvvisa perdita di conoscenza, una caduta, a volte può essere una crisi.

Ripamonti: Ecco, quante persone soffrono di epilessia in Italia?
Canevini: Al contrario di quello che si crede l’epilessia è una malattia molto comune, in Italia sono circa 500.000 le persone che soffrono di epilessia. Sono circa 90.000 in Lombardia, è qualcosa che riguarda tutte le età della vita: a qualsiasi età della vita può cominciare l’epilessia, con forse due picchi di incidenza: uno nell’età infantile e uno nella terza età.

Ripamonti: Ecco, e le cause?
Canevini: Le cause sono le più diverse. Qualsiasi cosa che provochi una lesione del sistema nervoso centrale e del cervello, può determinare l’ epilessia. Quindi possono esserci cause malformative (il cervello che si forma male prima della nascita), la sofferenza alla nascita, tumori, traumi, malattie cerebrovascolari: cioè, l’ictus può provocare l’epilessia.

Ripamonti: Come si cura l’epilessia?
Canevini: Per fortuna abbiamo a disposizione molti farmaci, vecchi e farmaci nuovi. Farmaci nuovi che sono meglio tollerati dai pazienti e riusciamo a controllare completamente le crisi con i farmaci in un 70% circa dei casi assumendo quotidianamente, forse in modo un po’ noioso e un po’ ripetitivo ma assolutamente necessario, i farmaci mattino e sera.

Ripamonti: Ma questi farmaci permettono una buona qualità di vita oppure fanno dormire o cose di questo genere?
Canevini: I famraci non devono causare altri problemi, la qualità della vita di un paziente con epilessia deve essere la stessa della persona che non assume farmaci. Nel senso che i farmaci vecchi davano forse maggiori problemi di concentrazione, problemi di memoria, problemi di sonnolenza. Con i famraci nuovi cerchiamo di ridurre il più possibile questi problemi.

Ripamonti: Ecco, una domanda: cosa fare in caso di crisi epilettica? Io ricordo che si diceva ancora “non permettete al malato che si morda la lingua”,
cose di questo genere, terrorismo di varia natura. Cosa bisogna fare?
Canevini: Bisogna fare poco e niente: bisogna guardare quanto tempo dura la crisi. La crisi di grande male, la crisi convulsiva, è una crisi in cui non bisogna bloccare i movimenti della persona colpita, non bisogna metterle niente in bocca, non bisogna cercare di aprire la bocca al paziente. Bisogna solo intervenire nel caso il paziente si sia fatto male, ad esempio cadendo a terra.

Ripamonti:
Grazie professoressa, arrivederci a tutti.

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Cultura sorda o cultura segnante?

Su una cosa sono completamente d’accordo con la Fiadda l’APIC e il comitato genitori disabili uditivi.

Questi gruppi, oltre ad opporsi al riconoscimento della LIS, si oppongono al concetto di “cultura sorda, dicendo che non si può definire una appartenenza culturale solo in base ad un deficit fisico. In effetti, al giorno d’oggi non definiamo l’appartenenza culturale neanche in base all’etnia: se un ragazzo africano viene adottato da dei genitori italiani e cresciuto lontano dal suo paese lo consideriamo “italiano” non “senegalese”, “somalo” e via discorrendo… senza guardare il colore della sua pelle (almeno, così dovremmo fare).

Proviamo a ragionare sulla appartenenza culturale dei sordi.

Sappiamo che è sordo, ma non sappiamo se è segnante.

Ci sono dei sordi che odiano la LIS. Uno di loro ha commentato su questo sito qualche tempo fa. I loro genitori li hanno convinti che se avessero imparato la LIS adesso non saprebbero parlare e quelli di loro che avevano residui uditivi migliori (o che hanno reagito meglio all’impianto cocleare) sono riusciti a cavarsela nel mondo udente e non vogliono avere niente a che fare con i sordi segnanti.

Ci sono degli udenti che amano la LIS. Alcuni hanno i genitori sordi, altri no. Possono avere lavori legati alla sordità (interpreti, assistenti alla comunicazione, ricercatori, etc…), oppure no, ma tutti hanno amici sordi, si emozionano per le vittorie della LIS e si arrabbiano quando qualcuno dice che si tratta solo di un “Linguaggio Mimico Gestuale”. Si sentono partecipi della comunità sorda segnante, anche se non sono sordi. Ci sono persino udenti che preferiscono segnare che parlare.

Chi di loro è più sordo?

Negli Stati Uniti hanno risolto il problema facendo la distinzione fra deaf (con la d minuscola) e Deaf (con la D maiuscola). Anche un udente, in teoria, può essere “Deaf”, perché con la D maiuscola si indica l’identità culturale sorda, non il deficit uditivo. Questa modo di distinguere fra “sordi d’orecchio” e “sordi di cultura” presenta quattro problemi:

  • Non è chiaro finché non te lo spiegano: una persona che non sappia nulla di sordità non riesce a capire la differenza solo leggendo la parola. E sono le persone che non sanno nulla di sordità quelle a cui dobbiamo rivolgerci se vogliamo pari diritti.
  • La differenza fra deaf e Deaf può essere ambigua nella lingua scritta (se inizio una frase con la parola “deaf” devo usare la maiuscola perché sono a inizio frase) e non può essere trasmessa nella lingua parlata (le due parole si pronunciano alla stessa maniera).
  • Anche se è facile chiamare Deaf un sordastro, ai più risulta strano chiamare Deaf un udente (anche se viene da una famiglia in cui tutti sono sordi, vive in mezzo ai sordi e fa l’interprete).
  • Non può essere usata in Italia:  in inglese si usa la lettera maiuscola per indicare appartenenza etnica/culturale (“I’m Italian”), mentre in italiano no (Sono italiano).

Come si può superare il problema in italiano, per avere una definizione di cultura legata alla sordità accettabile?

Sappiamo che è segnante, ma non sappiamo se è sorda.

La risposta ci viene data dallo stesso disegno legge per il riconoscimento della LIS che vorremo: a definire una minoranza linguistico culturale è la lingua parlata da questa minoranza. Non il colore degli occhi, della pelle o quanto bene ci sentono. La lingua che vogliamo sia riconosciuta è la LIS, la Lingua dei Segni Italiana. Ci sono sordi segnanti e sordi che invece non segnano.

I sordi che non segnano non fanno parte della “minoranza linguistico culturale” che usa la LIS. Se impareranno la LIS un giorno potranno farne parte, ma se non vogliono la LIS e non vogliono fare parte di una “minoranza linguistico culturale” non c’è motivo di confondere la gente parlando di “cultura sorda”. Perché non parliamo invece di “cultura segnante”?

Se parliamo di “cultura segnante” nessuno potrà accusarci di voler ghettizzare i sordi. Nessuno potrà accusarci di voler imporre un’etichetta ai sordi non-segnanti, che non vogliono avere niente a che fare con la LIS. Trasmetteremo un messaggio più chiaro, che tutti potranno capire. Coinvolgeremo gli udenti che vogliono essere coinvolti e non spaventeremo i genitori udenti di bambini sordi: non stiamo strappandogli i loro figli per portarli in un mondo “sordo” in cui loro non possono entrare, ma stiamo invitandoli tutti ad entrare in una grande famiglia che li accetta, in una comunità segnante in cui nessuno è escluso.

Cosa ne pensate?

La parola alla LIS

Si può costruire un servizio su un problema sociale complesso e controverso riportando esclusivamente le ragioni di una sola voce? E’ quello che “Repubblica.it” ha fatto con un articolo di Marta Rizzo del 16 luglio “I non udenti contro la lingua dei segni ‘Non sentire non vuol dire non parlare’”.

Come si evince dal suo stesso nome, il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi (CNGFDU), a cui viene data voce nell’articolo, non rappresenta la totalità dei sordi ed anzi, è principalmente composto da udenti. Il CNGFDU stesso afferma di essere nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge n. 4207 che prevede il riconoscimento della lingua dei segni (LIS) che ci viene richiesto dalla convenzione ONU del 2009 per i diritti dei disabili, sottoscritta anche dall’Italia.

L’articolo ignora completamente sia la principale associazione di tutela dei diritti dei sordi, ovvero l’Ente Nazionale Sordi (ENS), sia molteplici realtà locali  (per voler citare solo due fra le moltissime realtà presenti sul territorio nazionale  ricordo l’associazione di genitori Vedo Voci, attiva da diciotto anni nel territorio di Biella e che ha attivamente sostenuto un progetto di scuola bilingue, quella di Cossato, che attualmente viene invidiato da tutta l’Europa, l’università di lingue di Venezia Ca’ Foscari, che offre diversi curriculum specifici riguardanti la LIS: un master in linguistica, uno sulla traduzione e interpretariato). Nessuno vuole “negare la parola” ai sordi. Molti studi in campi che spaziano dalla linguistica alle neuroscienze, per non parlare della semplice (ma ricca!) esperienza quotidiana dimostrano che l’acquisizione precoce della LIS potenzia le capacità linguistiche anche per quanto riguarda l’italiano parlato: imparare la LIS non trasforma i sordi in “sordomuti”, come sembra pensare il CNGFDU. Vale la pena di ricordare che vi è tutta una branca della logopedia, detta “bimodale”, che utilizza la parte della lingua dei segni come punto d’appoggio per l’insegnamento dell’italiano.

Ecco come invece si esprime il CNR di Roma in supporto alla LIS (il link porta alla loro lettera di supporto).

Nonostante questo, vediamo i contestatori del riconoscimento della LIS ignorare completamente la possibilità che un sordo possa essere bilingue e conoscere sia la LIS che l’italiano, condizione che invece accomuna la grande maggioranza dei sordi.

E la conoscenza della LIS non facilita solo l’apprendimento dell’italiano, ma permette anche ai bambini e ragazzi sordi di non rimanere indietro rispetto ai loro compagni udenti. Garantisce infatti una trasmissione chiara e corretta delle conoscenze, senza la quale è difficile assicurare l’apprendimento anche dei più basilari contenuti scolastici.

La convenzione ONU del 2009 sui diritti delle persone con disabilità è stata sottoscritta anche dall’Italia e che richiede espressamente il riconoscimento delle lingue dei segni nazionali a tutti gli stati membri. Inutile dire che l’Italia non ha ancora fatto quanto richiesto. Siamo fra gli ultimi: solo altri 4 paesi europei non riconoscono la loro lingua dei segni nazionale, mentre ve ne sono tre che addirittura la riconoscono all’interno della propria costituzione.

Anche all’estero vi sono moltissime figure di rilievo che ne sostengono l’importanza. Citarli tutti, a partire dal linguista Noam Chomsky, ma è il neurologo Oliver Sacks, che dedica nel suo libro “Vedere voci” alcune parole proprio alla situazione italiana:

“Ho incontrato molti ricercatori italiani sordi che mi hanno colpito per la straordinaria vivezza del loro ingegno e per la loro competenza. Negli Stati Uniti avrebbero potuto conseguire il dottorato ed avere un lavoro ben retribuito, in posizioni di ricerca; in Italia sono costretti a guadagnarsi da vivere come possono e quando riescono a fare ricerca (spesso senza essere pagati), lo fanno per passione, come dilettanti.”

Il libro fa anche luce su un’altra delle tragedie che possono colpire i ragazzi sordi che non hanno avuto la possibilità di apprendere una lingua (dei segni o parlata) in tenera età: oltre ai terribili danni psicologici e sociali che derivano dal non riuscire ad avere una piena comunicazione con i propri genitori, esiste un “periodo critico” per l’apprendimento del linguaggio: un bambino che non sia ancora in grado di parlare, scrivere o segnare entro i 6-7 anni di età, nella maggior parte dei casi non riuscirà mai più ad apprendere pienamente nessuna delle tre cose. Si tratta di un deficit comunicativo del tutto indotto e nella maggior parte dei casi irreparabile, che va ad aggiungersi ai problemi di comunicazione che la sordità già porta con se.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di cosa è la lingua dei segni per i bambini sordi. Non bisogna dimenticarsi però che è anche la lingua di una comunità piuttosto ampia, alla base di una cultura che ha e tramanda una sua storia, si riconosce come avente una identità propria e ha sviluppato espressioni artistiche come la poesia in LIS. Circa una persona su mille nasce sorda (per dare un senso a questo numero, prima del fascismo, un italiano su mille era ebreo) e altri diventano sordi in seguito. In questo secondo caso imparare una lingua dei segni non è la scelta più comune, ma non è neanche rara come potrebbe sembrare. A questi si aggiungono gli udenti che utilizzano la lingua dei segni e si sentono partecipi della comunità sorda italiana (interpreti, ma anche genitori e familiari di sordi). Queste persone, che vivono nel nostro paese, chiedono che la loro lingua e la loro cultura vengano riconosciute, e non viste solo come un “ripiego” di chi non può avere di meglio, come se fossero solamente un fallimento della medicina. Per altro, la già citata convenzione ONU del 2009, richiede anche agi stati membri di proteggere la cultura sorda e segnante.

Non si tratta di definire una “minoranza culturale” in base a un deficit, anche se il termine “cultura sorda” può farlo pensare. Di questa comunità segnante fanno parte solo i sordi (e gli udenti) che desiderano farne parte. Come nessun cinese è costretto dallo stato italiano a riconoscersi nella comunità cinese, né ad imparare il cinese come lingua, così il riconoscimento della presenza di una minoranza linguistico-culturale segnante in Italia (cosa che è, nei fatti, una realtà), non va a toccare chi di quella comunità non fa parte.

Per finire, volevo fare notare una cosa: questa legge, che ci è stata chiesta dall’ONU, non impone a nessuno di utilizzare la LIS, o qualsiasi altra lingua dei segni, con i propri figli. Vi sono altre leggi che si occupano degli aspetti medici legati alla sordità,  e non sembra che un approccio debba escludere l’altro.  Chi sostiene la LIS non è contro lo screening neonatale, la logopedia, gli apparecchi acustici o il progresso medico in genere. Vuole invece garantire ai genitori il diritto di scegliere cosa è meglio per il proprio bambino, e un ulteriore, importante, strumento di integrazione per tutti i sordi che lo vogliano usare.

Il CNGFDU è un comitato nato esclusivamente per contrastare la proposta di legge per il riconoscimento della LIS, negando questa possibilità di scelta ai genitori che hanno opinioni diverse dalle loro.

Ci si chiede se di fronte ad un problema complesso come quello della sordità la scelta più degna di uno stato democratico sia quella di limitare le scelte dei propri cittadini, escludendo percorsi di riabilitazione e integrazione che sono basati su principi scientifici dimostrati e applicati da anni in tutto il mondo.

I Diversamente Comici arrivano a Genova!

Grazie all’associazione culturale Lunaria, che da tempo ridà vita a piazza San Matteo organizzando spettacoli teatrali, tornano a Genova i Diversamente Comici, il duo teatrale composto da Giuditta Cambieri e Francesco  D’Amico, che presenterà lo spettacolo “Se mi ami fammi un segno… ho finito le pile!”.

Basta fare un giro su youtube per accorgersi che il divertimento è assicurato, ma cercherò comunque di parlarne un po’.

Intanto, per chi non li conoscesse, parte della “diversità” del gruppo sta nel fatto che Francesco è sordo dalla nascita. Può leggere le labbra e parlare in italiano (non a caso il vecchio termine “sordomuto” sta venendo finalmente sostituito con il più veritiero “sordo”), ma la lingua che gli è più naturale, e che usa durante tutto lo spettacolo è la Lingua dei Segni Italiana, LIS (che Giuditta gentilmente ci traduce, evitando di escludere quegli udenti che non la hanno ancora imparta).

Da che mondo è mondo, ci sono due modi di scherzare sul diverso (che si tratti differenza di etnia, di religione, di preferenze sessuali o del fisico): quello di chi vuole solo insultare e a cui piace ridere della sofferenza altrui, ghettizzante, che svilisce sia chi viene deriso che chi ride, e quello che invece accoglie tutti, esalta la diversità in senso anche positivo ed è forse il più forte mezzo di integrazione esistente. Perché, si sa, gli esseri umani, quando sono di buon umore, sono molto più inclini a cercare di comprendere gli altri. È inutile dire che l’umorismo dei Diversamente Comici è di questo secondo tipo, ma è bene ricordare che questa differenza esiste.

Grazie all’unione efficace di segni e voce, lo spettacolo non solo riesce a raggiungere tutti, ma esalta ancor di più la ricchezza che può nascere dalla diversità. Con la forza della loro comicità e del loro rapporto col pubblico, estremamente diretto, Giuditta e Francesco riescono a parlare della vita di tutti i giorni senza mai cadere nel banale, dimostrando ancora una volta come con il sorriso si riesca a trasmettere molto di più e meglio che con qualsiasi altro mezzo.


“Se mi ami fammi un segno… Ho finito le pile!” gira attorno alla vita della coppia, piena di incomprensioni, gaffes, e molto altro. Anche se molte delle situazioni verranno facilmente riconosciute da chi, più o meno direttamente, ha avuto a che vedere con la sordità e i sordi (e divertiranno certamente anche chi non è mai entrato in contatto con questo mondo), non si tratta di una coppia di alieni con tematiche del tutto diverse da qualsiasi altra coppia: i temi trattati non solo sono comprensibili a tutti, ma anche vicini a tutti.

Per finire, vi mostro un video di presentazione del duo comico, con anche qualche stralcio di intervista… Per spezzoni di spettacoli dei Diversamente Comici, basta una ricerca su youtube. Nel video qui sotto ci sono poche frasi in italiano che non sono accompagnate da una traduzione in LIS o da sottotitoli, mi permetto di trascriverle sotto (non trascrivo le frasi che sono accompagnate da segni):

(00:10)Francesco: “Io sono nato sordo. Vivo con una famiglia… sordi, anche udenti, tutti e due.”
(00:20)Giuditta: “Io e Francesco, praticamente, ci siamo conosciuti perché io ero la sua insegnante di recitazione a Cinecittà, e lui era l’unico sordo in una classe di udenti. È stato un incontro meraviglioso perché mi sono accorta che era un bene aggiunto alla classe”
(00:30)Giuditta: “Siamo un duo comico. Facciamo cabaret, questo cabaret è particolare per sordi e udenti.”
(01:00)Francesco: “Posso anche parlare, però il modo di esprimere è tutto diverso, perché intanto per esprimere naturalmente. Invece io, sordo, mi esprimo molto meglio con la lingua dei segni, perché è più diretto, più naturale.

Ricapitolando, l’appuntamento è il 19 luglio in Piazza San Matteo (Genova), con i Diversamente Comici e il loro spettacolo ” Se mi ami fammi un segno…ho finito le pile!”. Non perdetevelo!

Biglietto di ingresso a €12 intero e a €10 ridotto (per under 26, over 65, tessera invalidità).
Il prezzo per i soci dell’ENS è di 10 euro .

Pagina di facebook a sostegno dell’evento

Per informazioni rivolgersi a Lunaria Teatro
tel/fax: 010 2477045 – 010 2543450
email:  info@lunariateatro.it
www.lunariateatro.it

Segni in Libertà al SUQ di Genova

Questa domenica, 24 giugno, al SUQ allestito nel Porto Antico, l’associazione Mani in Movimento presenta lo spettacolo/laboratorio “Segni in Libertà – Colori in Segni” (trovate qui la pagina Facebook di supporto all’evento). I segni a cui ci si riferisce sono quelli della LIS, la Lingua dei Segni Italiana, ma lo spettacolo sarà godibilissimo anche ad un pubblico che non la conosca, sfruttando a pieno l’espressività di tutto il corpo.

L’associazione Mani in Movimento era già stata ospite del SUQ nel 2011, ottenendo un’ottima accoglienza. Si cercherà quest’anno di proporre uno spettacolo nuovo, fornendo un’ottima occasione per avvicinarsi a un mondo allo stesso tempo vicinissimo e distante, quello dei sordi, visitando allo stesso tempo il SUQ, sempre pieno di cose interessanti.

Lo spettacolo comincerà alle 15, mentre il SUQ sabato e domenica è aperto a partire da mezzogiorno.

In una città tristemente carente di iniziative indirizzate ai giovani, sordi o udenti che siano, l’associazione Mani in Movimento rappresenta un punto di aggregazione importante per i giovani sordi che vivono a Genova, fornendo loro col teatro un potente mezzo espressivo e allo stesso tempo promuovendo iniziative di sensibilizzazione e integrazione.

 Ricapitolando:
Domenica 24 giugno 2012, ore 15:00
Mani in Movimento vi aspetta al SUQ di Genova!

 

L’importanza di spiegare l’handicap ai bambini – trascrizione dal monologo di Luciana Litizzetto durante “Quello che (non) ho” del 15 maggio.

Dal canale youtube ufficiale di La7, vi trascrivo l’ultima parte del pezzo di Luciana Litizzetto a “Quello che (non) ho” di Fazio e Saviano.
Potete vedere il pezzo intero, non sottotitolato, a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=bSGwjkli030

Trascrivo questo breve pezzetto del monologo non solo perché mi è piaciuto particolarmente, ma perché, parlando della visione dell’handicap e della normalità che i genitori trasmettono ai figli, poteva forse interessare a diversi sordi. È ovvio che ci sono tante altre cose interessanti e che meriterebbe trascrivere, ma da sola non posso.

Approfitto dunque con il mio solito appello: non costerebbe molto aggiungere qualche genere di sottotitolazione ai programmi tv. In diretta è troppo difficile? Beh, la maggior parte delle reti televisive mette online le proprie trasmissioni, una volta che sono state trasmesse… Basterebbe assumere una persona o due e non dico tutti i programmi, ma almeno la maggior parte sarebbero sottotitolati, almeno su internet. La qualifica richiesta? Saper usare un computer e conoscere bene l’italiano, oltre ad avere un po’ di buonsenso.

Ripeto: capisco quanto sia difficile farlo in diretta, ma questo dovrebbe essere uno stimolo in più per farlo in “differita” sulle trasmissioni che vengono pubblicate on-line. E se veramente anche questo è troppo, si potrebbe cercare di essere creativi e dare un posto sul proprio sito alle trascrizioni e sottotitolazioni fatte gratuitamente da chi è più sensibile a questo problema.

###############Inizio a trascrivere a partire da 10:58#################

Non so se avete sentito quello che è successo in Inghilterra, un po’ di tempo fa.
Un discreto manipolo di genitori si è incavolato con la BBC e ha protestato per via di una trasmissione destinata ai bambini condotta da una certa Cerrie Burnell.

Che cos’ha di strano questa Cerrie Burnell?
È una famosa pornodiva che va in giro con la tutina di latex e il frustino? No.
E’ stata in galera perché ha discioloto gli zii nell’acido muriatico? No.
Piccchia i cani, strappa i baffi ai gatti? No.
È una signorina tranquilla, simpatica, per bene, anche molto capace.
Ma, però, c’è un però: ha un braccio solo.
È nata così e non ha mai avuto bisogno di protesi, anzi, se la cava benissimo.
Certo, Cerry non potrà mai battere le mani quando passa la regina, però, insomma, non è quello il suo problema.

Comunque i genitori si sono molto incazzati, hanno detto che è un’immagine raccapricciante, che così non va bene, che i bambini si spaventano, che hanno paura. E allora io sono andata a vedere l’immagine… e questa qua non è che è dilaniata, o ha appena avuto un incidente… Semplicemente ha un braccio solo.
I genitori hanno detto: “No, non va bene, i bambini non sono ancora pronti ad accettare il discorso dell’handicap, sono troppo piccoli“. Sono palle. Perché più sono piccoli più sono in grado di accettare la diversità con leggerezza. E… peccato, perché poteva essere molto facile provare a fare accettare la diversità facilmente, a dire: “guarda, gli esseri umani sono belli tutti, anche quelli che, a prima vista, sono un poco diversi dagli altri”. E poi, voglio dire, per fare televisione ci vogliono due braccia? Forse a spostarla, magari <Fa il gesto di sollevare e spostare uno schermo con due mani>. Se no io e Fabio abbiamo quattro braccia in tutto ma siamo due balenghi che che sembrano due turaccioli portati dalla corrente. Noi diciamo un sacco di parole e poi:

  • I presentatori con l’handicap non li vogliamo, in Italia non ce n’è manco uno, a parte noi che siamo rimbambiti, ma non siamo certificati.
  • Se nella classe ci sono troppi stranieri cambio scuola.
  • La Babysitter sì, ma straniera no, perché non si capisce bene la lingua.
  • Africana, no, che paura: “tutta nera, con gli occhi bianchi… Poi il bimbo si spaventa”.
  • Il compagno Down, anche: “che carino, che tenerezza, però alla festa di compleanno è meglio non invitarlo, perché se no si troverebbe a disagio”.
  • E il ragazzo gay: “È gay, ma è tanto una brava persona!”, eh?

Poi io non riesco a capire come mai una con delle tette che sembrano due cupole di San Pietro rientra nel concetto di “normalità” e una persona senza un braccio no. Non si capisce. Cioè… [Interrotta dagli applausi del pubblico]

Una deforme volontaria che si è fatta montare due vasche, due pissoir, come quelli dell’autogrill, qua, sulle tette, e deve mettersi i pesi dietro perché se no si sbilancia in avanti è considerata normale, una donna con un braccio solo no. Cioè tu, mamma inglese, se tuo figlio ti chiede: “come mai quella bambina, quella signora, ha un braccio solo?” non sai cosa dire. Se però vede una con due boccie dei pesci rossi dici: “Vedi, Jason, quella signora si è fatta aprire come una simmental, si è fatta mettere della gomma sottopelle così i maschi sono contenti e possono ravanare facilmente, una specie di parco giochi è quello lì, sai?”. Così Jason penserà che le donne che hanno le tette della prima hanno il parco giochi consumato, capisci.

[applausi]
Allora. [applausi]
Cara signora inglese. Cara English mother.
Se sai spiegare perché quella lì c’ha due dirigibili della godia, spiega anche a tuo figlio perché c’è un signore che magari sta in carrozzella, un altro che ha le mani che tremano forte. Perché c’è un bambino che non parla, o un altro che urla e tira in faccia i libri alla maestra. Perché se continuiamo a pensare e a fare credere ai bambini, che la vita è quella dello spot dei biscotti, allora poi non dobbiamo stupirci se quando sono grandi e vedono un barbone sporco e ubriaco gli danno fuoco. Perché i fiammiferi glieli abbiamo dati noi.

Grazie. [applausi]

##############Fine trascrizione##################

Se siete curiosi a riguardo di Cerrie Burnell, la donna senza un braccio di cui si parla all’inizio, questa è una intervista a Cerrie Burnell su youtube. È in inglese e non è sottotitolato, ma potete comunque farvi un’idea dell’aspetto di questa persona, che alcuni genitori inglesi (per fortuna una minoranza) ha trovato orribile e spaventoso. Così potete giudicare con i vostri occhi.